Alessia si alza in piedi con la testa abbassata. Starà pensando che è colpa mia.
Le narici di Teresa fremono: la sua attenzione è tutta sulla macchia di cioccolata, la contempla come se fosse un’opera d’arte, ma al contrario. Si volta verso di me, le fiamme escono dai suoi occhi.
«Cos’è quella merda? Ci hai cagato, lì?»
Alessia pigola qualcosa come “quella macchia c’era già…”
Teresa la fulmina con lo sguardo. Le punta un dito contro. «Sto parlando con te, signorina? Lo faccio dopo, ho da dirti parecchie cose!»
Allento la presa sul manico del mocio prima che questo o le mie dita si rompano. Lo abbasso o rischio davvero di spaccarlo sulla testa di Teresa, questa volta. «Non permetterti di—»
Il volto di Teresa è spaventoso come quello di un mostro, mi si liquefanno gli intestini di fronte a quello sguardo di rabbia. «Tu taci!» Il dito ora è puntato contro di me. Schizzi di saliva escono dalla bocca dell’indemoniata. Se uno mi arriva in viso le tiro un pugno che la lascia a terra, ‘sta stronza… «Da quando ci sei tu non ho mai visto lavorare così male la mia squadra!»
Mi strappa di mano lo scopettone, sono certa che lo userà per picchiarmi, invece lo tiene lontano da noi. «Devi averlo succhiato bene al capo per essere stata assunta, o n—»
Avvampo. Non hai idea di quanto gliel’abbia succhiato bene, vecchia stronza, di come l’abbia fatto urlare di godimento quel bastardo, ma non osare accusarmi di qualcosa di simile davanti alle altre! «Non permetterti di…»
Teresa non mi guarda nemmeno. «Vai a pulire i gabinetti, muoviti,» ordina ad Alessia.
La ragazza incassa la testa tra le spalle e si allontana.
È un bene che la vecchia mi abbia portato via il mocio, o ci sarebbe poi da pulire anche il suo sangue.
Si volta verso di me. É rossa in volto e sembra tremare dalla rabbia. «Non ti voglio più nella mia squadra.» Muove una mano come se stesse tagliando l’aria o sottolineando quanto ha appena detto. «Questa sera chiamo il capo e gli dico che devi sparire da qui.»
Mi irrigidisco, il fiato mi si mozza. Stronza maledetta!
«Non mi importa se ti manda a casa o ti trasferisce in un'altra squadra, io non ti voglio più vedere.» Si guarda attorno con un’espressione di disgusto, nemmeno fossimo in un mattatoio o in una fogna. «Qui pulisco io, che non posso lasciare questo schifo. Tu vai a portare via i sacchi neri, e fai meno casini che puoi.»
⁂
La porta dell’ascensore si apre, mostrando il piano interrato dell’edificio, buio se non per qualche luce verde delle uscite di emergenza. Il posto ideale per inscenare un’aggressione in un film da parte di un omaccione ai danni di una povera ventiduenne indifesa.
Afferro un sacco della spazzatura e lo strappo dal pavimento in metallo. «Se qualcuno mi mette le mani addosso, giuro che lo portano via nei sacchetti del frigorifero!» Faccio un passo fuori dall’ascensore e le luci si accendono in automatico.
Attraverso il parcheggio sotterraneo e lancio il sacco nel cassone della nettezza urbana. Una pioggia di gocce gronda da un angolo e lascia una scia sul cemento, tra sgommate e macchie di olio di motore.
Torno all’ascensore e ne prendo due, che trascino sul pavimento. Non pesano praticamente nulla, l’unica pecca è che sono scivolosi sia a mani nude che con i guanti.
Ne sollevo uno, attenta che la merda non mi piova addosso. Lo lancio e il sacco cade con un tonfo sul metallo del cassone. «Perché quella vecchia troia ce l’ha così tanto con me? Che cazzo le ho fatto?»
Butto anche l’altro, che rimbalza sul precedente e rotola in un angolo.
«Sta andando tutto a puttane… Il vecchio si lamenterà con Stefano che non so fare un pompino…» Lancio un’occhiata alla porta dell’ascensore. È ancora aperta, l’ho bloccata per tirare fuori i sacchi neri: Teresa non può raggiungermi se non con le scale. «Io che ero alla finale della gara di pompini, non essere in grado… ma vaffanculo… Quell’altra carogna che vuole farmi mandare via pure da qui…»
Prendo un sacco e lo scaglio verso il cassone. Colpisce il bordo, la plastica si strappa e cadendo a terra getta bicchierini attorno, che rotolano da tutte le parti. «Vaffanculo!» Gli assesto una pedata, il sacco fa una parabola come una cometa di pattume con una coda di immondizia, spargendone per tutto il tratto di volo.
Crollo inginocchiata, le mani sugli occhi, i gomiti appoggiati alle ginocchia. La testa mi scoppia e mi manca il fiato. Perché stanno capitando tutte a me? Cos’ho fatto di male? Sono troppo stupida? Troppo incapace? Troppo brutta, troppo bella? È perché ero nella gara di pompini?
Il mio respiro fa vibrare qualcosa nel mio naso, emette un suono simile ad una scoreggia. A stento passa nella mia gola, mi viene il vomito. Avrò modo di uscire da questa situazione in cui mi sono ficcata?
Il telefono vibra nella tasca della maglia. Spero non sia mia madre, perché non è il momento. Non lo è affatto.
Lo prendo. «Cazzo…» Sullo schermo appare il volto di Stefano. Prima Teresa che mi vuole scacciare, e lui che mi starà per dire che non sono adatta al lavoro di accompagnatrice.
A lui devo rispondere. Deglutisco qualcosa che ha la consistenza della gomma americana e mi passo la mano libera sugli occhi che mi bruciano. Accosto lo smartphone all’orecchio. «Pron—» Schiarisco la voce che sembra quella del vecchio tabagista di ieri sera. «Pronto, Stefano?»
«Vincenza, posso parlarti?» Il suo tono non è quello di Teresa che vuole mandarmi via, ma nemmeno quello di quando parla della scopata al colloquio di lavoro.
Resto accucciata. «Sì, dimmi pure…»
La linea resta in silenzio per due interminabili secondi. «Ha chiamato il cliente di ieri sera, il Pavan…»
Il petto mi duole, mi gira la testa. Ecco che arriva la sfuriata…
«…mi spiace dirti che non è stato molto soddisfatto della tua prestazione.»
Che stronzo… «Stefano… È… è un vecchio, non gli tira! Ho fatto del mio meglio! Ho…» Mi sento una merda, non mi è mai successo di non soddisfare un uomo… con il corpo che mi ritrovo, è qualcosa che non ho mai nemmeno pensato possibile!
Lui sospira. «Senti, Vincenza. In casi normali, saresti fuori. Il vecchio probabilmente ce lo siamo giocati, ma il nipote ha detto che è stato felicissimo con Morena.»
Inspiro emettendo un rantolo. Mi sento mancare. Apro la bocca per dire qualcosa, per chiedere la grazia di…
Stefano mi precede di un soffio. «Devo comunque ammettere che ci sai fare con la bocca – sai cosa intendo… - e hai un bel corpo da ventenne, e mi sentirei stupido a mandarti via per un anziano che non gli tira. Questa sera Ludmilla e Kimberly sono impegnate con clienti che definirei “storici” e Morena ha chiesto un giorno di ferie…»
Solo un giorno? Morena sembrava fosse stata scopata da un gruppo di Mutanti di Fallout, quando è uscita dalla camera da letto, mentre il vecchio stava ancora cercando di scoparmi a pecora. Se per la metà della settimana prossima riesce a stare in piedi le faccio i complimenti.
«…e poco fa mi è arrivata la richiesta di una ragazza.»
Balzo in piedi. Stringo il telefono tanto forte da sentire dolore alle dita. «Posso andare io!» Non mi metterò a pregarti per darmi un’ultima occasione… ti prego, non farti pregare!
Stefano non sembra ascoltarmi. «Potrebbe essere qualcosa di importante, come nulla di che, ma preferirei non perdere l’occasione di un nuovo cliente che possa dimostrarsi danaroso. Quindi, Vincenza, ho deciso di darti un’ultima possibilità: se domani chiamo il tipo e dice che sei stata ok, allora sei delle nostre.»
La gola si libera, il tanfo della spazzatura sembra salsedine marina. Porto il telefono davanti alla mia bocca, bacerei la foto di Stefano. Se mi tiene gli faccio fare un giro completo del mio corpo, sarò la sua puttana per tutto un fine settimana, lo lascerò fare qualsiasi cosa! «Grazie, Stefano! Ti giuro che domani il tipo mi riempirà di complimenti.»
La voce di Stefano è più soddisfatta. «Lo spero. Ti mando le informazioni via Whatsapp. E non preoccuparti, questo non è un vecchio.»
Chiudo la telefonata. Mi sento molto meglio. Sullo schermo del telefono, l’orologio segna le 16:37. Altre tre ore di lavoro e avrò la possibilità di cambiare la mia vita.
Questa volta non fallirò!
Com'è finora?
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Un giorno sarò un grande scrittore, ma al momento sono solo un erotomane con una tastiera, molta fantasia, qualche libro di narratologia letto di troppo e un eccesso di autostima. Scene di sesso molto esplicite prossime alla pornografia, politically correct non rilevato.
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