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Erotika
La lunga notte · Cap. 10
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Capitolo 10 di 20 42 min di lettura

Furore di vino

Scrivo per puro piacere. Grazie a chi legge.

Agave Ionia
2 mesi fa · 520 letture · 0

“Lo sai, Idra, mi pareva di non fare altro che passare da una stanza all’altra. I miei due mondi si stavano sovrapponendo e la vita in mezzo era solo una debole dissolvenza.”
***
Non esco da una stanza: scoloro in un’altra.
Casa mia.
Dissolvenza.
Cambio stanza.
Sono davanti al portone di Dasho.

Rimango a lungo davanti al portone senza che nessuno venga ad aprire, alla fine chiamo Marina, la serratura scatta e io salgo le scale già con addosso quella sensazione che qualcosa stia correndo più veloce di me.
Ditmir mi apre e mi tira dentro:
“Muoviti, non posso tenere tanto la porta aperta.”
Mi stringe forte il braccio e non capisco, ma entro dietro di lui. Sento la pressione delle sue dita sulla pelle anche diversi secondi dopo che ha tolto la mano.
Non trovo Dasho. È la stessa identica scena di ieri. Oggi è venerdì, me lo ricorda il calendario appeso in cucina.
Irina si alza, si tira giù la maglietta sui fianchi.
“Hai ancora il ciclo, Angela?”
“No,” la guardo senza capire.
I miei occhi cercano Valjet ma non c’è. Manca anche lei da due giorni.
Dico: “Dov’è Valjet?”
Jasmin scivola sul divano, sta sgranocchiando patatine pringles.
“Chiedilo alla maestra.”
Marina sta apparecchiando, appoggia i piatti e torna verso la credenza.
“Alla villa. A volte, quando il lavoro si sovraccarica da qualche parte, andiamo anche noi ad aiutare.”
Chissà perché il modo in cui ha detto “aiutare” mi fa venire in mente “pulire”.
Giro la testa verso la porta di Dasho. Sento un battito sordo nel petto e la mia pelle sotto la stoffa della camicia diventa calda e tesa.
“Perché sta sempre lì dentro?” le chiedo sottovoce.
Jasmin sgranocchia più veloce, gli occhi le si stringono.
“Questo è un segreto di famiglia.”

“Anche i maschi hanno il ciclo,” dice Marina. “La loro insistente pioggia di ormoni. Di solito non te ne accorgi perché dopo il flusso di sangue hanno di nuovo la faccia di prima.”
Le altre ridono, Marina parla ma elude il mio sguardo.
“Diventano mostri una volta al mese. Solo per poche ore, lo sai? Escono di notte, vogliono mangiare carne cruda. Ma alla luce del sole vanno a fare la spesa, lavano la macchina, pagano le bollette. E quando ti guardano, non puoi smettere di pensare a loro.” Marina appoggia il piatto che ha in mano facendolo urtare contro il bicchiere. “È proprio l’effetto che ti fa una moglie nei periodi in cui ha il ciclo.”
Jasmin si sta soffocando, le patatine le vanno di traverso.
Io mi chiedo di che diavolo stia parlando Marina.
Lei riattacca senza cambiare tono: “E pure i clienti hanno il ciclo. Questo è il motivo che li porta da noi. A nessuno va di trasformarsi in una belva assetata di sangue a casa sua. A casa propria... solo le mogli sono autorizzate a urlare per ore e a lanciare elettrodomestici per aria. Una donna che dà di matto resta socialmente accettabile. Tu sei sposata, perciò lo sai.”
Le gambe mi tremano, la stoffa della gonna è diventata fastidiosa e stare seduta pure.
“Mi sfugge qualcosa?”
“No. Perché?”
E invece ho proprio l’impressione che voglia farmi intuire qualcosa.
“Non capisco se scherzi o se sta succedendo qualcosa di grave.”
Marina apre il forno per controllare qualcosa, la vampa di calore la colpisce in faccia e si gira di colpo verso di me.
“Qui succedono sempre cose gravi. Stiamo solo cercando di integrarti nella nostra bella famiglia. Non sei felice?”
La bocca non mi si apre. Marina si siede.
“Questo è un gioco a eliminazione. Le nominations più gettonate riguardano: morte prematura, ordinazioni, malattie incurabili, rivendita di merci difettose. Adesso questa è la tua vita.”
Un piatto passa dalle sue mani, alle mani di Nadia, alle mie.
La voce di Marina si abbassa.
“Tutto quanto alla fine è una delusione. Qualcuna è riuscita a guadagnare abbastanza da pagarsi il biglietto per la libertà prima di essere troppo vecchia. Ma a volte mi sembra che sia più vicina l’estinzione dell’umanità. Non chiedo più al padrone della nostra vita di farmi vedere a che punto è il mio debito.”

Sento il citofono suonare, Ditmir attraversa il corridoio e la porta scatta di nuovo.
Entra Valjet. Sono così felice di vederla, ma appena la guardo sento un colpo allo stomaco.

Non è solo stanca. Ha le occhiaie da morta più profonde del solito.
E c’è qualcosa che non torna nel modo in cui respira: come se ogni tanto si dimenticasse di farlo.
“Valjet,” dico, “ma che hai?”
Si gira verso di me.
È una sorpresa di colore: un sottotono blu e uno rosso esplodono tra le ciocche sulla sua testa. Il viola è troppo abbagliante, saturo. La fa assomigliare a una di quelle ragazze con le tette enormi e i capelli arcobaleno dei cartoni giapponesi.
“È successo che ho chiesto al diavolo di lasciarmi andare dalla parrucchiera. Avevo tre dita di ricrescita sui capelli viola. Non riesco a sistemarli da sola, Liveta me li faceva sempre. Lui ha detto no e questo è il risultato.”
“Dov’è lui?”
“Spero che sia in fondo a un pozzo,” dice Valjet.
Si tira su i capelli.
“Con la scusa che con questi capelli non posso uscire, mi hanno mandato a raccogliere il sudiciume della villa un’altra volta.”
La parola “sudiciume” le resta in bocca più del necessario. Si annusa le dita.
Non una volta sola. Come se volesse assicurarsi che un certo odore sia ancora lì.

“Odio la puzza di candeggina che resta sulle mani.”
Anche il cibo resta troppo a lungo nella bocca delle altre.
Le guardo il collo e non servono domande: quei segni li ho già visti altre volte. Irina ride forte. Valjet no. “Piantala, stronza. Fare la commedia serve a tutte per campare, ma tu passi ogni limite.”
Irina si asciuga le labbra col tovagliolo.
“Rido solo dei tuoi capelli, lo giuro. Non pensavo a quello.”
Le stringo il polso.
“Che succede?”
Valjet scuote appena la testa.
Marina torna seria. “Dasho si è tappato nella sua stanza.”
“Ma perché?”
Marina alza le spalle. “Quando gli è successo qualcosa che gli ha provocato un picco ormonale, se ne sta lì e guarda video stupidi. Oppure rimescola cartacce, mangia lì dentro e sta alla larga da tutti finché non torna normale. Questo è il segreto di famiglia.”

Valjet è sul punto di una crisi di nervi: le tremano le gambe e le mani, non guarda mai il tavolo. Fa traballare tutto. Il tintinnio dei bicchieri sembra dilatarsi nelle orecchie.
La mia faccia nel riflesso del bicchiere dice:
– Non è il rumore a darti fastidio. È il contrario: il suo, il loro silenzio ti distrugge.
Sento la voce di Marina che sembra venire davvero dal fondo di un pozzo: “Angela, mangia.”
Nel piatto trovo una patatina e va giù.
Un’oliva e va giù anche quella.
Così fino alla fine.
Soffoco.
Nadia posa la forchetta: “Angela, vuoi che porti un’altra bottiglia di vino? Qui è rimasta solo una goccia.”
“Ti ringrazio, davvero.”
Siamo in sei, la bottiglia dura poco. E io bevo molto in questo periodo. Quando soffri per una passione storta devi bere come una spugna. Infatti, se irriti Venere, Bacco presenta il conto di corsa. Seguo lo scroscio mentre Nadia versa. Scende sempre nello stesso punto. Certe volte ho una fame da morire, ma nel petto sento un blocco: gonfiore, dolore. Non posso mangiare. Il vino brucia lo stomaco, ma il vuoto non è lì.

Ditmir sta di nuovo trafficando nel corridoio.
Lo vedo togliersi l’orologio che porta sempre. Il cinturino di metallo tintinna sul ripiano accanto ai fornelli.
Nadia gli chiede: “Posso venire?”
Lui fa segno di sì.
Lei tira fuori dai mobili un vassoio. Un piatto. Un tovagliolo. Una bottiglia.
Percorre il corridoio.
Quando torna la guardiamo tutte, ma lei non fiata.

Mentre laviamo i piatti, da dietro la porta che cela il segreto di famiglia arriva uno strillo. Entra nei timpani. Un tremendo, incessante, strillo di donna.
– Ma noi siamo tutte qui, penso.
Lascio cadere la spugna nell’acqua, esco dalla cucina con le dita che mi gocciolano sapone.
“È meglio se ti levi dal corridoio,” mi urla Ditmir.
Non aspetta la mia risposta. “Irina, ci serve la tua camera. Porta la tua roba nella stanza di Jasmin.”
Irina gli corre incontro e si ferma col naso a due centimetri dalla sua faccia. “Non mi ha fatto dormire tutta la notte, non le darai anche il mio letto.”
“Sì che lo farò, spicciati.”

Andiamo tutte nella stanza di Jasmin, aiutiamo Irina a trasferirsi qui, una pasticca alla volta.
Le chiedo:
“Chi non t’ha fatto dormire?”
“Quella nuova. Urlava di continuo.”
Il trasloco non finisce mai, pare che stiamo sgomberando un magazzino.
Valjet trasporta le scarpe di Irina, si piega e mi parla all’orecchio: “È talmente alta che se apre le gambe ci passo in mezzo con tutti i tacchi, senza chinarmi.” Ride, ma la risata le si spezza in gola prima di finire.

Ditmir trascina qualcuno.
Sento il rumore della mano di Dasho che sbatte sulla faccia di quel qualcuno. La mia faccia si sposta di lato come se la pelle colpita fosse la mia.
“Questa è la cifra che ho pagato per te. Stai zitta e ferma, fammi vedere.”
Di nuovo quel rumore secco.
Io e Valjet ci guardiamo, lei non dice niente, solo... stringe le dita contro il palmo.

Un altro urlo travolgente.
Mi volto e vedo Dasho che la sfiora ma è come se toccasse pelle umana senza vita.
Quella ragazza ha il viso bianco. Il suo seno è duro e immobile, diresti che è di ghiaccio. Eppure qualcosa si muove. Subito si riprende, grida a tutta forza, gli affonda le unghie nelle braccia.
Nella cute di lui affiorano lunghi segni rossi di graffi.
Max la afferra per i polsi. L’agenda nera di Redian cade, lei la scalcia via. E di quello che succede nel buio di questo condominio, nessuno se ne accorge.
Il libro atterra accanto a me. Redian grida di prenderlo. Di portarlo al suo posto. Mentre viene verso di noi si gira e urla: “Provaci ancora, brutta troia.”

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