Le loro labbra si staccarono su iniziativa di Tania che uscì anche dalla passera e si portò le dita davanti al viso. Colavano di desiderio. «A quanto pare sono brava anch’io con i ditalini, a guardare come stai colando».
Linda arrossì al pensiero che si era eccitata nell’immaginarsi lei sopra Tania che la scopava con violenza con un cazzo grosso quanto un braccio, facendola urlare di dolore e sborra che schizzava dalla sua fica. «Eh, sì,» mentì.
«Comunque, visto che continui a spompinare davanti ai miei occhi il mio ragazzo,» disse la mora, sdraiandosi e aprendo le gambe, «perché non paghi pegno dimostrando che lui non te la lecca per niente? Sei la ragazza che me l’ha leccata meglio in tutta la mia vita, e posso assicurarti che non sono state solo due».
Linda sorrise alla battuta di Tania. Cercò di provocarla, curiosa di sapere cosa avesse fatto prima di conoscere Tommaso. «Non vorrei apparire maleducata,» disse, gattonando verso la posizione in cui poter avere una buona posizione sull’inguine della sua maestra, «ma da come ne parli, sembra tu abbia avuto parecchi… uhm…»
Tania scoppiò in una risata. «Hai forse paura di farmi pensare che mi credi una troia? Ah, ma lo sono! Ho sempre amato il sesso, e ho sempre cercato uomini nuovi che sapessero darmi il piacere che mi merito. Che gli altri pensino male di me mi importa poco, soprattutto quando ho Tommaso nella tua stessa posizione e mi ritrovo a gridare per un orgasmo e a squirtare».
La bionda perse la propria concentrazione su quanto stava per fare nel ricordare le due esplosioni di piacere che Tommaso aveva causato dalla figa di Tania. La prima volta, la sera precedente, era rimasta scioccata nel vedere lui che sembrava fare del male alla ragazza, e questa avere il più potente orgasmo che potesse immaginare; la seconda, invece, era rimasta in religioso silenzio, osservando come le mani del ragazzo combattessero per dare piacere alla sua fidanzata, sforzandosi in quello che sembrava una lotta contro il corpo di Tania. Linda non aveva detto nulla, se non invidiato a morte la sua insegnante mentre sembrava avere le convulsioni e contorcersi nel letto in una parodia di dolore che però era piacere allo stato più selvaggio. Vederla ansimare tra le coperte bagnate e contorte, semi-stordita, le aveva fatto male due volte: prima per il piacere che aveva sperimentato, e poi per la fiducia che riversava nel suo uomo, che in un paio di occasioni l’aveva fermata prima che cadesse dal letto e si facesse male, e poi sdraiandosi accanto a lei e coccolandola finchè non era riuscita a respirare normalmente e a riprendersi.
Si rese conto solo in quel momento che Tommaso amava anche lei, non lo metteva in dubbio, ma era di Tania e lei non avrebbe mai potuto sperimentare quelle sensazioni così intense e meravigliose. Il principio di una lacrima si formò nel suo occhio destro.
«Terra chiama Linda,» disse Tania. «Ci sei, Linda?»
La ragazza scosse il capo, scacciando i suoi pensieri. «Oh, perdonami, io…»
Il telefonino della studentessa vibrò rumorosamente sul comodino come un vecchio macinacaffè, accanto a quello dei due abitanti della casa, attirando la loro attenzione.
«Scommetto che la suoneria fa meno casino,» suppose Tania, mentre la bionda prendeva il cellulare e lo sbloccava dopo essersi seduta accanto a lei. «Fammi indovinare: sono i tuoi genitori che si chiedono che fine tu abbia fatto».
Linda sorrise. «Ma no, li ho informati ieri sera che sarei stata a casa di un’amica per tutto il weekend. Hanno comunque voluto un numero di telefono e ho dato il tuo, dicendo fossi la madre,» aggiunse, nascondendo malamente l’ironia sul proprio volto. «Quindi, nel caso dovesse comparire un numero che non conosci sul tuo telefono…»
«Se mi chiedono cosa stai facendo rispondo che stai studiando anatomia comparata e impollinazione,» rispose Tania, mostrandole il dito medio ma ancora più divertita di lei.
Linda ridacchiò, tornando a concentrarsi sul proprio smartphone. Sullo schermo era apparsa la notifica di un messaggio su WhatsApp. Quando lo aprì, comparve un’immagine: era stata mandata dagli organizzatori della gara di pompini e, sotto un paio di righe di testo, che diceva di cliccare su una scritta e aprire una pagina Facebook dedicata agli eventi, appariva il gruppo di giudici. Linda li conosceva di vista, poiché spesso organizzavano feste e cose del genere, sebbene la ragazza non vi avesse mai preso parte. Erano conosciuti come “la banda dei quattro”, e provenivano da diverse classi della N. Sandrini: tre, Adriano, Michele e Daniele, erano ripetenti, il primo tante di quelle volte che, scherzando, sosteneva che lo avrebbero fatto bidello onorario, mentre Enrico, quello che raccoglieva le iscrizioni fuori dall’istituto scolastico, era quello entrato per ultimo nel gruppo, e l’unico che non era mai stato rimandato.
La foto dei quattro le ricordò quelle delle boyband, sebbene molto più casereccia: erano seduti su delle pile di gomme, in atteggiamenti che, per la ragazza, dovevano essere di seduzione. Più o meno. La differenza principale con le foto delle boyband vere, comunque, era ascrivibile al fatto che in quelle nessuno aggiungeva un fallo sovradimensionato ai cavalli dei pantaloni dei musicisti. Un lavoro di fotomontaggio nemmeno troppo professionale, in effetti.
«Non so gli altri,» disse Tania, sporgendosi dietro Linda e indicando uno dei giudici, «ma posso garantirti che questo non ce l’ha di cinquanta centimetri».
«Adriano?» chiese Linda, comprendendo cosa intendesse la sua maestra. E domandandosi chi non si fosse portata a letto. «Lo hai…?»
L’altra abbassò la voce. «Non dirlo a Tommaso, anche perché credo abbia comunque perso il conto di tutti quelli che mi sono fatta, ma quello stronzetto l’ho sverginato io».
La bionda guardò con nuovo interesse il ragazzo nella foto. Lo conosceva di vista, non avendo mai parlato con lui. Era alto e magro, con un sorriso sempre stampato sulla faccia che lo faceva risultare simpatico a tutti. Era il leader dei quattro, costantemente circondato da altri ragazzi che volevano risplendere di luce riflessa e sembrare fighi anche loro. Sebbene non quanto Daniele, Linda lo trovava carino, con quegli occhi azzurri, e aveva un bel viso: non poteva dare torto a Tania per esserselo fatto. No, si corresse: era lui che aveva avuto la fortuna di scoprire il sesso con lei.
«Quando ero in quinta,» spiegava la mora, nel frattempo, «lui era in terza. O in quarta. Non ricordo. In ogni caso aveva messo in giro la voce che lui mi aveva castigato, una notte, facendomi godere».
«E non era vero?» domandò Tania.
«Ovvio che no,» rispose l’altra, ridendo. «Lo diceva per cercare di attirare le attenzioni delle altre ragazze, e farsi bello davanti ai suoi amici. “Va’, Adriano si è fatto Tania la tettona, che mito!”, avrebbero pensato. Quando mi è arrivata la voce, ho pensato che avrei dovuto sputtanarlo, quello stronzo. Ma aveva un bel faccino, ed una personalità magnetica. In fondo non mi dispiaceva. Un giorno che avevamo quella cazzata di riunione di istituto, sono andato a prenderlo tra i suoi amici. Lui mi guardava spaventato, pensando: “adesso dice a tutti che ho raccontato un balla e mi sputtana”, ma io gli ho detto con un sorriso: “Ehi, maschione, mi sei mancato”, facendogli segno di seguirmi. Lui non sapeva se svenire o mettersi a saltare dalla gioia. I suoi amici se applaudire o mangiarsi il fegato dall’invidia. In ogni caso lui mi ha seguito come un condannato a morte segue il secondino che lo scorta alla camera a gas, forse pensando che gliene avrei cantate quattro comunque, sebbene non davanti ai suoi soci. Ci siamo chiusi in un’aula deserta, e gli ho detto che non mi andava mettesse in giro certe voci false. Lui stava per mettersi a piangere. Mi ha detto di essere ancora vergine».
