Il secondo lavoro di Vincenza
Capitolo 9 - Wonderful place
Da qualche parte sulla costa della provincia di Ancona…
La macchina che ha fornito l’azienda coreana abbandona la Strada Statale e si dirige verso una macchia di pini marittimi e lecci. L’autista si ferma davanti ad un alto cancello di metallo lavorato, preme un pulsante su un telecomando e lo apre.
Ci immettiamo in un viale alberato con prati ben curati che termina davanti ad una villa bianca degna dei film. Un mormorio si solleva tra le mie nuove colleghe a quella vista. Nessuna di noi si aspettava qualcosa di simile, anche perché l’autista, un coreano, non sembrava capire che una manciata di parole in italiano e non aveva dato risposta a nessuna nostra domanda su dove fossimo dirette.
Morena si sporge avanti nel sedile anteriore per vedere ammirare meglio l’edificio. «Mi aspettavo di passare i prossimi tre giorni in un albergo, ma questo è decisamente meglio!»
La macchina gira attorno ad un’aiuola circolare e si ferma accanto alla scalinata in pietra che conduce alla casa. Scendiamo.
Il profumo del mare e della vegetazione attorno a noi mi riempie i polmoni, un toccasana dopo le lunghe ore passate sull’autostrada. Il culo mi fa ancora più male che dopo l’intervento del cazzo di plastica di Morena, prima della partenza. L’autista coreano raggiunge il bagagliaio, lo apre e comincia a tirare fuori zaino, valigie e la mia sacca. Li porta uno alla volta verso la casa, un edificio a due piani rivestito in pietra e legno che sembra uscito da un sogno. Dei larghi finestroni si affacciano sul mare alla sua sinistra.
Mi massaggio le chiappe per riattivare la circolazione, i muscoli delle gambe sono addormentati. Mi stiro e mi avvio alla balaustra in pietra che dà sul mare, che sciaborda qualche metro più in basso. Una scalinata scende in mezzo alla roccia e si trasforma in un sentiero che costeggia un boschetto dorato e raggiunge un pontile.
Kimberly è accanto al parapetto e si volta verso di me quando mi sente arrivare. Sorride. «Wonderful place, vero, Vincenza?»
La casa è meglio, decisamente meglio, di quanto mi aspettassi, magari una manciata di bungalow o un agriturismo con il fetore degli animali da cortile, il letame e un orto con l’erba morta a ciuffi gialli. «Davvero bello, hai ragione.» Lascio vagare lo sguardo sulla distesa azzurra e bianca sotto un cielo del medesimo colore. Dio, quanto mi mancava il mare… non è la Costa Amalfitana, ma sempre meglio di starsene a Treviso con le mani in un gabinetto lercio.
Mi volto e mi appoggio con la schiena alla balaustra, l’autista trasporta una valigia fino alla porta e scompare nell’edificio.
Kimberly mi imita. La sua spalla sfiora la mia. «Guida bene, Min-Jun.»
Le lancio un’occhiata. «Chi?»
«L’autista che ci ha portate qui. Min-Jun, non hai sentito quando si è presentato?»
Faccio spallucce. «Ok.» Tra trenta secondi non me lo ricorderò comunque. «Posso dirti una cosa, Kim?»
Lei mi interroga con lo sguardo.
«Sei l’unica che sembra non brami di fottermi…»
Lei solleva un sopracciglio. Non è una che ti fa venire l’emicrania a chiacchiere, va detto.
«Voglio dire… Ludmilla sembra parecchio espansiva con me: mi ha baciata in continuazione,» un brivido di piacere scalda il mio petto al ricordo delle sue labbra che succhiano la mia inferiore, «e anche dopo, con quel 69… Morena invece sembra la versione sadomaso della matrigna di Cenerentola, mancano solo le due figlie che mi frustano mentre lei mi incula con un dildo.»
Kimberly scoppia in una risata. «Non equivocare con Ludmilla!»
«Intendi dire che non è così espansiva?»
«No, è che lo è con tutti. Un paio di volte al mese lei e io facciamo sesso lesbico insieme, solo noi due, e quando ti stavamo aspettando Stefano le ha chiesto di non farlo sborrare perché voleva scopare con te. Prima di diventare una escort, si divertiva con i clienti dei bar in cui lavorava. Poi Stefano l’ha conosciuta e l’ha assunta, e i clienti adesso o pagano o…» Kimberly chiude a pugno una mano e la muove su e giù. Ricomincia a ridere.
Le labbra mi si stringono in un’espressione di disappunto. Ero convinta che la mia bellezza mediterranea avesse sedotto quella troia dell’Est Europa.
«E Morena, invece?»
Kimberly fa un gesto come a scacciare un insetto. «No, li hai ragione: è una carogna. Né io né Ludmi la sopportiamo.» Abbassa la voce. «Penso abbia qualche passato con Stefano, o ne cercherebbe una più giovane.»
Fantastico, la tipa che odio potrebbe essere la ex o l’amante del mio capo. Posso depennarlo dalla lista di uomini da cui farmi mantenere. Dovrò puntare sui clienti di questo fine settimana.
Min-Jun esce dalla porta dopo che ha trasportato dentro anche la mia sacca. Kimberly mi fa segno di seguirla e ci avviamo alla volta del coreano. Anche le altre due si stanno dirigendo nella stessa direzione e ci aspettano.
Morena si è slacciata la giacchetta di Gucci per mostrare sotto una maglia della stessa marca. «Ok, chi prende il comando, adesso? Io non ne ho intenzione.»
Comando? Di cosa sta parlando?
Kimberly estrae il telefono dalla tasca e inizia a digitare. «Prendo io la responsabilità.» Termina di scrivere e rimette in tasca lo smartphone. «Stefano sa che siamo arrivate.»
«Va bene, e adesso?» Ludmilla osserva il nostro autista salire in auto e ripartire fino a scomparire dietro il basamento della casa.
Il rumore dei sassolini schiacciati dalle ruote si ferma, un motore elettrico si avvia, riparte la macchina. Dev’esserci un qualche garage nascosto qui sotto.
«Ok,» Kimberly si dirige verso la porta e la seguiamo, «andiamo a dare un’occhiata all’interno.»
L’autista è già lì ad attenderci. Il sorriso sembra la smorfia di qualcuno che spinge per una scoreggia e l’inchino è appena accennato. Sono pronta a scommettere che quando arriveranno i dirigenti si piegherà fino a toccare il pavimento con il naso, il bastardo, come le galline quando beccano il mangime. «Benvenute. Vi accompagnerò alle vostre camere.»
Il salone, perché definirlo salotto sarebbe un’offesa, potrebbe contenere il mio appartamento a Treviso tre volte, “una piazza d’armi”, come usava dire Martina. Il pavimento è coperto da assicelle di legno di varie tonalità, che continuano anche fino a metà dei muri. La luce entra da larghe vetrate che si affacciano sul mare e assicurata dopo il tramonto da faretti sul soffitto. Disposti su due file, ci sono quattro divani tanto grandi da ospitare un’intera squadra di calcio, che potrebbe rivedere la sua ultima partita su un televisore grande quanto un tavolo da ping pong; per il salone sono disposte delle casse acustiche talmente grandi e numerose che, al massimo volume, devono tirare giù le vetrate.
Il nostro anfitrione orientale ci guida verso un corridoio. «Qui cucina», e indica una doppia porta attraverso la quale compaiono frammenti di tavoli, fornelli e grossi frigoriferi che ho visto solo in programmi ambientati nei ristoranti in difficoltà.
Il corridoio fa un angolo e saliamo due rampe di scale. Alla base e alla sommità si aprono le porte di un ascensore.
Un corridoio simile a quello di sotto attraversa il secondo piano, sei porte a sinistra e altrettante a destra vi si affacciano. Il coreano si ferma e si volta verso di noi. Indica a destra. «Queste stanze da letto di signori.» Indica dall’altra parte. «E queste camere vostre.» Davanti alla prima porta a sinistra sono posati i nostri bagagli. «Prego scegliere stanza che voi preferisce.»
Le mie tre colleghe si avviano, prendono le loro cose e si infilano nella prima stanza che le altre hanno lasciato libera.
Il coreano mi dispensa un inchino da mal di schiena. «Buona permanenza.»
Nemmeno ci provo a rifare il suo movimento. Considerando che potrebbe essere lui a cucinare per i prossimi tre giorni, meglio non rischiare di offenderlo. «Grazie, Min-Jun, buona giornata.»
Rifà quella specie di movimento per vedersi la punta dei piedi. «Mio nome Ji-Hoon.»
Corruccio le sopracciglia. Certo che i nomi stranieri non me li ricordo proprio. Spero di non avergli offeso la madre pronunciando qualche bestemmia, non vorrei ritrovarmi il wasabi mescolato al pranzo, più tardi…
Percorro il corridoio ed entro nella quarta porta. Il pavimento in legno è coperto da alcuni grandi tappeti bianchi alti e pelosi, il letto è da due piazze con un materasso ed una massa di coperte che non vedevo nemmeno in quello della mia povera bisnonna. I mobili sono in legno chiaro e la portafinestra dà su una terrazza. Dalla quale, però, si vede il bosco e non il mare…
«Ovvio, quel lato lo lasciano agli uomini che pagano, non alle donne che vengono pagate.» Ma qui ci resterei comunque il resto della mia vita, altroché tornarmene a quel buco del mio appartamento.
Bussano alla porta alle mie spalle. Apro: è Ludmilla. Non vorrà limonarmi ancora?
No: indica con una mano poco più in là. «Ci vediamo tra cinque minuti nella stanza di Kim, così ci organizziamo.»
«Ok.» Getto la sacca sul letto, rimbalza un paio di volte e si ribalta su un fianco. Ci sono solo cambi d’abito, ma non mi meraviglierei se ne trovassi già negli armadi e il necessario per la toeletta in bagno, che si trova dietro una porta in fondo alla stanza.
Mi volto verso la ragazza bielorussa e la seguo. «Sono già pronta.»
Morena è già nella stanza, seduta ad una sedia con lo schienale davanti a sé. Non può evitare di apparire come una buzzurra in ogni istante?
Kimberly sta controllando qualcosa sul suo telefono, al nostro ingresso solleva lo sguardo verso noi due. «Bene, ci siamo tutte.»
«Non avevo idea di dove saremmo finite, questo week end…» Per quanto parli l’italiano più che bene e senza inflessioni, quando usa i termini della sua lingua mi ricorda il professore di inglese che avevo alla N. Sandrini quando provava a sembrare madrelingua. La differenza è che lei non mi viene nemmeno in mente di prenderla in giro per questo. «…e pensavo che ci saremmo ritrovate in qualche hotel di seconda mano, e invece siamo qui. Stavo controllando questo posto su Internet e non vi dico quanto costa per tre giorni perché sono la prima a non crederci. Tradotto, questi hanno i soldi.»
Morena si appoggia meglio allo schienale con le braccia. «Grazie, sono i grandi capi di una multinazionale coreana. Se non possono sganciare loro… Probabilmente, quello che pagano per questo finesettimana qui non è nemmeno la rata mensile dell’auto della moglie.»
Mi si mozza il fiato: moglie? Quale moglie? Duke Nukem potrebbe essere sposato? Magari avere già anche un’amante, e noi essere la terza scelta?
Kimberly annuisce. «Appunto. Se hanno tutto questo denaro da spendere, non sarebbe male farli diventare nostri clienti fissi.»
«Soprattutto se poi ci portano ancora in posti come questi,» Morena indica la stanza. «Sempre meglio di farsi fottere da un diciottenne nella casa del nonno.» Mi lancia uno sguardo per controllare se ho capito.
Annuisco. È difficile dimenticare un’esperienza tanto pietosa. E per entrambe… «Comunque, chi sono i quattro che dobbiamo intrattenere?»
Kimberly si stringe nelle spalle. «Non lo sappiamo. So solo che non si presenteranno con dei… come li chiamate? Nickname?»
Morena continua a guardarmi. «A dire il vero, sei tu Vincenza l’unica che ne conosce uno di quei quattro.»
Da come mi aveva scopata, sarebbe più corretto dire che è lui a conoscere profondamente me.
Ludmilla si gratta sotto il naso. «Se loro usano dei nickname, mi sembra giusto che anche noi usiamo i nostri.»
Morena annuisce. «Mi sembra giusto. Io allora sarò…» Le sue labbra si corrugano, poi le apre di scatto. «Cersei!»
«Io, come al solito,» Ludmilla fa un inchino, «sarò Vasilia la bella.»
Sollevo le sopracciglia. Ludmilla può ben considerarsi Cosa la bella, ma Morena che vuole passare per la bellissima e infame regina nel “Trono di spade”… Le scocco un’occhiata. Beh, forse lo fa perché si riconosce nell’essere infame…
Kimberly annuisce alla bionda. «Allora io mi farò conoscere come Violet.»
Le mie colleghe si voltano verso di me. Un senso di vergogna mi scalda il volto. «La… Lara Croft. L’ho… usato un paio di volte.»
Ludmilla sorride. «Le assomigli.» Sono sorpresa che non cominci a limonarmi.
Kimberly si appoggia con la schiena all’armadio e stringe le braccia contro il seno prosperoso. «Vero, ti mancano solo le pistole.»
Morena scuote la testa. «Chi?»
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