Vai al contenuto
Erotika
La lunga notte · Cap. 13
Aa
Dimensione testo
Tema
Salva
Capitolo 13 di 21 34 min di lettura

Dentro le sorelle

Grazie a chi legge.

Agave Ionia
2 mesi fa · 1.1k letture · 0

Qui c’è sempre lo stesso odore di incenso che copre quello del caffè.

Sul tavolo c’è una scatola aperta, è piena di pietre:
Agata.
Ametista.
Ambra baltica.
Idra le vende ai suoi clienti, ognuna con una promessa etichettata sopra:
Protezione.
Chiarezza.
Radicamento.
Assorbire il male.

Elena le fa scattare sul legno con le unghie, una dietro l’altra, come se giocasse a biglie. Io le guardo e so che nessuna pietra ha mai ripulito nessuno dal male. L’unica cosa che fanno è girare su se stesse. Quella blu intercetta il raggio di sole e rimanda un riflesso che ti si pianta nella retina e non si spegne più.

Idra, senza alzare lo sguardo dalla pentola, dice: “Elena, non metterle in bocca.” La frase resta sospesa sopra le pietre.

Elena ne alza una e me la mette davanti al naso.

“Questo è quarzo rosa. Qualcuno da noi dice che fa tornare l’amore.”

Lo prendo in mano. È un pezzo di roccia color carne. Mi chiedo se davvero qualcuno paghi per questo sasso freddo, sperando che convinca una persona a tornare a baciarti.

Idra viene a tavola:

“È un placebo rosa confetto per chi ha il letto e lo stomaco vuoto, ma non ha voglia di usare alternative.”

Chiedo:

“Quali sarebbero le alternative?”

“Gli psicofarmaci, oppure la droga.”

Elena agita l’indice nella mia direzione:

“Tienitelo, glielo pago io a Idra, forse ti risolve il problema.”

La verità è che io trovo problematico il concetto di “amore”. Le persone canonicamente innamorate, sdolcinate, neanche mi piacciono.

Idra sparecchia e si alza:

“Andiamo al mio locale, oggi è feriale, non si fa tardi.”

“Va bene.”

Devo andare comunque al lavoro domattina.

“Vado anch’io,” dice Elena interrompendo lo schiocco del chewing-gum che mastica.

Raggiungiamo il locale che fuori è già buio. Idra cammina davanti a me. Il suo passo è cambiato: le cosce hanno preso a sfiorarsi sotto il cappotto aperto, a un ritmo più lento.

Dentro, l’aria è densa, le luci sono basse e i tavoli sparsi. Idra getta via il cappotto e io mi siedo in disparte.

Entra un uomo. È bello, giovane. L’avevo già visto qui qualche notte fa. Non mi guarda, o forse sì, ma non insiste.

Va da Idra e io non do l’impressione di ascoltare, invece ascolto tutto.

Racconta una storia breve. La compagna era giovanissima, è morta. Conserva una cosa sola di lei.

Tira fuori dalla giacca un orecchino d’oro bianco. Il gemello è rimasto addosso al cadavere prima che chiudessero la cassa. È roba di pochi grammi, ma fa abbastanza luce nelle giornate buie che ormai si abbandonano una dietro l’altra, come le tessere del domino colpite all’improvviso da una botta inaspettata.

Era qualche anno più giovane di lui, ma era sicuro che sarebbe stata la sua anima gemella.

Idra incrocia le dita sul tavolo:

“Perché?”

“Perché avevamo lo stesso DNA e la stessa camera da piccoli.”

Era una che rideva forte per niente, che ti infilava le unghie nel palmo della mano in mezzo alla gente. Non avevano piani, accumulavano le giornate una sopra l’altra, aspettando di vedere cosa succedeva.

La voce gli si abbassa. Pensava ci sarebbe stato tempo. Sempre tempo. Ci pensa un attimo, poi si ricorda di una nonna che diceva:

“Non fare domani quello che puoi fare oggi.”

Idra fa quello che sa fare. Ascolta. Fa scorrere le dita sugli anelli che porta lui, sono molti.

Ora le sta dicendo che è in cerca di una sostanza chimica per bloccare i ricordi. Dice che ogni volta che si sfila i pantaloni davanti a qualcuna, sul materasso si materializza la stessa identica figura del corpo di sua sorella, e lui si ritrova immobile, gelato.

Mi accorgo che ho smesso di respirare come faccio sempre. Inspiro a scatti perché sennò mi sentono. Mi stringo le gambe d’istinto.

Dice che ha bisogno di un veleno che cancelli i dettagli. Sta impazzendo perché ogni mattina, sul ripiano dello specchio, vede la boccetta del profumo di lei, vuota a tre quarti.

“Basta togliere la bottiglia, no?”

Mi tengo la frase dietro le labbra chiuse.

Cerco ancora di non dare a vedere che sto origliando. Nel frattempo ho bollito il tè con l’alloro e le bucce d’arancia come mi ha insegnato Idra.

Lui continua: prima gli andavano bene tutte, ma adesso il cervello gli si blocca su una sola, lo stesso loop di quando lei era viva. Ci pensa otto o anche dieci ore al giorno, lo stesso timer di quando aspettava la fine del turno di lavoro. Ore di noia pura, prima di aprire la porta e trovarla nuda sul divano. Si teneva gli slip addosso solo per il gusto di farseli spingere fino alle caviglie, sentendosi chiamare la troia peggiore della città. Nessuna colpa, una volta che accetti la tua biologia.

Lei si eccitava a tenere l’elastico teso sulle cosce, mentre lui infilava la lingua sotto la striscia sottile di pelo. Indugiava lì, lei si strofinava da sola per accelerare lo stimolo, amava gridare e lui amava il suo seno.

È il peso di quel seno la cosa che gli manca di più.

Però tra loro il rapporto era diventato qualcosa di ossessivo e ripetitivo, sempre più lontano da qualsiasi equilibrio. La fisicità si era trasformata in un linguaggio unico, che si ripeteva fino a svuotarsi di senso. Ogni gesto sembrava chiedere una conferma sempre più estrema, sempre meno sufficiente.

“Perché avrei dovuto tirarmi indietro?”

Infatti, se puoi far felice tua sorella, assecondarla è un dovere morale. È una questione di efficienza: se a tua sorella serve il cazzo, tu glielo fornisci. Altrimenti la costringi a cercare scarti in giro, quando lo strumento perfetto per farla sentire la troia definitiva è già lì, fabbricato dalla stessa madre.

Solo che poi subentra la noia, a forza di farlo, non provi più niente. Il tabù era scaduto. Allora era servito andare sotto i fari dei ristoranti con lei. Nei negozi del centro a scegliere i letti con lei. Sempre con la magia di avere un segreto in tasca.

Mi si intorpidiscono le dita intorno alla ceramica.

E i loro genitori?

Gli occhi di Idra lo pungono come vespe.

I genitori, dice lui, facevano finta di niente. La mattina a colazione passavano il latte a entrambi senza guardarci negli occhi. Mi chiedo quante volte, a casa nostra, avrà fatto la stessa cosa Matteo. I genitori sceglievano di vedere solo l’aiuto che le dava a sistemarsi, niente di sudicio.

Lei non sapeva vivere da sola. Lasciava le tazze sporche sul tavolo e i vestiti umidi sulla sedia per un mese. Una demente. L’unico modo per farla muovere era fare come faceva la madre quand’erano piccoli. Tirarle un ceffone dritto sulla bocca, fino a farle sanguinare il labbro. E più le davi botte, più lei andava su di giri.

“Solo che io soffro anche la gelosia. Che è solo una parola per dire che non tolleravo interferenze sulla mia proprietà. Le ho spaccato la faccia più spesso di quanto avrei dovuto.”

Idra schiaccia il filtro nel posacenere: “Il mercato è pieno di gente che fa lo stesso. Non sono una questura.”

“Ma adesso?”

Idra la fa breve, come sempre, è il suo modo di tagliare via il male: “Adesso non c’è più.”

Lui la fissa.

Sento il bordo caldo della tazza sulle mie labbra aride.

E controllandosi lo smalto madreperlato, Idra aggiunge: “È andata come è andata.”

Sento la sua voce come se venisse dall’altro mondo. Gli dice ancora: “Butta via quell’orecchino quando esci da qui, è solo un ricordo. Non servono a niente.”

Lui si mette a piangere.

Mi sembra che stia parlando con me.

Tutto quello che hai amato prima o poi ti si perde o muore, dovrai gettarlo via.

Tutto quello che sei finirà su un marciapiede.

Le risponde: “Ma se lo butto non ne avrò più un altro uguale. Non ci sarà mai un’altra uguale a lei.”

Il mio diaframma non si espande mentre continuo a guardare le sue mani.

Idra sostiene che ci sarà un’altra… meglio forse? Peggio? Uguale, certo, no.

Lui dice no, non ci sarà mai nessuna perché non può avere all’improvviso un’altra sorella.

Oh, questo è assolutamente vero. Lo riconosce anche Idra.

Allora che fare?

Idra apre una scatola. Le sue erbe sono lì, immobili. Le raccoglie, gli offre un tripudio di fiorellini e foglie che scricchiolano. Le spaccia come un interruttore vegetale per spegnere il cervello di chi non sa dove mettere il dolore.

Lui le stringe come se potessero trattenere qualcosa.

Idra aggiunge che sono così leggere perché rappresentano il senso delle cose che non si trattengono, ma si attraversano. Le lascia cadere tra le sue mani. Deve tenerle con sé finché non potrà lasciarle scivolare via, allora con esse se ne andrà anche il dolore.

Lui se ne va, guardo le sue spalle voltate e la pelle della giacca scricchiola a ogni passo prima che sparisca dietro la porta.

Idra si siede di peso sul divano, allungando le gambe sul tavolino. “Dammi il tè. Quello si è preso venti grammi di roba buona per raccontare sempre la stessa storia.”

Le porto quanto richiesto.

Idra manda giù un sorso lungo, si scotta le labbra ed emette un verso che non si capisce se è una risata o un colpo di tosse. “Metterlo dentro le sorelle… un diritto e un dovere cinico.”

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
Pagina 2 senza votare
Indice dei capitoli
Cap. 14

Commenti

CallMeHot
Salva in una lista