Quello che puntava minaccioso contro la sua passera non era un cazzo, quanto piuttosto quello che si poteva considera il terzo avambraccio di Mauro. Doveva essere lungo almeno il doppio di un normale, confortante uccello, e questo senza considerare la circonferenza: Francesca non sarebbe stata sicura di riuscire a cingerlo completamente anche usando entrambe le mani. Vene viola e blu, disposte apparentemente a caso, rompevano il colore rosa della pelle, che si apriva svelando una cappella viola, minacciosa, appena più grossa dell’asta. Un taglio longitudinale, che negli altri ragazzi che Francesca si era fatta si notava solo se si teneva il cazzo a cinque centimetri dagli occhi, nella punta di Mauro aveva le dimensioni di una asola da camicia.
La ragazza deglutì a quella vista, terrorizzata. Chi aveva messo in giro la voce che Mauro fosse superdotato e basta doveva essere abituata a farsi sbattere dai cavalli, pensò. E pensò pure che per prepararsi ad accogliere dentro di sé un cazzo del genere sarebbero state necessarie delle lunghe ed estenuanti sessioni di fisting.
«No, Mauro, aspetta…» lo implorò, cercando di allontanarlo con le mani contro il suo petto. Essere riempita di botte le sembrò un’alternativa migliore dell’essere riempita con quell’anaconda.
Ma lui non l’ascoltò: le mise una mano sulla bocca, zittendola, mostrando del suo splendido viso solo gli occhi terrorizzati che imploravano pietà. L’altra mano si infilò sotto la maglietta, risalendo fino ad un grosso, turgido seno che strinse come gli artigli di un’aquila si serrerebbero attorno alla sua preda. Poi Francesca percepì l’ingresso del suo utero aprirsi sempre più, al pari di una bocca intenta a sbadigliare. No, anzi, le passò per la mente l’immagine che aveva visto anni prima in un documentario di un serpente che disarticolava le mascelle per poter inghiottire un uovo di struzzo.
Si alzò in punta di piedi, come se questo potesse diminuire la spinta che quella trave stava imprimendo alla sua fica, un grido roco che saliva dal suo petto quasi il cazzo la stesse riempiendo al punto tale da spingerle l’aria fuori dai polmoni. Mai più si sarebbe lamentata di un cazzo di dimensioni normali: le sue tette sarebbero state solo per amanti capaci, non superdotati, si promise mentre i suoi occhi iniziavano ad inumidirsi più velocemente di quanto lo facesse la sua passera.
Le sembrò che Mauro volesse metterglielo dentro tutto, lo sentì sbattere contro la sua cervice, un dolore che si propagò fino alla calotta cranica e poi rimbalzare indietro, azzannando ogni fibra del suo corpo. Iniziò ad ansimare, ma non certo per il piacere, mentre lui iniziò a uscire per quelli che sembrarono quindici centimetri, e poi rientrare fino in fondo. Letteralmente fino in fondo.
Francesca cominciò a sentire lo stimolo a rigettare, ma provò a trattenersi. In effetti, trovò il senso di nausea allo stomaco più gradevole di quello che percepiva nel suo inguine, e cercò di concentrarsi sul primo per non pensare al secondo.
Lo sentì rientrare dentro di sé, non velocemente, ma con forza, i muscoli della sua fica che gemevano per il dolore e la fatica di riuscire a dilatarsi a sufficienza. Per un attimo pensò che dovesse provare la stessa sensazione di essere impalata, e si aspettò di trovarsi la cappella di Mauro che la sfondava nel vero senso della parola, uscendole dalla schiena e inchiodandola al muro. Se non fosse stata zittita dalla mano sulla bocca, avrebbe implorato aiuto anche ai motociclisti nel bar, disperata.
Sentì le piccole labbra tirarsi mentre il cazzo usciva di nuovo, quasi non avessero la forza di restare attaccate al resto della sua passera, il resto del canale che collassava al vuoto lasciato dal glande in ritirata. Sembrava le avessero applicato all’inguine una di quelle macchine per il sottovuoto…
Forse solo in Mauro l’eiaculazione precoce poteva essere considerato un pregio. Dopo una decina di colpi inferti al sesso della ragazza gliene diede uno ancora più forte che la fece strillare, poi si fermò, appiattendosi contro di lei, i seni bollenti che si schiacciavano contro il petto dell’uomo.
«Ti vengo dentro, bella figa…» sibilò lui, chiudendo gli occhi e lasciandosi sfuggire un grugnito di piacere.
Francesca non aveva avuto bisogno dell’avviso, sentendo il cazzo dentro di lei come percorso da una vibrazione e poi un liquido caldo invaderle la figa. Sperò con tutta l’anima che Mauro avesse finito.
E fu così. L’uomo sembrava non conoscere il concetto di coccole, o anche solo di ringraziamento: una volta raggiunto l’orgasmo, lasciò il seno su cui sarebbe rimasto il segno per qualche giorno, tolse la mano dalle labbra della ragazza, che respirò avida di ossigeno, e fuoriuscì da lei quasi si fosse accorto all’improvviso di aver penetrato per errore il tubo di scolo di una fogna.
Lei, improvvisamente libera, senza il doloroso sostegno di lui, con le gambe che le cedettero, si accasciò sulla pila di bancali, afferrando i rampicanti e ritrovandosi il viso nelle foglie secche e i nidi di uccello dismessi. «Cazzo…» sibilò, stordita, mentre sentiva il seme di Mauro cominciare a colarle fuori dalle grandi labbra e scivolare lungo la gamba destra.
Mauro aveva indossato di nuovo i pantaloni e se li stava allacciando. Alzò lo sguardo verso la ragazza che aveva appena devastato per due secondi di piacere. Lei lo fissava a sua volta, la bocca aperta, sul viso sudato l’espressione di chi è appena sfuggito dagli alieni per un soffio e non riusciva a crederci. Lui sorrise, di nuovo quell’osceno ghigno. «Ti è piaciuto, bella figa,» constatò, incapace di comprendere che una donna avrebbe potuto preferire qualcosa di diverso da un avambraccio conficcato nel proprio sesso.
Francesca non rispose, sia per la mancanza di fiato, sia per il fatto che le uniche parole che le giravano nella mente riguardavano la sfrenata vita sessuale della madre di Mauro e sarebbe stato meglio non scatenare la sua ira: dopo la sua passera, non voleva che anche il resto del suo corpo venisse martoriato.
«Tommaso Varotto,» ripeté, finendo di alzare la cerniera lampo. Senza salutare o aiutare la ragazza, si voltò e si diresse verso l’uscita del vicolo, ma dopo qualche passo si fermò, girandosi verso Francesca. Il ghigno si era allargato ancora di più. «Adesso sai cosa fare se hai bisogno di me». Poi si voltò e uscì dal passaggio.
Francesca rimase forse un minuto appoggiata a quella puzzolente catasta di bancali marci e lerci, cercando di non mettersi a singhiozzarsi. Sentì la macchina del suo orribile scopatore accendersi e un attimo dopo le gomme stridere mentre abbandonava il parcheggio.
Non aveva mai sperimentato un dolore simile alla fica, e sperò che non sarebbe mai più accaduto. Anche il seno destro le doleva, e pensò che quello stronzo l’avesse stretto al punto tale da lasciarle il segno delle dita: se le fosse passato per la mente di togliersi la maglietta e fare il pompino alla gara in topless, adesso la cosa era da escludere completamente. Così come escludeva categoricamente di chiamare Mauro per qualsiasi motivo. Assolutamente. Anche a costo della propria vita.
Con una smorfia si sollevò dai bancali e con una ancora più intensa si accosciò per sollevarsi i pantaloncini. Imprecò nel vedere la sborra che le era colata lungo una gamba e le intrise gli short quando li alzò, macchiandoli. Per lo meno, era solo liquido di quello stronzo, e non suo, magari rosso. Una volta a casa si sarebbe fatta il più profondo bidet della sua vita, oltre ad una doccia di mezz’ora, e gettato quei pantaloncini nella spazzatura. O bruciati.
Meglio bruciati.
Appoggiandosi al muro del bar, la ragazza arrancò verso il parcheggio, ancora stordita, zoppicando. E tutto quello per conoscere il nome di uno che scopava Linda. Cazzo…
Eppure, si disse, era convinta di aver già sentito parlare di questo Tommaso…
Com'è finora?
Ti è piaciuto?
Un giorno sarò un grande scrittore, ma al momento sono solo un erotomane con una tastiera, molta fantasia, qualche libro di narratologia letto di troppo e un eccesso di autostima. Scene di sesso molto esplicite prossime alla pornografia, politically correct non rilevato.
Altri racconti di William Kasanova
Commenti 0
Accedi per scrivere un commento…Nessun commento ancora. Scrivi il primo.