Il cuore smette di battere come un tamburo, le membra mi si rilassano per la prima volta da mesi. «Ho lavorato in un bordello, quest’estate.» L’ho detto! L’ho detto a qualcuno!
Lucia è a metà di una parola, la lettera le sta ancora uscendo di bocca, rimasta aperta. Sbatte gli occhi. «Un… un bordello?»
Sospiro. Merda, quanto mi sento meglio… «Sì, un bordello in Svizzera. Non lo sa nessuno, a parte te e le mie due migliori amiche. E Andri, Giulia, Eva… sì, ok, i miei colleghi.» Un attimo di silenzio. «E un paio di centinaia di uomini che mi hanno scopata.»
Lucia ha perso qualsiasi espressione, mi guarda a occhi spalancati. Dice qualcosa che si rivela essere solo una manciata di sillabe disconnesse, sbatte gli occhi. «Hai… hai fatto la prostituta?»
«Lavoravo in un locale all’interno del bordello, si chiamava “La fritula”, palese riferimento sia al piatto locale che a quella che abbiamo in mezzo alle gambe in dialetto valtellinese. Ci chiamavano “hostess”. Ero una cameriera. Nuda. Completamente, a parte una fettuccia rosa che indossavo, anche se non ne ho mai capito il senso.»
«E… e portavi al tavolo le consumazioni?»
Annuisco. «E sul menù c’ero pure io, con una serie di prestazioni sessuali.»
Lucia è allibita. Chissà cosa si prova a condividere l’appartamento con una che ha fatto la puttana come lavoro estivo e fino a dieci minuti prima pensavi avesse fatto solo la cameriera in un bar. «Non… Ammetto di faticare a crederlo.»
Sospiro. «Temo di non avere nulla per provarlo. Esisteva una pagina sul sito del bordello con le mie foto nude e cos’ero disposta a fare ai clienti, ma due giorni dopo che ho smesso di lavorare alla "Chesa dal Piacér" l’hanno eliminata. O messa offline…» Stringo gli occhi: a che valutazione ero, l’ultimo giorno? Boh, non ricordo…
Mi alzo in piedi. «Ti va un te? La storia è un po’ lunga.»
Lei annuisce.
«Non preoccuparti, lo servirò vestita.»
Lo sguardo della psicologa in erba si abbassa sul mio corpo. Magari gradirebbe il contrario.
Magari le piacerebbe provare anche lei, a lavorare a “La Fritula”.
****
Lucia appoggia la tazza sul piattino.
Sollevo la teiera di metallo ma è vuota. «Vado a preparare altro te?»
La mia coinquilina solleva la mano. «Non per me, grazie. Ne ho già bevute due tazze. Ma mi dicevi di Giulia che… uhm, spruzzava…»
Porto alle labbra la mia tazza. L’ultimo sorso di te è zucchero liquido freddo. Faccio una smorfia. «Sì. Era una delle sue abilità. Non perdeva occasione di farlo ai clienti.»
«E lo ha insegnato alle due vostre colleghe.»
«Sì, quando me ne sono andata hanno cominciato anche loro a farlo.» Quelle due stronze… «Ne erano entusiaste.»
Lucia mi fissa negli occhi. «E a te non ha proposto di insegnartelo?»
Il cuore perde un colpo. La mia voce è un sussurro. «Sì…»
«E perché non hai voluto?»
Il mio sguardo è rivolto nella direzione della mia psicologa preferita, ma non vedo lei, quanto piuttosto il vuoto. Il vuoto che c’è nella mia mente. C’è stata una motivazione più che valida a spingermi a non volere, a disprezzare l’idea che Giulia mi insegnasse a squirtare: se la dicessi, Lucia non potrebbe che darmi ragione, converrebbe che ho fatto bene a non accettare. Ma non la ricordo. Era lì, in quel punto della mia memoria, bella, precisa, solida quanto una montagna, quanto il Bernina che scavalcavo due volte al giorno.
Ma adesso non c’è nulla, un quadrato senza polvere nel pavimento della mia mente.
Abbasso lo sguardo, è come quando mi chiedevano da piccola perché avessi fatto un errore e non sapevo cosa rispondere.
Adesso saprei squirtare, vivere le emozioni che Giulia, Eva, Sabine e quella cagnetta a stelle e strisce possono godere quando scopano, e invece non so nemmeno da che parte si comincia. Potrò mai imparare?
«Giulia ha qualche colpa, in questo?» La voce della mia coinquilina sembra provenire da un altro locale. Indica il tablet dove ha letto il mio racconto. «Hai sognato che ti facesse del male, ma, nella realtà, l’ha mai fatto davvero, intenzionalmente?»
Le parole di Lucia afferrano il palo di legno scricchiolante che sostiene i ricordi del tempo passato al bordello, lo tirano e lo scalzano. Otto settimane di convinzioni, racconti, frottole che mi sono inventata crollano a terra, si sfasciano, rotolano via. «Merda…» sibilo. Una boccata d’aria riempie i miei polmoni, accende la luce della coscienza nella mia mente. È una sensazione orribile quella che viene illuminata e cerca di nascondersi correndo in un angolo buio. «Sono stata una stronza con lei…»
«Forse “stronza” è un termine trop—»
«La detestavo perché era migliore di me!» Qualcosa come un nodo nel mio petto si scioglie, un nodo che non sapevo nemmeno di avere. «Io…» Mi metto le mani nei capelli. «Cazzo! Ho passato tutto il tempo odiandola perché lei si divertiva a fare sesso, mentre io lo vedevo come un lavoro, dove dovevo dimostrare di essere la migliore!»
Lucia apre le labbra per parlare ma io sono un fiume in piena. Troppe cose stanno cambiando colore sotto la luce della mia nuova consapevolezza. «Mi sono… mi son fatta rompere il culo da uno che sembrava un assassino dei cartelli della droga e mettere il suo cazzo lurido di merda in bocca ed umiliata davanti a tutti per sembrare migliore…» Cazzo… «…la migliore puttana di un fottuto, lurido bordello!»
Gli occhi della mia coinquilina sono sbarrati. «Che cosa…»
Solo il tavolo tra di noi mi impedisce di afferrarla per le spalle e scuoterla. «È stato il giorno che ho rotto l’incantesimo che c’era tra me e Andri!» Gli occhi mi bruciano, mi sembra di essere ancora nel gabinetto del fast food, abbracciata al cesso dove ho appena vomitato la colazione, l’anima, la dignità, che rispondo male al ragazzo migliore che abbia mai conosciuto perché ero – sono - una testa di cazzo che mette il proprio orgoglio davanti alla possibilità di…
Il mio fiato si interrompe in singulti, il bruciore degli occhi diventa liquido. Getto il viso tra le mani e quattro mesi di dolore nascosto nella mia anima, alla fine, si riversano fuori dal mio corpo.
****
Lucia mi porge un bicchiere d’acqua. «Ti senti meglio?»
Ora so come si sente una merda mangiata da un cane e poi vomitata tra gli spasmi. «Sì, un po’. Grazie.» Prendo il bicchiere e bevo un sorso, l’acqua passa appena nel nodo che ho in gola.
«Sono dispiaciuta che quella mia osservazione ti abbia sconvolta.» Lucia abbassa lo sguardo. «Non era mia intenzione.»
Butto giù tutta l’acqua e alzo una mano. «No, hai fatto bene, e non posso che ringraziarti. Era da quando ho smesso di lavorare al bordello che avevo un… un senso di rabbia dentro di me che mi rendeva nervosa.»
Lei annuisce. «Io sono qui, se hai bisogno.»
Sorrido. L’unica cosa che mi serve è una buona scopata, essere leccata in mezzo alle gambe, essere amata fino all’orgasmo, il grosso cazzo del mio amante che entra nella mia figa e mi possiede con vigore fino a quando non gli pianto le unghie nella schiena e veniamo insieme. Lui che nell’estasi del piacere che grida il mio nome mentre mi inonda della sua sborra, io che contemplo i suoi occhi azzurri e i capelli biondi e sussurro: «Andr—
Sgrano gli occhi, trattengo il respiro. Cazzo…
Sono bagnata in mezzo alle cosce.
Non mi accade mai quando penso di scopare con Dario…
«Marta?»
Muovo solo gli occhi verso Lucia.
Lei mi guarda preoccupata. «Tutto a posto?»
Il cuore è un tamburo nelle orecchie, ho un incendio e un’inondazione nelle mutandine. «Sì…»
Lucia mi fissa. Non si sta facendo ingannare.
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