Apro la bocca per rispondere, ma mi fermo. Forse non è una buona idea dare la mia vera identità ad un politico. Potrebbe risalire al mio passato? Sì, dovrei crearmi uno pseudonimo di lavoro: dopotutto, quante Vincenza possono esserci a Treviso? «Ehm… La-Lara Croft.»
Lui mi fissa sotto le sopracciglia cespugliose bianche, le pupille pallide che mi scrutano. «Croft? Simone ogni tanto parla di te. Devi essere famosa: sei su qualche giornaletto…» Le labbra del vecchio si schiudono in un sorriso appena accennato. «…quei giornaletti. Hai capito, no: Le ore, Supersex…»
Puntello il sorriso. Questo dev’essere rimasto alle Sorelle Bandiera e Betty Boop.
«Magari avrebbe preferito fottere te invece della tua collega.»
Sorrido. «Sarà per la prossima volta.» Meglio ancora se mai.
«Posso provarti prima io, così gli dico se sei davvero così brava.» Sposta il culo in avanti sul divano rivestito da una coperta bianca piena di grossi fiori e si mette a trafficare con il bottone della patta dei pantaloni. «Scoprirai che essere ben forniti qui sotto è una cosa comune nella famiglia Pavan.»
«Davvero?» Spero che il nipote sia l’unico con un’anaconda nelle mutande e il resto della famiglia abbia dimensioni più umane.
Il vecchio finisce di combattere con i pantaloni e li abbassa mostrando delle gambe che sono quasi più sottili del cazzo del nipote. Appaiono un paio di mutande sfatte, che sembrano quelle indossate sotto le toghe dagli antichi romani nei film storici. «Posso avere sessantasei anni, ma ho ancora un manganello duro come il marmo.»
Cala le mutande e da un gomitolo di peli in mezzo alle gambe spunta un pollice stanco. Lo afferra e lo… non ne fa nulla, non è abbastanza grande per muoverlo.
Cosa diavolo… Un senso di allarme mi assale, simile a quello che ho provato quando il nipote ha tirato fuori quel boa costrictor e, al contempo, contrario: cosa cazzo dovrei farci con quel… coso?
Il vecchio lo muove scuotendolo. Sembra una scena di quei film scemi che vedevo a quindici anni su Internet con le amiche per farci quattro risate. Lui mi fissa, sembra risentito. «Allora? Vuoi che fotta solo mio nipote Simone?»
Dalla camera accanto provengono cigolii del letto e Morena che grida il nome del ragazzo, spesso interrotto da grida che non sembrano di piacere.
«Pago due troie,» gracchia il vecchio, «e mi aspetto che lavorino tutte e due.»
Deglutisco. Non fosse per il fatto che Stefano userà la valutazione del vecchio per decidere se accettarmi nell’agenzia di accompagnatrici, direi al vecchio che qui ci vuole la bacchetta magica, e io non sono Hermione che può lanciare un “arrapatum”… Mi sbottono la giacca, la appoggio sulla sedia vicina e sollevo la maglia e la maglietta.
Il vecchio sorride soddisfatto. «Gran belle bocce, Lana.»
Lana… Getto i vestiti sulla giacca e mi avvicino al cliente.
Lui allunga la mano che non sta sostenendo il pollice e mi strizza una tetta. Al posto della mano ha una morsa.
Stringo i denti. Non avrò le angurie di quella troia di Francesca, ma tutti hanno sempre apprezzato le mie tette: ricordo ancora come Adriano, alla finale della gara di pompini, ammirava le mie due bocce. Magari, se ci gioca un po’, anche al vecchio arriva un po’ di sangue dove serve quando vai a zoccole…
Mi inginocchio e simulo un sospiro di piacere. «Si vede che hai una certa esperienza…»
Anche l’altra mano mi palpa il seno. «Se tu sapessi quante me ne sono scopate!»
“Facevano la fila per farsi mettere a pecora…”, certo, roba chilometrica.
Allungo la mano sul cazzetto e lo tocco con un dito. É tutto raggrinzito, sembra uno di quei mucchietti di argilla posti sul tornio del vasaio, ma in formato minuscolo. È come toccare un’escrescenza priva di vita. Un paio di palle più lunghe del cazzo finiscono tra le gambe secche.
«Ai tempi, mi bastava vedere un po’ di mona per impalarne tre alla volta.» Il vecchio continua a malmenarmi le tette. «Adesso è come un diesel, ha bisogno di un po’ di tempo…»
A me sembra il Ciao arrugginito di mia madre, appoggiato al muro della casa a Sorrento e buono solo alla rottamazione.
Lo prendo in mano e lo massaggio. Mi stupisce che inizi a ingrossarsi. Lo faccio drizzare anche ai vecchi…
Una mano molla la mia tetta sinistra e si appoggia sulla mia testa. Me la spinge verso il basso.
«Succhiamelo, Laura.» Non è una richiesta, ma un ordine. O almeno dovrebbe essere per il vecchio, ma io non so se essere disgustata da quel coso o divertita dal fatto che non ricordi un nome per dieci secondi.
Cedo e apro le labbra. È come mettersi in bocca del cuoio.
Le mura attutiscono il grido proveniente dalla camera da letto. «Sì, lurida! Ti riempio la mona!»
Morena ansima, a stento capisco le sue parole. «Sei stato fantastico, Simone…»
«Non ho finito.»
Il cigolio ricomincia.
«Ha preso da me,» sogghigna il vecchio, «adesso ti faccio vedere quanto duro e quante volte ti riempio.»
Certo… Comincio a muovere la testa su e giù, ma non c’è molto spazio di manovra: il cazzo si è ingrossato un po’, ma adesso è come un indice. Passo la lingua sulla punta, è come leccare del cartone.
E lui puzza di acqua di colonia di terza categoria. Se l’è sparsa nelle mutande?
«Continua, non fermarti… Ho sempre avuto una grande resistenza! Vedrai, Laura, quando ce l’avrò tutto in tiro!»
Nemmeno se ti metti il viagra nel culo, riesci a fartelo venire duro, vecchio bastardo…
Inizia a farmi male il collo a furia di andare su e giù. Solo il cazzo è diventato un po’ più lungo e duro.
Il cigolio dalla camera da letto si interrompe, sostituito da un grugnito. «Ti faccio esplodere la passera, lurida!»
«Il mio Simone si sta dando da fare! Alla sua età, anch’io…»
Si daranno da fare anche i carabinieri, quando li chiameranno i vicini per gli schiamazzi.
La voce di Morena è intervallata dagli ansimi. Mi sa che non sta fingendo per nulla. «Simone… sei un toro… per questa sera penso che hai fa—»
«Girati, adesso voglio il tuo buco del culo, lurida.»
Meno male che era timido con le ragazze, il nostro Simone. Magari se porto l’assessore a vita di là, a vedere il nipote che sfonda il culo a Morena, si decide ad eccitarsi e sborrare anche lui. O gli viene un infarto e, invece di venire, se ne va... L’importante è smetterla di succhiare questo pezzo di cuoio.
«Aspetta,» la voce della mia collega sembra allarmata, «non è meglio se ti faccio un pompino e—»
«Adesso il culo, il pompino me lo fai dopo per pulirmi la cappella!»
Il vecchio scoppia in una risata. «Il mio Simone sa come mettere al suo posto le troie come voi.»
Lancio un’occhiata al bastardo. Lo sai che hai il cazzo tra i miei denti?
Il cigolio ricomincia, accompagnato da grida smozzate di Morena. Non so se è peggio farsi sfondare da un diciottenne super-mega-dotato o fare cilecca con un ultrasessantenne convinto di avere la resistenza di un maratoneta.
Il cazzo cresce un altro po’ e la punta della lingua si infila tra le pieghe che coprono la cappella. L’accarezzo.
Il vecchio ansima, la mano sulla mia testa si scuote, lancia un gemito.
Sollevo lo sguardo per controllare che non sia stato un infarto. No… e non so se sia un bene o un male…
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