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Erotika
La lunga notte · Cap. 4
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Capitolo 4 di 21 13 min di lettura

Gli amici della notte

Scrivo per puro piacere. Grazie a chi legge.

Agave Ionia
4 mesi fa · 577 letture · 0

Lui sta fissando il suo cazzo che entra ed esce un’altra volta, e si sta godendo la vista dei succhi che gli rimangono appiccicati addosso.

Questa fica è diventata qualcosa di gonfio che rigetta roba bianca, ha sempre le labbra rosse e ormai zero odore suo. Per quanto io la lavi, avverto sempre odore di pelle estranea oppure di gomma, quella aromatizzata dei preservativi.

Questo tizio con cui ho scopato fino a due minuti fa mi chiede perché me la guardo così attenta.

Dico: “Dal giorno della sua scarcerazione cambia sempre odore… adesso, per esempio, c’è rimasto attaccato il tuo, e non andrà via nemmeno dopo che mi sarò fatta la doccia.”

“Dal giorno della sua scarcerazione?”

“Sì, intendo da quando l’ho messa in vendita.”

Gli scappa da ridere.

“L’importante è che non sia secca. Io a casa non posso scopare perché mia moglie è incinta e ce l’ha sempre secca. Per fortuna mancano solo due mesi.”

“A che?”

“Al parto. Sono tornato in tempo almeno. Senti, ti racconto del giorno della mia scarcerazione.”

Uno da fuori dice a voce alta: “Ma che gliela racconti dalla fine?”

Allora comincia dall’inizio, dal giorno della carcerazione.

In un troiaio avvengono queste strane magie: non sempre, ma tante volte si creano in fretta amicizie che nel mondo normale richiederebbero molto più tempo. Si finisce a dirsi cose che nel mondo normale non diresti alla tua vera sorella. Almeno, questa è l’idea che mi sono fatta.

Rimango sdraiata qui, nella luce debole del mattino, e sono davvero interessata al suo racconto. È un’odissea.

Dasho sta aspettando al posto nostro, si sta innervosendo al posto nostro. Avrebbe dovuto bastarmi per dire no, invece rende tutto più difficile.

E infatti sono qui e ci aspettano in macchina. Il motore si accende, ma Dasho scende, mi guarda dalla testa ai piedi. Valjet lo evita.

Io mi sento come quel ladro incapace che ha provato a fregare una penna in un negozio e ovviamente ha rallentato nel momento esatto in cui il commerciante l’ha guardato, e ha dato lo spettacolo del suo furto al rallentatore.

Saliamo in macchina. Valjet e Nadia ai lati, io al centro.

Liveta stava per salire, ma lui ha detto: “Aspetta, torniamo.”

E lei è rimasta lì, a incurvarsi per via dell’aria fresca.

Provo a far finta di niente. Dasho mi fissa e i suoi occhi stamattina sembrano argento lucido. Un raggio di sole è passato sullo specchietto e mi è sembrato un fulmine uscito da quegli occhi. Non capisco come faccia a non battere le ciglia, ma le sue palpebre si avvicinano sempre di più. Sento il suo respiro uscire dal naso, l’unico segno che è ancora umano.

Da quello che sto osservando, anche se avesse voglia di uccidere, negli occhi non passa niente. Sguardi carichi di intenzioni o di sentimenti da decifrare non ce ne sono. Forse è perché uccidere per lui non sarebbe una novità, ma questi occhi sono solo vetri di bottiglia, non hanno niente di umano. Non ci sono emozioni dentro e restano così per tutto il tempo.

Niente sguardi da copione, solo un uomo troppo scocciato anche solo per insultare.

A volte sembra che con gli occhi rida, ma è solo perché si muove la pelle intorno; in realtà non c’è mai la luce che nelle persone normali ti fa capire: “Sono arrabbiato, sono triste, felice…”

Comunque ora il soffitto della macchina ondeggia. I raggi del sole lo forano e gocce di luce e oro traballano appese sopra le nostre teste. Vedo lampadari inesistenti.

Ci hanno offerto un’erba magnifica. Allora era vero: abbiamo fatto amicizia.

– Dove siete, amici del furgone? Li chiamerò gli amici della notte.

Mentre rimugino queste stronzate, ho i palmi delle mani sudati che scivolano sul sedile. Nadia si è lasciata cadere e quasi dorme accanto a me. Nel frattempo Valjet gli sta passando la borsa, come tutte le altre mattine.

Con quella sua voce bassa le dice: “Cos’è questa puzza? Sono venuto due volte stanotte e tu e Angela non c’eravate.”

La mia bocca è secca come la polvere, ma lei risponde frizzante come un truffatore che ha fatto un bel colpo. “Coi clienti. Siccome ci annoiavamo, abbiamo preso da bere…”

Lui non risponde, lei solleva il suo favoloso culo dal sedile e aggiunge: “Per favore, non preoccuparti.”

Nel mio cervello l’oro del sole s’intreccia coi fumi dell’alcol e il mondo mi gira attorno. Sono disancorata, come se il sedile non fosse più sotto di me. Capisco, senza bisogno di guardarla, che anche Valjet non è del tutto presente: la sua mente ha perso il peso giusto delle parole.

Superiamo il punto dove di solito scendo. Alzo gli occhi verso di lui e il silenzio è carico di paura.

La macchina si infila nella traversa del solito condominio e lui dice: “Stamattina vieni a casa con noi.”

Guardo il portone. Lui sta ancora sibilando aria dal naso come una pentola a pressione.

Scendiamo tutti insieme.

L’androne è freddo, l’eco dei passi rimbalza sui muri.

Credo che voglia darmi le stesse due lire che dà a loro, come ha detto Nadia ieri sera, e infatti è quello che sta facendo.

Quando arriva a Valjet resta immobile, e lei pure. Si muovono soltanto gli occhi nocciola di lei, mentre quelli congelati di lui restano puntati addosso a noi.

Dasho non stacca le dita dal mazzo di soldi contati ma, in qualche modo, è uscito dalla trance e le chiede ancora: “Dove stavate stanotte?”

Valjet ripete la storia, la stessa di prima: “A bere con i clienti perché ci annoiavamo.”

Le dita di Dasho si chiudono. Si mette il pollice davanti alla bocca. Poi la sua mano si apre e si richiude in un lampo. Lo schiaffo a rovescio le gira la testa, ma Valjet continua a sorridere. In faccia non le resta niente.

“Ti rifaccio la domanda. Dove siete state?”

Valjet ripete, come sotto ipnosi: “A bere con dei clienti perché ci annoiavamo.”

La sua mano scatta nervosa e le arriva di nuovo in faccia. Valjet continua a sorridere.

“Mi prendi per scemo?”

Nadia è ferma nella penombra vicino alla porta, sta facendo “no, no” con la testa.

Sicuramente Valjet lo sta guardando da dietro il velo tremolante dell’erba che vedo anch’io, e infatti dice: “No. Ti prendo per un uomo.”

Nadia è diventata tutta rossa e io, per la prima volta qui dentro, trovo qualcosa di divertente.

Anche a lui si sollevano gli angoli della bocca, forse non se l’aspettava.

La afferra per la nuca e se l’avvicina, premendo il petto contro il suo. “E gli uomini, secondo te, portano il paraocchi?”

“No, diciamo solo che agli uomini certe cose passano sotto il naso e non le vedono.”

Le mie dita si stringono attorno alla cinghia della borsa. Penso a Matteo, a me che varco la porta di casa ogni mattina. Matteo che oggi torna e di certo mi darà un bacio sulla bocca senza annusare l’odore di pelle altrui.

Il volto di Dasho si stende, la pelle si tira fino a sembrare finta. “Puttana, sono immune alle stronzate. Datti una svegliata. Oggi avete perso tempo, cioè avete fregato i miei soldi.”

I capelli viola di Valjet si agitano nell’aria mentre cerca di svincolarsi.

“Bastardo avido, ho visto più cazzi io qui con te in questi due anni, di quanti ne vedrà mai ogni persona normale in tutta la sua vita. Ti do migliaia di euro ogni mese, io e Angela non abbiamo fatto niente per sentirci tutta questa manfrina.”

La mia faccia nella vetrata prega Maria, madre di Dio, e sibila:
– Non l’ha detto per davvero.

Lui la molla di colpo e lei barcolla. Adesso parla con la voce morbida di uno psichiatra che tenta di calmare un maniaco suicida: “Va bene, ti crederò fino a lunedì. Non mi farò rovinare questa fantastica giornata.”

Prima di questa bella scena, Dasho stava per darmi dei soldi. Ora li sta schiacciando tutti storti nella mano, si volta verso di me e il suo sguardo è completamente vuoto.

“Esci di qui, maledetta.”

Provo ad arrivare all’uscita, ma lampadari fantastici seguitano ad apparire e svanire. Le scale cambiano posto. Spero di raggiungere l’atrio senza scapicollarmi per i gradini.

Pausa.
Sto fissando quelle strane luci sopra la mia testa. La sua voce fa eco nel corridoio.

“Lunedì sta’ qui a mezzogiorno.”

Credo di dover vomitare.

“La prossima settimana te ne torni all’autoporto, maledetta.”

La porta sbatte.

Mi appoggio alla ringhiera e scendo più veloce possibile. Matteo sta per tornare.

È sabato mattina.

Prima di andare avanti…

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