Il secondo giorno di lavoro è andato liscio, ma non mi piace proprio. Elena e Idra discutono davanti al divano. Mi fermo sull’uscio, qualcosa non torna... Il divano non è quello di ieri. Non c’è più il finto Fabergé che torreggiava nella stanza come il monumento di un altro secolo.
Al suo posto c’è un divano nuovo, grigio scuro, moderno, con un’isola laterale. Pulito.
La voce mi esce incrinata: “Perché l’hai cambiato?”
Sembra che Idra se lo aspettasse.
“Era diventato troppo retrò.”
I lucciconi mi salgono agli occhi, non faccio in tempo a difendermi.
“Oh, mami. Lo sapevo che avresti fatto così.”
Elena mi prende in giro.
“Tu ti innamori anche degli oggetti.”
“Mi mancherà.” Mi sento sciocca a dirlo ad alta voce, ma è la verità. Quel divano mi ha abbracciata spesso quando stavo più male. Era scomodo, sì, ma c’era.
“Immagino che questo sembri un vezzo infantile,” dico.
Se cambia un dettaglio arriva tutto. Le trafitture della malinconia mi fanno tremare le gambe.
Lo stomaco.
Il cuore.
Idra va verso il divano nuovo. È migliore forse, ma non sa niente di me.
“No. È solo umano.”
Elena si appoggia sul bracciolo. L’abito bianco di trasparenze le scivola addosso come spuma di mare.
La mia, la sua trasparenza… è tutto solo un trucco.
Sbatto le palpebre e lo ritrovo lì, insieme alla mia faccia nello specchio al mattino, il mercoledì di quella volta.
Dal corridoio arriva la vibrazione soffocata del telefono aziendale, cioè quello che mi hanno dato a casa del diavolo. È intrappolato nella camera degli ospiti, nel terzo cassetto di un comodino, così da qui lo sento senza doverlo tenere in camera. Mi tiro su confusa.
Non ho ancora deciso come dire a Matteo che mi serve un secondo telefono.
Il display dice: “Marina.”
Le dita scattano sull’icona verde ancora prima che io abbia aperto del tutto gli occhi. Ma è una voce maschile a rispondere. Non lo riconosco.
“Buongiorno. Vieni alle otto.”
La frase mi entra nelle orecchie come acqua fredda.
“Perché?”
“Alle otto qui.”
La linea muore.
Resto un secondo immobile, con la testa che mi gira. La stanza è in penombra. Il respiro mi esce profondo. Dalle tapparelle, che qui tengo sempre chiuse, filtra la prima luce del sole. Torno in camera e mi metto seduta sul letto. Matteo è già andato al lavoro, come tutte le mattine.
Scendo le scale scalza e chiamo il taxi. Sono le sette e mezza. Non ho nemmeno il tempo di farmi la doccia e per far prima uso la nostra macchinetta del caffè espresso.
Ho dimenticato di metterci lo zucchero. Guardo il soffitto mentre bevo e spero che non sia successo niente di male.
La sequenza è sempre la stessa.
Il bar.
Il portone.
L’androne.
Il terzo piano, la porta che scatta.
Ditmir che dice: “Ciao, Angela!” e si fa da parte.
Nadia è lì con un vassoio in mano. La cucina è calda, come se qui si fosse respirato troppo a lungo.
Marina dietro di lei si sta alzando, lega i capelli, chiude una vestaglia e mi saluta.
“Chi mi ha chiamato?” le chiedo.
Sento una voce alle mie spalle.
“Eccola. La puttana che mi ha quasi staccato un dito a morsi. Non ti ricordi di me?”
Mi giro e vedo Redian. Sento l’odore della sua pelle, è caldo e amaro come il caffè che ho preso prima. L’odore che resta dopo una notte senza sonno.
“Sì. Ma non ti avevo riconosciuto.”
“Io chiamo e rispondo ai telefoni.”
Vedo Nadia che sorride.
Lui la fissa.
“Che ridi? Se mi stacca le dita a morsi, non potrò più disossarti polli e conigli.”
Nadia mi passa quel vassoio.
“Lo stavo portando a Dasho, ci vuoi andare tu?”
“Va bene.”
Ditmir è tornato al suo posto.
“Hai già iniziato a scaricare a lei le tue faccende?”
Nadia si gira a guardarlo. “Io mi sacrifico per lei.”
Redian continua a trafficare col telefono ma intanto ride. “Sì.”
Non capisco se ridono di me.
Guardo Nadia di traverso senza rendermene conto. Lei mi cede tutto e resta in mezzo alla cucina. Profuma di limone e dentifricio.
Il modo in cui parlano mi dà fastidio.
Nadia si accorge del mio sguardo.
“Che ti prende?”
“Mi sembra che mi stiate prendendo in giro.” La voce mi esce infantile.
Lei non cambia espressione.
Sta per rispondere ma Jasmin entra e la distrae col suo: “Buongiorno.”
Dalla stanza accanto arriva la musica bassa dello stereo di Liveta. Mi ricorda che lei non c’è.
È la ballata di un alcolizzato depresso, la voce stanca continua a tornare sempre allo stesso punto. Riconosco House of the Rising Sun. Ogni nota sembra correre verso la fine e poi tornare indietro.
Jasmin si siede. “Non ti stanno prendendo in giro,” si copre la bocca con la mano e finito lo sbadiglio rialza le sue ciglia troppo nere: “Questa casa non prende in giro nessuno.”
Ditmir le versa i cereali.
Lei inizia a rimestarli dentro il latte. “Questa casa ti ha lasciata entrare per rovinare anche te. Vuoi mangiare?”
L’orologio sul muro segna le otto e cinque e il sole del mattino entra dorato tra le foglie rosse appiccicate al vetro.
Redian risponde al posto mio: “Dopo.” Si gratta forte i capelli, in questa luce sembrano ruggine.
La musica continua a scorrere e a ricominciare.
Lui scrive qualcosa su un quaderno nero. “Vai, e non farlo incazzare. Ci siamo appena svegliati. Tutti.”
Annuisco.
“E fatti dare il quaderno verde quando torni.”
Ci sono pochi passi tra me e la sua porta. Il caffè oscilla ma non quanto la mia testa, non ho mangiato niente, e mentre mi avvicino sento il buco nello stomaco. Questo caffè non è quello che conosco, è nero. L’aroma è così forte che mi dà la nausea, cerco di non farlo traballare.
Sento Dasho che mi chiama da dentro.
“Vieni.”
Spingo la porta con l’anca.
“Lascialo qui.”
Lo appoggio.
“Oggi lavori di mattina.”
Non dico nulla.
“Devi aiutare Nadia.”
Per aiutare Nadia starei qui mattina, giorno e sera.
Anche il suo respiro sa di sonno spezzato, ancora attaccato ai polsi e al collo. La luce è fredda, gli occhi azzurri sono immobili sul vuoto della finestra, li seguo d’istinto. Mi rifletto nel vetro e mi sembra di vedere due me.
La sua mano sulla mia testa mi spinge verso il basso.
Sento il fruscio della pelle che scorre tra i passanti mentre si toglie la cinta.
“Cosa stai guardando?” sembra dirlo alla vetrata.
“Angela,” dico.
“Chi è Angela?”
– Ma stamattina tutti mi prendono in giro?
Cerco di aprirgli la cerniera come faccio sempre ma Dasho mi afferra il polso e me lo sposta via.
“Qui An-ge-la non esiste.”
Sono in un mondo ribaltato, ma è più vero. Sono Angela di vetro.
Mi afferra la nuca con le dita tra i capelli e mi tira a sé, come se non avessi margine per oppormi.
“Tieni ferma quella lingua, troia. Io non sono un tuo cliente.”
Mi sembra che stia dicendo che gli sono più vicina.
Sono più dentro.
Tento di non muovermi, ma mi inclina la testa all’indietro. Lo aspetto. L’aria perde morbidezza appena mi entra in bocca. Sento il petto reagire prima di capire perché, la gola si chiude di riflesso.
Gli occhi mi bruciano e iniziano a lacrimare mentre cerco di rilassarmi per non soffocare.
“Guardami.”
La sua mano mi tende il collo all’indietro. Spalanco gli occhi per non perdere i suoi di vetro, mentre il suo corpo entra spingendo oltre il limite, e la mia gola si sforza per fargli spazio.
Ancora e ancora.
Una fitta mi passa nel petto.
Per un attimo si ferma.
Non si ritira.
Non mi libera.
La presa si sposta di lato senza mollarmi, la sua mano piantata nei capelli mi spinge giù, senza tregua. Resto dove mi mette. Faccio di tutto per tenere la saliva in bocca e favorire quest’invasione così profonda che sa di carne e di sudore. Ogni volta che arrivo a un centimetro del soffocamento, affonda ancora di più. Sollevo le mani per aggrapparmi ai suoi fianchi, ma devo aver dato l’impressione di volerlo tirare ancora più dentro. Le sue spinte aumentano e non tengono conto del mio affanno. Le lacrime mi colano libere sul viso, ma non mi scosto.
