Dimostrando di avere una mente sveglia e pronta, Linda decise di sfruttare quell’occasione per attaccare di nuovo Michele. Sollevò di nuovo lo sguardo su di lui, sul suo splendido viso un’espressione profondamente remissiva che avrebbe stretto il cuore di chiunque in una morsa di commozione. Allungò la lingua, passandola sulla cappella ormai viola per il congestionamento e l’eccitazione, tenendo l’asta con la punta delle dita. «Il tuo grosso cazzo mi fa bagnare tutta, padrone. Dissetami con la tua calda sborra».
Giudicando il colore rosso mattone che aveva assunto il brutto volto di Michele, ormai incapace di proferire parola, la ragazza pensò che più che vincere la gara facendolo sborrare, sarebbe stata arrestata con l’accusa di aver ucciso il suo giudice con un embolo. Scosse la testa, chiedendosi perché dovesse perdere il suo tempo prezioso con uno stronzo come lui.
Non importava, comunque: per quanto avrebbe preferito avere tra le sue mani e labbra i cazzi dell’affascinante Daniele o di Adriano, il pupillo di Tania, il destino le aveva appioppato quello, più lungo, di quell’antipatico di Michele, e da quell’uccello di venti centimetri e dal suo schizzo di sborra sarebbe iniziata l’ascesa di Linda nella scala di popolarità della scuola.
Continuando ad avere un contatto visivo con gli occhi, ormai privi di astio di Michele, Linda fece scivolare la cappella oltre le sue labbra. Cominciò a muovere la testa lentamente a sinistra e a destra, lasciando che la lingua facesse il suo lavoro sul frenulo, leccate lente intervallate da colpi più decisi. Lui cominciò a respirare con maggiore difficoltà quando lei aggiunse un leggero movimento di mano sull’asta, su e giù, da un lato all’altro.
Un verso di piacere alla sua destra le annunciò che qualcun altro aveva completato la sua gara. Non voleva distogliere il suo sguardo da schiava implorante pietà da quello che, in realtà, era il vero prigioniero di quella pompa, ma non ne ebbi bisogno: la voce di Adriana risuonò nel piazzale.
«Porca puttana, non sulla maglietta!» sbraitò. «Sborra di merda!»
Qualcuno nel pubblico sembrò non apprezzare l’opinione della mora e la fischiò. Anche Enrico, il suo giudice, non apparve particolarmente soddisfatto, a giudicare dal tono delle sue parole, quando annunciò che Adriana aveva finito.
“Un’altra in meno”, pensò soddisfatta Linda. Ora mancava solo Nadia, la rossa. “Ma è davvero così brava o è Daniele ad essere meno recettivo?”, si chiese.
Un sommesso vociare alle sue spalle fece comprendere che la gara stava dividendo il pubblico. Mentre Adriano, probabilmente curioso di scoprire come spompinasse una nerd, si avvicinava a loro e osservava l’impegno della bionda, qualcuno gridò il suo nome.
Il cuore di Linda ebbe un sobbalzo, un riflesso condizionato scolpito nella sua mente più primitiva da anni di bullismo subito, per poi accorgersi che non la stavano insultando.
«Vai Linda! Wooo!» gridò una ragazza.
«Mitica Linda!» si aggiunse la voce di un ragazzo. Le sembrò quella di Enzo.
Qualcun altro preferì la rossa, iniziando ad incitare Nadia. In pochi istanti il pubblico si separò in due fazioni, acclamando una o l’altra delle due contenditrici, applaudendo e gridando.
Linda si trovò spiazzata da quella situazione completamente nuova. Gente che le faceva il tifo? Fare sesso in pubblico era appena diventata la seconda esperienza più strana della giornata, si rese conto sorridendo, concedendosi per un attimo il piacere di quella sensazione così aggradante.
Poi riprese con il suo pompino, perché era lì per quello. Fece uscire il glande dalle labbra lentamente, come se fosse lei a provare il vero piacere in quell’atto. Guardò Michele, sottomessa.
«La tua piccola puttana è brava?» domandò con una vocina flebile. Gli occhi dei due giudici presenti si sbarrarono, impallidendo. Adriano deglutì rumorosamente: di certo si stava pentendo di non avere avuto lui la verginella incapace al posto di Piera.
Senza distogliere lo sguardo, Linda passò la lingua sulla cappella. «Ti fa godere abbastanza, la tua piccola puttana?» aggiunse con una voce da gattina.
Probabilmente quando Michele lanciò un grido che sembrava un misto di piacere fisico e dolore psicologico modulato come il suono di una lamina di metallo che vibrasse fu il momento che perse completamente la sua dignità davanti a tutti i presenti. Ma quello venne probabilmente riconosciuto dalle loro menti solo molto più tardi, quando gli ormoni nei loro organismi sarebbero tornati a livelli normali. Il grido fu comunque paragonabile a quello di un leone, perché il pubblico improvvisamente tacque, Linda che li immaginava con i volti basiti, confusi, le braccia rimaste alzate, mentre si guardavano l’un l’altro. Ma la cosa ebbe vita breve: in pochi istanti dalle gole cominciarono a prorompere grida di incoraggiamento. Qualcuno fece un apprezzamento volgare, una ragazza implorò Linda di insegnarle, promettendole di ricompensarla con un cellulare di ultimo modello, ma in pochi istanti ogni vibrazione sonora sembrò allinearsi in un unico suono, ritmato, semplice ma che riempì il cuore della bionda più di quanto lei stessa stesse facendo con le palle di Michele.
«Lin-da! Lin-da! Lin-da!»
La ragazza dovette trattenere le lacrime.
Michele, al contrario, non sembrò dello stesso avviso riguardo al proprio seme. Linda se ne accorse grazie alla mano che aveva tenuto appoggiato sulle palle del ragazzo ancora prima che lui inclinasse la testa all’indietro, rattrappendosi nelle spalle, biascicando senza fiato che stava per venire.
Non l’avrebbe fatto, o almeno non fino a quando Linda non glielo avrebbe permesso: non sarebbe arrivata seconda ad una stupida gara di pompini, battuta da una zoccola il cui unico pregio erano i capelli rossi. Stringendo la base del cazzo come gli aveva insegnato Tommaso il venerdì precedente, al termine della migliore sessione d’amore della storia dell’universo, la ragazza sperò di non essere arrivata troppo tardi. Abbandonò la cappella, per non stimolare troppo il ragazzo, e cominciò a baciare il lato sinistro dell’asta dell’uccello come se lo stesse venerando, come se nel momento dell’eiaculazione fosse ancora più prezioso.
Il suo giudice lanciò un paio di grida che zittirono il tifo da stadio che si alzava dagli spettatori. «Sì, cazzo, sì!» urlò al cielo con tutta la sua voce. Lo strillo si spense in una serie di rochi ansimi e qualcosa che sembrarono un paio di singulti di pianto.
Linda continuò a baciare e leccare l’asta con l’espressione di qualcuno che stesse gustando un eccellente ghiacciolo, sorridendo soddisfatta. Il cazzo ormai aveva iniziato già da qualche secondo a spandere nell’aria un pesante odore di sesso , qualcosa che aveva sentito solo quando passava le ore a fare l’amore con Tommaso, sebbene l’olezzo di Michele fosse più fruttato, più delicato di quello del suo amato. Non avrebbe voluto ammetterlo nemmeno con sé stessa, ma il respirare quei feromoni iniziò a farla bagnare e l’immagine di lei sdraiata su quel pavimento di cemento lurido e Michele sopra che la scopava cominciò a non provocarle tutto quell’orrore.
Forse poteva metterci un po’ più di passione con lui, dopotutto.
Adriano era rimasto a pochi passi da loro, fissando l’atto come se i suoi occhi fossero stati incatenati al cazzo del suo amico e alla bocca della nerd. Sembrò balbettare qualcosa, quasi il suo cervello si stesse riavviando dopo essere andato in tilt per la contemplazione di quell’orgasmo mai nemmeno sognato. Si avvicinò appena e proclamò, con voce confusa: «Linda ha fini…»
Michele gli si scagliò addosso, sollevando le mani e spingendolo con violenza. Nonostante ci fossero almeno quindici chili di differenza tra i due, e a favore di Adriano, quest’ultimo dovette fare un paio di passi a destra, incespicando per non cadere a terra.
«Linda non ha finito un cazzo!» sbraitò Michele, mostrando letteralmente i denti, le mani come artigli pronte a dilaniare pur di difendere il suo diritto ad avere la bionda inginocchiata davanti a lui a dargli piacere. «Non ho sborrato! Porca puttana!»
Linda si scostò leggermente dal pube del ragazzo, mostrando ad Adriano che il suo volto non portava segni di una eiaculazione, poi aprì la bocca per assicurarlo che non lo aveva nemmeno nascosto. Adriano la osservò con un misto di desiderio ardente e invidia lancinante. Probabilmente solo la sua volontà di apparire virile non gli permise di mettersi a piangere, perché a giudicare dall’espressione doveva avere un groppo alla gola stretto come il mitico nodo gordiano.
La ragazza tornò sotto il cazzo, passando lentamente la lingua dalle palle alla cappella, per poi fermarsi con un sorriso diretto al suo giudice. Sfoderando di nuovo la voce da schiava, sebbene meno impaurita, gli disse: «Gli altri vogliono portarti via la tua piccola puttana,» poi baciò con passione il frenulo, facendo tremare il ragazzo. «Dimostra loro che sono solo di tua proprietà e guidami verso il tuo piacere,» aggiunse e, allungando una mano, afferrò quella sinistra di Michele e se la posò sulla testa. Lui la guardava sconvolto, incapace di pronunciare una sola parola intellegibile: lei sorrise, soddisfatta dentro di sé.
