Eccoci davanti alla porta blindata dell’appartamento di Idra. Elena è seduta su un gradino, parla al telefono nella sua lingua e ride quasi da soffocarsi.
Idra stringe le labbra fino a farle diventare una linea bianca e non ci guarda: “Che c’è? Fai ridere anche noi.”
Elena salta nell’ingresso con un fruscio di seta.
“Aspettate che vi racconto… abbiamo fatto una gara di pompini stanotte, io ed Eva. Ha vinto lei, è arrivata a trentatré ma…”
Idra esplode.
“Taci! Chiudi quella bocca se l’hai tenuta tanto aperta stanotte. Riposati. Fammi parlare con Angela.”
Io devo andare in bagno, chiedo il permesso. Idra mi indica la porta in fondo al corridoio.
“Ma perché me lo chiedi sempre? Ormai conosci questa casa.”
Mi viene in mente Morgan Freeman, dico: “Ho passato tanto tempo a chiedere il permesso anche per pisciare, che adesso se non lo chiedo non mi esce.”
Idra ride.
Lascio la porta socchiusa e, mentre mi libero la vescica, le sento parlare. È spagnolo, ma ormai inizio a capire.
“Non voglio che dici certe cose ad Angela. Non voglio che le metti in testa idee strane…”
“Ma smettila.”
Sento le scarpe di Elena che volano lontano da lei e si posano sul tappeto tondo in sala.
“Non è una ragazzina.”
“Potresti trascinarla.”
“Chi si lascia trascinare merita la fine che fa!”
Su questo Elena ha ragione.
“Silenzio! Se parli ancora te ne vai.”
Sento i passi di Idra sul pavimento, l’anta del suo armadio che si apre e il tonfo sordo dei flaconi di crema che tiene appoggiati sul comò. Deve averli fatti cadere tutti. Dalle finestre entra una luce azzurrina.
Lei apparecchia la colazione, Elena si guarda le unghie rifatte ieri, poi mi fissa, aspetta che io faccia il nome di Francesco. La saliva mi diventa amara in bocca. Tra due ore l’aria della pescheria mi entrerà nei polmoni. Sento già le squame sotto le dita. Pensare al viscidume del pesce e a quello di Francesco insieme è troppo.
***
Nella mia vita precedente è martedì mattina, alla fine ieri Liveta non è partita. Ritorno al portone di Dasho alle undici. È come girare in tondo. Mentre salgo le scale mi accorgo che il cinturino delle scarpe è così stretto che mi sega le caviglie. Per la fretta non l’ho sistemato bene. Il respiro mi si accorcia e le spalle si irrigidiscono. Alla fine delle scale sento lo scatto della serratura e mi trovo davanti Ditmir.
“Angela, Dasho ti ha detto di venire a mezzogiorno.”
“Lo so. Ma lasciami salutare Liveta, solo un attimo.”
Ditmir si tocca le labbra, premendo la carne umida.
“Come sai che sta andando via?”
“Me l’aveva accennato… non ricordo bene.”
“Comunque, per un cambio di programma, la accompagno stasera alle sei.”
Lo oltrepasso di corsa. Spingo l’uscio e vedo Liveta con una valigia aperta sul letto.
Le sue labbra si stirano verso le guance, ma i suoi occhi restano fissi sulla valigia.
La voce di Dasho mi arriva da dietro. “Angela…”
I miei tacchi si bloccano sul pavimento.
– Come mi ha sentita? Riconosce il mio passo quando arrivo.
“Vai,” dice Ditmir, “lei sarà ancora qui quando tornate.”
“Grazie.”
Lascio Liveta e vado da lui; entro senza fare rumore.
Dasho sta parlando con uno che ricordo: ha le mani coperte di anelli d’oro e mi sembra infastidito. Un tatuaggio gli esce dalla maglietta e corre lungo il collo, sfumandosi nella barba.
Lo ricordo perché l’ho visto una volta, quando sono entrata qui senza attendere permesso mentre parlavano. La volta che volevo andar via, dopo aver saputo di Liveta, dell’ordinazione.
Alla fine è successo: lei se ne va, ma io resto qui.
L’amico di Dasho non gira la testa, ma il nero degli occhi mi segue.
Mi metto accanto a Valjet. Stringo una mano con l’altra, incastrando le dita tra loro mentre sento lo spostamento d’aria di Dasho che si muove alle mie spalle. Passa un lungo tempo mentre continuano a parlare tra loro.
“Avete un altro lavoro da fare oggi,” ci dice alla fine, “andate con Max.”
Guardo Valjet, lei alza le spalle, i capelli viola le cadono sul viso.
Dasho dice ancora:
“Qui dentro si entra una volta sola.”
Max ci fa strada. Saliamo in macchina muti. Ci allontaniamo dal condominio, mi liscio la gonna sulle cosce due volte per togliere il sudore dalle dita.
Inghiotto la saliva solo per sentire un suono. “Dove stiamo andando?”
Gli occhi neri di Max riempiono lo specchietto retrovisore, incrociano i miei, nessuno di noi due batte le ciglia. Non risponde.
Il viaggio è breve. Arriviamo davanti a una villa circondata da un giardino; ma è tetro, come se nessuno lo frequentasse davvero. Un grande cancello di ferro separa la strada dall’ingresso.
“Dove siamo?” chiedo a Valjet.
“Alla villa. Quelle che ci abitano dentro stanno meglio di noi, forse, o forse peggio, non lo so. Lavorano sempre qui in casa, non escono mai.”
“Perché?”
“Perché non hanno esperienza. In strada serve un altro tipo di testa.”
“Ce ne sono altre?”
“Altre due e i locali. Irina lavorava lì prima, ma non andava d’accordo né con le donne né coi clienti.”
“Mi sembra difficile per chiunque andare d’accordo con Irina,” dico per cambiare discorso.
“Infatti.” Valjet ride piano.
Quello che sto ascoltando non mi piace per niente.
Max si volta verso noi due:
“State zitte. Katia oggi non c’è, quindi qualcuno deve mettere a posto. E io ho passato tutta la notte in piedi. Voglio andare a dormire, perciò fate in fretta.”
Entriamo in cucina, dove dieci ragazze come noi si servono un ibrido tra pranzo e colazione attorno a un tavolo rotondo. Le guardo mentre si passano i flaconi del latte e la caffettiera.
Sono giovani…
No.
Guardo la prima a destra.
Non mi piace quello che vedo.
Mi si raffredda la schiena quando mi rendo conto di aver pensato “come noi”.
Mi sento anch’io così?
“In piedi,” dice Max.
Una bionda protesta. “Perché? Abbiamo passato tutta la notte a svuotare le tasche a quei clienti, e pure il resto...”
Le altre nove ridono.
“E stamattina non abbiamo nemmeno fatto colazione.”
“Perché lo dico io.”
La risata finisce e venti occhi incattiviti ci fissano. Escono in fila sbuffando. La bionda getta il tovagliolo a terra.
Max si abbassa fino a sfiorarle l’orecchio. Il tono scende in un sussurro privato:
“Monica, non rompere il cazzo… Oggi vi dice bene. Voi fate le signore, e questa dama vi rifarà il letto e vi servirà il pranzo. Uscite.”
Senza preavviso, la massa di anelli di Max colpisce il viso di Valjet. Il suono secco mi fa sussultare.
“Io le cose le faccio finire subito.”
Valjet non reagisce. Si tocca la guancia e guarda le dita macchiate di sangue: il labbro si è aperto.
Saliamo al piano superiore.
Mi fermo sulla soglia. La devastazione della festa che devono aver fatto qui stanotte è ovunque. Le lenzuola sparse in giro mi fanno venire un conato di vomito. Guardo il labbro sanguinante di Valjet; e me ne viene un altro.
Katia non c’è.
Non so chi sia, ma mi pare di capire che qua dentro senza di lei non c’è nessuno che tiene testa a quel matto pericoloso.
Max ci osserva da lontano. Non dice nulla.
Restituiamo a ogni stanza un ordine forzato. Se è possibile, sembrava tutto più accogliente prima. Sono senza fiato. I tacchi alti mi fanno traballare sulle assi del pavimento, le caviglie cedono sotto lo sforzo di sollevare i materassi. Sento il sudore che mi cola sotto il pizzo del reggiseno. E poi lui ci guarda di continuo, mi manda così in paranoia che alla fine il battito del cuore è diventato un tamburo insostenibile. Ogni volta che mi giro lo vedo: non è angosciante, di più.
Mi siedo a terra, ma il corpo di Max mi si staglia davanti, coprendomi il sole:
“Alzati.”
“Non riesco a muovermi bene con questi vestiti.”
“Puoi spogliarti. Anche nuda, se preferisci. L’importante è lavorare e non parlare.”
Valjet mi guarda un istante, poi mi dà la mano per alzarmi.
“Levati le scarpe,” sussurra.
