Aveva percorso il viale davanti all’edificio scolastico e aveva scorto, sola, seduta in qualche modo sul muretto, la ragazza che amava. Aveva la testa bassa e lo zaino ai suoi piedi, tra le gambe. Lei aveva alzato la testa nel sentire il suono del motore della Punto avvicinarsi e accennato un sorriso quando lo aveva riconosciuto.
Tommaso si era fermato davanti a lei, sporgendosi nell’abitacolo per aprirle la porta. «Come stai, bimba?» le chiese quando lei salì dopo aver appoggiato lo zaino sul sedile posteriore. Le apparve triste quando lo abbracciò con trasporto e disse: «Adesso bene, Tommy».
«Vuoi fermarti da qualche parte, Linda?» domandò, quando la macchina riprese a marciare e gli edifici fuori dai finestrini iniziarono a sfrecciare sempre più velocemente.
La ragazza appoggiò la mano su quella di lui quando afferrò il pomello della leva del cambio. Tommaso le lanciò un’occhiata. «No,» rispose dopo qualche istante, «andiamo a casa mia, per favore». Poi appoggiò la testa sulla spalla del ragazzo. «Ti amo, Tommy,» disse, e non pronunciò un’altra parola fin quando la Punto non si fermò accanto al parcheggio che aveva occupato un paio di giorni prima.
La ragazza sembrò prendere di nuovo vita, abbandonando la malinconia che aveva caratterizzato il suo stato d’animo durante il viaggio. Tommaso temette che la giornata a scuola l’avesse buttata a terra al punto tale da non voler fare l’amore, come avevano deciso, ma quando la vide prendere dal sedile posteriore il suo zaino e scalpitare per salire in casa sua comprese che sembrava aver ritrovato il buonumore. Non aspettò nemmeno che lui chiudesse a chiave la macchina ma corse oltre le porte dell’ingresso del condominio, fermandosi davanti all’ascensore.
Tommaso se la prese con più calma, non volendo fare credere, o più esattamente intuire, quanto fosse anche lui impaziente di averla nuda tra le sue braccia, senza alcuno attorno a loro che gli impedisse di amarla come voleva lui. La raggiunse camminando tranquillamente, leggendo nel suo sguardo una profonda impazienza: Linda lo fissava, come se potesse accelerare il suo passo con la bellezza dei suoi occhi chiari, continuando a premere con una mano il tasto di chiamata dell’ascensore.
Lui le si accostò, sorridendole, come se quanto stavano per fare fosse una cosa sì piacevole, ma che lui trovava più che ordinaria, sebbene, in cuor suo, avrebbe voluto spingerla contro la parete e possederla, o almeno baciarla fino a farle tremare le gambe e bagnare il tessuto dei suoi pantaloni dall’eccitazione e dal desiderio.
«Sei certa che non c’è nessuno a casa tua?» le chiese, guardando annoiato i due battenti di metallo che stavano cominciando ad aprirsi in quel momento.
«Non c’è mai nessuno il venerdì,» l’assicurò lei, nonostante fosse la più agitata della coppia. «I miei sono sempre entrambi al ristorante per preparare il necessario per i clienti che arriveranno questa sera».
«E non ci saranno problemi con i vicini?» continuò lui, sebbene gl’importasse poco dei dirimpettai e delle loro opinioni. Non aveva mai vissuto in un condominio ma, da quello che si diceva in giro, sembrava che chi abitava in un appartamento non sapesse riconoscere nessuno di chi occupava quelli accanto. Al limite, se intervistati dopo un fatto di sangue, la risposta standard riguardo all’assassino era che “salutava sempre”. «Non vorrei che pensino male, vedendoti portare in casa un tizio mai visto prima, e poi lo raccontino ai tuoi».
«Che si fottano i vicini,» tagliò corto Linda, entrando nella cabina dell’ascensore, seguita da Tommaso. «E poi mia madre un paio di volte mi ha domandato se ho una vita sessuale, facendomi imbarazzare, anche perché non sapevo se risponderle di no, o mentire e farle credere che non sono quella sfigata che tutti mi considerano».
Lui le prese il mento e lo sollevò, accostando le labbra alle sue. «Speriamo comunque che non ci scoprano mentre ti sto amando,» e la baciò con passione. Lei lo strinse con le braccia al collo, sollevandosi sulla punta dei piedi e partecipando con ardore a quel dolce contatto.
Si staccarono quando la cabina fece un sobbalzo e si fermò al piano. Le porte, aprendosi, li trovarono come se non fosse successo nulla durante quegli istanti in cui nessun occhio indiscreto avrebbe potuto osservarli. L’unica differenza, forse, era il nuovo sorriso che illuminava il volto di Linda.
Il corridoio era vuoto, i muri bianchi con il pavimento coperto da grandi piastrelle marroni a tinta unita, che richiamavano il colore esterno della palazzina. Su un lato erano disposte delle porte che, a prima vista, sembravano porte blindate di un livello di sicurezza non troppo elevato, più che altro per una questione psicologica, coperte da una lamina di legno di scarsa qualità con incise un paio di quadrati ed ellissi per renderlo appena più elegante di qualche asse inchiodata al battente in metallo, il tutto intervallato da qualche quadro di arte moderna comprato in stock e appeso alle pareti; dall’altra parte, invece, le finestre si affacciavano sui tetti delle case, più basse, del paese, oltre le quali si estendeva la campagna, un paio di fabbriche, e i boschi, che si arrampicavano sulle Alpi e le Prealpi.
Tommaso rimase un istante a contemplare quella vista, chiedendosi se da lì fosse possibile il luogo dove i compagni di scuola di Linda si sarebbero incontrati ed alcune ochette avrebbero dato prova delle loro capacità di spompinare davanti a tutti. Capacità scarse e ridicole, se rapportare a quanto aveva imparato e dimostrare di essere in grado di fare la splendida fanciulla che, in quel momento, stava facendo scattare rumorosamente la serratura di casa sua.
Lui lanciò un’occhiata verso i due capi del corridoio, controllando che non ci fosse nessuno, come se si stessero introducendo illegalmente nell’abitazione della ragazza stessa. Lo trovava ridicolo lui stesso, ma l’idea di fare sesso a casa di Linda gli sembrava qualcosa che l’avrebbe messa nei guai con i vicini.
«Vieni,» gli disse lei, ora che la porta era aperta e la bionda aveva un piede già all’interno dell’appartamento. Era davvero impaziente di abbandonare il corridoio, e lui non fece fatica a capire che era per motivi ben diversi dai suoi.
La raggiunse con un paio di falcate, entrando in casa sua. Si lasciò scappare sottovoce un “permesso?” mentre vedeva per la prima volta la tana della famiglia Zanetti. Tommaso suppose che i mobili, solidi e ben fatti, ma di certo comprati al pari dei quadri nel corridoio a poco prezzo, ed il colore delle pareti, bianche per la maggior parte, e grigie chiaro quelle su cui avrebbe battuto la luce del sole durante il giorno, fossero uguali per ogni appartamento, e non rivelassero nulla sui valori e le idee che governavano lo spirito dei genitori della sua amata. I soprammobili, al contrario, come quel boomerang con un canguro stilizzato, pittato con qualche stile che doveva simularne uno primitivo, una piccola Statua della Libertà accanto ad un ormai anacronistico telefono fisso, o quello che sembrava un tamburello che sembrava giunto dalle savane africane, indicavano un amore per i viaggi all’estero, ed una grossa libreria che copriva una parete, colma di libri, tra cui tre enciclopedie, anch’esse agli occhi del ragazzo fuori tempo massimo al pari del telefono, suggerivano il desiderio di possedere una profonda cultura.
Linda gettò senza troppi complimenti lo zaino sul divano in pelle coperto da un plaid a quadretti e poi prese per mano Tommaso, conducendolo lungo la casa. Lui poté scorgere di sfuggita la cucina, che gli sembrò molto semplice per essere quella di una famiglia con un ristorante, e la camera da letto dei genitori, che a quanto pareva quella mattina non avevano avuto sentore della presenza nel pomeriggio di un ospite portato in casa da loro figlia: c’era un disordine tale che al ragazzo passò subito l’idea di consumare nella stanza di mamma e papà.
