«Bene, Marta.» Carla si spinge con l’indice gli occhiali da vista quadrati sul naso. Si sposta una ciocca bionda dietro l’orecchio. La risoluzione della sua immagine sullo schermo del mio vecchio tablet crolla ad una serie di quadretti che la fa sembrare una strana foto in pixel art per un istante.
Lancio un’occhiata al router bianco sul mobile con il televisore. Già il segnale di rete fa schifo, Lucia sarà in camera a guardare sul suo portatile qualche cartone animato giapponese su qualcuno che muore e si reincarna in una friggitrice ad aria all’interno di un videogioco di strategia a turni…
La trasmissione torna a livelli decenti. L’ambiente alle spalle di Carla è sfumato con qualche filtro: dev’essere a casa e non vuole farlo vedere.
La donna guarda qualcosa sullo schermo e muove il mouse. «Ok.» Torna a fissare la telecamera e me stessa. «Per prima cosa, voglio ringraziarti per aver risposto al nostro post su Facebook rivolto agli scrittori, e scrittrici, emergenti, e aver condiviso con noi i tuoi racconti.»
Un senso di malessere mi contorce le budella, il bisogno di andare in bagno si fa impellente, ma non voglio dire alla donna che potrebbe permettermi di fare il primo passo nel mondo dell’editoria che me la sto facendo addosso per la tensione. Sarebbe un gran pessimo inizio.
«La Wade Imaginarium è una casa editrice giovane e ancora poco conosciuta,» Carla si mette più comoda sulla sedia, «ma abbiamo già portato sul mercato autori italiani nuovi che, fino a pochi anni fa, sarebbero stati costretti a sperare che qualcuno come la Mondadori o la Feltrinelli rischiasse con loro o, peggio ancora, ritrovarsi a provare con quella follia di autopubblicazione che, lasciamelo dire, è una bolgia infernale.»
Mi passo le mani sui pantaloni e lascio due strisce di sudore sul tessuto, il cuore mi batte come nemmeno quando avevo dato gli orali agli esami di maturità. Se diventassi davvero una scrittrice, come sopravviverei a tutto questo stress ogni volta che devo parlare con l’editore?
Deglutisco aria. «Avevo… avevo letto che eravate interessati a degli autori di narrativa erotica… e…»
«Sì,» sullo schermo, la donna annuisce. Sui suoi occhiali si riflette lo schermo del computer. «abbiamo intenzione di espandere la nostra proposta editoriale, e includere una collana di romanzi storici e una di narrativa erotica, cosa che ben poche case editrici hanno intrapreso in Italia, e siamo alla ricerca di autori da pubblicare per questi due generi.»
«Come puoi… puoi vedere, io non sono interessata allo storico.» Un sorriso imbarazzato tende i muscoli del mio viso.
Quello sulle labbra di Carla è di servizio. «Sì, ho letto i tuoi cinque racconti che ci hai mandato…»
Le viscere sono spaghetti stracotti. Una goccia di sudore scivola dalla fronte e passa accanto all’occhio sinistro, fermandosi sull’ala del naso. Trattengo la mano dal togliermi via la goccia che sta facendo prurito.
Carla continua a lanciare occhiate alla destra del suo schermo. Deve avere qualche post-it o una finestra di Blocco Note dove ha segnato degli appunti sul mio conto e li consulta. «Devo dire che hai un certo talento, si nota che hai già scritto in passato. Già solo il fatto che non usi la virgola tra il soggetto e il verbo ti innalza sopra buona parte di chi pensa di essere Hemingway ma non ha mai conosciuto la sua insegnante di italiano.»
Sorrido, anche se mi sembra il complimento più loffio che abbia mai sentito. Al confronto, Dario loda il mio scritto – il mio pessimo scritto – come se fosse “Guerra e Pace”, ma lui non è un editore. «Cosa ne pensi dei miei racconti?»
«Sarò onesta.» La donna sullo schermo, questa volta, non legge gli appunti. «Sono di un livello superiore a buona parte di quello che ci viene mandato…»
Adesso dice che fanno schifo, lo so… Perché ho fatto la cazzata di mandarli ad un editore? Mi sono sputtanata da sola!
«…ma non sono adatti alla pubblicazione.»
Il respiro mi passa attraverso i denti, scende nella mia gola stretta con un sibilo. Le spalle perdono ogni forza e mi dolgono come quando tornavo dalle escursioni portando zaini che pesavano chili. «Mi spiace avervi fatto perdere del tempo…»
Carla si passa un paio di dita sulla punta del naso e incrocia le braccia. «Non è affatto così, Marta. I problemi con i tuoi racconti sono semplicemente due: il primo, più ovvio, è che non possiamo pubblicare fanfiction. Puoi immaginare il caos per avere i diritti di un’opera famosa come può essere The Witcher. Ma sono certa che non avevi intenzione di farci pubblicare questi racconti ambientati nell’universo narrativo di Geralt di Rivia.»
Il petto mi si stringe. Che idiota che sono stata… non potevo scrivere un racconto originale? Sono una cretina! «E… il secondo problema?»
Le mani della donna si uniscono e le dita si intrecciano. «Una delle missioni che ci siamo dati qui alla Wade Imaginarium è portare la letteratura italiana nel XXI secolo, uscendo da una serie di paradigmi di scrittura ormai abbandonati nel resto del mondo e, per quanto possano essere accettati nei capolavori del nostro passato, al giorno d’oggi sono anacronistici.»
Mi tolgo la goccia di sudore che scivola sulla tempia e sembra intenzionata ad entrarmi in un occhio. Di cosa sta parlando, Carla? È come mi hanno insegnato a scrivere a scuola, dalle elementari fino ad ora… «Scusa, cosa… cosa intendi?»
«L’uso di tecniche conosciute come lo “show, don’t tell”, la scrittura trasparente, lo studio della narratologia… Sono tecniche poco conosciute in Italia ma che vogliamo divulgare per un maggiore coinvolgimento del lettore e sperare di portare il nostro Paese fuori da questa situazione di lettura pressoché inesistente.»
La bocca mi si è asciugata. «Io conosco a malapena queste cose…» O per lo meno, credo di averle sentite nominare.
Una notifica compare nell’angolo destro dello schermo. Proviene dalla versione desktop di Whatsapp.
Dario
Ci vediamo questa sera? Ho voglia di sushi
Distolgo lo sguardo dal messaggio. Mi sono persa le prime parole di Carla.
«…normale. Molti non sanno nemmeno cosa sia. Ma questo stile è un requisito per poter pubblicare con la Wade Imaginarium.»
Un senso di delusione mi riempie la mente. La mia possibilità di poter pubblicare con un editore, per quanto minuscolo, è sfumata. I miei sogni di gloria si dimostrano tali: dei semplici—
«Naturalmente, non è nulla di complicato da imparare e utilizzare nei propri testi narrativi.»
Tiro su con il naso. «Posso anch’io?»
«Certo. Ci sono manuali che lo insegnano, e anche ottimi corsi online.»
Mi è sempre stato detto che i corsi di scrittura sono delle perdite di tempo, ma se un editor sostiene il contrario… Passo l’indice sotto il naso: sul dito resta dell’umido. «Puoi consigliarmi qualcosa?»
«Volentieri. Posso indicarti dei testi, ma penso che un corso online sia più comodo e veloce.» Sulla chat testuale accanto alla finestra video compare un link. «Questo è un buon corso, molti nostri autori hanno imparato a scrivere con questo.»
Quella stringa di lettere azzurre sottolineate afferra il mio sguardo, mi guarda dall’alto in basso. È il confine tra saper scrivere abbastanza bene da essere pubblicata e premere tasti a caso, come una scimmia. E io, agli occhi della editor, sono solo un babbuino.
Apro le labbra, sono secche. «E…» Torno a concentrare la mia attenzione su Carla. Mi sembra la mia insegnante di italiano delle elementari, la stessa che si lamentava che dimenticavo l’”H” nei verbi, che scuoteva la testa quando mi consegnava i compiti in classe corretti… «E le scene di sesso? Vanno bene?»
«Non preoccuparti per quelle, Marta: quando le mostrerai invece di raccontarle il lettore le amerà.» Accenna un sorriso. «In questo caso, la tecnica della “penetrazione profonda” le renderà indimenticabili.»
Perché si mette a parlare anche di kamasutra, adesso? La voce che esce dalla mia gola è un gracchiare. «Va bene, grazie.»
Lei sorride e alza una mano in segno di saluto. «È stato un piacere conoscerti, Marta. Ti mando un documento con le informazioni della nostra casa editrice e i requisiti per i manoscritti da proporci.»
Nella chat testuale, sotto il link compare l’icona di un file pdf con sovrapposta una freccia che punta verso il basso.
Mi duole il petto. «Grazie, Carla, per il tuo tempo.»
«Spero sarai dei nostri, Marta. Buona giornata.» L’immagine della donna scompare e sullo schermo del mio tablet rimane solo la chat testuale.
Appoggio il computer sul tavolo e mi lascio cadere sullo schienale, le braccia a penzoloni prive di forza. «Merda…» sibilo. È andata malissimo… Chiudo gli occhi e sospiro. Tutto questo lavoro per nulla, anni passati all’università per diventare un’autrice e mi dicono che non va bene come scrivo, che sono rimasta ai tempi di Manzoni…
Apro gli occhi. Il link sullo schermo del tablet è una ferita azzurra in un mare di bianco. È l’armadio che, invece di portare a Narnia, mi getterà in un mondo di sconforto, di nozioni da imparare, di frustrazione. Di cognizioni che non so e non posso nemmeno immaginare.
