Il pavimento della hall dell’hotel Monte Grappa Palace è di marmo, così come le colonne lucidate a specchio. I muri sono rivestiti di pannelli di legno scuro e piccole applique e strisce luminose sul soffitto creano un’atmosfera accogliente. La poltrona dove il concierge mi ha consigliato di sedere è comoda e rivestita di un tessuto rosso.
Il tizio dalla reception continua a fissarmi, e sembra incapace di decidere se odiarmi perché sono una puttana o spogliarmi con gli occhi perché glielo faccio diventare duro. Sono tentata di fargli l’occhiolino come a dirgli che non indosso le mutandine, aprire bene le gambe mentre le accavallo nell’altro senso come la tipa in quel film e scoprire se cerca di vedermi la passera.
Sorrido all’idea e torno a scrollare verso l’alto i reel di Instagram. Mi compare un altro video di gente attorno ad un tavolo colmo di pietanze e bevande. Il mio stomaco borbotta: ho avuto appena il tempo di arrivare a casa, gettarmi sotto la doccia per togliermi l’odore di limone chimico e spazzatura e mettermi una lingerie nera sotto il primo vestito decente che ho trovato nell’armadio. Sono uscita di casa senza nemmeno avvicinarmi alla cucina. Se avessi saputo che dovevo aspettare tutto questo tempo, mi sarei fermata a mangiare qualcosa di più di un toast al volo al Mc.
Mi passo la lingua sui denti. No, non è rimasto del formag—
Dei passi risuonano al mio fianco e un uomo orientale vestito elegantemente si accosta a me. «Signorina Lara Croft?»
Mi alzo e metto nella tasca della giacca il telefono. «Sono io.» In fondo le assomiglio, per quanto le bocce siano più simile a quelle della Lara dei remake che alle maestose tette piramidali dei giochi che amavo da piccola. Potrei imparare come fare una treccia francese per i miei capelli…
«La ringrazio per essere venuta.» L’uomo si esibisce in un inchino appena accennato. Avrà cinquant’anni e, per quanto parli correttamente l’italiano, gli resta una leggera inflessione da orientale. «È già a conoscenza del suo compito?»
Mi avete pagato in qualità di puttana, spero non vogliate pure voi mi metta a lavare pavimenti… «Mi è stato accennato solo di recarmi qui.» E spero che tu non sia il mio cliente.
«Il mio nome è Kim Min-Jun e lavoro per la TecNova Korea, conosciuta nel suo Paese per la catena di elettronica TecnoCity.» L’uomo mi indica di seguirlo. «Oggi è stato nominato il nuovo responsabile per il personale e per festeggiare la sua promozione abbiamo…» Tentenna.
Raggiungiamo l’ascensore. Entro dopo di lui. «…pagato una squillo come premio?»
Lui accenna un nuovo inchino. «Esatto.» Mi studia meglio. È evidente che apprezza. Vorrei ben dire, una verace fica mediterranea come me in mezzo a scialbe biondine tutte uguali… «Sarà felice di fare la sua conoscenza.»
Non ne ho dubbi, soprattutto dopo che gli dimostrerò in che modo avevo intenzione di stracciare Francesca, Linda e quell’altra troia bionda alla gara di pompini a Caregan. Io, invece, lo sarò quando avrete aperto il borsellino e messo una buona parola con Stefano su di me.
⁂
La stanza è grande quanto il mio monolocale e ha più marmi ed intarsi di una cattedrale. Il letto è a tre piazze e il televisore ha le dimensioni di un tavolo da ping pong. Se questi occhi a mandorla buttano tutti questi soldi per far scopare al loro nuovo – cos’ha detto che è? Quello delle risorse umane? - una puttana, o hanno i soldi che gli escono dal culo o vogliono leccarlo per bene al loro superiore per tenerselo buono. In ogni caso, chi ci guadagna siamo io e la Spicy Goddess.
Il materasso è morbido e il copriletto mi fa venire voglia di sdraiarmi e dormire un po’. Sbuffo: è un altro quarto d’ora che sono in attesa, e non oso prendere il cellulare per svagarmi un po’. Mi alzo e mi avvicino a quello che dev’essere il frigobar. No, meglio non bere. Spero solo che in questa occasione non mi capiti un altro assessore con l’età di mio nonno, che a drizzarglielo è stato più faticoso che pulire le scale di quel dannato complesso di uffici…
Delle voci attutite provengono da oltre la porta. Una è quella del coreano. Stanno arrivando.
Il letto sembra dall’altra parte del mondo: non farei in tempo ad arrivarci prima che entrino e non voglio essere in mezzo alla stanza, peggio ancora di schiena. La maniglia scende. Dove posso… Mi appoggio al frigobar. I cardini della porta cigolano. No: faccio un balzo avanti e mi appoggio con la spalla al muro.
Mi metto in faccia il sorriso più seducente che abbia. «Ciao, bel…»
Entra quel dannato coreano. Vaffan—
Un uomo di una trentina di anni è subito dopo di lui. Indossa uno spezzato blu, è alto almeno trenta centimetri più dell’orientale e ha la barba folta e i baffi biondi. Le spalle sembrano quelle di un giocatore di rugby. Gli occhi castani si posano sui miei, penetrano i miei.
Inspiro profondamente, l’odore della mia passera bagnata riempie le mie narici, il cuore mi batte sotto i seni che stanno diventando più duri. Deglutisco.
Lui si ferma sulla soglia, sbarra gli occhi, sbatte le palpebre, sembra fare un passo indietro. La confusione che pare averlo colpito scompare e sorride, le labbra gli si schiudono appena mentre mi spoglia con gli occhi. Mi divora con gli occhi.
Il bastardo asiatico mi riporta alla realtà. «Signorina Croft, le presento il dottor—»
Il dottor fa un passo e solleva una mano davanti al suo segretario senza nemmeno guardarlo. «Grazie, Kim, puoi andare.» La sua voce è come un paio di dita infilate completamente nel mio utero, lo fa grondare nelle mutandine.
Il coreano fa un inchino, ben più profondo di quanto si fosse sforzato con me, e se ne va, chiudendo la porta alle sue spalle.
Inspiro di nuovo, sono sola con quel modello. Cazzo, non riesco a ricordare qualcuno bello come lui in tutta la mia vita… Apro la bocca, ma non riesco a spiccicare parola.
Si avvicina a me, passa alla mia sinistra. L’angolo della sua bocca si solleva. «Croft? Come la figa dei videogiochi?» Passa il mio corpo ai raggi x. Annuisce. «Sì, direi di sì.»
Ho la bocca secca, il cuore sembra farmi vibrare un seno. «E… e tu, come ti chiami?»
Lui continua a fissarmi. Mi sento bagnare.
«Dai, voglio stare al gioco: chiamami Nukem, come quello di Duke Nukem.»
Gli assomiglia: non mi ero mai resa conto di quanto fosse figo quel personaggio. Chissà se ha mai chiavato Lara in qualche porno? Possiamo risolvere subito una simile mancanza…
Ho una serie di passi della lista che mi hanno fatto imparare a memoria prima di arrivare a questo, ma ‘fanculo! Mi fiondo su di lui e mi metto in punta di piedi. Le nostre labbra si uniscono. La sua lingua scivola nella mia bocca e si strofina contro la mia. Una sua mano afferra un mio gluteo e lo stringe. La mia figa sembra spruzzare un goccio di eccitazione al suo tocco, come quei giochi di gomma dei bambini.
Voglio che mi sfondi, che distrugga il mio corpo con il suo cazzo. Sono la sua troia, e non perché mi stanno pagando…
Si stacca dalle mie labbra. «Baci bene, puttanella.» Mette le mani sulla mia camicetta bianca e comincia a sbottonarla. Mi ritrovo con i lembi che pendono ai miei fianchi e il reggiseno nero e la pancia in vista.
Lui infila le mani dietro la mia schiena e senza sbagliare una mossa sgancia il reggiseno. Me lo sfila e ammira le mie bocce. Le stringe, mi fanno male tanto sono diventate dure ma al contempo vorrei non smettesse mai.
«Hai due gran belle tette, non vedo l’ora di scoparmele…» La voce è bassa, mi eccita ancora più del suo tocco deciso e virile. Mette una mano sulla mia testa e mi spinge verso il basso, «Adesso vediamo se la tua bocca vale quanto costi.»
Mi fa inginocchiare. Si sfila la cintura e muove il braccio per lanciarla ma si ferma.
Sorride verso di me, un sorriso cattivo.
Prende con tutte e due le mani la cintura e la tira di colpo, facendola vibrare. Mi irrigidisco, come se si preparasse a colpirmi…
Invece la porta dietro alla mia testa e la avvolge attorno al collo, infila il capo della cinghia nella fibbia e la stringe fino a chiudermela sulla pelle. «Adesso sei di mia proprietà, puttanella…»
Tiene in mano la fibbia e con l’altra si apre la zip e il bottone. I pantaloni cadono a terra. Li scalcia con un movimento della gamba contro il mobile bar. Le mutande bianche sono piene, un rigonfiamento scende dal centro verso sinistra.
Il cuore perde un colpo, il fiato mi si mozza. La foto che mi ha mandato mia madre ieri pomeriggio compare nella mia mente. Mio cugino Gaetano ha lo stesso cazzo, la stessa forma fisica. È lui!
L’afrore di eccitazione maschile colma l’aria. Nukem infila la mano nelle mutande e afferra il rigonfiamento.
No, che stronzata: lui lavora per i cinesi, ha detto mamma, e poi che probabilità ci sono che…
Il cazzo appare davanti a me, un tubo di carne grosso quanto il mio polso che pende semi eretto. Una vena bluastra percorre la parte superiore dalla base alla cima; altre, più piccole, si spargono attorno come radici di alberi. La cappella è esposta, rossa, con una goccia trasparente che scivola fuori dal meato. L’afrore è ancora più intenso, riempie l’aria come a prendere il posto dell’ossigeno. Ogni volta che respiro la mia figa si bagna ancora di più e le tette diventano sempre più dure.
