Vai al contenuto
Erotika
Linda la nerd · Cap. 14
Aa
Dimensione testo
Tema
Salva
Capitolo 14 di 39 19 min di lettura

"No, Mauro, aspetta…"

Spinta dalla paura che Linda possa davvero raggiungere un livello in grado di batterla, Francesca accetta di vedersi con Mauro. Non si fa illusioni su cosa pretenderà l'uomo come pagamento per il nome dell'amante della biondina...

William Kasanova
1 anno fa · 309 letture · 0

Ma, in fondo, cos’avrebbe potuto farle? Di certo non l’avrebbe picchiata, soprattutto se quei due neuroni che aveva nella testa gli avessero fatto presente che, trattandola bene, lei avrebbe accettato di farsi fottere di nuovo. Dopotutto, come avrebbe potuto resistere a quel grosso, lungo…

Francesca non riuscì di nuovo a tenere lo sguardo lontano dal grosso, lungo cazzo. Detestava Mauro, lo temeva, ma lo voleva… no, comprese deglutendo di nuovo, il tessuto delle mutandine che iniziava a inumidirsi: lo doveva avere dentro di sé.

Fissò per un istante o due di troppo il pacco dell’uomo, poi concesse, quasi senza accorgersene, il pagamento che lui imponeva, facendolo sogghignare e rispondere con qualcosa che lei non intese ma suppose, con quel poco di intelletto che ancora non era stato sommerso dal desiderio, che non fosse stato un cortese complimento.

***

Francesca temeva che Mauro l’avesse fatta andare al bar Griso per scoparla in uno dei gabinetti.

Non sarebbe stata la prima volta che, per un suo tornaconto, si trovava a soddisfare un ragazzo, accettando la sua proposta di farlo in un bagno pubblico: la cosa di solito era breve, una sveltina che la soddisfaceva poco, lui che si svuotava le palle diventando suo schiavo, almeno per un po’. Non lo avrebbe ammesso, ma fare sesso in un ambiente simile la disgustava, e non tanto per il fatto che avrebbe preferito farlo in un letto, per quanto molti non riuscissero a capire che, magari, sarebbe stato possibile cambiare strategia, adottandone una più dolce nel secondo caso. Era proprio il trovarsi in una stanzetta di un metro per un metro e mezzo per tre metri, al cui centro svettava una tazza in cui la gente svuotava intestino e vescica, a disgustarla. Per non parlare del fatto che lei avrebbe dovuto accompagnare lui in un’area in cui si entrava solo ed esclusivamente se dotati di cazzo o di figa, solitamente il primo caso, con gente che li guardava male o, peggio, con lo sguardo libidinoso tipico di chi pensa ad altre persone intente a fare sesso.

In effetti, era più l‘essere vista come una ninfomane incapace di tenerla nelle mutande a darle veramente fastidio, anche più del trovarsi con le sue belle scarpe in mezzo a gocce di piscio di sconosciuti per una scopata tanto scarsa che le sarebbero bastate un paio di sue dita e la foto di qualche sportivo un po’ carino per provare più piacere.

Mauro, in realtà, non aveva intenzione di portarla dentro al bar. Invece si allungò mentre lei era ancora intenta a immaginare cosa avesse davvero in mezzo alle gambe, la afferrò per un braccio con ben poca grazia, la tirò giù dal motorino, e la guidò verso la sua auto, la Subaru.

Francesca non amava particolarmente fare sesso in un’auto: era alta un metro e ottanta, e quelle dannate scatolette sembravano essere state inventate per metterci nani e gnomi da giardino. Cavalcare qualcuno era scomodissimo, con la testa piegata a causa del tettuccio, succhiarglielo era un tormento per la presenza del volante e dell’asta del cambio. Una zangolata, magari, sarebbe stata una cosa ancora fattibile, se non si considerava il brutto vizio del maschio a spruzzare letteralmente seme in ogni dove, macchiando tutto. Ma in fondo l’auto era sua, così come la bega che l’avrebbe smerdata. Ecco, un ditalino sarebbe stato molto piacevole, ma dubitava molto che Mauro fosse uno di quelli che trovassero il vero piacere nel dare orgasmi ad una donna. O, meglio ancora, una sessione di baci. Quello sì, l’avrebbe apprezzata molto.

Poi pensò che non avrebbe infilato la sua lingua nella bocca di Mauro. No: per qualche motivo le ricordava una dannata tagliola per orsi, di quelle dentate che si vedevano nei cartoni animati. Arrugginita, con peli di animali e sangue secco e…

Si accorse che superavano l’auto e, proseguendo così, una dopo l’altra, anche le altre parcheggiate. Arrivarono in fondo allo spiazzo e la trascinò oltre l’angolo dell’edificio del bar, in un vicolo in ombra, pieno di spazzatura e oggetti rotti e arrugginiti. Il fondo era una gettata di cemento nuda, fatta con poca grazia, il cui centro era facilmente indovinabile da una striscia di sabbia portata dall’acqua quando pioveva.

«Dove diavolo mi-»

«Zitta, bella figa!» gl’impose lui, aggiungendo uno strattone che le strappò un grido e la fece incespicare. La ragazza capì che Mauro non l’avrebbe più lasciata andare, e che se non avesse avuto ciò che voleva sarebbero stati probabilmente pugni e calci.

Non vide altra alternativa al seguirlo e accettare quello che voleva fare. E tutto quello per un cazzo di nome… Fanculo a Linda e al coglione che se la scopava.

Il vicolo divideva il bar da un capannone prefabbricato che doveva avere almeno cinquant’anni, di metallo arrugginito, le finestre con buona parte dei vetri rotti o completamente mancanti. Con un’occhiata all’interno attraverso una porta divelta, Francesca vide il pavimento coperto da terra soffiata all’interno dal vento e trasportata dalla pioggia, su cui erano cresciute alcune erbacce dall’aspetto malaticcio. Macchinari imbrattati e che non avrebbero più funzionato nemmeno dopo una profonda revisione le fecero supporre che all’interno di quel capannone venissero riparate automobili o, più probabilmente, a giudicare da un grosso copertone alto quanto lei, trattori.

Un macilento gatto dal pelo sporco sollevò il muso lordo di sangue dalla carcassa di quello che doveva essere stato un grosso topo, soffiò contro di loro, poi, comprendendo che non avrebbe potuto fare nulla per fermarli, s’infilò correndo sotto alcune assi di legno marce, saltò su una cassa di metallo che un tempo doveva essere nero ma ora era per lo più arancione di ruggine e tarlata dall’azione delle intemperie e balzò in una finestra rotta, scomparendo nel capannone. Un paio di piccioni espressero ad alta voce la loro disapprovazione per il passaggio del felino nel loro territorio.

All’improvviso, la ragazza si sentì spingere e la sua schiena sbatté contro il muro di cemento del bar, tra una pila di fusti di una marca di birra che non aveva mai sentito nominare e dei bancali impilati che emettevano un odore nauseabondo e su cui, da anni, dei rampicanti avevano ormai messo radici, riempiendoli di foglie morte e ospitando quelli che sembravano nidi d’uccello abbandonati da tempo.

Guardò Mauro che continuava a tenerla per un braccio, mentre la mano libera trafficava con imbarazzante difficoltà sul bottone dei pantaloni. Imprecò un paio di volte finchè la rotellina di plastica non uscì dal taglio nel tessuto.

Lei scosse il braccio perché lui la lasciasse. Mauro abbandonò i pantaloni, fissandola con astio. Francesca ebbe un attimo di timore, ma poi cercò di riprendere il controllo della situazione, o almeno farlo credere all’uomo. Con un ultimo movimento si liberò dalla presa.

«Anch’io ho una voglia pazzesca di fare l’amore con te, Mauro,» disse, rendendosi conto in quel momento quanto le fosse passato ogni eccitamento e avrebbe preferito inseguire il gatto per nascondersi con lui in qualche buco pieno di ragnatele. Ma sapeva che non poteva dire allo stronzo davanti a lei che aveva cambiato idea, o, se fosse stata fortunata, si sarebbe risvegliata in un ospedale, «ma abbiamo un accordo. Voglio quel nome».

Si aspettava che avrebbe preteso prima il rapporto e solo dopo gli avrebbe rivelato chi era il poveraccio che non aveva trovato di meglio della fica di Linda, e magari anche allora avrebbe voluto qualche altro servizietto per dirlo.

E invece Mauro, ora con tutte e due le mani libere, riprendendo ad abbassarsi i pantaloni, disse: «Tommaso Varotto. Ci andavo a scuola insieme. Una volta l’ho picchiato,» come se stesse parlando del tempo. I pantaloni scivolarono lungo le gambe.

Francesca aveva le dita attorno all’elastico degli short, quando sentì il nome. Si bloccò di colpo, tutta la sua attenzione a cercare nella sua memoria dove avesse già sentito quel ragazzo. «Chi…» mormorò, con gli occhi che avevano smesso di mettere a fuoco il mondo esterno a favore di quello mentale. Non gli era nuovo, quel nome...

«Tommaso Varotto,» disse Mauro, questa volta con la noia di ripetere un concetto nella voce. Afferrò i pantaloncini in jeans della ragazza e, senza troppa grazia, glieli abbassò con uno strattone.

Francesca ebbe un sussulto, strappata dai suoi pensieri. Sentì improvvisamente l’aria fredda del vicolo in ombra accarezzarle le labbra della sua fica e ad asciugarle il desiderio che le imperlava, ma a differenza delle altre volte la sensazione fu ben poco piacevole. Abbassò lo sguardo e, oltre il suo grosso seno, poté notare che a Mauro l’aria fredda non stava facendo affatto effetto.

Solitamente, quando aveva davanti a sé un uccello in erezione, lo prendeva con una mano, sorridendo all’uomo che ci era attaccato, dicendogli che era davvero grosso, e accarezzandolo. In quel caso, però, la mano avrebbe voluto portarsela alla bocca, gli occhi sgranati.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
Pagina 3 senza votare
Indice dei capitoli
Cap. 15

Commenti

CallMeHot
Salva in una lista