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Erotika
La lunga notte · Cap. 18
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Capitolo 18 di 21 41 min di lettura

Principessa di giorno, troia di notte

Grazie a chi legge.

Agave Ionia
1 mese fa · 574 letture · 1

Ci siamo svegliate da poco. Idra si è data una lavata ed è scesa di sotto a controllare la posta. Lo fa tutti i giorni, ed è sempre vuota. Oggi è tornata con un sorriso che fa vedere tutti i suoi denti, tutti perfetti. Accende la luce sul soffitto ed Elena si rivolta sul divano, lamentandosi.

Finalmente è arrivata una cartolina dal carcere. Idra la sta portando verso il frigo, non so perché le appiccica tutte lì.

C’è scritto solo: “Continua ad amarmi, o fai come vuoi… ma non lasciarmi.”

Nel frattempo Elena si è alzata. Siamo tutte e tre intorno al tavolo adesso. Idra affonda il cucchiaio nel latte mentre Elena dice: “Anche a me è arrivato un messaggino.”

Non so di chi sia, ma lei, per non sbagliare nome e non perdere i clienti, al telefono risponde a tutti: “Amore.”

“Stavolta è davvero il mio amore”, dice Elena.

Idra mi indica col cucchiaio: “Le ho detto che non può pensare che lui si innamori di lei.”

Elena dice: “Voi due siete invidiose, è l’unica verità.”

Idra continua a guardare nel latte. “È facilissimo sposarlo, il tuo cliente, o un altro di loro, ma è impossibile averne amore.” Alza il cucchiaio, se lo ficca in bocca ed Elena dice: “Vedi di non farmi prediche. Tu e Angela siete proprio le ultime che dovrebbero fare discorsi del genere.”

Con la bocca piena di cereali, Idra non la guarda più: “Chi ti mette le mani addosso pagando non ha, e non avrà mai, quel meccanismo che serve per stabilire un contatto emotivo vero con un altro essere umano.”

Elena fa finta di non sentire. Mi toglie il taccuino dalle mani: “Io so chi sei.”

Leggendo le ultime righe aggiunge: “Ora sei ricercata.”

Mi scappa da ridere. Lei si lecca le labbra: “Io e te siamo uguali. Tu eri già una battona quando li hai incontrati. Sai benissimo che una natura è una natura, nessuno può farci niente, nessuno può dire che non si può essere amate lo stesso.”

E io le dico: “Nel mio caso era diverso. Ero con mio marito quella notte.”

“Marito o non marito”, dice Elena, “un cliente è un cliente.” Si passa le mani nei capelli e, prima che io obietti, dice: “Ti sei salvata. Ma adesso non riesci a vivere. E per questo, quando hai conosciuto Idra, stavi per suicidarti.”

Idra la spinge via: “Sta’ zitta.”

Elena resta dritta: “Rilassati. Nessuno saprà mai tutto questo. Chi si darebbe pena di ascoltarci? Nessuno vuole saperlo.”

Idra sgranocchia i cereali e il suo viso, nonostante la pelle scura, è diventato rosso.

Elena si fa spazio spostando la sedia di Idra col piede: “Dato che ieri non m’avete lasciato parlare, ci tenevo a dire che ‘Principessa di giorno e troia di notte’, signore e signori, è una fantasia da imbecilli, ma c’è parecchia gente che ci gioca, come Angela.”

E io spero che la finisca presto, mi giro verso la cartolina che ha ricevuto Idra, fissata al frigo con uno scotch dello stesso giallo dei post-it.

Elena si butta avanti: “Quello slogan fa ridere chiunque conosca un minimo la realtà. Eppure, anche se il nostro lavoro non ha nulla a che fare con il glamour, con la trasgressione o con la ‘liberazione sessuale’ che predicava tua madre, ci sono pure tante donne che idealizzano l’interruttore che tu stessa, Angela mia, usavi per spegnere il cervello e non sentire la fatica, il dolore, la follia che perverte la vita di una troia. Le persone giocano con un’iconografia da film porno, senza capire che noi siamo a casa della dottoressa Idra, perché essere una troia di notte ti consuma dentro e fuori. E dopo vogliono pure venire a raccontarci chi siamo.”

Idra incrocia le dita sul tavolo. “Hai finito?”

“No. Non abbiamo il sindacato, purtroppo. Ma se il marito di Angela fosse qui, direbbe che, ai sensi dell’articolo 498 c.p., chi si dichiara medico senza esserlo commette usurpazione di titoli o di onori. Perché non dovrebbe valere anche per la mia professione?”

Pensare al mio ex-marito che difende qualcuno in tribunale per esercizio abusivo della professione di mignotta mi rallegra la giornata.

Idra richiude il mio block notes: “Perché non c’è un corso di laurea per fare la zoccola.”

Elena si gonfia tutta: “Ti sbagli, ho fatto un lunghissimo tirocinio e ho anche preso il dottorato dei bocchini. E ho dovuto imparare a: conoscere tutte le malattie che si possono prendere, calmare all’istante chi diventa violento, truccarmi, vestirmi nella maniera adatta, stare sui tacchi anche dodici ore di fila senza un lamento, trattare coi magnaccia che sono dappertutto, gestire lacerazioni vaginali, morsi, tagli di tutti i tipi, conoscere gli anticoncezionali e i loro usi alternativi, lo stesso si dica per tutti i lubrificanti sessuali e i giocattoli sessuali e…”

Idra sbatte la fronte sul tavolo.

“Ho dovuto fare vaccini che tu non pensi nemmeno che esistano. Gestire ed evitare aborti, gestire ed evitare le reazioni naturali del mio corpo per non averne reazioni imprevedibili dai clienti. E poi imparare a usare il termocauterizzatore che distrugge i tessuti per rimuovere ogni genere di lesione cutanea, visto che una manciata di infezioni ogni due mesi non me la leva nessuno. E poi c’è da conoscere tutti i kink più richiesti. E mi disturba che chi non ha mai fatto niente di tutto questo osi prendersi la parola troia e indossarla per un giorno, come un paio di orecchini che hai comprato alla bancarella.”

Idra le chiede di nuovo se ha finito.

“No. E anche se quella vecchia col cane è probabilmente morta, e il frate sarà stato assunto in paradiso, terrei anche a specificare che il mio lavoro spesso è piacevole. Che la mia vita non assomiglia affatto a un tunnel senza uscita che attraverso senza sapere dove vado. E prima che tornino dall’aldilà a dirmi che qualcuno mi ha convinta, mi ha manipolata, mi ha spinta… che da qualche parte nel mondo della mia infanzia doveva essere esplosa una bomba atomica della quale il mio cervello ha rimosso il ricordo e il trauma, io risponderò che ho fatto sei anni di terapie reali da giovane. E ho i certificati che attestano che ho fatto tutto da sola, che io volevo farlo. Io non sono una puttana, sono La puttana, certificata, e me ne vanto. E dovrebbero provare anche tutte quelle che si appropriano di un titolo così senza aver mai, un solo giorno, vissuto la mia, la nostra vita. Diffidate degli abusivi.”

Sul frigo di Idra c’è un piccolo quadro della Natività.

Lontana come sono da Dio, ecco cosa mi resta: gente così. Il mio unico legame con la realtà.

La caffettiera borbotta.

Idra bofonchia: “Ho tutta un’altra idea della questione io, ma so che sarebbe come parlare dell’aborto o della pena di morte. Possiamo arrivare fino a Trieste discutendo e ritornare indietro… e ritornare su. Nessuno si metterà mai d’accordo.”

Elena si sta mettendo lo smalto. Soffia sulle unghie per farle asciugare: “Io ho scelto da me, ho il certificato, per il resto pensala come ti pare.”

Idra sbuffa.

Elena soffia: “E ritengo di fare un servizio eccellente all’umanità. La maggior parte dei clienti li riconosco dalle loro macchine. E dentro le macchine riconosco le loro pazzie. Uno dei peggiori veniva tutti i martedì, ora ha smesso. Aveva avuto una baby-sitter, diceva lui, che appena i genitori se ne andavano lo legava a una sedia e gli spegneva le candele sul culo. Diceva che le somigliavo. Mi pagava per fare le parti di quella baby-sitter di merda.”

Idra ha seppellito il viso tra le mani, vedo il suo corpo sussultare.

Elena soffia: “Ridi? Ma non era quello messo peggio. Qualcuno mi chiede di farmi i codini e parlare come una bambina. Ecco, tutte queste cose finirebbero nella società se non ci fossimo noi. Diventerebbero frustrazioni, diventerebbero violenze.” Soffia ancora: “Tutti quelli che vengono da noi, che ci chiedono cose assurde, li prendo io su di me come Gesù pigliò su di sé i peccati del mondo. Diglielo al frate che mi accusava di commettere un crimine contro l’umanità.”

La moka inizia a sbavare caffè. Idra spegne il fornello.

Elena disegna roselline sulle unghie con un pennello a punta fine. “Posso aver sbagliato un sacco di cose in vita mia, ma dire che le mie scelte non le ho fatte per mia volontà è arroganza, e non lo accetto.”

Ma qualche dubbio sulla questione delle scelte ce l’ho anche io.

Scrivo un ricordo sul mio taccuino:

Matteo 10, 30:
“Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati.”

***

È sabato. Mi sono alzata e ho scaldato un piatto di pasta fredda che ho trovato nel frigo. Matteo è ancora in tribunale, l’orologio sul muro dice una cosa spaventosa: ho dormito fino alle 14.45.

Vorrei chiamare Valjet per chiederle come sta Lori, ma so che alle 14.00 sono partite per il secondo cerchio dell’Inferno, quindi stanno lavorando.

Cerco un pensiero che allontani i ricordi di stanotte. Mi viene in mente l’aragosta che voleva Valjet. Potrei portargliela lunedì. Ma non so cucinare l’aragosta. Allora prendo il mio PC, la pagina si apre con una scritta verde: COME PULIRE E PREPARARE L’ARAGOSTA IN BELLAVISTA.

Anche l’azzurro del cielo oggi è spaventoso, sarebbe meglio restare nel rassicurante arancione delle pareti della mia cucina, invece vado a prendere il telefono aziendale per chiamare Dasho, ufficialmente per sentire se posso portare le aragoste lunedì. In realtà ho bisogno che la sua voce faccia rallentare il battito del mio cuore.

Prima di andare avanti…

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