La mano si sollevò dal gluteo. Adriano provò a reclamare, ma si limitò ad aprire le braccia. «Ma il capo cosa lo faccio a fare se non ho il minimo vantaggio».
Anche Linda cercò di contestare quanto stava per succedere, di obiettare che non le importava chi le strappasse la verginità dal culo, ma che non fosse quello stronzo di Michele, di far sentire la sua voce… ma l’unica cosa che riuscì ad emettere fu un suono modulato che in una situazione diversa avrebbe fatto ridere lei per prima. In quell’istante, però, la riempì solo di apprensione.
Se non avesse potuto parlare, allora avrebbe agito, alzandosi e… Una mano calò sul suo orecchio destro, immobilizzando la sua testa al tavolo. I suoi occhi si sbarrarono e le sue dita si strinsero sul bordo del piano in legno oltre il suo capo quando la mano libera di Michele si abbatté sulla chiappa destra, strappandole un gemito di dolore.
«Adesso senti davvero,» sibilò lo stronzo, spostandole il gluteo.
A Linda si mozzò il fiato quando qualcosa di caldo e bagnato si appoggiò al suo ano, poi uscì in un grido muto nel momento che le sprofondò dentro. Il suo culo si aprì come mai prima di allora al punto che sembrava prossimo a spaccarsi mentre un cazzo la violava entrandole nel retto, sprofondandole nell’intestino. Il dolore era intenso, e se quella pratica avesse mai potuto essere piacevole anche per lei, quella sofferenza che sembrava arrampicarle lungo la schiena fino ad azzannarle la nuca copriva ogni minimo appagamento. Cercò di non gridare solo per non dare soddisfazione al bastardo, ma non poté trattenere le lacrime che le colavano incandescenti dagli occhi lungo il naso e la gota sinistra e gocciolavano sul tavolo. Le dita stringevano il bordo con tale forza che se la mente della ragazza non fosse stata obnubilata da continue ondate di dolore avrebbe creduto di strapparlo via da un istante all’altro, o per lo meno percepire i muscoli delle dita gridare per l’insensata fatica in cui stavano affogando. Una gamba si appoggiava in punta di piede sul pavimento, ma l’altra, come se volesse sfuggire da quel dolore, si muoveva sollevandosi e cercando di scalciare come un cavallo.
Michele ritraeva l’inguine lontano dal culo della bionda, poi, con un colpo solo la penetrava di nuovo con tutta la spanna del suo cazzo, l’inguine e le palle che sbattevano con violenza contro le chiappe che si comprimevano e vibravano nello scaricare la forza dei colpi. Se Linda stava soffrendo come mai prima di allora, lui non stava godendo più di lei a livello sessuale, e tutto il piacere che stava provando derivava solo dal tenere la testa della sua spompinatrice contro il tavolo, privandola della libertà e vendicandosi per la figuraccia che le aveva causato durante la gara e le risate che si alzavano dai gruppi di studenti quando lui passava per i corridoi della scuola.
La ragazza aveva sperato che, al pari di una vescica ad un piede che dolesse e che dopo un po’ che si camminava smettesse di essere percepita dalla coscienza, anche l’ano, dopo qualche secondo di frizione, smettesse di fare male, ma la realtà si dimostrò ben diversa. Quel pezzo di merda sembrava dovesse spingerle nel retto per il resto della storia dell’universo, incapace di venirle nel culo una volta per tutte, come se il pompino di quindici minuti che gli aveva afflitto lo avesse reso incapace di sborrare entro la giornata. E lui si divertiva per questo, bloccandola al tavolo come se fosse davvero la sua troia, prendendo le parole che gli aveva rivolto mentre era in ginocchio davanti al suo cazzo durante la semifinale e rivoltandogliele contro.
Infine, lui le diede un colpo così profondo che la sollevò dal pavimento, la pallina della gag ball che vibrava nel suo grido, il cazzo sprofondato nel suo retto. Nelle fiamme che ardevano nel suo culo ed il fastidio nauseabondo che le risaliva dal retto fino allo stomaco, la ragazza quasi percepì un liquido caldo inumidirle la parte finale dell’intestino. Michele si lasciò sfuggire un grugnito di soddisfazione, poi diede un altro paio di artigliate alle lacerazioni vive dello sfintere di Linda con il suo cazzo per assicurarsi di aver scaricato i suoi coglioni dentro di lei.
«Adesso siamo pari, troia,» disse lui, uscendo lentamente.
La ragazza non se lo sarebbe mai aspettato, ma il dolore mentre estraeva il pitone fu peggiore di quanto aveva sofferto fino a quel momento. Il contatto della cappella bollente e della sborra ebbe l’effetto di una badilata nella sua mente, e quando lo stronzo le lasciò la testa dovette riprendere coscienza delle sue dita intorpidite ma senza smettere di stringere il bordo del tavolo per non cadere a terra.
Non ebbe comunque bisogno di tenersi a lungo, perché un attimo dopo un nuovo inguine si appoggiava alle sue chiappe.
«Brava, Linda».
La voce di Adriano sembrò giungere da un altro pianeta, appena udibile e comprensibile come se fosse stata una scritta letta attraverso la nebbia. Non percepì nemmeno il cazzo, più corto di quello di Michele ma appena più grosso, con una cappella molto più grande di quella dello stronzo, come aveva scorto durante la semifinale, entrarle dentro, ogni percezione tattile sopraffatta dal dolore lancinante dell’ano. La afferrò per i fianchi, e invece di incularla come Michele iniziò a spingerla avanti e indietro lungo l’asta del suo uccello: l’atto non fu meno fastidioso del precedente, ma, cosa che stupì e, in parte, fece inorridire la ragazza, sentì la figa bagnarsi ed il seno, strusciato negli abiti avanti e indietro sul piano del tavolo, irrigidirsi ed i capezzoli ergersi. Non fosse stato per lo stordimento che le abbatteva le facoltà mentali ed un senso di vomito che le impegnava la poca volontà rimasta, si sarebbe stretta le tette cercando di darsi un po’ di piacere.
Nella stanza nessun ragazzo parlava, se non occasionalmente, molto occasionalmente, e a bassa voce. Al massimo, si scambiavano un commento sul sedere di Linda, o quanto dovesse essere stretto e soddisfacente possederlo. Gli unici suoni che la ragazza sentiva erano il suo culo che sbatteva ritmicamente contro l’inguine del suo scopatore ed un continuo gemito di dolore che si riversava nelle sue orecchie, bloccato dalla gag ball e che ai quattro con il cazzo di fuori doveva sembrare il rombo di una cascata appena percepibile intramezzato da singhiozzi umidi.
Come le aveva confidato tempo prima Tania, Adriano non durava, e dopo nemmeno un decimo del tempo passato da Michele nel suo intestino l’ano della ragazza si deformò verso l’esterno quando lui uscì dopo aver bagnato anche lui il suo retto.
«Brava, Linda,» ripeté dandole su una chiappa quella che doveva essere una stretta di ringraziamento.
Linda trasse un paio di volte il fiato attraverso le narici, che suonavano liquide nel muco che le lacrime avevano squagliato. Tommaso come l’avrebbe sverginata, sostenendo che lui avrebbe impiagato diverse sessioni per fare quello che i quattro bastardi avrebbero compiuto in mezz’ora al massimo?
«Oh, dolce Linda, finalmente è il mio turno,» le sussurrò Daniele, il bel Daniele, avvicinandosi al suo volto. Le diede un bacio su una guancia, suggendo le sue lacrime.
Per un istante la ragazza ebbe un tuffo al cuore, l’idea che lo splendido ragazzo di cui era innamorata entrasse in lei la colmò di gioia o, per lo meno, lo fece nel poco spazio lasciato libero dal dolore fisico che la stava straziando.
