“Ma come?” era stata la vera domanda. Di certo non avrebbe potuto domandare a Tania, la quale probabilmente si sarebbe spalmata contro di lui, il suo grosso seno premuto contro i suoi pettorali, la voce che si abbassava per essere più suadente, le mani che lo sfioravano nei punti giusti, e in breve l’afflusso di sangue che doveva sostenere le sue facoltà mentali sarebbe stato deviato per qualcosa di più primitivo ma che la parte rettiliana della sua mente riteneva più importante e piacevole.
No, doveva chiedere a qualcun altro, magari alle sue amiche o alle colleghe di lavoro, o…
Fu il telefonino stesso di Tania a suggerirgli chi interrogare quando emise un suono per avvertire che un messaggio era stato consegnato, perdendosi nel suono dell’acqua che scrosciava nella doccia. Tommaso riportò alla realtà la sua mente e fissò lo zainetto, da cui era giunto l’allarme. Ricordò che la ragazza, mentre risalivano il sentiero, aveva scattato un paio di foto, poi aveva risposto il cellulare in una tasca esterna, essendo i pantaloncini troppo stretti per infilarlo nelle tasche. Poi doveva averlo dimenticato lì in seguito alla sfuriata.
In un attimo il piccolo computer era nella mano destra di Tommaso, fissando il proprio viso riflesso, scuro, nel piccolo schermo. In altre occasioni non avrebbe osato nemmeno guardare l’immagine della schermata di blocco del telefono della sua trombamica, ma in quel momento…
Non ebbe nemmeno bisogno di pensare che era comunque bloccato da un codice pin e da chissà quali altre diavolerie informatiche: un attimo dopo l’immagine del suo viso era ripresa dalla telecamera del proprio telefono, che si sbloccò. Un paio di colpi di pollice e stabilì una telefonata.
«Ohilà, Tommaso,» salutò la voce di Paolo dal piccolo altoparlante integrato. «Com’è andata la camminata?»
Il ragazzo parlò sottovoce e velocemente. «Mi spiace, Paolo, ma è un’urgenza. Hai ancora il codice di sblocco per il telefono di Tania?»
Il collega non si dimostrò offeso: anzi, dal tono di voce, sembrò felice della scelta di Tommaso. «Controlla la posta in arrivo,» rispose. «Ah, conosco una rossa che ti piacerà tanto e sostituirà Tania alla perfezione. Ne riparliamo al lavoro,» aggiunse, quindi riagganciò.
Un istante dopo una notifica sullo schermo annunciava l’arrivo di una e-mail, che Tommaso aprì senza perdere un secondo. Il messaggio si limitava a dirgli di inserire il codice nella schermata di blocco usando la tastiera per il pin ed era seguito da una stringa numerica di quindici cifre.
«Vediamo se il tempo che hai passato nel Dark Web è valso la pena, Paolo, o se ti conveniva restare su Youporn a guardare le zoccole…» mormorò Tommaso, alzando lo sguardo verso la porta del bagno, i cui vetri erano offuscati dal vapore della doccia.
Il suo cellulare nella mano sinistra e quello di Tania nella destra, il ragazzo digitò velocemente quanto compariva nella e-mail, sbagliando un paio di volte per la fretta e imprecando quando ricominciava. Quando premette “Ok” dopo aver inserito correttamente il codice, si ritrovò a fissare lo schermo, deluso che non avesse funzionato, maledicendo mentalmente il suo amico Paolo.
Poi gli chiese scusa con il pensiero quando il suo cuore ebbe un sobbalzo nel vedere la schermata di sblocco dissolversi in una serie di icone più o meno familiari.
Senza nemmeno pensarci, Tommaso premette l’icona di WhatsApp, sicuro che quello fosse la fonte migliore per scoprire cosa Tania non voleva che lui sapesse.
Le ultime case di Caregan non erano delle villette come ci si sarebbe aspettato, ma un paio di austeri, bassi condomini marroni che, agli occhi di Linda, non potevano competere con la sobria bellezza di quello in cui abitava lei. Non sapeva chi ci vivesse, ma di certo non dovevano essere felici di avere un sentiero che si staccava dalla strada asfaltata e si introduceva tra gli alberi del bosco appena oltre, con turisti ed escursionisti che lo percorrevano per raggiungere le proprie destinazioni, soprattutto per il fatto che dovevano lasciare la propria auto nel piccolo parcheggio nei pressi. Quella domenica, comunque, non sembrava esserci molto traffico, considerando che c’erano solo una Volvo rossa e, di nuovo, la Subaru blu con quell’alettone sul retro.
Non che importasse molto alla ragazza, poiché non aveva ancora nemmeno la patente, e in quel momento, se l’avesse avuta insieme ad un’auto, sarebbe fuggita oltre l’orizzonte pur di non andare a quella dannata gara. Ormai, però, era tardi per ripensarci, e i primi alberi del bosco avevano cominciato a trovarsi oltre le sue spalle.
Aveva indossato una maglia con cappuccio che teneva floscio sulla schiena, e aveva messo le mani nella capiente tascona sul davanti, simile ad un tubo di stoffa, in cui aveva messo le chiavi di casa ed il telefonino. Camminava con la testa bassa, pensierosa, con gli uccelli che le urtavano i nervi con il loro dannato cantare. Le foglie marce sotto i suoi piedi scricchiolavano come se avesse camminato sopra delle patatine fritte cadute da un sacchetto gigantesco.
Un uccello, forse un merlo, lanciò un grido, poi un frullare di ali spaventate attraversò l’aria alle sue spalle. Linda si fermò, voltandosi, sbattendo le palpebre. Se fino ad un attimo fa quel bosco era una cacofonia di suoni, sembrava che all’improvviso avessero tolto l’audio all’ambiente attorno a lei.
La ragazza rimase lì un istante, e nonostante fosse la fine di aprile ed un sole imperioso fosse l’unico protagonista di un cielo azzurro, un brivido le corse lungo la schiena. Spazzò con lo sguardo il bosco attorno a lei, cercando di individuare qualche particolare fuori posto, un’ombra che si muovesse, un rumore sospetto. «C’è qualcuno?» gridò, sperando nel suo cuore che nessuno, realtà, la sentisse.
Restò ferma per dieci o quindici rapidi, interminabili colpi nel suo petto, che rimbombavano nelle sue orecchie, poi si convinse che non c’era nessuno e si voltò, riprendendo la sua strada, nella selva rimasta silenziosa.
«Come se non bastasse tutto, adesso mi immagino pure gli aggressori…» mormorò, tornando ad abbassare la testa sotto il peso della sua depressione.
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Un giorno sarò un grande scrittore, ma al momento sono solo un erotomane con una tastiera, molta fantasia, qualche libro di narratologia letto di troppo e un eccesso di autostima. Scene di sesso molto esplicite prossime alla pornografia, politically correct non rilevato.
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