Capitolo 20 - I sogni sporchi
Grazie a chi legge.
7 ore fa
Tutta questa notte io e Idra l’abbiamo trascorsa a organizzare una seduta spiritica. Non è che io non abbia fatto di peggio, ma oggi mi sento proprio male. Sono venuti due clienti, un uomo e una donna. Non li conosco, non li ho visti nemmeno una volta qua da Idra, eppure loro la abbracciano e la signora la chiama Mamma Prodigio.
Ho visto tante mamme troie durante la mia vita nel mondo delle ombre, ma Mamme Prodigio ancora mai.
La notte è splendida e anche Idra: porta un velo turchese in testa, tutto brillante, e profuma di orchidee…
Io rimango nell’ombra e mi mostro soltanto quando mi chiede il tè, l’incenso, una candela. È la sua voce a comandare il tempo. D’altronde, è perché sono ancora immersa in quel mondo che anch’io vengo da lei per evocare fantasmi.
La signora sta dando a Idra una risma di banconote. Le chiede: “Sei riuscita a parlare con mia figlia?”
Idra le poggia le mani sulle spalle: “Sì. Ma non così, non devi essere sempre così ansiosa… altrimenti la allontanerai. Gli spiriti sono timidi, vengono quando avvertono pace e silenzio.”
E questa coppia di disperati si stringono l’uno all’altra sul divano e, trattenendo il fiato, guardano le candele che accende Mamma Prodigio…
“Le manca mangiare il ghiacciolo al limone con te”, dice Idra fissando intensamente la fiammella e poi la signora da sotto il velo. “E quel cornetto con la panna che le hai portato tutti i giorni alla fine, all’ospedale…”
Ricordi, ricordi… Gli occhi della signora si riempiono di lacrime e quelli di Idra di luce azzurra riflessa dal tessuto che le scende sulla fronte.
La signora continua a dire a Idra: “Come fai a sapere questo? E quello? Sei davvero Mamma Prodigio.”
In realtà, le ha consigliato di venire qui un’amica di Idra e ci ha avvisate prima. Abbiamo passato tre pomeriggi a studiare i loro profili Facebook, Instagram, tutto. Abbiamo osservato una per una le loro foto, i loro ricordi condivisi. Abbiamo segnato con pazienza su un taccuino gusti, abitudini della figlia e rimpianti della famiglia.
Idra alza il naso verso il soffitto. “Ci siamo, ci siamo. Credo proprio che ci siamo. State assolutamente immobili.”
Quei due non si muovono e la stanza si riempie di odore di alloro e altre spezie bruciate. Non so che roba è, ma questo fumo fa traballare la testa pure a me.
Idra dice: “Piccola, sei qui. Sei qui, lo so.”
La signora si copre la bocca con un fazzoletto, sta piangendo mentre Idra mi passa i soldi di soppiatto. Li prendo e li infilo nel suo cappotto. Mi sento come quando nascondevo a Matteo i soldi della mia seconda attività sotto i cappotti nell’armadio. Idra dice a tutti e due di chiudere gli occhi; resta solo la luce delle fiammelle una volta coperte le lampade arancioni.
Poi le sue esili dita mi fanno cenno di aprire la finestra.
Grazie, Dio.
Quei fumi stanno rendendo l’aria irrespirabile. Dopo insopportabili minuti d’attesa, entra un alito di vento gelido che fa trasalire la signora, lei però non apre gli occhi. Crede sul serio che, se lo farà, le salterà l’incontro con la figlia morta.
“È arrivata, è arrivata”, dice Idra, “la vedo, ha messo la testolina sul tuo petto. Cerca il battito del cuore della sua mamma.”
La signora arrossisce, china il capo, chiede perdono a un corpicino invisibile.
Ora capisco che dobbiamo mangiare, ma questa scena mi punge il petto come quella notte in cui avevamo lasciato Lori fuori dal finestrone…
Me ne vado a fumare e, mentre esco, sento la voce di Idra: “Puoi tenerle la mano, ma per poco. Ricorda che, se la trattieni oltre i limiti, non le sarà concesso di tornare ancora.”
La signora singhiozza e sorride insieme. Mi chiedo come faccia a credere alla parola di una donna truccata e conciata così. La mia faccia nel riflesso di una pozzanghera mi risponde che deve essere un bellissimo sogno riabbracciare una figlia scomparsa, anche se quel sogno è sporcato da una truffa.
È quasi l’alba quando torniamo a casa. Cammino come una cieca accanto a lei, fino al nostro palazzo.
Elena ci aspetta davanti alla porta con le autoreggenti smagliate e una torta rosa presa sicuramente nella pasticceria a metà strada tra questo condominio e il locale di Idra. Ma ha iniziato a mangiarla senza aspettarci, ha la bocca imbrattata di panna e sa di alcol e di profumo maschile. Idra si alza il velo turchese, sbatte la chiave nella serratura e la squadra:
“Puzzi come un topo di fogna.”
Elena entra prima di noi e fa scivolare la scatola con la torta morsicata sul tavolo della cucina:
“Una topa, semmai.”
Idra urla: “No, no! Un topo! Angela ci sarà pure abituata alla puzza che vi portate addosso voi battone e i vostri magnaccia, alle quattro del mattino. Ma io in quelle macchine non ci sono mai entrata e mi viene da vomitare. Fatti la doccia prima di venire qui.”
Ha ragione, comunque. Sarebbe inutile tentare di descrivere come puzza Elena: non potrebbe capire chi non è mai salito in una di quelle macchine a fine turno.
Elena ride e grida: “Sentila… tu puzzi d’alloro e di tutti quegli intrugli che bruci e di quei profumi che usano le morte di fame. Cos’hai addosso, Tesori d’Oriente? L’hai preso a due euro all’Acqua & Sapone.”
Idra si sta levando il mascara con le salviette umide, ma si ferma a metà opera e adesso assomiglia a una strega con le guance graffiate di nero.
“Be’, io non butto cento euro in un profumo che non li guadagno in dieci minuti facendomi sfondare da quattro cazzi senza guanto finché non mi spaccano le budella! Ci credo che a te serve profumo di qualità: l’odore della robaccia che ti versano addosso si sente da qui fino in A…”
Elena mastica un pezzetto di frolla. È diventata rossa, ma di un rosso brutto come quello di un pomodoro marcio.
“Io sono una professionista e non ho nessun magnaccia. Io ho scelto la mia strada e faccio un lavoro che era il mio sogno.”
Idra le punta un dito sul naso e mostra tutti i denti in una risata che mi gela:
“Professionista, dovrebbero sbatterti al manicomio.”
“E perché? Tutti hanno sogni cochinos, anche quei due coglioni a cui rifili la favola che parli con la figlia morta. Sei una pezzente che truffa gli idioti!”
Idra resta immobile, con le sopracciglia aggrottate come le zingare che lanciano il malocchio.
“Ti amo come una sorella, Elena, ma non voglio che continui a portare qua dentro l’odore delle fogne della città.”
Se ne va verso il bagno, dandole le spalle.
“Per carità, non amarmi! Lo sanno tutti quanto ami tuo marito e sappiamo che sta invecchiando in galera. Porta solo male l’amore degli stregoni.”
Mi viene da ridere. Poi le dico: “Calmati, Mamma Prodigio. Lo sai, dopo un certo tempo mi si era formata la mia bella clientela abituale. Diventa come quando hai il vizio del fumo, gli altri sentono la puzza ma tu no.”
Elena continua: “Mamma Prodigio, la ciarlatana!”
Ci risponde: “State tra di voi, vi riconoscete dall’odore.”
La sento spostare struccanti e piccoli barattoli. Dico: “Lo sai, Idra, anche quel lunedì a casa mia, la mattina, mi svegliai in mezzo alle urla.”
***
Mi sveglio con le urla di Matteo che arrivano dritte dal corridoio. Non è ancora uscito e ha già la voce alterata, quella che usa quando gli affari vanno a puttane. Resto distesa a pancia in su sotto le coperte, con le gambe leggermente aperte, ascoltandolo mentre cammina avanti e indietro come un leone in gabbia. So che è anche colpa mia.
Urla contro il telefono: “Piantala di rispondere sì, subito, sì, subito!”
Ce l’ha con la segretaria.
“Quello stronzo ormai è arrivato in Cina e io te l’avevo detto che non saldava un cazzo… Adesso vallo a prendere a Pechino!”
Silenzio. Sento un altro scoppio:
“I conti non tornano per niente.”
Il suo cellulare atterra sul ripiano. I suoi passi furiosi vanno verso l’ingresso, sento il rumore delle chiavi, il fruscio del cappotto infilato di corsa, la porta blindata si apre e poi il colpo secco della serratura chiude lo spazio tra di noi senza un saluto. È uscito, finalmente.
Resto immobile ancora per un minuto, accarezzandomi le orecchie sensibili per tutto quello che mi ha detto ieri Anna e per le urla di mio marito e quella sua frase, i conti non tornano. Mi è rimasta conficcata in testa, ma per un motivo completamente diverso.
Mi alzo nuda, vado in cucina a mettere su il caffè e apro il portatile per controllare il sito dell’università. Guardo lo schermo e mi viene un colpo: le lezioni importanti e i laboratori del nuovo anno sono tutti di pomeriggio. E oggi alle quattro e mezza ho pure quel maledetto colloquio in video chiamata con il professore.
Cazzo. Se devo stare sul guardrail a farmi scopare dai camionisti, non posso certo fare la studentessa davanti alla telecamera. Anche per me i conti non tornano… per niente.
Vado nella stanza degli ospiti a prendere il telefono aziendale. È sempre nascosto nel terzo cassetto del comodino. Quando lo stringo in mano sento quel tremore che mi prende ogni volta: questo maledetto apparecchio controlla ogni centimetro della mia vita.
Faccio il numero di Marina, ma appena al secondo squillo si apre la comunicazione sento la voce di Dasho: “Dammi qua.”
Dietro di lui Nadia parla piano, traffica con il caffè, forse gliel’ha già portato. Forse gli ha già succhiato il cazzo. Mi accorgo che continuo a essere gelosa.
“Cosa c’è?”
Mi volto verso la finestra. La sua voce è fredda e anche la mia faccia nel vetro. Vorrei dirgli che a casa mia ho tanti problemi, che Francesco mi fa stare male.
Ma sento l’eco della voce di Anna: – Stupida, quello che abita qua sotto non è il tuo amante. Un magnaccia non viene pagato per scopare.
Le lacrime spingono dietro le palpebre.
La sua voce mi richiama. “Non hai le orecchie?”
Le parole tentano di salire, ma si impigliano in gola.
“Scusa se chiamo adesso… ma oggi pomeriggio ho un impegno per l’università. E tutta la settimana ho le lezioni di pomeriggio. Volevo chiederti se… se posso fare il cambio turno. Posso lavorare di mattina? Se per te va bene...”
Il silenzio mi fa alzare in piedi, non posso stare ferma. Lo sento ridere e mi viene un colpo.
“Lori sta qui da un mese senza fare niente, tu vieni e vai come ti pare. Avete preso casa mia per un albergo, brutte troie. Se vuoi ti porto la colazione a letto domattina?”
Deglutisco di corsa.
“Non è che vado e vengo…”
Le dita mi tremano, il cucchiaino mi è scivolato, lo guardo atterrare con un tintinnio sulle piastrelle.
Sento un vuoto insopportabile nel petto.
“Se non mi invento niente, come posso lavorare tutti i giorni? Ti prego, fammi fare la mattina, farò miracoli, vedrai quanti soldi ti posso portare. Io non voglio nient’altro che continuare a venire da te.”
“Da me?”
Mi rendo conto di quello che ho detto e i denti mi affondano nel labbro.
“Una troia prodigio, veramente. Ma continui a farmi divertire.”
Dietro di lui c’è qualcun altro che ride, credo sia Ditmir.
“Vieni la mattina. E vedi di darti una mossa, sono quasi le otto.”
Metto la tazzina nel lavandino, butto il tovagliolo mentre mormoro un “Grazie.”
Dice: “Ciao”, e la comunicazione si stacca. Resto lì a fissare la mia faccia con le guance rosse.
Ho buttato anche la mia dignità nel bidone insieme allo Scottex… eppure un sollievo tremendo mi passa attraverso tutti i nervi.
La mattina è grigia. La strada per arrivare all’androne è grigia.
Marina mi saluta mentre scrolla l’acqua dai piatti che ha lavato Nadia. Non si sente nessun altro rumore. Nessuno si muove. La TV del tizio dell’appartamento a fianco, la strada e la musica country dello stereo di Liveta fanno del loro meglio per riempire il silenzio. In cielo le nuvole tacciono.
Anche lui. Non sento la voce di Lori e Marina non mi dice nulla, nemmeno quando arriviamo al parco dove stiamo la mattina. E la cosa peggiore è che non so se domani mi dirà qualcosa o se continuerà a fare finta di niente solo per non farmi male.
Fisso Valjet.
Lei si gira: “Cosa c’è?”
“Conoscevi Kimberly, la nera che era alla festa di mia madre.”
Il suo sguardo si sposta oltre un albero, come se cercasse una scusa per sviare il discorso, ma poi si decide: “La conoscevo, sì, ma quando l’ho vista ho pensato: non può essere lei... è impossibile. Perciò non ti ho detto niente.”
“È vero che le hai rubato un portafoglio?”
Valjet sospira, i capelli viola le cadono sul viso. Non sembra a suo agio, ma nemmeno intimorita. “L’ho fatto, sì, e allora?”
Nadia fa un passo verso di me: “Noi l’abbiamo fatto. Mi sono chiesta tante volte, senza riuscire a trovare una risposta, come sparire mezz’ora al giorno da queste strade maledette. Tu non capisci perché vieni qua per gioco, quattro ore, cinque volte a settimana. Ma prova a starci otto, dieci ore al giorno come noi… In quel periodo ci era sembrato di aver trovato un bel modo di non cadere a pezzi subito, in tre mesi.”
Valjet fa scorrere le dita sulle crepe della finta pelle sulla borsa: “È stata una stupida idea, ma mi sembrava una soluzione facilissima… come se qualche mago mi avesse insegnato un incantesimo. Aver soldi da portare a casa senza fare porcherie aveva cambiato la mia mente. Mi pareva quasi che queste strade grigie non sarebbero più esistite…”
Non riesco più a stare dietro alle parole di Valjet. Guardo Nadia e penso a quello che mi ha detto sul mio fare per gioco, per un attimo mi sembra di non vederci più.
Da qualche tempo si è formata la mia bella clientela abituale, ed è proprio un cliente di quelli a interromperci. In mezzo alla settimana, a cadenza quindicinale, mi viene a trovare un poliziotto, uno di quegli amici di Dasho. Viene senza divisa, senz’auto di servizio e senza colleghi ormai. È arrivato con la sua macchina oggi. Mi allunga i soldi mentre sta ancora accostando al nostro muretto, con le quattro frecce accese che colorano di arancione la nebbia della mattina. Apro la portiera e scivolo sul sedile accanto a lui, mentre l’auto riparte subito cercando il nascondiglio. Dallo stereo esce l’aria gitana e malinconica di un circo, sovrastata a tratti da un lamento acuto in lingua straniera.
Cristiano abbassa il volume. Mi guarda mentre conto sorridendo i soldi: quando porta tutta questa mancia vuole qualcosa di strano, ma meglio così. Voglio fare i miracoli come ho detto al telefono.
“Ti diverti molto a battere per lui?”
“Cristiano, ti prego, non mi stare a fare la predica pure tu.”
“La predica, io? E che ti potrei dire… in fondo ho manie di tutti i generi anche io.”
Dico: “Sì, per esempio?”
“Per esempio, due settimane fa sono stato dalla psicologa.”
Credo mi stia prendendo per i fondelli. “Per favore.”
“Ma sul serio… mi viene voglia di scoparmi mia figlia ultimamente.”
Questo mi fa ridere, un sogno morboso. Un sogno maiale.
Lui va avanti: “Si chiamava dottoressa Potenza. E secondo me era pure brava, ma mi ha buttato fuori. Ha detto che è un suo limite, ma non ce la fa proprio a stare a sentire un padre che parla di scoparsi la figlia. Poi si è calmata, mi ha dato il numero di una sua collega, ma non ci sono andato.”
Gli alberi si fanno più fitti intorno a noi. “Non t’invidio, la tua fissazione è peggio della mia.”
“Molto peggio, veramente… però ho pensato che tu mi potevi aiutare.”
“E come? Devo insegnare a tua figlia a fare la puttana?”
Cristiano ride e spegne la macchina. “Hai un grande talento, ma non credo che tu sia a quel livello di conoscenza. Sarebbero meglio Marina o Nadia a fare scuola.”
Attraverso la sua camicia troppo leggera per quest’aria intravedo un neo sul suo petto bianco. “Possiamo chiedere a Nadia, lei sì che lavora tante ore, ha più esperienza.”
“Sarebbe troppo bello, ma non credo che mia moglie approverebbe. Ti ho portato i suoi vestiti.”
“Che?”
“L’avrei potuto chiedere a Valjet, che porta i capelli strani come mia figlia e ha più o meno la sua età. Ma poi, se apre la bocca, sento che è straniera, mi si spezza la magia. Invece tu adesso prendi i panni di mia figlia, vestiti come lei e io avrò il desiderio esaudito.”
Mi spoglio e indosso il contenuto di una busta che mi passa. Ci sono un paio di jeans corti, una maglietta con sopra Jessica Rabbit. Ma non ci credo… pure un reggiseno e un tanga fucsia.
Sollevo quella biancheria e le mie narici si chiudono per riflesso: “Ma almeno l’hai lavata, questa roba?”
“No, è roba che aveva addosso ieri pomeriggio mentre dormiva. Cioè, riposava dopo pranzo. Ma ci credi che ogni giorno, dopo pranzo, se ne va a letto e si scopa da sola? L’ho sentita perché pensa che io dormo, quando sto sul divano dopopranzo.”
Mi vesto della roba di sua figlia e l’odore della mia fica si mescola a quello della sua.
“È meraviglioso tutto questo addosso a te! Sembri proprio lei, la porca di mia figlia.”
“Sei un pazzo!”
“Ora chiudo gli occhi e tu chiamami papà.”
Mi sposto verso di lui, gli tocco la faccia come fossi figlia sua. Mi soffermo con le dita su quelle rughe intorno agli occhi.
“Non mi sembrava fossi invecchiato tanto, papi. Sarà mica colpa mia?”
“Certo che è colpa tua, del pensiero che mi dai ogni sera che te ne vai. Ho il dubbio che tu abbia scopato pure con Luciano, il padre di quella tua amica con cui andavi in palestra.”
“Certo che ho scopato con Luciano. Gli ho fatto un pompino di venti minuti, venti minuti ad affondare e risalire. Ma potrei mostrartelo.”
Gli slaccio la cintura. “Mi dai il permesso, papi?”
“Che? Giuro che ti prenderò a frustate per questo. Ma intanto fammi vedere come hai fatto.”
Lo sento rabbrividire nella mia bocca appena le mie labbra si chiudono sulla sua carne. Mi impegno a mangiargli il cazzo come una figlia che adora far bocchini.
La bocca lavora, sale e scende lungo l’asta di carne, bagnandola fino alla base. Il mio cervello lavora il doppio.
Vedo l’azzurro.
Vedo tutte le coste di Tenerife…
Potrei arrivarci.
Il corpo resta qui, piegato tra i due sedili, e fa quello che deve. Infilo una mano dentro i jeans corti, sotto il tanga della figlia, spingendo le dita nel bagnato per calmare l’eccitazione violenta che provo.
Lui apre gli occhi di scatto, abbassa lo sguardo sulle mie dita nascoste sotto il tessuto. “Che fai, puttana?”
“Voglio mostrarti cosa faccio mentre tu dormi sul divano…”
“Ecco cos’è mia figlia! Una puttana che ama il cazzo.”
“Adoro il cazzo in una maniera indicibile, papi.”
Chiudo gli occhi e sento il vento. Qui dentro c’è già odore acre di voglia, il calore del suo respiro mi viene in faccia. Ci metto un attimo a rientrare nel mio corpo. Non sono tutta qui, ma la mia bocca stringe più forte. Vengo su lentamente, guardando il filo della mia saliva che unisce ancora le mie labbra e la sua asta. Un raggio di sole limpido trapassa il parabrezza.
“E dimmi, troia, hai preferenze? Come li vorresti i cazzi, bianchi o neri?”
“Non sto a fare differenze io… voglio essere scopata da tutti e incassare tanto da comprare un palazzo. Per diventare una grande puttana prenderei anche il tuo, che sei mio padre.”
Gli occhi gli si chiudono e scivola con tutto il corpo sopra di me. Allunga le mani ruvide sotto la maglietta di Jessica Rabbit, afferrandomi il seno da sotto. “Sono proprio le tette di mia figlia, queste. Quelle due minuscole mele rosse.”
“Minuscole, come osi?”
“Hai ragione, sì. Sono cresciute. È che io me le ricordo come erano qualche anno fa. Ogni volta che vedevo le tue primizie di tette mi veniva duro come un pezzo di ferro.”
Mi sfilo la maglietta dalla testa.
“Ma lo sai che anche i tuoi amici sono venuti qui a scoparmi?”
“Tutti?”
“Quasi tutti. E i tuoi colleghi.”
Le sue dita mi stringono il capezzolo sinistro come una pinza. “Laura, ti prego, non t’ho cresciuta per vederti diventare il cesso di un autogrill…”
– Ah, la figlia si chiama Laura.
Lo registro mentre la sua lingua segue i contorni del mio orecchio. Allontano i capelli con una mano sola.
“Posso essere Laura di giorno e Lauretta la notte.”
“Anche stanotte? Ma lo sai che quando lascio il servizio e torno a casa all’alba lo sento sempre, quell’odore acre di sesso che hai addosso? Tu cresci troppo bene, puttana.”
“Lo so e non capisco proprio perché non ti decidi a scoparmi. Deciditi e non li avrai nemmeno più certi pensieri.”
“Dici?”
“Certo, niente è meglio della realtà.”
“Se lo dice una puttana, ci devo credere.”
Le mie tette finiscono di saltare fuori dalla maglietta di Jessica Rabbit. Cristiano le lecca; la sua saliva mi luccica su tutto il petto.
Mi scopa piano piano.
Dico: “Guarda, papi, che è tanto tempo ormai che piglio cazzi, è inutile che ti impegni come per non rovinare una vergine.”
Allora si decide a fottermi contro lo schienale ribaltato, finalmente, e mentre lui sogna che sia la figlia e io sogno che sia un altro, veniamo tutti e due. Stringo le cosce che mi tremano.
Ora sono di nuovo nei miei panni.
“Grazie, Angela. Prima di lasciarci vorrei farti una domanda, solo una curiosità.”
“Dimmi.”
“Ma hai davvero una qualche buona ragione per farlo?”
“No, e nemmeno la cerco. Tu hai una buona ragione per volerti scopare tua figlia?”
Ci riflette, espirando il fumo contro il vetro opaco. “No... È solo che la guardo e mi sento come se mi colpisse una magia nera.”
Scendo dalla macchina di Cristiano e cammino fino al muretto. Valjet è ancora lì, le altre devono essere con qualche cliente. Mentre mi rassetto la gonna, mi ricordo che dovevo andare a prendere le aragoste che ho ordinato. Mi metto proprio davanti a Valjet, riprendendo il filo da dove lo avevamo lasciato, come se Cristiano e i vestiti di sua figlia non fossero mai esistiti.
“Kimberly mi ha detto che dentro il portafoglio che ti sei portata via c’era una collana importante per lei. Un’icona di Santa Rosa. La rivuole.”
Passa un lungo tempo prima che lei risponda. “Sono dispiaciuta, ma non posso ridarle niente. Tutta la refurtiva che avevo nascosto se l’è presa Dasho quando ci ha scoperte.”
Restiamo in un silenzio disturbato solo dal rumore dei tacchi delle altre che tornano. Gli occhi di Nadia hanno lo stesso riflesso inquieto dei capelli di Jasmin. Se ne vanno di nuovo e al loro posto torna Irina.
Nell’attesa, Nadia mi chiede se ho imparato a cucinare l’aragosta, poi se ne va di nuovo.
Io chiedo a Valjet cos’è successo la sera che sono rimasta con Redian e Lori laggiù, perché Nadia e Ditmir litigavano. Valjet risponde: “È tornata con un succhiotto lungo così e s’era messa la sciarpa per non farsi vedere, e poi ha detto che gliel’aveva fatto un cliente. Ma non era possibile perché quando siamo rientrate, alle sei, non ce l’aveva.”
Poi Nadia, dopo nemmeno dieci minuti sull’ultima macchina, riappare e mi chiede cosa ho risolto ieri. Il mio cuore ora batte più piano e mi rendo conto che il loro valore cresce di minuto in minuto. E non si tratta nemmeno di un valore estetico, perché la strada le divora, i colori della loro pelle sbiadiscono come quelli dei vestiti se li lasci troppo tempo sullo stendino sotto il sole. Eppure il loro guadagno continua a salire, e sale anche il prezzo dei loro e dei miei sogni, senza sosta.
Commenti (0)
Per favore accedi per lasciare un commento.
Ancora nessun commento su questo capitolo, sii il primo a commentare!

