Da qualche parte sulla costa della provincia di Ancona…
La macchina che ha fornito l’azienda coreana abbandona la Strada Statale e si dirige verso una macchia di pini marittimi e lecci. L’autista si ferma davanti ad un alto cancello di metallo lavorato, preme un pulsante su un telecomando e lo apre.
Ci immettiamo in un viale alberato con prati ben curati che termina davanti ad una villa bianca degna dei film. Un mormorio si solleva tra le mie nuove colleghe a quella vista. Nessuna di noi si aspettava qualcosa di simile, anche perché l’autista, un coreano, non sembrava capire che una manciata di parole in italiano e non aveva dato risposta a nessuna nostra domanda su dove fossimo dirette.
Morena si sporge avanti nel sedile anteriore per vedere ammirare meglio l’edificio. «Mi aspettavo di passare i prossimi tre giorni in un albergo, ma questo è decisamente meglio!»
La macchina gira attorno ad un’aiuola circolare e si ferma accanto alla scalinata in pietra che conduce alla casa. Scendiamo.
Il profumo del mare e della vegetazione attorno a noi mi riempie i polmoni, un toccasana dopo le lunghe ore passate sull’autostrada. Il culo mi fa ancora più male che dopo l’intervento del cazzo di plastica di Morena, prima della partenza. L’autista coreano raggiunge il bagagliaio, lo apre e comincia a tirare fuori zaino, valigie e la mia sacca. Li porta uno alla volta verso la casa, un edificio a due piani rivestito in pietra e legno che sembra uscito da un sogno. Dei larghi finestroni si affacciano sul mare alla sua sinistra.
Mi massaggio le chiappe per riattivare la circolazione, i muscoli delle gambe sono addormentati. Mi stiro e mi avvio alla balaustra in pietra che dà sul mare, che sciaborda qualche metro più in basso. Una scalinata scende in mezzo alla roccia e si trasforma in un sentiero che costeggia un boschetto dorato e raggiunge un pontile.
Kimberly è accanto al parapetto e si volta verso di me quando mi sente arrivare. Sorride. «Wonderful place, vero, Vincenza?»
La casa è meglio, decisamente meglio, di quanto mi aspettassi, magari una manciata di bungalow o un agriturismo con il fetore degli animali da cortile, il letame e un orto con l’erba morta a ciuffi gialli. «Davvero bello, hai ragione.» Lascio vagare lo sguardo sulla distesa azzurra e bianca sotto un cielo del medesimo colore. Dio, quanto mi mancava il mare… non è la Costa Amalfitana, ma sempre meglio di starsene a Treviso con le mani in un gabinetto lercio.
Mi volto e mi appoggio con la schiena alla balaustra, l’autista trasporta una valigia fino alla porta e scompare nell’edificio.
Kimberly mi imita. La sua spalla sfiora la mia. «Guida bene, Min-Jun.»
Le lancio un’occhiata. «Chi?»
«L’autista che ci ha portate qui. Min-Jun, non hai sentito quando si è presentato?»
Faccio spallucce. «Ok.» Tra trenta secondi non me lo ricorderò comunque. «Posso dirti una cosa, Kim?»
Lei mi interroga con lo sguardo.
«Sei l’unica che sembra non brami di fottermi…»
Lei solleva un sopracciglio. Non è una che ti fa venire l’emicrania a chiacchiere, va detto.
«Voglio dire… Ludmilla sembra parecchio espansiva con me: mi ha baciata in continuazione,» un brivido di piacere scalda il mio petto al ricordo delle sue labbra che succhiano la mia inferiore, «e anche dopo, con quel 69… Morena invece sembra la versione sadomaso della matrigna di Cenerentola, mancano solo le due figlie che mi frustano mentre lei mi incula con un dildo.»
Kimberly scoppia in una risata. «Non equivocare con Ludmilla!»
«Intendi dire che non è così espansiva?»
«No, è che lo è con tutti. Un paio di volte al mese lei e io facciamo sesso lesbico insieme, solo noi due, e quando ti stavamo aspettando Stefano le ha chiesto di non farlo sborrare perché voleva scopare con te. Prima di diventare una escort, si divertiva con i clienti dei bar in cui lavorava. Poi Stefano l’ha conosciuta e l’ha assunta, e i clienti adesso o pagano o…» Kimberly chiude a pugno una mano e la muove su e giù. Ricomincia a ridere.
Le labbra mi si stringono in un’espressione di disappunto. Ero convinta che la mia bellezza mediterranea avesse sedotto quella troia dell’Est Europa.
«E Morena, invece?»
Kimberly fa un gesto come a scacciare un insetto. «No, li hai ragione: è una carogna. Né io né Ludmi la sopportiamo.» Abbassa la voce. «Penso abbia qualche passato con Stefano, o ne cercherebbe una più giovane.»
Fantastico, la tipa che odio potrebbe essere la ex o l’amante del mio capo. Posso depennarlo dalla lista di uomini da cui farmi mantenere. Dovrò puntare sui clienti di questo fine settimana.
Min-Jun esce dalla porta dopo che ha trasportato dentro anche la mia sacca. Kimberly mi fa segno di seguirla e ci avviamo alla volta del coreano. Anche le altre due si stanno dirigendo nella stessa direzione e ci aspettano.
Morena si è slacciata la giacchetta di Gucci per mostrare sotto una maglia della stessa marca. «Ok, chi prende il comando, adesso? Io non ne ho intenzione.»
Comando? Di cosa sta parlando?
Kimberly estrae il telefono dalla tasca e inizia a digitare. «Prendo io la responsabilità.» Termina di scrivere e rimette in tasca lo smartphone. «Stefano sa che siamo arrivate.»
«Va bene, e adesso?» Ludmilla osserva il nostro autista salire in auto e ripartire fino a scomparire dietro il basamento della casa.
Il rumore dei sassolini schiacciati dalle ruote si ferma, un motore elettrico si avvia, riparte la macchina. Dev’esserci un qualche garage nascosto qui sotto.
«Ok,» Kimberly si dirige verso la porta e la seguiamo, «andiamo a dare un’occhiata all’interno.»
L’autista è già lì ad attenderci. Il sorriso sembra la smorfia di qualcuno che spinge per una scoreggia e l’inchino è appena accennato. Sono pronta a scommettere che quando arriveranno i dirigenti si piegherà fino a toccare il pavimento con il naso, il bastardo, come le galline quando beccano il mangime. «Benvenute. Vi accompagnerò alle vostre camere.»
Il salone, perché definirlo salotto sarebbe un’offesa, potrebbe contenere il mio appartamento a Treviso tre volte, “una piazza d’armi”, come usava dire Martina. Il pavimento è coperto da assicelle di legno di varie tonalità, che continuano anche fino a metà dei muri. La luce entra da larghe vetrate che si affacciano sul mare e assicurata dopo il tramonto da faretti sul soffitto. Disposti su due file, ci sono quattro divani tanto grandi da ospitare un’intera squadra di calcio, che potrebbe rivedere la sua ultima partita su un televisore grande quanto un tavolo da ping pong; per il salone sono disposte delle casse acustiche talmente grandi e numerose che, al massimo volume, devono tirare giù le vetrate.
