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Erotika
La lunga notte · Cap. 3
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Capitolo 3 di 21 20 min di lettura

Il gallo non canta

Scrivo per puro piacere. Grazie a chi legge.

Agave Ionia
4 mesi fa · 567 letture · 0

Un rumore violento scuote i cardini.

Tum. Tum. Tum.
Idra apre prima che il legno smetta di vibrare.
È Elena. Fa la lap-dance qui vicino. È appena tornata da Santo Domingo, ci è stata a rifarsi il seno. Ora sembra che le sue tette stiano per esplodere. È il nostro timer: sono trascorse due settimane.

“Com’è andata l’operazione?” chiede Idra.
Elena prende il bicchiere che Idra le offre e manda giù il rosso.
“Ottimo, sei andata di nuovo in quella cantina?”

“Certo,” Idra indica l'etichetta della cantina di O. “Sta lontano ma ne vale la pena.”
“Davvero,” Elena si infila una sigaretta spenta tra le labbra. “Chi lo direbbe che due puttane e una strega bevono roba da ricchi?”
“Io un tempo lo facevo sempre.”
Elena non mi risponde. Le sue dita si chiudono sui bottoni della camicia, li fa saltare uno alla volta, veloce come un cobra.
La stoffa si apre, rivelando il nuovo petto alla luce del soggiorno: è teso. Sotto la carne si attorcigliano due cicatrici fresche. Sembrano sorrisi di sangue.
“Che ve ne pare?” Elena ruota di tre quarti per far prendere luce al petto.
“Bellissimi,” balbetto. Sotto gli zigomi sento le fiamme.
Idra si sta sedendo a tavola: “Ottimi per il rimbalzo, ma io preferisco carne vera.”
Elena mi pianta addosso gli occhi verdi. “Sarebbero piaciuti a casa vostra?”

“Non lo so. Non c'erano donne rifatte nella scuderia.”
Idra si gratta forte i capelli: “Stavate in una stalla?”
Elena ride.
“Si chiamava così,” la voce mi s'incrina. “Le puttane si chiamavano cavalle.”
Ora ridono in due. Elena accende la sigaretta, il fumo copre la sua faccia. È il viso consumato di una battona a quarant'anni, ma pure senza trucco ti fa girare a guardarla.
Elena prova a rimettersi la faccia da persona seria.
“Tolgo il disturbo? Non voglio intralciare la seduta della dottoressa Idra.”

La mia zingara le spinge la bottiglia contro il petto. “Angela decide.”
***
Questa sera sento il marciapiede come un campo nemico. Tutti i lampioni sono fulminati, e nel buio può nascondersi qualsiasi cosa: un mostro o qualcuno pronto a ucciderci tutte.
A ogni modo, il terrore più grande non viene dall'ombra, ma dalla luce dorata del telefono. Il display mi brilla tra le dita.
Un messaggio appare sotto il nome di Francesco. Il mio cuore accelera il conto alla rovescia. Guardo la mia mano: è un sismografo che registra il terremoto che ho dentro.
Leggo: “Ti è andata bene, troia. Il calendario ti viene incontro. Questa settimana Loredana e il bambino compiono gli anni, sono troppo impegnato a recitare la parte del buon padre per venire a trovarti.”
Chiude un’emoji che sputa un bacio schifoso. Guardo la sua faccia nell'icona di Whatsapp e la bile mi risale in gola, un idrante di succo gastrico pronto a corrodere l'immagine di quel verme.
Valjet mi si accosta. Dalle occhiaie che ha, diresti che non dorme dal 2009.
“Che c’è?”
Liveta fa lo stesso, la voce è piatta:
“Dillo a me, Angela…Il segreto ti sta mangiando i nervi.”
Nadia resta nell'ombra, registra tutto ma non dice niente.
Sento il loro sguardo addosso, è un peso fisico. Cerco di non andare in pezzi, ma è inutile. Le parole di Francesco non se ne vanno. Sento che farà un casino dei suoi. Liveta si china su di me: “Avanti. Mi hai dato il tuo aiuto, accetta il mio.”
Io tentenno. Le corde vocali non vibrano. Prima voglio la logica:
“Liveta, stasera Dasho festeggiava le promesse mantenute. Tu non hai fiatato. Perché?”
Lei s'inceppa, allora le tocco una guancia. È un’intimità forzata, sento la sua pelle bollire. Le rigiro la sua frase: “Siamo amiche. Il segreto ti sta mangiando viva.”
Si tira su. Ora mi fissa, ha pupille fini come spilli.
“È davvero questo che siamo? Amiche?”
“Certo.” Cerco di convincerla.
Le scappa un sorriso, ma forse è un tic nervoso. Negli occhi resta il dubbio. “Ti darò i dettagli, ma non oggi. Sono a pezzi .”
Valjet ci fissa piena di una pietà che non serve a niente. I capelli viola le cadono morbidi sulle spalle, il suo culo rotondo e burroso è l'unica cosa bella su questo marciapiede. Lo vorrei io.
Silenzio assoluto.
“Francesco è un amico di mio marito e ha scoperto tutto.”
Le loro espressioni si fanno più concentrate.
Io inspiro.
“Ha una registrazione... di me mentre lavoravo; si è messo a ricattarmi.”
Liveta sgrana gli occhi, Valjet si morde nervosa la bocca.
“Un giorno mi ha invitata a pranzo, mi ha rimbecillita col vino,” le mie dita non ne vogliono sapere di stare ferme. “Mi ha chiesto di lavorare, fare passaggi davanti a lui, come se fosse un gioco. E poi, ha trascinato Andrea, un collega di mio marito, al posto dove noi battevamo. Voleva vedermi annaspare. ” Deglutisco a fatica. “E ora è furioso, perché non gli ho più risposto da quando ho accompagnato Liveta dalla dottoressa. È stato un rischio, ma Liveta era la mia priorità.” Lo dico rivolta alla sola Valjet.
Liveta fissa l'asfalto. È la colpa fatta persona.
Non serve fiato. Siamo solo due errori che si guardano allo specchio.

Valjet si alza, intreccia le dita sulla schiena poco sopra il culo. Penso che è invitante.
– Ma perché rimugino queste cazzate?
Lei cammina ancheggiando sui tacchi neri. Le calze a rete abbracciano le belle cosce. Il top è alto sulla schiena, le fossette di Venere attirano gli occhi. Io le ho, ma meno pronunciate.

Chiudo gli occhi, vedo Dasho. Risento la pressione dei suoi pollici in quegli incavi. Il mio respiro si fa più profondo.
Valjet si volta e dice: “Se l’avessi saputo prima, non avrei detto niente a Dasho di quel tipo che ti chiamava per nome.”
Dico: “In fondo, lui potrebbe arginare Francesco, no?”
“Sì, ma è imprevedibile, e se la potrebbe prendere anche con te. Angela…” si ferma a un centimetro dal mio volto. “Liveta ti racconterà la sua storia quando ne avrà voglia, ma io ti dico ora che quello non è uno a cui ti puoi affidare. Ha buttato sua sorella da una macchina in corsa, quando ha rifiutato di lavorare per lui. Chiaro?”
Tremo e odio ogni brivido. Il corpo non conosce la morale, è un traditore cieco che scatta dietro a un mostro.
“Che faremo con Francesco?” Il fiato mi basta appena a finire la frase.
Valjet volta il viso dall'altra parte. “Lo bruceremo sul tempo. Potrebbe anche essere divertente, ma Dasho non deve sapere niente. Vediamo se riusciamo a metterci in mezzo qualcun altro.”
“Domani è giorno di paga,” suggerisce Nadia.
Valjet ci pensa su. “È vero. Domani Dasho ci paga, è la giornata migliore per chiedergli qualsiasi cosa. È l'unica volta che sorride, quando ci lancia le briciole e si tiene la torta. Se ti paga, infila i soldi sotto il materasso. Tanto non ti servono.”
“Va bene.”
Socchiude gli occhi. “Perché sei tornata qui?”
Non rispondo. Sotto il lampione il suo bellissimo viso sembra innocente.
Ha letto tra le righe.
Io sento il cuore battere forte. Sospendo il respiro. In quel momento, nella notte tutto è intenso e più vivo.
Un’auto nera come un mamba sbuca all’improvviso sul vialetto. I muscoli mi scattano, riconosco Andrea. Quel serpente di lamiera mi morderà di sicuro.
Conto i battiti del cuore: 1,2,3...
Valjet mi spinge dietro il tronco di un albero, il battito cardiaco mi strozza.
Andrea si sporge dal finestrino, solo lui. “Cerco Michela,” la voce è tesa.
È quel nome che ho tirato a casaccio quando mi ha chiesto come mi chiamavo, l'altra volta.
“Non c’è,” Valjet e Nadia hanno risposto insieme.
“Sono sicuro… l’altra volta col mio amico l’ho incontrata qui.”
“Oggi non è l'altra volta,” dice Nadia, “una di noi due se vuoi.”
Andrea insiste. Fruga con gli occhi tra i rami, scava nel buio, il sangue mi si ferma nelle vene. Gela. Ma anche se sapesse, non potrebbe fare niente di niente. Il suo sguardo scivola via, sconfitto, verso Nadia. Lei sale e si sistema sul sedile.
Valjet mi è di nuovo addosso. “Mentre Nadia tiene a bada quello scemo,” sussurra, “Liveta controllerà che Dasho non arrivi. E se arriva, gli dirà che siamo impegnate coi clienti. Andiamo a fare un giro.” Mi tira per un braccio: “Hai soldi per un taxi?”
Scuoto la testa. “Dasho mi fruga nella borsa ogni maledetto giorno. La carta non la tocco: se mio marito vede l'estratto conto e legge –taxi– a quest'ora, in questa zona... ” meglio non rischiare.
Valjet non batte ciglio. “Ok, allora chiamo un amico. Ma ci ridurremo come in quei porno che guarda Marina, a pagare in natura.”
Rimango lì, perplessa. “Marina guarda quella roba?”
“Tutti i giorni.”
Valjet parla al telefono con una voce squillante. Non passa molto che arriva un taxi bianco. L'amico di Valjet ha le spalle larghe, fatte per reggere una donna mentre te la scopi.
– Ancora. Ma perché mi riduco a questi pensieri?
Sono incastrata tra Valjet e la portiera, sento il calore del suo corpo contro il mio. La luce dei lampioni ci guarda dall'alto mentre usciamo da questa via. Loro ridono piano e parlano come se si conoscessero da una vita.
Se ho capito bene lui si chiama Georgi. Ci chiede se abbiamo intenzione di pagare.
Valjet dice di no.
Lo sguardo di Georgi mi scivola addosso attraverso lo specchietto. “Forse non lo sai, ma hai trovato un datore di lavoro tirchio forte. Dasho vi lascia solo le mance.”

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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