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Erotika
Il secondo lavoro di Vincenza · Cap. 17
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Capitolo 17 di 23 14 min di lettura

Mal di mare

Terrorizzata all'idea di ritrovarsi in un'altra orgia, nello spazio ristretto di una barca, in compagnia di suo cugino Gaetano, Vincenza, in arte Lara Croft, inventa la scusa di soffrire di mal di mare. Il suo piano funziona, finchè...

William Kasanova
7 mesi fa · 563 letture · 1

Nukem emette un gemito che riempie la stanza. È sdraiato sul letto, la testa sul cuscino. La sua mano si stringe sui miei capelli e le sue cosce tremano, sbattendomi contro le spalle. «Cazzo, sì, Lara!»

Assumo l’espressione più dolce e sottomessa che riesco ad immaginare e fisso i suoi occhi dal suo basso ventre. Lecco di nuovo il frenulo con delicatezza. Ormai ho capito che è il suo punto debole.

«Sì… sì!» L’uomo è teso più del suo cazzo. «Fammi venire, puttanella!»

Ora sei mio. Raggiungo la punta della cappella con la lingua e mi allontano di qualche centimetro dal pesce.

Lui mi guarda. Ha il viso stravolto e ansima. «Perché hai smesso?»

Mi mordo le labbra. «Stavo pensando… adoro fare sesso con te, Nukem. Non conosco altri uomini come te…» Trattengo una smorfia di disgusto al pensiero del Pavan senior e il suo cazzetto grande quanto un pollice. E alla putrella del nipote. «…e mi dispiacerebbe perderti dopo questo fine settimana.»

Gli occhi di Nukem si fessurano, gli angoli della bocca si sollevano. «Ti piace il mio cazzo, eh, puttanella?»

Sì, non è un principe dei vecchi film della Disney, lo ammetto, ma ha le sue qualità, nascoste nei pantaloni. E di certo anche nella tasca posteriore degli stessi. Quando li indossa.

Appoggio il suo pene alla mia guancia e lo accarezzo come se fosse un fiore. «Mhm. E mi fai sentire donna quando mi fotti con quell’irruenza.»

Lui passa la sua mano sui miei capelli. «Non pensare che questa è l’ultima volta che ti vorrò come escort, puttanella.»

Mi metto in faccia un sorriso appena accettabile. Appoggio le labbra alla punta della cappella e succhio la mucosa liscia e ormai priva di sapore. La cosa non sta andando come mi ero immaginata. Passo la punta della lingua nel meato e strappo un gemito a Nukem. Sollevo il capo e uso la voce da gattina. «Chissà se puoi mi troverai ancora. Sai, diversi clienti…»

Lui emette un sospiro di soddisfazione. «Puoi farti fottere da tutti quelli che vuoi, ma un altro cazzo come il mio non lo trovi in giro così facilmente, puttanella…»

Merda… è l’ultimo giorno, domani torniamo in Veneto e devo riuscire a sedurlo abbastanza da farmi mantenere come amante entro questa notte. Non voglio perdere questa occasione e rivederlo chissà quando…

Mi sbatto la cappella sulla lingua. Devo trovare un modo per…

Nukem prende il cellulare dal comodino e controlla il display. «Manca mezz’ora prima della gita in barca.»

Già, quella stronzata… Non ho intenzione di trovarmi su una barca in compagnia di mio cugino, a stretto contatto con il suo cazzo. Dopo il discorso di ieri di Nukem che sarebbe pronto a condividermi con lui, non ho intenzione di rischiare, «Io… io non vengo.»

L’espressione di piacere sul volto dell’uomo evapora come acqua gettata su una piastra rovente. Ha il capo sollevato e mi fissa con gli occhi spalancati. «Che vuol dire che non vieni?»

«Soffro il mal di mare.» Ci ho pensato tutta la sera: mi sembra la scusa più sensata come risposta. «Mi sento male per il movimento delle barche.» Potrebbe anche essere vero: da quando sono in Veneto, a parte il traghetto a Venezia e sul lago di Garda non ho più messo piede su un’imbarcazione. Chissà se riuscirei di nuovo a raggiungere in barca Ischia con la tranquillità che avevo da piccola, nelle gite di famiglia?

Le sopracciglia di Nukem si avvicinano, due pieghe si formano nel mezzo. «E da quando soffri di mal di mare?»

Che domanda è? Sollevo le spalle. «Da… da sempre.» La smorfia sul mio volto può passare per un sorriso?

Nukem mi fissa per un paio di secondi, abbassa la testa sul cuscino e mette le mani sugli addominali. «Finisci di farmi venire.»

Mi trattengo dallo scuotere la testa. Il pesce sembra essersi raffreddato, il suo afrore è diventato meno intenso e più acido. Mi sa che ci è rimasto male. Parecchio male. «Ok.» Me lo rimetto in bocca e succhio: sarà utile farlo godere un po’…

 

⁂

 

«Davvero non vieni, Vincenza?» La voce di Kimberly è bassa. Lancia un’occhiata alle sue spalle, dall’angolo del salotto dove mi ha accompagnata.

Mi spiace darle dei problemi ma… Gaetano sta ridendo con la testa indietro in compagnia di Wolverine e Ludmilla. Il suo cazzo è in tiro, punta verso la ragazza.

Le labbra mi si increspano in una smorfia che trattengo a stento. Adesso non mi faccio più problemi a fissargli l’uccello? Distolgo lo sguardo con una stretta allo stomaco.

Abbasso gli occhi e annuisco a Kimberly. «Mi spiace, ma soffro il mal di mare.» Toccherà a voi spupazzare quello stronzo di mio cugino…

«You’re fine. Ci pensiamo noi.»

«Mi spiace…» Più che altro perché potrei avere problemi con Stefano per il lavoro, non certo per aver perso un paio di scopate.

«No, non preoccuparti. Ci pensiamo noi.» Sorride. «Nukem magari me lo faccio io. Ha un bel cazzo e sembra durare parecchio.»

Stronza… «Non rubarmelo.»

Lei mi mostra un paio di dita di lingua, si gira e torna nel gruppo. Wolverine ha un frigo da campeggio azzurro dal coperchio bianco con delle ruote ai suoi piedi; un manico simile a quello dei trolley si alza da un lato e l’uomo lo tiene in mano. Mio cugino Gaetano ha una borsa di tela: ogni volta che la muove produce il rumore di vetri che tintinnano.

Kimberly richiama l’attenzione dei due uomini, dice qualcosa e loro annuiscono. Si avviano scortati da lei e Ludmilla verso la porta d’ingresso.

Non ho messo il naso fuori di casa da quando siamo arrivate, venerdì, e non ho idea di che temperatura ci sia all’esterno, ma uscire nudi non mi sembra una grande idea.

Nukem dev’essere già sulla barca, con il compito di conduttore del motoscafo, mi ha detto. Se sa guidare una barca, deve anche possederne una… E servono soldi per mantenerla. Parecchi soldi.

Morena e Jean… non ricordo mai come si chiama quello stronzo… scendono le scale. Non mi rivolgono nemmeno uno sguardo. Attraversano il salone ed escono anche loro.

Il suono del portone che si chiude arriva attutito, il silenzio diventa padrone del salone. Sono rimasta sola nella casa.

Che fare? La tv domina l’ambiente, sullo schermo grande abbastanza da farci mangiare sopra otto persone si riflettono un paio di divani. No, non mi sembra il caso. E poi è domenica mattina, non trasmettono nemmeno più i cartoni animati su Raidue.

Gli altri staranno via fino alle due del pomeriggio. Si faranno un’orgia di quattro ore o si limiteranno a qualche scopata di tanto in tanto? Sono pronta a scommettere che torneranno ubriachi e strafatti.

L’idea di essere drogata e non accorgermi nemmeno che mio cugino mi sta scopando mi stringe lo stomaco. Chiudo gli occhi… cazzo… Mi viene da vomitare all’idea.

Il coreano fa la sua comparsa dall’angolo del corridoio. Si esibisce nel suo quasi inchino. «Buongiorno, signora. Cosa vuole per pranzo?»

È da più di dodici ore che non metto nulla nello stomaco. Nulla che non provenga dai testicoli di un uomo, se devo essere precisa, e quello non sazia molto il tipo di fame che sta crescendo. Nessuno mi vieta di mangiare adesso che sono le dieci. «Grazie, Tae-Hyun, ci penso io.»

«Mio nome Hyun-Woo.»

Allargo le braccia. Ma in Corea cambiano nome ogni giorno?

 

⁂

 

La voglia di preparare qualcosa di buono è passata una volta entrata in cucina. Il pensiero dei toast che non ho mangiato ieri mattina mi ha preso lo stomaco e mi ritrovo a masticare una ciabatta farcita di nutella e a bere una Coca Cola dalla bottiglia di plastica.

Attraverso il corridoio verso il salone e abbasso lo sguardo quando passo davanti al coreano, che mi lancia un’occhiata, con l’ultimo boccone del panino in bocca e le labbra sporche di cioccolato. Lui, probabilmente mi avrebbe preparato qualche manicaretto, e io sono qui a mangiare come una bambina di cinque anni.

Adesso vado a mettermi su uno dei divani e mi guardo qualcosa sul televisore. Di certo hanno Netflix, così posso finire di vedere la serie tv che ho interrotto a metà settimana. Spero che Hyun-Woo non pensi male anche di questo.

Appoggio la bottiglietta di Coca alle labbra e mando giù un sorso. La bevanda frizza sulla lingua. Un metro cubo di aria mi risale dallo stomaco. Lo repri— Mi fermo appena prima dell’angolo. Tanto non c’è nessuno, sono qui sola: chissenefrega se mi viene da ruttare. A parte il coreano, ma mi considererà già una mezza troglodita.

Stringo lo stomaco. Il bruuuut riecheggia nella casa. Sorrido, adesso capisco perché gli uomini lo considerano così gratifican—

Una voce dal prepotente accento napoletano risuona quanto il rutto. «Spero sia uscito dalla bocca e non dal culo!»

Mi fermo, un brivido gelido mi saetta giù per la schiena e mi riempie la vescica. La bottiglietta di plastica mi scivola dalla mano ma la riprendo prima che cada. Lo noto solo adesso che si gira verso di me, seduto su un divano.

Prima di andare avanti…

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