Linda, confidando che Tommaso avrebbe fatto in tempo a raggiungerla, s’infilò inconsciamente il telefono in tasca, schizzò fuori dal suo nascondiglio e cominciò a correre, inoltrandosi nel bosco.
Non sapeva in che direzione stesse correndo, e il rumore che faceva lei stessa muovendosi tra le piante, i rami e i cespugli non le permetteva di comprendere dove si trovasse la statale. Forse, se avesse cominciato a correre in tondo, allargando sempre più la circonferenza, al pari di una spirale all’incontrario, si sarebbe trovata sulla strada. O finita alla vecchia segheria, in mezzo agli altri ragazzi.
Tra un battito di cuore e l’altro, abbassandosi per passare sotto un abete decisamente fuori dal suo ambiente in mezzo a quei pioppi, si domandò cosa sarebbe successo se avesse portato Mauro tra i suoi compagni. L’uomo era disprezzato e temuto da chiunque a scuola, ma se li avesse trovati davanti tutti in una volta, cosa sarebbe successo? I ragazzi sarebbero fuggiti o lo avrebbero affrontato?
Si voltò per guardare. Il pazzo era ancora dietro di lei, e sembrava non fare fatica. Lei, invece, aveva il fiatone ed era sicura che da un momento all’altro sarebbe svenuta. Per quanto spesso facesse un po’ di attività fisica per tenersi in forma, la corsa non l’aveva mai convinta, e in quel momento stava pagando le conseguenze. In fondo, si chiedeva in quelle occasioni, quando mai avrebbe dovuto fuggire da un predatore?
Fece una svolta, ansimando, per provare a raggiungere la strada, ma un buco, forse la tana di un qualche animale, le catturò un piede. Linda si trovò a terra, tra le foglie e i rametti, un dolore intenso che le azzannava la caviglia sinistra. Si rialzò, o almeno tentò: come appoggiò il suo lieve peso sul piede, lanciò un grido e cadde in ginocchio, atterrando sulle mani.
Il movimento alle sue spalle diminuì di intensità e si ridusse a dei passi. «Eh, la bella figa si è messa in posizione per me, finalmente,» commentò la voce biascicata di Mauro. Sembrava non mostrare il minimo segno di stanchezza nella respirazione.
Linda si girò, una smorfia di dolore sulle labbra, sedendosi. Fissò terrorizzata Mauro, spingendosi indietro con le mani, poi, sotto quella destra sentì qualcosa, lo strinse e se lo pose davanti, stringendo a due mani come una spada un bastone di poco più di mezzo metro, dritto ma non troppo, spezzato in punta.
«Stai lì, bastardo,» lo minacciò, ma il pianto nella voce riduceva di molto l'autorità che la ragazza voleva imporre, «o ti spacco la testa».
Mentre l’uomo rideva a quelle parole, Linda si spinse fino alle radici di un albero accanto a lei. Appoggiò la schiena al tronco, continuando a puntare il ramo come se fosse un’arma anche solo decente. «Non sto scherzando, Mauro. Vattene,» gridò mettendoci tutto il coraggio che aveva, ma non avrebbe ingannato un passerotto.
«Lo vuoi vedere un palo davvero grosso, bella figa?» chiese lui, afferrando i suoi jeans strappati e luridi. Lì sbottonò e abbasso la zip: un attimo dopo una mano ravanava nelle mutande.
«No! No!» urlò Linda, implorandolo, terrorizzata. Se lo avesse tirato fuori allora sarebbe diventato tutto vero, allora ogni possibile timore di quanto avrebbe potuto fare Mauro sarebbe divenuto realtà.
Ma l’uomo non ebbe gli stessi pensieri della ragazza nella mente, o forse, al contrario, voleva che accadesse: con evidente difficoltà estrasse il suo cazzo e, tenendolo in mano come uno spadino pronto a calare sulla sua vittima, lo sollevò.
Per un istante Linda volle credere che fosse uno scherzo, che quello che era apparso davanti a lei era un manganello color pelle, che Mauro tenesse un palo nelle mutande e lo usasse per picchiare la gente. Perché lei sperò che quella fosse un’arma contundente con cui l’avrebbe percossa a sangue e non un vero cazzo che quel mostro avrebbe infilato dentro di lei e usato per scoparla e tratto piacere dal suo corpo e…
Ma quel coso era un vero cazzo, che si mosse quando Mauro cominciò a zangolarlo, con un desiderio malato in faccia, sbavando dalla bocca e dal meato.
Linda non poté più sopprimere il terrore, mettendosi una mano sulla bocca e strillando, gli occhi sbarrati, una gamba che si piegava sull’altra cercando di nascondere il proprio sesso. «No! No, ti prego!»
Mauro fece un passo avanti, continuando a massaggiarsi il cazzo. La cappella, piccola fino ad essere ridicola rispetto al fusto, sbocciava dalla pelle e poi veniva di nuovo inglobato ripetutamente. «Adesso sei mia, bella figa».
«Ehi, coglione, la ragazza ha un nome,» pronunciò con rabbia qualcuno alle sue spalle, l’ingresso di scena rovinato da un leggero ansimare nella voce per la corsa. «Si chiama bimba».
Lo sguardo dell’uomo si fece ancora più duro, la rabbia che deformava le labbra mostrando i denti. Si voltò di scatto, pronto ad affrontare il nuovo venuto.
Linda non ebbe bisogno di vederlo, coperto com’era da Mauro, ma le bastò il suono delle parole perché sentisse la speranza inondarle il cuore. «Tommy!»
Erano anni che non passava per quel sentiero, ma Tommaso ricordava abbastanza bene come raggiungerlo parcheggiando l’auto in uno spiazzo della strada statale e attraversando un tratto di bosco. Le grida di Linda l’avevano guidato fino a loro, correndo come mai prima di allora: era passato sotto un albero caduto e guadato un torrente, temendo di arrivare in ritardo, e in tal caso non se lo sarebbe mai perdonato. Se avesse trovato Mauro, lo avrebbe ucciso e fatto a pezzi il suo cadavere…
E invece, era giunto appena in tempo per fermare il bastardo che aveva già estratto il cazzo e che adesso era puntato contro di lui. La voce secondo la quale fosse superdotato non dava giustizia alla realtà, pensò, guardando quel palo che spuntava dall’inguine di Mauro. Il ragazzo si era spesso crucciato segretamente di non averlo abbastanza grande, ma non avrebbe certo preteso delle dimensioni simili. Era… mostruoso.
«È meglio se metti via quel coso,» consigliò, cercando di apparire spavaldo davanti a quello stronzo. «Non vorrei che ci inciampi o ti finisca in un occhio».
Mauro sembrò non sentirlo nemmeno. «Guarda chi c’è. Sei quello che si fotte la bella figa». Un orribile sorriso si insinuò nel ghigno di rabbia. «Anni fa ti ho picchiato».
Tommaso non l’aveva di certo dimenticato. Alle superiori quel pezzo di merda gli aveva messo le mani addosso e fatto un occhio nero per puro divertimento. Mauro era stato sospeso e lui aveva iniziato a partecipare a corsi di autodifesa in previsione di ulteriori situazioni simili, continuando, dentro di sé, a lasciar macerare la rabbia che quell’episodio gli aveva provocato. Quel giorno, il suo sogno segreto sembrava essere destinato a diventare realtà.
«Sono qui a restituirtele con gli interessi, Mauro».
Mauro lasciò il suo mostruoso cazzo, si mise una mano nell’altra e fece scrocchiare le dita, prima quelle della sinistra e poi quelle della destra. «Prima ammazzo te, poi mi scopo la puttana».
Lo sguardo di Tommaso di fece duro, preparando la guardia. «Per me puoi fottere tua madre quando più ti aggrada, non preoccuparti».
Mauro si lanciò avanti all’improvviso, alzando il braccio destro al termine del quale un pugno fendette l’aria, calando su Tommaso, il quale, comunque, non aveva abbassato l’attenzione: inconsciamente, ogni mossa e posizione automatizzata da anni di pratica, venne eseguita dai muscoli senza nemmeno bisogno di pensarla. Il piede destro si spostò all’indietro tracciando un arco nelle foglie secche e gialle, su cui il peso del corpo venne a scaricarsi, mentre il braccio sinistro si sollevava, piegandosi sul gomito e intercettando l’attacco di Mauro.
Non fu come agli allenamenti, in cui tre o quattro ragazze se lo contendevano, probabilmente conoscendolo di fama, desiderose di essere nel suo letto, indifferenti al fatto che frequentasse già qualcuno, che passavano più tempo a provarci che a simulare lotte da strada, e che lo colpivano con la forza di una piuma. Il colpo di Mauro, invece, impattò dolorosamente contro l’ulna ed il muscolo che l’avvolgeva, scaricandosi sulla spalla sinistra: Tommaso fu sorpreso che un mingherlino come lui potesse attaccare con tutta quella forza.
Comunque, l’addestramento continuo prevalse sul pensiero e, portando avanti il piede destro, il ragazzo ruotò il busto e sollevò il pugno, conficcandolo sotto lo sterno di Mauro, poi fece un balzo all’indietro, aspettandosi che l’uomo, colpito allo stomaco, rigettasse.
Mauro emise un verso simile ad aria che esce di colpo dai polmoni, sobbalzando all’indietro, ma non fece altro. Non vomitò, non crollò a terra, non si tenne la pancia. Sollevò invece la testa, fissando Tommaso. «È il meglio che sai fare, bamboccio?»
Tommaso sbarrò gli occhi, spaventato. Com’era possibile che non avesse… Poi gli sovvenne alla mente che si stava ancora comportando come in allenamento, quando toccava appena, con delicatezza, l’addome piatto delle sue aggreditrici, le quali, solitamente, con un sorriso che lasciava comprendere senza troppi dubbi cosa volesse, dicevano qualcosa del genere: “colpisci un po’ più in alto, magari con la mano aperta.”
Il primo colpo era andato a vuoto perché, nonostante tutto, i suoi colpi erano sempre stati dati come allenamento e prova di aver compreso le istruzioni dell'allenatore, su ragazze che si recavano alle lezioni di Krav perché erano stato reso famoso da qualche vip, mentre, in quel momento, doveva colpire per salvare Linda e sé stesso da uno psicopatico.
Mauro non si fece quei problemi quando si lanciò in avanti, piantando a terra il piede sinistro e, come se stesse per segnare in porta, allungò la gamba destra all’indietro e poi la lanciò in avanti. Il colpo fu violento, ma troppo lento, e Tommaso, non riuscendo a riconoscere l’attacco tra quelli che aveva sperimentato negli anni, per precauzione aveva fatto un balzo di lato. Il piede fendette l’aria quando raggiunse il punto più alto dell’arco, e in quel momento, approfittando dell’impossibilità dell’uomo di difendersi, Tommaso gli assestò un pugno in faccia. All’inizio gli anni di pratica a bassa potenza lo portarono ad un altro attacco debole, ma a metà del movimento il ragazzo ricordò chi aveva di fronte, cosa gli aveva fatto, cosa aveva intenzione di fare alla ragazza che amava, e la rabbia s'ìnsinuò nel colpo.
