Cosa che ho fatto, e con grande soddisfazione del capo, o non avrei trovato lavoro a Treviso, ma vorrei che le colleghe non mi vedano anche loro come una troia al pari di chi mi conosceva già.
Lei sembra sul punto di dire qualcosa, ma si limita a indicare la finestra. «Chiudila e vai ad igienizzare i gabinetti con Alessia.»
Allungo la mano sul cestino e lascio cadere la tazzina. Gocce di caffè schizzano dovunque nel sacchetto nero. Tanto, toccherà a me cambiarlo. «Vado…»
Teresa si gira senza dire nulla, ma il suo linguaggio corporeo è di puro sdegno.
Sollevo la mano chiusa a pugno e allungo il dito medio. Vaffanculo, cagna, spero di andarmene il prima possibile da qui: il tuo capo non è l’unico che si è fatto un giro nella mia bocca con il suo pesce…
Chiudo la finestra e rimetto il mocio nell’acqua lurida del secchio. Raggiungo i bagni e li apro: un tanfo di merda e piscio mi stringe lo stomaco. Sospiro, e si rivela essere una pessima idea. Ma, ormai, che altro lavoro potrei cercare? Se ti presenti ad un colloquio di lavoro e dici di essere stata alle superiori di Caregan e non aver dato gli esami di maturità, il sorrisetto che compare sul volto di chi è seduto dall’altra parte della scrivania lascia comprendere che ha già fatto il collegamento nella sua mente. Quelli più educati evitano di chiedere se hai partecipato alla gara che si è tenuta nella vecchia segheria…
Infilo i guanti in lattice gialli e prendo la bottiglietta di gel antibatterico. Spero davvero che questa sera non ci siano chiamate…
⁂
Le pozzanghere tra le poche auto parcheggiate riflettono le luci gialle dei lampioni, la superficie mossa dalla gelida pioggerellina che cade da qualche ora. Mi stringo nella giacca nella giacca e cerco le chiavi della macchina in tasca.
Alessia mi saluta con un gesto della mano accanto alla sua Ka nera. «Allora, Vincenza, sei sicura di non voler venire con noi?»
Non poteva evitare di domandarmelo sotto l’acqua? Ho già detto di “no” anche prima… Fingo il sorriso meno falso che riesco. «Guarda, ti ringrazio, ma ho solo voglia di gettarmi sul divano e addormentarmi davanti alla tele…»
Alessia annuisce «Va bene, sarà per un’altra volta.» Apre la portiera e la luce di cortesia si accende. Il motore si accende al primo tentativo.
La luce di cortesia della mia Clio di seconda mano non funziona nemmeno più. Chiudo la portiera e accendo una piccola lampada da lettura che ho agganciato al bocchettone dell’aria per vedere dove infilo la chiave dietro al volante. Devo ricordarmi di ricaricarla, non voglio ritrovarmela di nuovo scarica.
Il telefono suona nella giacca. Chiudo gli occhi e sbuffo. Che coglioni… Mi sporgo a sinistra, colpendo con la testa il finestrino gelido. Lotto contro i risvolti della tasca e tiro fuori lo smartphone.
Sullo schermo compare il nome di Stefano.
Dopo una giornata di merda come questa, ci mancava solo lui. Posso dire addio alla serata sotto il piumone a guardare Netflix… Magari ha un lavoro, ed è la volta buona che mi prende davvero come effettiva nella sua agenzia. Poi Teresa può andarsene a cagare, lei e i suoi detersivi maledetti.
Accetto la chiamata e avvicino il telefono all’orecchio.
«Ciao, Vincenza,» la voce dell’uomo è calda, come sempre, «disturbo?»
Lui, al colloquio di lavoro, con il cazzo non si è limitato a sondarmi solo la bocca. Ma è forse quello che mi farà uscire da questo inferno di gabinetti lerci e mocio puzzolenti. «No, dimmi pure. Hai un lavoro per me?»
«Te la senti? Potrebbe essere una cosa da nulla, un paio di ore di chiacchiere o un massaggio. Magari un pompino, cosa che tu sai fare piuttosto bene, o non saresti arrivata alla finale, giusto?»
Il lato positivo delle telefonate è che non sono obbligata a esibire un sorriso falso. Secondo questo bastardo dovrei scrivere sul curriculum vitae, sotto la sezione del pacchetto Office, che stavo per vincere la gara di pompini di Caregan? Chiudo gli occhi e lascio defluire la tensione insieme al respiro: se voglio entrare in un’agenzia di escort, avere l’abilità “pompino” a 95 conta più di aver cappato “Power Point”... «D’accordo. Sai dirmi qualcosa del cliente?»
«Mi ha chiamato un politico lo—»
Mi si mozza il fiato, forse ci siamo! «Va bene!» Se me la gioco giusta, divento l’amante di qualcuno con potere e soldi, e smetto di fare anche la puttana prima ancora di cominciare. «Dove e a che ora?»
La risata di Stefano prorompe dal telefono. «Mi piace il tuo entusiasmo, Vincenza. Ti mando un messaggio con l’indirizzo e l’orario. Ti aspetterà Morena, fuori dall’edificio.»
Morena? Cosa cazzo ci fa anche lei? «Dobbiamo essere in due?» Non ci provi nemmeno a portarmelo via!
«Sì, Pavan ha organizzato un diciottesimo come si deve al nipote – che secondo lui è ancora vergine – e mentre una di voi due gli fa scoprire che la figa è verticale, l’altra intrattiene il politico.»
A questo punto, il verginello lo lascio a Morena, io mi fiondo sull’uomo. «Va bene, ci sarò!» Poi ti manderò le cartoline dal mio appartamento con vista Colosseo per Natale.
«Brava, Vincenza. Se lavori bene, questa sera, potrei prenderti davvero nell’organico della mia agenzia di accompagnatrici.»
Chiudo la telefonata e getto il vecchio Samsung sul sedile del passeggero. «Se lavoro davvero bene, mi trasferisco a Roma, tutto spesato, altroché!»
La macchina tossisce e si mette in moto con un brivido.
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