Il secondo lavoro di Vincenza

Capitolo 13 - Ludmilla Cat

Rettangoli di vetro posti appena sopra il battiscopa gettano un chiarore sul pavimento in legno del corridoio. L’aria ha un leggero profumo di fiori, forse per nascondere l’odore del sesso che proviene dalle stanze. Raggiungo la scala, illuminata allo stesso modo. Una potrebbe ritrovarsi viziata a passare troppo tempo qui dentro, in un edificio così bello…

Spingo uno dei due battenti della cucina e schiere di faretti si accendono, illuminando a giorno tavoli, fornelli e un paio di grossi frigoriferi in acciaio. Il profumo di cibo cotto sostituisce quello di fiori del corridoio. Lo stomaco apprezza il cambio di ambiente con un ruggito.

I tavoli sono tirati a lucido, nemmeno siano quelli operatori di un ospedale. Il cuoco e i suoi eventuali aiutanti hanno ripulito tutto, senza lasciare in giro una briciola. La massa dei frigoriferi mi intimorisce e mi sembra impossibile aprirli. Spalanco un paio di sportelli sopra il lavabo e file ordinate di bicchieri compaiono davanti a me. Le fauci secche mi ricordano che la sborra non rientra nei tre litri di liquidi da assumere lungo il giorno come consigliato dai medici, specialmente se va di traverso.

Ingollo il terzo bicchiere d’acqua e mi passo la mano sulle labbra. Sospiro. Adesso sì che ragioniamo. Ora sarà meglio cercare anche qualcosa di solido da masticare.

Appoggio il bicchiere nel lavandino e mi avvicino ad un armadietto. Mi accoscio, le chiappe si aprono. Cazzo, sono ancora nuda… dopo dodici ore che non indosso vestiti non me ne accorgo nemmeno più? Se qualcuno entrasse in questo momento mi troverebbe completamente…

«Cosa ci fai qui?»

Le mani stringono i pomelli per non farmi cadere, il cuore balza in gola e mi blocca la respirazione. Merda! Mi ha beccata Gaeta—

Ludmilla entra nella luce della cucina, anche lei nu… Grano gli occhi. «Che diamine hai, addosso?» Indico il paio di orecchie da gatto nere che ha in testa e un collarino nero con un campanellino. Cazzo, sembra la versione cosplay povera di Cat Mario.

La ragazza alza una mano con le dita piegate come se volesse graffiare, solleva una gamba e il campanellino trilla. «Ti piace?» Una coda nera e pelosa ondeggia dietro di lei. No, non ci sono cinture alla sua vita…

Deglutisco. Cazzo… Ce l’ha infilata nel buco del culo.

Perché me ne meraviglio? Dev’essere tipico di mio cugino umiliare così una donna.

Potrei essere io al suo posto, con un plug infilato nelle chiappe per tenere una cazzo di coda…

«Non… non ti dà fastidio?»

Ludmilla si porta una mano alla testa. «Cosa, il…» Capisce cosa sto guardando e si fissa la coda. La prende in mano e la solleva. Sogghigna. «Questa? È divertente!» Si mette a farla ruotare e ridacchia.

Fingo un sorriso. «Sì, bella.» Ma l’unica cosa che voglio infilarmi nel culo è un grosso pesce, meglio se ci è attaccato uno con i soldi. Ma non Gaetano, di sicuro.

«Sei venuta anche tu a mettere qualcosa sotto i denti?» La ragazza fa qualche passo, si avvicina ad uno dei due frigoriferi e mi dà la schiena. Da sotto i glutei esce la coda.

Faccio una smorfia, e non so se mi dia più fastidio il fatto che le esca dal buco del culo o se sia anatomicamente sbagliato. La ragazza apre lo sportello e si inchina: così è ancora peggio da vedere.

Non riesco a staccare gli occhi da quella parodia di coda. «Già. A quanto pare bere sborra non ti ci riempi lo stomaco.»

Ludmilla si alza con la schiena dal frigorifero. Ha in mano un prosciutto cotto intero e delle sottilette. «Nemmeno con venticinque uomini che ti vengono in bocca ce la fai a riempirtelo.»

«Eh?»

«Niente. Cazzate di gioventù.» Ludmilla appoggia il prosciutto sul tavolo e le sottilette accanto. «Ti vanno dei toast?»

Sollevo le spalle. Ora come ora, mangerei a morsi quella carne. «Va bene.»

La bielorussa indica una fila di armadietti dall’altra parte della cucina. «Controlla se trovi il pancarrè o qualcosa per scaldare i toast.» Si gira e inizia ad aprire gli sportelli vicino a lei.

«Ok.» Attraverso la cucina e apro il primo armadietto. Pacchi di pasta in quantità industriale sono divisi per tipo nei due ripiani. Chiudo e passo al successivo.

La voce di Ludmilla risuona nell’armadietto che sta controllando«Siete spariti presto, ieri sera, tu e quel maschione.»

Il cuore mi balza in gola. «Ehm… sì.» Mi volto. «Nukem era il tipo che… beh, sai, era quello che mi ero portato a letto la volta precedente e…»

Ludmilla non si gira ma continua a controllare. «Lo so. Te ne sei trovato uno davvero ben piazzato.»

Inspiro a fondo e stringo le dita sul bordo del piano della cucina, il gelo dell’acciaio mi azzanna i polpastrelli. Deglutisco. «E Ga—» Sussulto. «I… il tuo… cliente, com’è?» Il cuore batte nei timpani così forte che rimbomba nella mia testa. Non riuscirò mai più a togliermi dalla memoria la dimensione esagerata del cazzo di mio cugino… peggio ancora, il ricordo di lui che scopa la ragazza vestita da gatta…

«Cos’hai detto?» Ludmilla si volta. Ha in mano un pacchetto. «Ho trovato il pancarrè. C’è il tostapane o…» solleva le spalle, «anche una padella va bene. Cosa stavi dicendo?»

Mi volto per nascondere il viso accaldato. Dev’essere rosso. Respiro con la bocca aperta per calmarmi.

Apro un armadietto, Pacchetti di riso di qualità diverse. «Ti… ti stavo chiedendo com’è il tuo cliente.»

«Un figo pazzesco.» La voce di Ludmilla è come un coltello di ghiaccio piantato nella mia schiena. «Non è nulla di ché come amante…»

Serro gli occhi quanto mi si stringe lo stomaco al pensiero di mio cugino, nudo, sopra la mia amica, le mani attorno al collo di lei, che la possiede con violenza e—

Ludmilla ridacchia. «…ma non hai idea di quanto è simpatico!» E adesso… ride davvero.

Ho le dita che stringono le maniglie di un armadietto aperto con degli oggetti dentro. «Da…» Il battito del mio cuore copre il suono delle mie stesse parole. «Davvero?» Le dita mi fanno male tanto sono serrate.

«Oh, non ne hai idea, Lara.» Ludmilla si interrompe. «Oh, ecco il tostapane!»

Mi giro e mi avvicino al tavolo. Mi torturo una mano con l’altra. «Dicevi di Ga— Eh… Rambo?»

La ragazza appoggia l’apparecchio sul piano accanto al frigorifero. Sul muro piastrellato spicca una placca nera con delle prese elettriche. «Che è davvero simpatico. Il suo accento del Sud mi fa troppo ridere.» Inserisce la spina in una coppia di fori. «E continua a farmi il solletico.»

Mi accosto al tavolo al centro della cucina. L’aria sembra essersi fatta più densa, le orecchie mi fischiano, la testa mi gira. Solletico… Se non fosse stato che suo padre l’avrebbe ammazzato di botte, a me avrebbe messo le mani addosso da piccoli, lo stronzo… «Simpatico… davvero?»

«Oh, sì. Racconta parecchie barzellette. Non che tutte facciano ridere, ma lui si impegna.» Ludmilla preme un pulsante sul tostapane e un led si accende. «Funziona, bene.» Solleva il prosciutto cotto e lo appoggia sul ripiano dell’affettatrice. «Metti tu le sottilette mentre io taglio qualche fetta?»

«Sì…» Mi allungo e tiro a me le fette di formaggio e il pacchetto di pane. Estraggo il pancarrè e lo metto sul tavolo. Prendo una sottiletta. La muovo sotto le luci dei faretti, passo il dito sulla superficie. Dove diavolo è il risvolto per aprirla? Passo il polpastrello dell’indice con più pressione. La sottiletta si sfalda nella plastica. Merda. «E adesso dov’è? Rambo, intendo.»

Ludmilla prende una fetta di prosciutto e la appoggia su un piatto. «Quando sono uscita dalla camera, stava russando come il trattore sovietico che aveva mio nonno.»

Metto la sottiletta tra le mani gelide e le muovo come per scaldarle. La plastica che la copre si stacca con un fruscio come carta che si strappa. «Pensi che dormirà ancora a lungo?» Apro le mani e la sottiletta cade sul tavolo a palline.

«Tutto bene?» Ludmilla mette l’ultima fetta di prosciutto cotto sul piatto e spegne l’affettatrice.

Il mio sorriso deve apparire finto quanto quello dei teschi dei personaggi in Grim Fandango. L’unica differenza è che a me tirano i muscoli del viso. «No, è solo il… la sottiletta che non vuole collaborare.»

La bielorussa appoggia il piatto sul tavolo. Si allunga e mi porta via un paio di fette di formaggio. «Sì, le fanno apposta per far impazzire.» Le sue dita si muovono di un millimetro e il risvolto di plastica si stacca con un suono appena percettibile. «Quando lavoravo al bar le odiavo aprire.»

La mia unghia sfrega contro l’involto trasparente senza risultato, Ludmilla apre la seconda sottiletta con un movimento unico e la appoggia su una fetta di pane. «Quanti toast mangi?»

Abbandono la confezione di formaggio stropicciata e rotta ancora nella plastica sul tavolo. La fame che mi ha fatta alzare a ore antelucane mi è passata e un senso di disagio ha riempito il mio stomaco fin quasi al vomito. «Uno basta.»

«Va bene.» Ludmilla prende una fetta di prosciutto, la depone sulla sottiletta, stappa una boccetta di vetro e spolvera con dell’origano. Chiude con un secondo pancarrè e lo depone nel tostapane. Ripete per il secondo toast. «Tra un paio di minuti è pronto.»

Ho la bocca secca. «Ehm… Mi dicevi che il… il tuo cliente è simpatico.»

Ludmilla sorride e socchiude gli occhi. «Come sei curiosa del mio Rambo, Lara. Vuoi forse fare cambio con il tuo?» Incrocia le braccia sotto il seno e si appoggia con il culo al piano cucina. La coda da gatto pende davanti al forno. «Nukem, giusto? Anche quello ha un gran bel cazzo, e sembra durare parecchio, dai rumori che provenivano dalla vostra stanza, ieri sera.»

Sono in piedi da venti minuti e ho già sfoderato il terzo sorriso falso della giornata. «No, stavo solo…» Stavo solo cosa? Stavo solo pensando che mio cugino non è mai stato simpatico? «No, io… Sai come si chiama, davvero?»

Ludmilla solleva le spalle. «Lui mi chiama Vasilia, io lo chiamo Rambo.» Mette una mano accanto alla bocca come per non farsi sentire dalla porta e abbassa la voce. «Soprannome che non gli si addice per nulla, ma chissenefrega.»

Le due fette di sottilette che ho massacrato sono ancora sul tavolo, una ridotta a palline, l’altra come se fosse rimasta sotto un camion. Spazzolo la prima su una mano e prendo l’altra. Un bidone di plastica bianca chiuso da un coperchio è in un angolo della cucina. La sommità di un sacco nero compare sotto il coperchio.

Mi avvicino, premo il pedale e getto dentro le mie vittime casearie, in mezzo a pelature di verdure e scarti di carne.

Faccio un balzo. Due braccia mi cingono da dietro e le mani mi si posano sulle tette. Cosa…

«Sei un po’ agitata questa mattina, Lara.» La voce di Ludmilla sussurra nel mio orecchio. «Qualcosa non va con il tuo cliente?» Mi bacia il collo.

L’eccitazione cresce nella mia figa, i capezzoli si fanno più duri. Il disagio all’intestino e il voltastomaco li contrastano. «No, sono solo…» Inghiotto polvere di saliva. «Rambo ti ha chiesto di me?»

Le mani di Ludmilla stringono di più il mio seno. «Sei davvero fissata con lui, amore. Che ne dici se andiamo nella sua camera e facciamo una cosa a tre?»

Mi irrigidisco, gli occhi mi si spalancano. Essere scopata da mio cugino? «Cosa? No!»

Una mano della bionda si abbassa sul mio inguine, un dito passa in mezzo alle mie piccole labbra. «Che sciocca che sei, ci divertiremo.»

Se fino ad ora Gaetano non mi ha riconosciuta, è meglio se gli resto alla larga il più possibile. Da lui e soprattutto dal suo cazzo!

Ludmilla inizia a leccarmi il collo, il dito tra le mie piccole labbra si ferma sull’imbocco della mia figa e ci orbita attorno. Se me la scopassi… potrei chiederle maggiori informazioni su Rambo, scoprire se è davvero mio cugino o – ti prego, ti prego, ti prego! – solo un omonimo che gli assomiglia.

Mi volto, il viso della ragazza è a pochi centimetri dal mio. Gli occhi azzurri le brillano. È bellissima.

Cosa faccio? La bacio? Le stringo le chiappe e spingo il suo inguine contro il mio? Servirebbe a poco. Mi… mi inginocchio e gliela lecco? Non sarà poi tanto diverso da fare un pompino, no? Quello che fai alla cappella di un uomo lo ripeti in piccolo sul clitoride di una donna, e con due dita nella vagina la fotti, giusto?

Allungo il braccio verso la sua figa, la mano pronta a prende— No, non c’è nulla da prendere, qui, solo da… eh…

«Che ci fate in piedi a quest’ora anche voi?»

Mi si mozza il fiato. Mi sporgo di lato rispetto alla testa di Ludmilla, che si è girata verso la porta della cucina.

Kimberly sbadiglia e si passa una mano su un occhio. Indossa un intimo color pesca striminzito, i capelli castani hanno bisogno di una spazzola non meno di quanto serva ai miei. Si avvicina a noi. «Avete ancora voglia di…» Solleva la testa e annusa. «Cos’è questo profumo?»

«I toast!» Ludmilla si lancia verso il tostapane con la coda posticcia che dondola e solleva il coperchio. L’odore di pane caldo, prosciutto cotto e formaggio fuso riempie il locale con l’impeto di una slavina.

Kimberly osserva Ludmilla prendere da un vaso di plastica una spatola, infilarla sotto un toast, sollevarlo e metterlo sul piatto dove c’erano le fette di prosciutto.

«Lara, il tuo è pronto.»

Invece di avere l’acquolina, mi si chiude lo stomaco. Scocco un’occhiataccia a Kimberly: non poteva starsene a letto? «No, grazie… mi è passato l’appetito.»

La nuova arrivata lo prende. «Allora ne approfitto io.» Gli assesta un morso, lo mastica con le labbra sporche di formaggio fuso. «Vasilia, hai ancora messo il tuo costume da gatta?»

«Miao!» La bielorussa finge di leccarsi una mano e se la passa sul volto un paio di volte. «Fa impazzire certi uomini, e Rambo ne va matto.»

«Già.» Kimberly parla con la bocca piena. «Conosce delle battute davvero spassose. Sai dove sono i bicchieri?»

Inspiro a fondo. È inutile che resti qui. «Torno a dormire. Sarà una giornata pesante, mi sa.»

Ludmilla ha in mano un bicchiere preso da un pensiele. «Penso di sì. Finito di mangiare torniamo anche noi…» Lancia un’occhiata alla castana. «Se lei non ha voglia di restare qui un momento con me.»

Kimberly ridacchia. «Non l’ho mai fatto con una gatta in una cucina. Ci vediamo dopo, Lara…»

Non accendo la luce, quella che filtra dall’esterno è sufficiente per vedere Nukem girato sulla schiena, che mi guarda. «Mi mancavi, Lara.»

Sorrido. Quarto sorriso falso della giornata. O il quinto? «Sono tutta tua.»

Lui batte la mano sulla piazza del letto libera. «Ottimo. Vieni qui.»

Ha di nuovo l’alzabandiera? Gli altri donano il sangue per le trasfusioni, lui per fare il Viagra? Giro attorno al letto, mi siedo e mi sdraio. «Pompino?» Non che abbia più voglia di mandare giù qualcosa di quando ero in cucina, ma questo è lavoro.

Lui mi passa una mano su una chiappa, la stringe. «No, questa volta ho voglia di qualcosa di diverso.»

«Mh… ottima scelta.» Magari questa volta si stanca e dorme per un paio di ore. «Che posizione preferisci?»

«Girati su un fianco.»

Per lo meno non mi prende a pecora o si sdraia sopra di me. Mi giro e sospiro senza fare rumore.

Le sue grosse mani mi afferrano per i fianchi, la cappella calda e umida si appoggia al mio buco del culo. Spinge con l’inguine e il mio ano si dilata fino a permettere l’ingresso del cazzo. Mi mordo le labbra… quanto diavolo è grosso?

«Brava, troietta…» mi sussurra in un orecchio. Sembra il sibilare di un serpente e una sberla in faccia.

Metto quanta più dolcezza nella voce. «E tu sei il mio maschione superdotato.» Mi stringe una tetta e mi infila un dito nella figa. Ansimo, ma sembra più quando mi manca il fiato per una corsa che per il piacere del sesso. Non se ne accorge comunque.

L’importante è spingerlo a mantenermi come amante. A lungo termine. A breve termine, a proteggermi da Gaetano, nel caso sia davvero mio cugino, e non un omonimo.