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Erotika
Linda la nerd · Cap. 16
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Capitolo 16 di 39 33 min di lettura

"Linda non ha finito un cazzo!"

Con il cuore in gola, Linda si presenta alla gara di pompini, pronta a dare il meglio di sè...

William Kasanova
1 anno fa · 306 letture · 1

Si fermò davanti a un cartello segnaletico al bivio del sentiero, studiandolo: una freccia puntata a nord indicava la malga, oltre ad un paio di altre località, mentre quella rivolta a est poneva la Segheria Mavallini a 20 minuti a piedi da lì. Non era pratica della zona, ma immaginò che il rischio di perdersi fosse minima, anche considerando che la strada statale non sembrava distante, al punto che riusciva a sentire i camion sfrecciare. Il percorso le era stato spiegato da Tommaso, dopo che aveva ricevuto il messaggio la prima domenica che avevano passato insieme a fare l’amore a casa sua, quando lei aveva confessato di non sapere dove si trovasse il luogo. Da quanto le aveva riferito, anche lui, come Tania, era passato spesso a piedi per la zona ma, a differenza della sua trombamica, non si era nascosto con qualche ragazza a farle scoprire a cosa servisse il suo clitoride, bensì proseguiva lungo qualche percorso escursionistico per raggiungere contrade di montagna abbandonate o laghetti sconosciuti ai più. Questo, per lo meno, aveva aggiunto, lanciando un’occhiata divertita alla mora a letto con lui, finchè qualcuno non aveva iniziato a lasciarlo costantemente senza forze.

Magari, quando si sarebbero fidanzati ufficialmente, avrebbe cercato di lasciare qualche stilla di energia a Tommaso per raggiungere qualcuno di quei luoghi che tanto apprezzava con lei. Contemplò con maggiore interesse il percorso che stava seguendo all’idea che anche il suo uomo l’aveva calcato tempo prima. Anche lui aveva visto quel tronco d’albero spezzato ad un paio di metri di altezza, coperto da rampicanti? Quella radura nel bosco piena di fiori viola e bianchi? E quell’area picnic, con tavolo in legno e un caminetto dove grigliare il cibo? Avrebbero potuto fermarsi un giorno e pranzare lì.

Certo, in quel momento, comunque, se avesse avuto un motorino avrebbe inforcato quello per raggiungere la segheria, ma non ne possedeva nessuno. I suoi compagni si erano riuniti per arrivarci in macchina, ma lei non era stata invitata, e comunque non avrebbe accettato nessun passaggio: se la sua esibizione fosse stata del livello per il quale si era allenata, sarebbe stato meglio non restare sola con maschi con una quantità di ormoni in circolo troppo elevata.

Per passare un po’ il tempo che mancava alla sua destinazione, ripensò alle informazioni che aveva trovato riguardo a quell’edificio abbandonato cercando qualche giorno prima su Internet. A quanto aveva capito, alla fine del diciannovesimo secolo il taglio degli alberi nella zona era una delle principali fonti di reddito, anche grazie a delle politiche adottate per la conversione di estese porzioni di territorio in campagna dove produrre cibo in vista della migrazione di operai dal meridione alle nuove aree produttive nel Regno d’Italia ed un aumento della popolazione locale. Uno degli effetti collaterali fu la creazione di diverse segherie in zona, dove portare le piante abbattute e realizzare assi di legno, in località che potevano vantare un fiume in cui installare un mulino che avrebbe fornito l’energia necessaria al funzionamento dei macchinari. Nel 1899, nei pressi di Caregan, un imprenditore decise di sfruttare il torrente Silso, che scorreva in mezzo ai boschi, avendo quindi a portata di mano la materia prima.

Per sua sfortuna, prima un incendio, a quanto pare provocato da un fulmine, che distrusse parte del bosco, poi una frana che deviò il fiume, negli anni ’30 del ventesimo secolo portarono alla bancarotta e alla chiusura della segheria, che rimase un edificio abbandonato per tre decenni, quando un nuovo imprenditore, un certo Mavallini, acquistò il terreno e ricostruì la segheria, modernizzandola, sperando di fare un capitale. Per sua sfortuna, non furono gli elementi atmosferici a ostacolarlo, quanto, aveva scoperto la ragazza, il mercato: legname di buona qualità ma a prezzi minori proveniente dall’estero e l’uso della plastica per la produzione di mobili aveva fatto fallire di nuovo la segheria, riportandola ad essere un rudere.

“O, come lo chiamano adesso”, pensò la ragazza, ricordando il termine letto su Internet, e che aveva trovato decisamente pomposo, se riferito a quanto compariva nelle foto del sito, “un esempio locale di archeologia industriale.”

Il suono di voci le fece comprendere che era ormai arrivata. Appena oltre un ultimo muro di piante e grosse felci si aprì una spianata coperta da erba alta e punteggiata da alcune piccole betulle, al centro della quale si ergeva la segheria. Appariva proprio come nelle foto su internet: un vecchio edificio dai muri scrostati e con una sezione di tetto collassata; un anello di asfalto univa un lato della segheria all’altro, e da questo si staccava una strada che doveva raggiungere la statale e che aveva permesso ai camion di portare il legname grezzo e ritirare quello lavorato. La piazzola con il fondo in cemento, delle dimensioni di un campo da tennis, che probabilmente era servito da luogo di stoccaggio del materiale, vedeva la presenza di diversi ragazzi che chiacchieravano eccitati. La pavimentazione era percorsa da crepe dalle quali crescevano coraggiosi e testardi fili di erba e ovunque erano presenti cumuli di legno marcio e calcinacci prodotti dalla mancata manutenzione degli edifici attorno. Una smorfia di disgusto salì sul viso di Linda a quella vista, ma non ebbe dubbi che l’interno della segheria la situazione sarebbe stata ben peggiore, anche solo tenendo conto della condizione dei macchinari che poteva vedere abbandonati all’esterno.

Uscendo dal bosco qualcuno la vide ma non la salutò. Forse un paio risero vedendola, la nerd vergine che andava a fare figuracce ad una gara di pompini, ma la maggioranza non la considerò nemmeno. Anzi, no: quando si avvicinò al gruppo, improvvisamente incerta, con una mano che teneva l’altro braccio, lo sguardo basso, si accorse che Enzo, un ragazzo di diciassette anni, salutò alzando una mano e sorridendo.

«Ciao Linda,» disse, educato. Non si erano mai frequentati, sapevano forse solo il nome l’una dell’altro e i rispettivi studi, ma lui era forse l’unico che si comportava educatamente con lei in quella massa di stronzi. Non si poteva definire bello, poco più basso di lei, con un aspetto da bambino, ma era spesso circondato da ragazze anche più grandi di lui. Linda si chiese se, qualora non avesse mai conosciuto Tommaso, avrebbe provato con Enzo. No, probabilmente no, almeno a livello sessuale, ma forse avrebbero potuto essere amici, anche considerando che in quel momento sembrava insieme a due ragazze, le quali la guardarono con evidente astio.

Le sue avversarie erano già pronte, ognuna con una o due amiche accanto a farle forza, e qualche ragazzo alle spalle che inneggiava a loro. Conosceva tutte e tre, per lo meno di vista. Adriana era una mora che faceva girare la testa agli uomini grazie alle sue labbra e ai suoi seni, e che avrebbe dimostrato le sue capacità su Enrico, il ragazzo che aveva raccolto le iscrizioni due venerdì prima. Piera non poteva vantare il fisico della mora, ma i suoi occhi azzurri e i capelli biondi la rendevano comunque un soggetto interessante; si era presentata con indosso uno di quei completi sportivi, composti da un paio di short morbidi ed un reggiseno che mettevano in risalto gli anni passati in piscina, magari cercando di ammorbidire un po’ il giudizio di Adriano. Infine, c’era Nadia, la rossa, che forse proprio grazie al fatto dei capelli di quel colore che la rendevano automaticamente un sogno erotico per ogni uomo, era spesso trasandata nell’abbigliamento. Lei era quella che veniva indicata come la vincitrice della giornata, e proprio il bel Daniele avrebbe fornito il necessario per dimostrarlo. Linda ebbe un principio di invidia che sfiorò l’odio.

Lei, ovviamente, era considerata perdente a prescindere, un asino zoppo ad una corsa di stalloni arabi.

Beh, avrebbe cercato di dimostrare il contrario, si disse. No, anzi: avrebbe cercato di non fare troppo il culo a strisce a quelle tre, si promise, osservando il gruppo di ragazzi riuniti e le sue avversarie.

Dall’altra parte dell’area di stoccaggio, vicino al muro della segheria, sbrecciato e con la base invasa dalle erbacce, si trovavano riuniti i quattro giudici. Linda vide Enrico scorgerla e poi dare una gomitata ad Adriano, accanto a lui, indicandola. Il capo del gruppo annuì, poi batté le mani, richiamando l’attenzione.

«Bene, ora che ci siamo tutti, possiamo dare inizio alla terza giornata di gara,» annunciò ad alta voce, mentre Daniele si allontanava, raggiungeva uno zaino e vi cavava quattro oggetti, che poi distribuì ai tre compari: erano cuscini, si rese conto la ragazza.

Preso il suo, Adriano indicò agli altri di prendere posizione, poi proseguì: «Quindi, per favore, chiedo alle quattro ragazze di raggiungere i rispettivi giudici e prendere posto sul cuscino».

I quattro giudici si erano posti ad un paio di metri l’uno dall’altro davanti al muro diroccato. Ognuno appoggiò a terra il morbido cuscino davanti ai propri piedi, poi aprirono la zip dei jeans e si abbassarono i pantaloni. Un attimo dopo anche le mutande erano accasciate sopra le scarpe: i loro cazzi pendevano, più o meno in erezione, tra le loro gambe.

Prima di andare avanti…

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