Apro gli occhi. Qualcuno sta bussando alla porta. «Signori, cosa prendere da mangiare?»
Scuoto la testa. Cosa diamine… Dove… Accanto a me è sdraiato Nukem, che sbadiglia e si stira. La sua colonna vertebrale lancia uno schiocco. La stanza è illuminata. Troppo per essere mattina presto.
Sollevo lo smartphone dal comodino e accendo lo schermo. Le 11:03! Quanto diamine abbiamo dormito?
«Stai calmo.» Nukem si alza dal letto nudo, il cazzo gli dondola in mezzo alle cosce. Apre la porta.
«Buongiorno, signore.» Il coreano si inchina. Se Nukem avesse un’erezione gli finirebbe la cappella in un occhio. Si volta verso di me, fissandomi le tette; il saluto che mi rivolge lo stronzo è appena accennato. «Altri signori deciso di ordinare cibo da asporto. Voi cosa ordinare?»
Nukem si gratta una chiappa muscolosa. «Segna, perché non ho intenzione di ripeterlo.» L’assistente solleva il telefono che ha in una mano, nell’altra compare uno stilo. «Per antipasto edamame e sunomono. Poi nigiri sake, maguro, hamachi e amaebi, due pezzi ciascuno. Due anche di Ikura e tartare di tonno piccante.»
Il coreano annuisce muovendo lo stilo sullo schermo con una velocità impressionante. «Va bene.»
«Poi roll di spicy tuna - che usino vera maionese giapponese, se è quella merda della Lidl possono tenerseli - e dragon roll. Ah, aggiungi anche i rainbow. Sei pezzi ciascuno. Temaki al salmone e avocado, due coni. Sashimi, sei fette. E zuppa di miso e da bere tè verde e sakè freddo. Freddo.»
Ma quanto diavolo sta ordinando?
«Sì, signore.» L’assistente allontana il pennino dallo smartphone. Inizia un inchino, ma Nukem lo interrompe.
«Ah, non dimenticarti una ciotola di chirashi, ma niente zenzero.»
L’uomo riprende a scrivere. «Sì, sign—»
«Allora, vai. E vedi di trovare un ristorante con il cuoco che sappia almeno dov’è il Giappone sulla cartina.» Nukem gli sbatte la porta in faccia.
Si volta verso di me, mi guarda e scuote appena la testa. «Che c’è? Non sai apprezzare il sushi?»
Ho perso il conto delle volte che ho usato un sorriso falso, oggi. «Lo adoro.» Certo, offri ad una che è stata svezzata con la cucina napoletana del pesce crudo, alghe e riso pagato a peso d’oro. E lo sputo di Ji-Hoon, anche, ma quello ce lo offrirà gratis più che volentieri. «Non è forse un po’ troppo?»
Nukem solleva le spalle. «Jean Valjean è il direttore finanziario, saprà far passare il conto per qualcos’altro.» Attraversa la stanza e raggiunge il bagno. «Vado a farmi una doccia.»
La vescica si sveglia e mi ricorda che sono passate ore dall’ultima volta che ho visto un gabinetto. Metto giù un piede dal letto. «Va bene, ma asp—»
La porta del bagno sbatte davanti a me.
Stronzo.
Il mio telefono emette un trillo, lo schermo si accende. Una colonna di notifiche copre l’immagine floreale che ho messo come schermata di blocco. Mia madre avrà risposto al messaggio dove le chiedevo se la compagnia per cui lavora Gaetano è cinese o coreana?
Sblocco con l’impronta digitale e apro Whatsapp. L’unico messaggio ricevuto è il suo.
Mamma
Cinesi o coreani che differenza fa?
Sospiro. Sei stata di grande aiuto…
Spengo lo schermo e rimetto lo smartphone sul comod—
Mi vibra in mano: una nuova notifica. Volto il telefono. Già che ce l’ho in mano controllo chi mi ha…
Mamma
Ho chiamato la zia e ne ho approfittato per controllare. Sono coreani. Era così orgogliosa di Gaetano! Pensa! Neanche un mese che lo hanno promosso e già ha un fine settimana di vacanze premio!
Il telefono mi sfugge di mano e cade sul pavimento. Il cuore mi batte nelle tempie.
Merda! Non è possibile! Non può essere davvero qui!
⁂
Scendo le scale dietro a Nukem, dal salone provengono delle voci. Le gambe mi tremano e le viscere mi si contorcono all’idea di vedere mio…
Inspiro e deglutisco. Non è mio cugino. È solo qualcuno che gli assomiglia e ha il suo nome. È solo una coincidenza. Non può essere mio cugino! Quante migliaia di italiani lavorano per aziende coreane? Quanti campani?
Il cuore perde un colpo.
…quanti che si chiamano Gaetano?
Svoltiamo l’angolo, la tensione nelle spalle cala appena un po’: nel salotto sono presenti solo Morena e il tipo magro e mezzo pelato che l’ha scelta. Deve avere dei gusti piuttosto strani per prendere una come lei, quando aveva la possibilità di scegliere me, Kimberly o Ludmilla… Sono accanto ad un tavolo, nudi e alticci, e stanno bevendo da delle flûte. Lui dice qualcosa, lei ridacchia con una mano davanti al volto.
Qualcuno ha spostato i divani, mettendone quattro attorno ad un tavolino basso. Ecco cos’erano quei rumori mentre ero sotto la doccia.
Kimberly e Wolverine arrivano dal corridoio che porta all’esterno. Lei ha un telo mare rosso su un braccio, lui uno verde su una spalla. Ci vedono e si avvicinano a noi.
«Questo è il miglior weekend di sempre, fratello.» L’uomo alza la mano con il gomito piegato.
Nukem la prende come se stessero per fare a braccio di ferro. «Puoi scommetterci le palle! E il meglio deve ancora venire.»
«Io, di certo, ho intenzione di venire ancora.» Wolverine scoppia in una risata. Non è muscoloso come Nukem, ma è ben piazzato, e il petto e le braccia sono infestati da tatuaggi tribali. In mezzo alle gambe non ha nulla che possa paragonarsi al cazzo del mio futuro amante.
Kimberly accarezza il pesce del suo cliente. «Non vedo l’ora di farti godere di nuovo.»
Lui le cinge i fianchi con un braccio, la avvicina a sé e le schiocca un bacio sulla fronte. «Mi piace farti gemere e contorcere per il piacere.»
Lei ridacchia.
Un sorriso di imbarazzo storce le mie labbra. Quanto devi essere idiota per credere che una escort si innamori di un cliente. A… a parte Nukem, lui deve convincersene.
Gli palpo anch’io il cazzo. Il suo è più grosso. Lui sì che è il sogno di ogni donna.
La pelle della mia amica emana un leggero odore di frangipani. «Pensavo di trovarti a prendere il sole sulla spiaggetta. È piccola ma perfetta per prendere il sole integrale.» Si volta a sinistra e a destra, come se due ore di sole l’avessero fatta scurire. «C’è anche un molo con un motoscafo.»
«Allora ce l’hanno portato davvero.» Nukem annuisce sorridendo. «Ottimo. Allora potremo anche…»
Un plin interrompe il mio amante. In fondo al salone si accende una luce. Quello che avevo scambiato per un semplice incavo nella parete si ritrae e scompare nel muro, scoprendo la cabina di un ascensore al cui interno è presente Ji-Hoon dietro ad un carrello da pietanze su cui sono appoggiati scatole di varie dimensioni.
«Oh,» Jean qualcosa solleva la sua flûte alla vista del coreano, «è arrivata la biada!»
