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Erotika
La lunga notte · Cap. 4
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Capitolo 4 di 21 13 min di lettura

Gli amici della notte

Scrivo per puro piacere. Grazie a chi legge.

Agave Ionia
4 mesi fa · 577 letture · 0

Io e Idra siamo nel bar sotto il palazzo giallo.
Quello interminabile, un alveare di appartamenti che odorano di muffa e sigarette.
Qui ci abito io.
Qui abitano signore come Elena.
Qui si affitta facile: la gente perbene non ci mette più piede da anni.

Siamo sedute su altissimi sgabelli davanti al bancone. Ho di fronte un tumbler ricolmo di whiskey; davanti a lei c’è lo stesso bicchiere, già mezzo vuoto. Il bar è rumoroso, come tutto qui.

P.R. vive di notte, di musica alta e di locali che non chiudono mai. Qui, se vendi festa, trovi sempre clienti.

Le chiedo perché insiste a negarmi di provare a lavorare nel locale di Elena. Guardo il fondo del bicchiere, come se lì dentro potesse esserci una risposta migliore della sua.

“In fondo P.R. è festaiola,” dico. “Quei posti lavorano. Sempre.”

Idra vuole tagliare corto.
“Un lavoro ti serve, ma non lo trovi nel troiaio di Elena.” Svuota il suo bicchiere. “Siamo venute per parlare con il proprietario della pescheria. Ho saputo che cercano.”

Arriccio il naso. “La pescheria?”

Mi vedo già le mani bagnate di liquami al sapore di pesce, l’odore che non se ne va, le squame ovunque. Mi viene da vomitare.

“Sei andata in cerca di pesce,” dice, “e ora lo trovi per tutto il giorno.”

La battuta è scema, ma non la voglio deludere, perciò fingo di offendermi.

In quel momento la titolare del bar si siede accanto a noi come se mi conoscesse da tanto. È una cubana, ha mani da lavoro vero, e occhi che hanno visto passare gente messa molto peggio di me da questo bancone. Non mi disprezza. Direi che è già qualcosa.

Si chiama Luvis.

“La pescheria è di mio marito. Gli ho parlato di te.” Ha un viso buono. “Puoi iniziare la prova lunedì.”

Il whiskey resta lì, intatto.
Il palazzo giallo fuori non è sparito.

P.R. è sempre P.R.

Luvis torna dietro al bancone e il rumore di tazzine e bicchieri riprende a coprire tutto. Il whiskey davanti a me è sceso di un sorso senza che me ne accorgessi.

Idra gira il dito umido sul bordo del tumbler, alza gli occhi.

“Eri rimasta a quella mattina.”

Il soffitto scende. Il bar si allunga come l’imbocco di un tunnel.

La mattina si rischiara, sento la sensazione di essere fuori.

Valjet dice che Dasho non se ne accorgerà. Nessuno se ne accorgerà.

Nadia e Liveta si torturano, Valjet siede a gambe accavallate sul muretto e io percorro tranquilla questa strada. Così tranquilla che non so più da dove sono partita né dove sto andando.

Però non è male. A quest’ora del mattino la via è quasi deserta, svuotata; i fari delle macchine si notano sempre meno nel chiarore dell’alba, sono occhi di una strada mezzi chiusi. Anche il vialetto delle troie è stufo di essere infilzato dai nostri tacchi e implora di andare a dormire.

Odo un clacson alle spalle.

Mi fermo un attimo.

Compare un grosso furgone scuro. Il furgone rallenta, ci affianca e il conducente si sporge dal finestrino. Mette il braccio fuori.

“Hey, sorella, hai sete?”

Sbircio dentro. Ci sono quattro uomini, si passano bottiglie di mano in mano, il vetro batte. Gli occhi addosso a Valjet, poi a Nadia, passano ai raggi X tutte noi.

Ci invitano a fermarci per bere con loro.

Ci scambiamo un rapido sguardo di consulto. Siamo quattro noi, quattro loro.

– E poi, che cosa aspettiamo a fare qui?

Restare sul ciglio della strada a fare la moglie prudente mentre loro salgono mi farebbe sentire più ridicola del pericolo. Anche se è una cazzata, stare sul marciapiede come merce in pausa mi irrita più di quanto dovrebbe.

Quando Valjet si muove, la seguo.

Saliamo perché lei dice che è una buona idea. Bere ci aiuterà a calmare i nervi che spuntano a fior di pelle. E poi una scusa si trova sempre.

Non la verità — quella non serve quasi mai — ma qualcosa che regga abbastanza da arrivare a fine mattina. Possiamo dire di esserci allontanate per ammazzare il tempo, per sopportare la pena del lavoro. Per uccidere la noia. Cose normali.

Cose che fanno spesso le puttane.

Dasho ci farà la ramanzina, ci dirà che si lascia la postazione solo per lavorare, ma non se la prenderà così tanto.

Così crede Valjet. Valjet crede quasi sempre male, ma siccome sono arrivata da poco non lo so.

È ancora troppo giovane. Avventuriera, direbbe mia madre.

Sostiamo in uno slargo della strada. Due di loro scendono e, senza nemmeno parlarne, ognuna di noi finisce un po’ in disparte con uno di loro. Sono tarchiati, sembrano nati per ingombrare.

Questo che mi è a fianco mi afferra il bacino.

Carne espropriata.

L’alcol brucia e la mia faccia nel vetro dice:
– Scendi subito.

Dopo il secondo sorso, dice:
– Ormai tanto vale.

Finiamo la bottiglia insieme.

Questo mio nuovo amico indica Valjet e mi dice che adora quei culi grossi, ma anche quelli stretti come il mio. Certi buchi sono adorabili tutti. E le puttane? Donne benedette, tutte. Senza di loro il mondo alle cinque del mattino sarebbe perduto. Sarebbe pieno di dannati.

“Noi, per esempio, se non vi avessimo incontrate ora saremmo stati perduti, ci saremmo schiantati o saremmo finiti a incularci tra di noi, per quanto ce l’avevamo duro.”

Rido. Abbiamo trovato l’incastro.

Più passa il tempo, più sento Dasho come se ci stesse già guardando da lontano, eppure non chiedo di tornare.

Lui va in affanno. Per un riflesso involontario mi attacco a lui con tutto il corpo, godo a sentirgli montare la pressione del sangue nel basso ventre. Una parte di me gode più del ritardo che di tutto il resto.

“Hai un accento vagamente familiare,” dice lui.

Ci devo pensare per capire, poi ci arrivo: “Forse, italiano?”

“La cosa mi preoccupa, perché le poche prostitute italiane che ho incontrato sui marciapiedi si bucavano, erano alcolizzate, o portavano il distintivo sotto la giacca. Chi sei, sorella?”

“Esistono tante puttane italiane,” dico io.

“Sì, ma se ne stanno al sicuro negli appartamenti, nei locali… non qua.”

Mi stacco anch’io di pochi centimetri e poi gli do un bacio intriso di alcol.

Adesso si è convinto: nessuno col distintivo sotto la giacca farebbe un’idiozia del genere, o almeno non dovrebbe.

Si solleva, mi guarda dall’alto con un’espressione indecisa. Gli occhi corrono sulle mie braccia.

Dico: “Rilassati, non ho né la giacca né l’AIDS.”

Gli allungo la bustina quadrata, il lasciapassare standard per toccarmi senza rischiare niente, ma lui dice: “Se non c’hai l’AIDS non lo voglio quello.”

Ecco.

Le sue dita si chiudono sul bottone argentato dei jeans e io mi abbasso. Tagliamo corto. E comunque ce l’ha abbastanza lungo, la pelle rosea si tende come una corona. Devo spremerglielo veloce, così se ne andranno in fretta o pagheranno un’altra volta. L’ho imparato da Marina.

Ci metto la bocca sopra. Addosso ha il sale del sudore e il mio cervello dice: mare.

Dice estate.

Mi ferma e il ritmo si spezza. Ogni volta che riprende fiato mi tira fuori dal movimento. Allora, come se fosse un momento di intimità con una vecchia fiamma, lo piglio per i fianchi e gli infilo tutte le unghie nella pelle. Sembra contento, come se gli stessi dando io cinquanta euro.

Sento le sue mani sulle spalle. I pollici affondano nella carne e stringono a ritmo, sempre più in profondità, fino a diventare una pressione continua. Sotto le dita i muscoli cedono, la pelle si scalda e si apre. Mi resta addosso un’aderenza umida, come se il corpo fosse stato scassinato e non riuscisse più a richiudersi.

L’abitacolo è appena illuminato, mi libero della gonna e lascio che mi si stenda addosso con tutto il suo peso.

Una mano resta tra la coscia e l’inguine. Lui si ferma. Mi squadra la pelle, gli occhi che vanno avanti e indietro sulla coscia come se cercasse buchi.

Sento la sua carne incunearsi nella mia. Di solito non mi capita di sudare in questo modo: in poco tempo mi pare di stare dentro una piscina. Anche se ormai, per questa fica, non sono più un problema le persone aggressive; riesce a prendere qualsiasi cosa.

E poi Marina dice che, lavata e asciugata, è come mai usata.

Alzo la testa per guardare fuori. Valjet è piegata a novanta; da quello che capisco sta facendo un pompino a qualcuno.

Mi lascio cadere sul sedile, i capelli sparsi. Perdiamo altro tempo. Fumiamo la loro erba. Ma non se ne vanno.

Che vogliono ancora? Chiaro, continuare a scopare. Non c’è altro da fare qui. Ma io ho finito le salviette e mi tocca prenderle da Valjet.

Prima di andare avanti…

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