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Erotika
La lunga notte · Cap. 9
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Capitolo 9 di 21 29 min di lettura

Dammi un look per morire

Scrivo per puro piacere. Grazie a chi legge.

Agave Ionia
3 mesi fa · 591 letture · 0

Il mio corpo si scalda. Dasho cambia angolo senza avvisare.

Il suo respiro si fa corto, spezzato, e la presa sui miei capelli si fa insopportabile. Il getto mi arriva denso, in fondo alla gola. Si inclina, come per guardarmi meglio e il fuoco divampa nelle mie ossa.

Mentre lo mando giù, un brivido violento mi scivola lungo la schiena. Sento le gambe farsi molli.

Sotto la mia pelle si accende quel qualcosa che raggiunge la punta delle dita. Mi tiene lì, inchiodata, ricevo tutto mentre i polmoni sussultano e uno spasmo mi scuote il corpo. Il suo sapore mi resta in bocca. Ansimo per riprendere l’aria, lui la butta fuori.

Quando mi lascia la nuca resto immobile. Ho la guancia incollata alla pelle bagnata del suo ventre, respiro il suo calore e per un attimo la mia vista si spegne. Mi sposta piano, la cerniera risale e un click chiude la fibbia.

Il mondo qui è ancora caldo, troppo caldo.

Si prende quella tazzina che ho portato ma ormai deve essere fredda.

Beve poi si blocca. La sua espressione non cambia, ma i suoi occhi si stringono mentre spinge di nuovo tutto verso di me. Il liquido scuro trema leggermente contro la ceramica bianca.

“Pulisciti la faccia. E vai a lavorare.”

“Redian vuole il quaderno verde,” dico, cercando di mantenere la voce neutra.

Lui apre un cassetto e me lo passa.

“Eccolo. E di’ a quell’oca che voglio un caffè decente. L’ha bruciato un’altra volta.”

Max si è affacciato sulla porta.

“Possiamo andare? Le accompagniamo noi mentre torniamo alla villa. Tanto è sulla strada.”

“Sì. Aspetta che abbia mangiato.”

Torno in cucina col vassoio, Nadia sembra allegra.

“Tutto a posto?”

“Sì. Ha detto che hai bruciato il caffè un’altra volta e che lavoro di mattina.”

Se ne va vicino ai fornelli dicendo: “Così stiamo insieme.”

Da quello che capisco, Marina cerca di insegnarle a usare la miscela turca per un’ennesima volta.

Il cellulare di Redian attacca a squillare, lui lo alza e mi fa cenno di dargli il quaderno. Me ne ero scordata. Indica il punto da cui viene la musica: “Abbassa.”

Al telefono dice: “Sì. Alle tre va bene?”

Vado a spegnere lo stereo.

Scarabocchia qualcosa in blu. Fa scattare la penna e scrive un orario e un nome con il rosso. “Così arriviamo a 200.”

Leggo:

Marco DOC — 15:00 / 16:30

Marta — 1h30

GGG + AN — incall. — Casa Rossa

Sotto, una riga più corta:

200 → chiuso

Trascrive sul telefono.

Io leggo il quaderno. È più forte di me.

– Potrebbero essere nomi in codice. Quel tizio non si chiama davvero Marco. Potrebbe essere un vero dottore… oppure no. Nella pagina precedente ci sono sequenze simili, tutte cancellate con un unico tratto di penna rossa. Il nome del cliente è stato grattato via con insistenza.

Si accorge che li sto leggendo.

“Guarda che Dasho s’incazza se ti fai gli affari suoi.”

Tento di distogliere lo sguardo dal quaderno. Non ci riesco.

“Sono ricette per incantesimi.”

Lo guardo senza capire.

Chiude il quaderno con un colpo secco e me lo restituisce.

“Marco è Marco. Marta è Marta.”

Pausa.

“È un’agenda. Se fosse qualcosa di così interessante, non te lo farei nemmeno toccare.”

Abbassa lo sguardo sul telefono.

“E non ti lascerei qui a leggerlo.”

Lo guardo male, ma la mia faccia non deve essere molto minacciosa perché lui ride.

Marina porta il caffè turco prima a me. “Prova.”

Dico: “Mi usate per le vostre faccende e pure come cavia?”

Lei e Nadia sorridono. Io questo non l’avevo mai bevuto, ma stavolta non sa di bruciato.

Sento intorno a me l’odore fresco di detersivo ma sotto… c’è quel fondo che non sparisce di metallo, pelle, caffè, stoffa calda.

Jasmin spinge verso di me biscottini al cioccolato.

Redian dice: “È finito il vino alla villa.”

Guarda Nadia senza aspettare davvero una risposta. Si pizzica la lingua con due dita.

Nadia alza una bottiglia da terra.

“Ti va bene questa?”

La tiene sospesa un secondo, come se fosse già stata accettata.

“Sì.”

La strada è breve oggi.

Transitiamo nel viale alberato di un quartiere grigio. Gli alberi hanno ancora fiori gialli che piovono e si appiccicano all’umido dei vetri. In cinque minuti la macchina si è coperta di fiori, il parabrezza è un cuscino di petali. Nadia sonnecchia sul sedile alla mia destra e Marina dorme alla mia sinistra. I suoi capelli chiari sono appoggiati su di me. Anche la mia spalla è diventata un cuscino.

E anche io rischierei di addormentarmi, immersa nell’odore di cuoio della macchina di Max. Mi tiene sveglia la “Dikaya l’vitsa” che si dipana dallo stereo. Quella voce ripete come un giro ossessivo che proteggerà la donna che ha portato via nella notte, a ogni costo.

La mia faccia nello specchietto dice: – Non farmi ridere. Ma ascoltala finché ti piace.

La luce del mattino è color oro. Cola oro dappertutto. Su Nadia e sui capelli di Marina addormentata.

Nessuno è più fortunato di me questa mattina.

Max accosta sotto un tiglio, non lo vedo nemmeno lo spiazzo grigio in cui ci scaricano.
Redian abbassa il finestrino. “Ciao Nadia. Torno alla villa.”

Nadia fa ciao, ciao con la manina.

Irina ci vede arrivare.

“Eccovi. Mi stavo ammazzando di noia da sola.”

Mi indica col mento.

“Che ci fai qui? Con tutta questa voglia ti svegli?”

Non rispondo. Mi arrampico in silenzio sul muretto. Marina ci viene appresso.

Nadia si siede tra di noi. “È venuta perché non posso stare con te da sola.”

Irina piega la testa.

“Ah sì? E perché?”

“Perché sei una serpe.”

“Lo sai perché hanno il veleno i serpenti?”

“No. Non lo so.”

“Per difendersi,” dice Irina.

Le guardo le cosce. Bisogna trovare la maniera di andare d’accordo.

Mi offre le sue sigarette. “Che guardi? Mi è venuta la cellulite?”

La prendo. “No. La tua pelle è bellissima.”

“Grazie.”

Rispetto a tutte loro non ha l’aria troppo triste. Sta passando una mano sul muro, piano piano arriva sulle sue gambe, poi mi osserva di nuovo.

Nadia se ne va col primo cliente, Marina col secondo.

Continuo a tenere d’occhio Irina e lei mi chiede:

“Che c’è?”

“Valjet mi ha detto che prima lavoravi nei locali.”

“Io sì.”

“È come nelle case?”

“Più o meno.”

Lungo questa strada passano poche macchine.

“E non guadagnavi meglio?”

“No. Con la scusa che non piove, non fa freddo, non fa troppo caldo… si lavora dieci ore al giorno. Puoi guadagnare migliaia di euro in una settimana, ma ti addebitano spese molto più alte.”

E guardando la strada sorride, ma pare più una smorfia.

“E poi un giorno Max o Katia o qualcun altro entra in camera tua, trova cinquanta euro sotto il cuscino. Tu non hai rubato niente. Forse il cliente li ha lasciati lì, magari pensava di farti un favore. O forse ce li hanno messi proprio loro. Ma con la scusa che ti sei tenuta qualcosa, raddoppiano il debito iniziale. E lì i clienti pagano per stare ore.”

Si raddrizza e si gira dall’altra parte.

“E non finisci mai di saldare il conto. Anche perché, quanto ha pagato davvero il cliente per ogni appuntamento non lo sai. Almeno qui non fanno certe cose.”

Sbuffa fumo.

“E dopo venti minuti il cliente smamma.”

Dico: “Stamattina ho letto che una tizia che si chiama Marta per un’ora e mezza piglia 200.”

“Non me le dire nemmeno queste cose, mi fanno solo incazzare. E sta’ tranquilla che non li piglia Marta.”

Terzo cliente. Stavolta a me.

Ha ragione. In venti minuti vado e torno.

Sospiro.

Irina sta fumando di nuovo.

“Stai per scoprire che esiste qualcosa di peggio del cliente difficile.”

Le mie sopracciglia si increspano.

“Sì. C’è qualcosa di peggio di chi non vuole il preservativo o di chi ha richieste strane.”

Guardo Nadia.

Lei si stringe nella camicetta: “Non so di cosa sta parlando. Lo giuro.”

Un tizio chiama Irina dalla macchina, alza indice e medio, come faresti con una cameriera al ristorante.

Prima di andare avanti…

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