Capitolo 23 - Imparare la lezione (forse)
L'avventura di Vincenza come escort termina dopo nemmeno una settimana, e non le resta che tornare al suo vecchio lavoro con una nuova consapevolezza.
1 ora fa
La porta della cucina si chiude, occultando alla mia vista mio cugino.
Il silenzio nel locale è graffiato dal cigolio dei cardini dei battenti che cercano di chiudersi. Le gambe mi si fanno molli, la tensione dello scontro con Gaetano si dissolve, resta solo una stanchezza ed un senso di vuoto. Mi sposto di qualche passo e mi appoggio con un’anca al piano cucina prima di crollare.
Jean coso scuote la testa. «Pazzesco. Mai mi sarei immaginato…» Fa uno schiocco con le labbra e si allontana per non affrontare oltre la situazione.
Rambo ha lo sguardo abbassato, fa fatica a guardarmi in volto. «Senti… per quanto possa servire… mi spiace che sia successo questo.» Si porta una mano dietro la nuca, sembra un bambino di otto anni che cerca di non apparire colpevole perché un suo amico ha detto una bestemmia. «Non avrei mai pensato che…»
Alzo una mano. «Non preoccuparti, non è colpa tua.» A ben pensarci, è tutta mia, che quando mi sono trovato davanti mio cugino, e il mio sesto senso me l’ha urlato che era Gaetano, non ho voluto andarmene perché volevo diventare una escort per smetterla di essere quella che pulisce gli urinatoi.
Peccato che lo sia diventata io, un urinatoio… Merda…
L’uomo solleva lo sguardo su di me. Si sentirà in colpa per avermi scopata? È ironico che sia stato quello con cui mi sono divertita di più, a essere onesta, in questo fine settimana… «Posso fare qualcosa?»
Buttare mio cugino fuori dall’azienda a pedate nel culo, e non metaforicamente. «Nulla.» Le tre mie colleghe sono accanto a me, non si sono spostate di un millimetro. «Vorrei solo stare sola.»
Rambo annuisce, un sorriso imbarazzato muove le sue labbra. Si volta e si avvia verso la porta con le spalle abbassate, seguendo Jean coso. Un vago profumo di pasta aleggia nell’aria: ha dimenticato il pranzo. O non ha più intenzione di mangiare…
Kimberly osserva l’uomo uscire dalla cucina e scomparire oltre la porta a due battenti. Si gira verso di me e mi cinge con le braccia. Lo fa anche Ludmilla. Pure Morena da dietro.
Chiudo le palpebre e lascio fluire il fiato dal naso. Vorrei addormentarmi e svegliarmi sapendo che è solo un brutto sogno. Gli occhi bruciano, ma non voglio piangere davanti a tutti.
Kimberly si scioglie dall’abbraccio. «Cosa vuoi fare, Vincenza?»
Anche le altre mi lasciano. Il freddo prende il posto del calore dei loro corpi.
Inspiro a fondo, l’odore del corpo di mio cugino riempie ancora l’aria. È come quel fumo verde che si solleva dai mostri dei videogiochi che ti infettano e intaccano i tuoi punti salute.
Fatico a dirlo, ma non posso fare altro. «Mi licenzio.»
Apro gli occhi, nessuna delle tre cerca di scoraggiarmi dalla mia scelta. Sui loro volti, anzi, sembra di leggere che non posso avere un’idea migliore. «Resterò fino a domani mattina,» magari evitando di vedere quel bastardo di Gaetano, «e poi dirò a Stefano che voglio…»
Voci e chiasso si alzano dal salone. Non comprendo le parole, ma una è quella di mio cugino. Le altre sono quelle di Jean coso e Rambo. Kimberly mi fa segno di aspettare, attraversa la cucina e socchiude la porta: osserva attraverso uno spiraglio, ma le voci sono scomparse.
Ci fa segno di non muoverci ed esce.
Nessuna di noi parla, il silenzio torna a regnare nella cucina, solo il suono dei frigoriferi che entrano in funzione e il battito del mio cuore mi assicurano che non sono diventata sorda.
Kimberly torna dopo che la lancetta dei secondi dell’orologio sul muro ha quasi completato un giro. «Tu— Nukem se n’è andato.»
Ludmilla e Morena mi lanciano un’occhiata, ma non trovano espressioni sul mio volto.
«Si è vestito, ha preso il suo bagaglio, ha mandato all’inferno il suo capo e Jean ed è uscito.»
«Mi sa che si è giocato il posto di lavoro.» Morena non mette rammarico nella voce. «Vabbè.»
Le labbra di Ludmilla si sollevano appena ai lati. Le mie non si muovono. Gaetano è mio cugino, probabilmente è l’orgoglio della sua famiglia, il nipote preferito di mia nonna, ciò che mia madre avrebbe voluto diventassi io… scuoto la testa… ma spero resti sotto una macchina, quel bastardo…
⁂
La faccia di Teresa sembra il muso di un gargoyle, impietrita dallo stupore. Le ci vuole qualche secondo prima di riuscire a parlare. «Tu… tu che cazzo ci fai qui?»
Le sorrido alzando una mano che non tiene la maniglia della porta e scuotendola a sinistra e a destra. «Ciao Teresa. Mi sei mancata.»
La vecchia sta per andare in iperventilazione. «Te n’eri andata, Vincenza! Io ti avevo fatta andare via!»
Sollevo un dito e lo muovo come la bacchetta magica di Harry Potter a sottolineare le mie parole. «Tecnicamente, mi sono licenziata io.»
Federica compare sulla porta di un locale con le piastrelle piccole e bianche, un bagno, con indosso dei guanti di gomma gialli. L’espressione di stupore passa in un attimo in divertimento nel vedere il comportamento di Teresa alla mia ricomparsa. La testa di Elisa sbuca dietro di lei e mi fissa.
Alessia è in fondo al corridoio con in mano un sacco nero. Ha gli occhi sgranati. Abbandona la spazzatura e corre verso di noi. «Vincenza? Sei tornata?»
Teresa si volta verso di lei. «No, lei non è tornata a lavorare qui!»
«E invece sì.» Annuisco. «Sono di nuovo nella squadra.» Fatico a trattenere l’angolo delle labbra che si sta alzando per il divertimento.
I capelli della vecchia stronza si sollevano dai lati della sua testa tale è la velocità con cui si gira per affrontarmi. «Non metterti strane idee in testa: qui non ci torni.»
Faccio spallucce. «L’ho chiesto al megacapo e lui ha accettato. Anche di non dirtelo così da poterti fare una sorpresa.» Allargo le braccia e scuoto le mani come i pon-pon delle majorette. «Sorpresa!»
Il viso di Teresa avvampa, le mani si stringono a pugno. «Non lo permetto! Gli dirò di mandarti da un’altra parte, se proprio vuole tenersi una sfaticata come te!»
Simulo una risata parandomi le labbra come le contesse nei vecchi anime. «Allora dovrai succhiarglielo davvero per bene, perché il pompino che gli ho fatto io per rimettermi qui è stato qualcosa di divino, ancora meglio di quando mi sono fatta assumere la prima volta.» E con questo ti sei persa la possibilità di minacciarmi di farmi passare per una troia con le mie colleghe, carogna.
Alessia si porta una mano alle labbra anche lei, ma la risatina è vera. Le altre due annuiscono soddisfatte: che anche con loro Teresa usi lo stesso metodo?
La capa digrigna i denti, la testa si muove a scatti. «Te lo sei cercata, Vincenza. Ti farò un culo così.»
Questa volta la risata è vera. «Ho passato tre giorni a farmi fottere da quattro manager internazionali in una villa vicino ad Ancona, e un paio avevano dei cazzi grossi quanto avambracci: sarai tu a penare nel cercare di farmi il culo!» Lascio chiudere la porta degli uffici e supero Teresa. «Vado a recuperare un paio di guanti e mi metto all’opera.»
Lei non dice una parola, ma il suo sguardo di fuoco scotta la mia schiena.
Alessia trattiene a stento un sorriso nel vedermi avvicinare. A momenti si mette a saltellare. «Sei… sei tornata, Vincenza?»
«Ciao, Ale.» Le abbraccio le spalle e ci avviamo verso l’area macchinette, dove c’è il sacco della spazzatura abbandonato. Lei mi stringe al fianco. Sì, anche tu mi sei mancata, zoccoletta…
«Ma… ma davvero hai…»
«Spompinato il capo?» Sogghigno. «Dovevi sentire come ansimava. A momenti non riusciva a pronunciare il mio nome quando mi è venuto in bocca.»
Alessia si morde le labbra. L’avrà fatto anche lei al colloquio di lavoro? «No, intendevo se è vero che tu e quattro manager…» Le brillano gli occhi.
Le sfilo il braccio dalle spalle e prendo un paio di guanti gialli dal secchio con i detersivi. «Oh, sì, se vuoi te lo racconto.» Lancio un’occhiata lungo il corridoio. Teresa ha gli occhi sgranati al punto tale che sembrano prossimi a rotolare fuori dalle orbite. Indosso i guanti. «Magari te lo racconto un altro momento,» sussurro. Alzo la voce perché mi senta anche la capa. «Come ti aiuto?»
Alessia balbetta. «Io… eh… stavo per lavare il vetro della macchinetta.» Indica un distributore di merendine con il vetro costellato di ditate e gocce di caffè.
Afferro lo spruzzino del Glassex e una spugna asciutta. Copro di spruzzi la superficie, l’odore chimico riempie le mie narici. No, non mi mancava affatto.
«E…» Alessia si avvicina a me tenendo il sacco della spazzatura. «E mi racconterai com’è stata?»
Sorrido e passo il panno sul vetro. «Certo, puoi scommetterci.» Tralasciando un paio di punti, tipo che uno era mio cugino, di cui non si sa più nulla, come mi ha scritto mia madre, un paio di giorni fa.
Il suo messaggio lasciava intuire la sua preoccupazione, raccontando che i miei zii non ricevevano più notizie da Gaetano dopo “un viaggio di lavoro” al termine del quale aveva dato le dimissioni, ed era sparito. Secondo quanto sostenevano i suoi, nemmeno in azienda avevano più sue notizie.
Passo il panno su un paio di macchie più resistenti sollevando un ghic-ghic-ghic. Dovrei forse sentirmi in colpa per quando è successo a mio cugino? Non ho nulla sulla coscienza.
Alessia torna dall’ascensore pieno di sacchi della spazzatura. Mi abbraccia. «Resterai con me, vero?» I suoi occhi brillano, la sua voce trema. «Non mi lascerai più, lo prometti?»
Le schiocco un bacio sulla fronte. «Non preoccuparti, cucciola.»
Lei sorride, la serenità torna sul suo viso.
Appoggio il panno sul vetro lungo il quale colano gocce di Glassex. Se la scopata che ho in programma la settimana prossima con il dirigente del negozio di Jimmy Choo va bene e mi prende a lavorare in negozio, metterò una buona parola anche per te, Ale…
FINE
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