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Erotika
Linda la nerd · Cap. 24
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Capitolo 24 di 39 13 min di lettura

"Sei qui a fare la bella statuina o vuoi succhiarmelo?"

Linda cerca protezione tra le braccia di Alessio, ma...

William Kasanova
1 anno fa · 294 letture · 0

Sentiva la sua figa essere sfiorata dall’aria della stanza e vedeva il cazzo di Alessio a pochi centimetri dal suo inguine. Non ebbe nemmeno il tempo di pensare che, fino a pochi minuti prima, voleva che si unissero per stipulare una sorta di contratto di assistenza e protezione, ma in quel momento non avrebbe voluto nemmeno vedere in foto quel membro che stava per cacciarsi in bocca.

«No, Alessio!» gridò a squarciagola, iniziando a piangere. «Ti prego, non lo fare».

«Taci, stupida troia!» rispose lui, lasciando il seno e stringendole la gola. «Non permetterti di non voler scopare con me! Tu sei mia!»

Linda sentì mancarle il fiato mentre quelle dita le bloccavano la respirazione. Oltre il braccio di Alessio, lo vedeva afferrarsi il cazzo e prepararsi a fotterla. Strinse gli occhi, impazzendo dalla paura. Mosse la mano sinistra per fare qualcosa alla faccia del bastardo, spingerlo, graffiarlo, cavargli gli occhi, allungando istintivamente il braccio destro come se non si trovasse su un letto, sotto un ragazzo che voleva violentarla, ma dovesse mantenere l’equilibrio. E qualcosa le sue dita toccarono. Non le importò cosa fosse, bastava che possedesse una massa e che, accelerata, sviluppasse una forza. Un mattone sarebbe stato meglio, anche un sasso, ma quell’oggetto di plastica fu tutto ciò che ebbe la possibilità di afferrare e dovette accontentarsi.

Questa volta fu il braccio sinistro a muoversi per permettere a quello destro di compiere un arco di centoventi gradi, un oggetto bianco che si mosse nella stanza come un bolide nel cielo, che partì dal comodino per schiantarsi sullo zigomo sinistro ed il naso di Alessio. Il rumore che produsse all’impatto fu forse il suono più soddisfacente che Linda avesse sentito nella sua vita, il misto tra un pugno e qualcosa di molle che si fratturava.

Gli occhi del ragazzo si sgranarono un istante dopo, mentre le sue mani abbandonavano di colpo cazzo e collo e si precipitavano sulla sua faccia, nascondendo il sangue che cominciava a sgorgare dalle narici. Iniziò ad urlare piangendo, quasi più terrorizzato di quanto lo fosse stato un istante prima Linda. «Ah! Stronza! Mi hai rotto il naso! Mi hai rotto il naso!»

Lei lo guardò passare da bestia violentatore a coniglio cagasotto, quindi contemplò cos’aveva in mano, scoprendo tra le sue dita un controller macchiato di rosso e con il cavo verde e nero che pendeva tra le corna per l’impugnatura ergonomica finendo nelle cuffie usate per le partite multiplayer. Fissò poi di nuovo Alessio, che stava diventando bianco come la plastica del controller che impugnava, minacciandolo con lo stesso, nemmeno si fosse tramutato in un’arma: «Stammi lontano, figlio di puttana, o ti ammazzo. Scendi, o ti strappo il cazzo e te lo faccio ingoiare!»

La ragazza si chiese dove fosse sparita la spavalderia del ragazzo mentre saltava già dal letto quasi ruzzolando a terra, l’uccello che stava per usare per possederla contro la sua volontà diventare sempre più floscio, come se si vergognasse di quanto aveva quasi fatto, la voce che era un fiume di singhiozzi intervallati da parole rotte dal pianto. Da un momento all’altro avrebbe probabilmente rigettato.

E voleva scopare quello stronzo perché la proteggesse, pensò Linda scuotendo la testa.

Si alzò anche lei con un movimento veloce e atletico. Gettò il dispositivo elettronico sul letto, le cuffie che volavano e rimbalzavano impazzite come se improvvisamente dotate di volontà propria, e si alzò intimo e pantaloni, abbottonandoseli. Lanciò un’occhiata di fuoco al marmocchio di diciotto anni dall’altra parte del letto. «Non vedrai mai più questa,» gli promise indicandosi il cavallo dei pantaloni, «ne proverai mai questa,» e accennò alla propria bocca con il dito. «Sei solo uno stronzo che scopa delle poveracce illuse. Mi fai vomitare».

Lui provò a dire qualcosa, ma l’unico suono che uscì dalla sua bocca furono il pianto distorto da mezze parole prive di senso e significato.

«Non osare mai più avvicinarti a me o rivolgermi la parola,» aggiunse la ragazza, per poi promettere: «E se solo ti lasci scappare una parola su quanto è accaduto questo pomeriggio, giuro che ti faccio finire in tanta di quella merda che ci annegherai. Intesi?»

Il ragazzo provò a dire ancora qualcosa, ma lei lo ignorò. Usci velocemente di casa, perché sentiva che la scarica dell’adrenalina che le stava circolando in corpo si sarebbe esaurita in pochi minuti e non voleva trovarsi lì quando fosse accaduto. Non chiuse la porta alle sue spalle ma corse attraverso il vialetto, mentre un paio di persone, probabilmente dei vicini allertati dalle grida provenienti dalla camera di Adriano, si erano riversati in strada e avvicinati. Linda li ignorò, chiedendosi comunque se avessero intuito cosa stava per accedere lì dentro.

Percorse a perdifiato la via, attraversò l’incrocio guadagnandosi un colpo di clacson e superò un’altra strada, infilandosi in un percorso ciclistico che la portò ad un campo giochi. Per quanto la piccola parte di cervello razionale che in quel momento ancora le funzionava sapesse che lui non sarebbe andato a cercarla da nessuna parte, lei decise di essersi allontanata a sufficienza solo in quel momento. Con le gambe che la imploravano di fermarsi, il cuore che sembrava scoppiare ed i polmoni prossimi a collassare, si fermò ad una panchina. Un centinaio di metri più in là, nel lungo prato falciato di fresco, alcuni bambini correvano e vociavano sotto lo sguardo attento di alcuni adulti. Linda abbracciò le gambe tenendole contro il seno, appoggiò a testa tra le caviglie sentendosi svuotare da ogni erg di forza, e lasciò uscire dagli occhi tutto il dolore che, negli ultimi minuti, si era unito a quello che nei giorni precedenti le aveva gravato sull’anima, sebbene singhiozzando meno rumorosamente dello stronzo che aveva appena picchiato.

Quando si sentì relativamente meglio, per quanto non potesse dire di stare bene, si sciolse dall’abbraccio, scivolò giù dalla panchina e raggiunse una fontanella nei pressi, dove si sciacquò la faccia dal dolore che le aveva rigato le gote e bevve un po’ per liberarsi la gola dalla profonda delusione che aveva ingoiato e cercato di espettorare. Tornò a sedersi alla panchina, sempre accompagnata dalle fastidiose grida dei bambini e da un dannato tordo che non smetteva di zirlare.

Linda estrasse il telefonino dalla tasca della maglia, fissandolo. Fino a pochi giorni prima era un portale magico verso la felicità, dal quale poteva sentire una voce che riempiva il suo cuore di gioia. Ora, invece, quell’incantesimo si era rotto e non era nient’altro che un costoso pezzo di plastica che pesava nella sua tasca e le ricordava solo quanto sarebbe stata triste per il resto della sua vita.

Ma forse… Lo sbloccò, raggiungendo la rubrica. Restò un istante fissando lo schermo, contemplando un nome mentre la sua memoria si riempiva delle emozioni che aveva provato tra le sue braccia, chiedendosi se premere o meno. Fu quasi un’azione decisa dal suo dito quella di toccare il monitor.

***

Tommaso abbandonò il grosso pezzo di lamiera che aveva in mano su un bancale, provocando un rumore di metallo che si disperse nel baccano cacofonico che rimbombava nel capannone. Sentì in una tasca della tuta da lavoro il cellulare vibrare con forza quando si rimise in posizione eretta.

Si tolse i guanti antitaglio riponendoli nell’altra tasca, poi cercò un po’ di privacy uscendo nel piazzale posteriore, dietro ad una catasta di fogli di alluminio zincato. Lanciando un’occhiata al cielo notò che il sole era ormai nel pieno del suo percorso di discesa, e il suo turno sarebbe durato ancora qualche ora.

Controllò che non ci fosse nessuno dei capi nei paraggi e recuperò il telefono dalla tasca. Una fitta si espanse nel suo petto, prendendogli il cuore e abbassandogli gli angoli della bocca quando lesse il nome sullo schermo.

Linda… perché non smetteva di chiamarlo? Sapeva che non le avrebbe più risposto. Era certo che ogni volta che lei cercava di contattarlo si sentiva male quanto lui nel vedere il suo nome. Abbassò gli occhi a terra, incapace di non ripensare quanto fosse stato meraviglioso baciarla. Alla dolcezza di lei quando avevano fatto l’amore nel suo letto…

Dovette stringere gli occhi per non iniziare a lacrimare.

Senza vedere, usando la memoria muscolare, appoggiò il dito sull’icona rossa sotto l’immagine del viso angelico di quella dea e rifiutò la chiamata, sentendo come se avesse dato una sberla a quella meravigliosa creatura.

Avrebbe dovuto bloccarla, si disse. Avrebbe davvero dovuto, per il bene di tutti e due.

Prima di andare avanti…

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Un giorno sarò un grande scrittore, ma al momento sono solo un erotomane con una tastiera, molta fantasia, qualche libro di narratologia letto di troppo e un eccesso di autostima. Scene di sesso molto esplicite prossime alla pornografia, politically correct non rilevato.

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