Afferro i lembi del sacco della spazzatura e lo sollevo, ma è talmente gonfio di bicchierini del caffè e carte di merendine che non passa dalla bocca del bidone di plastica. Smuoverlo fa sollevare un tanfo di caffè di pessima qualità, sigarette ancora peggiori e qualcosa di marcio che mi riempie il naso e smuove lo stomaco. Un paio di bicchierini cadono a terra, rotolano sulle piastrelle sporcandole di caffè e finiscono la loro corsa contro la macchinetta degli snack.
Discosto il capo e lascio il sacco. Mi strofino le mani sui pantaloni, c’è qualcosa di bagnato su quella plastica, e non voglio sapere cosa diavolo è.
«’fanculo… Ma gli uffici sono sempre così lerci?»
Alessia si avvicina e prende un rotolo di carta adesiva dal tascone del grembiule. Afferra il sacco con i guanti, chiude i lembi che si sovrappongono per poche dita, li arrotola e li blocca con un paio di giri di nastro. «E non sei mai stata in una clinica…» Mi passa il rotolo, solleva il bidone e il sacco della spazzatura si ribalta a terra. «Potrebbero cambiarlo da soli lungo la settimana, prima che inizi a puzzare, comunque…»
Metto il rotolo in una tasca e sollevo il sacco. Pesa forse un paio di chili, è pieno solo di carta e alluminio. E qualcosa che puzza come un topo in putrefazione. Lo pongo nell’ascensore nel mucchio nero che abbiamo accumulato nei tre piani che abbiamo già passato oggi pomeriggio. Ne mancano altri due, per concludere al meglio la domenica. Per sera l’ascensore sarà pieno di sacchi, con un profumino che invoglierà a farsi le scale.
Alessia si toglie un guanto e si passa la mano a pugno sulla fronte, massaggiandosela e stirandosi. Sbuffa: è tutto il pomeriggio che si muove come se fosse stata in piedi da giovedì a lavorare, ancora più svogliata del solito.
La cosa risveglia il mal di collo e la stanchezza alle spalle che mi porto da questa mattina. Strappo un sacco nuovo dal rotolo e lo sbatto in aria, aprendolo. Io questa notte sono andata a letto alle quattro e mezza, di certo tu non hai fatto questi orari…
Sospira, sembra si stia svotando. Un malinconico sorriso appare al lato della sua bocca. «Peccato che non c’eri, ieri sera, Vincenza. La cosa si è conclusa meglio di quanto sperassi.»
Rimette a posto il bidone in plastica e vi infilo il sacco. Abbasso il cerchio che lo blocca in posizione. Un paio di cartacce di merendine sono rimaste a terra, accanto ad una tazza di carta che ha sparso la cioccolata, lasciando una macchia marrone sul pavimento. Andrà lavata, che palle...
Afferro il mocio e lo sollevo dall’acqua lurida. «Allora ho fatto bene a non venire ieri: non avrei voluto essere di troppo.»
Alessia mi prende il braccio, me lo stringe contro il suo seno. Il suo sorriso splende come un faro piantato negli occhi. «Ma no, Vincenza, c’era anche Lucio, oltre a Michele. Sareste stati una bella coppia. Un po’ mi è dispiaciuto che restasse a reggere il moccolo, mentre io e Michele flirtavamo. È rimasto al pub quando noi siamo andati a casa di Michele.»
Strizzo la testa del mocio con la sola mano libera. Nel secchio si riversa un liquido grigiastro: sarà meglio passare nei gabinetti e cambiare l’acqua. «Sono felice per te…»
«Mi dispiace che tu abbia invece passato la serata a casa, a guardare la tv…»
Le lancio un’occhiata. Non ha idea di quanto avrei preferito buttare la serata a guardare merda su Netflix, piuttosto che restare per venti minuti inginocchiata con il cazzetto di un quasi settantenne in bocca, e poi a pecora ad aspettare che sparasse il secondo colpo, su un divano coperto dal tessuto più irritante che abbia mai toccato. Mi prudono ancora le ginocchia, all’idea. E non è nulla al pensiero che la mia prestazione è sembrata quella di un’incapace: quel vecchio stronzo si lamenterà con Stefano.
Fingo un sorriso che non fregherebbe nemmeno un cieco. «Sarà per la prossima volta, Ale.»
Sposto con un piede il bidone di plastica e passo il mocio sulla macchia marrone. Qualche frammento si stacca, una parte si scioglie e si spande seguendo il movimento dello spazzolone. «Merda…»
Alessia si avvicina, fa schioccare il guanto nella sua fastidiosa abitudine, quasi fosse la posa di una streghetta degli anime quando si è appena trasformata e sta per fare il culo a strisce al cattivo. S’inginocchia accanto al pasticcio marrone che sto facendo. «Sei un po’ nervosetta, oggi, Vinci…» Raccoglie la tazza di carta e le due confezioni di alluminio e le getta nel bidone.
La ragazza si alza e mi guarda. Mi fa un sorriso che definirei paternalistico. «Sai, Vinci… come dire… ci sono cose che possono rendere una donna della nostra età… uhm, soddisfatta, come avere con sé un’animale: un cane, un gatto, un criceto… un uccello.» Accompagna l’ultima parola con un occhiolino.
Un uccello? «Non credo che avere un canarino… e poi non ho il tempo di—»
Alessia sospira. «Già, sei del sud… come dite, voi? Ah, giusto: un pesce.»
Continuo a capire sempre meno cosa sta blaterando. «Se ho detto che non posso gestire un canarino, di certo non posso stare appresso ad un acqu—» Un paio di contatti nella mia testa scattano. Oh, porca puttana, che stronza…
Faccio un passo indietro da lei, stringendo il palo del mocio. «Ma vaffanculo, credi che fotti solo te?» Tu lo fai per passatempo, io come secondo lavoro, zoccolina…
Le labbra di Alessia si stringono. «Beh, scusa… tutte le volte che ti invito a passare una serata a fare qualcosa sembra sempre che crolli dal sonno, pensavo…»
Mi volto e riaggancio il mocio al secchio. «E tu non pensare, che penso già io abbastanza per i fatti miei.»
Alessia si toglie i guanti, li arrotola e li caccia nel tascone del grembiule. «Cerco di essere carina con te… sembravi l’unica simpatica del gruppo, ma da qualche mese sembra che tutte le volte che ti si rivolge la parola ti si faccia un affronto.»
Questo posto diventa sempre più uno schifo. Non bastava Teresa a urlare per qualsiasi cosa, adesso pure questa ragazzina che vuole fare l’offesa.
Stacco il mocio dal gancio del secchio e lo sollevo dall’acqua lurida. “Dovresti scopare di più, Vincenza, così ti passa il nervoso.” Ma andatevene a cagare.
Strizzo la testa dello spazzolone e uno scroscio di liquido puzzolente cade nel secchio. Ha un odore quasi peggiore del sacco della spazzatura. Invece di stare qui a vantarsi di essere quella che scopa come una pornostar, Alessia potrebbe andare a cambiare l’acqua.
Lei mi sta guardando come se fissasse un piatto che non le piace ma le tocca mangiare. Ha le spalle basse e una smorfia poco piacevole sulle labbra.
Sospiro. L’odore di chimico e sporcizia del mocio mi scende in gola peggio del cazzo grosso come un avambraccio di Simone che ieri si è scopato Morena. «Senti, Ale, facciamo la pace… già questo posto è una merda, io ho tanti di quei c—… problemi per la testa, e non voglio rovinarti la giornata, almeno a te.»
Lei nemmeno mi guarda, si limita a tenermi nel suo campo visivo.
Stringo il bastone del mocio con entrambe le mani forte quanto i miei denti. Andatevene tutti a cagare…
Indico con un cenno della testa la riga di caffè lasciata dalla tazzina caduta dal sacco. «Pulisci quello.»
Alessia mi mette a fuoco e sbuffa. «Non sei il mio capo», sibila, ma prende ugualmente uno straccio e lo spruzzino dello smacchiante e si inginocchia.
Mi avvicino al bidone della spazzatura, lo sposto con un colpo di piede e passo la testa del mocio sulla macchia di cioccolata. Qualche frammento si stacca, buona parte si scioglie e lascia una scia marrone sulle piastrelle.
La stanchezza di ieri sera mi crolla sulle spalle come una coperta bagnata. Sospiro e le spalle mi si abbassano: che senso ha tutto questo?
«Ma che cazzo state facendo?»
Teresa è sulla porta dell’ufficio accanto, rossa in volto. È una mingherlina con più anni di mia madre, ma mi sembra di avere davanti una culturista incazzata, pronta ad azzannare alla gola.
Entra nella zona relax, studiando ogni singola cosa fuori posto, macchia sui vetri o briciola per terra. Se vede com’è lercia l’acqua ci pianta un cazziatone che nemmeno quando ho lasciato aperto il cancello a cinque anni ed è scappato il cane del nonno.
«Ma pensate che vi paghino per stare qui a raccontarvi le vostre balle? Vi si sente solo ciarlare! Non avete un minimo di professionalità? È un’ora che state qui e questa saletta è più sporca di prima.»
