Chissà perché l’ha ridetto.
“Ma mi hai vista ieri.”
Ha parlato come una che dice addio.
Allora insisto. “Che c’è?”
“Niente, davvero.”
Ma non è “niente” come quando si dice per chiudere.
“Sei strana anche tu oggi.” La voce mi è uscita bassa. “Eri strana anche ieri.”
“È che… Non lo so nemmeno io se è una cosa da dirti al telefono.”
Resto zitta.
Anche lei.
“Quando ci vediamo me lo dici.”
Risponde: “Ok,” ma non sembra un sì.
Sento un rumore in salotto.
“Scusa. È arrivato mio marito.”
Chiudo la chiamata. Non vedo l’ora che questa giornata finisca.
Ma appena finisce e chiudo gli occhi, e Matteo è accanto a me nel letto... una mano che si alza per lanciarmi qualcosa e io grido.
Sento il click dell’interruttore e la luce si accende. Era un secolo che non urlavo nel sonno.
Matteo è chino su di me: “Dimmi cosa sta succedendo.”
“Ho sognato che ero in Galilea e volevano lapidarmi.”
“È colpa di tua madre... e di tutte le sue ciarle sulla chiesa.” Matteo spegne di nuovo la luce. “La prima pietra non arriva mai da Dio.”
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