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Erotika
La lunga notte · Cap. 20
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Capitolo 20 di 21 18 min di lettura

I sogni sporchi

Grazie a chi legge.

Agave Ionia
23 giorni fa · 693 letture · 0

Tutta questa notte io e Idra l’abbiamo trascorsa a organizzare una seduta spiritica. Non è che io non abbia fatto di peggio, ma oggi mi sento proprio male. Sono venuti due clienti, un uomo e una donna. Non li conosco, non li ho visti nemmeno una volta qua da Idra, eppure loro la abbracciano e la signora la chiama Mamma Prodigio.

Ho visto tante mamme troie durante la mia vita nel mondo delle ombre, ma Mamme Prodigio ancora mai.

La notte è splendida e anche Idra: porta un velo turchese in testa, tutto brillante, e profuma di orchidee…

Io rimango nell’ombra e mi mostro soltanto quando mi chiede il tè, l’incenso, una candela. È la sua voce a comandare il tempo. D’altronde, è perché sono ancora immersa in quel mondo che anch’io vengo da lei per evocare fantasmi.

La signora sta dando a Idra una risma di banconote. Le chiede: “Sei riuscita a parlare con mia figlia?”

Idra le poggia le mani sulle spalle: “Sì. Ma non così, non devi essere sempre così ansiosa… altrimenti la allontanerai. Gli spiriti sono timidi, vengono quando avvertono pace e silenzio.”

E questa coppia di disperati si stringono l’uno all’altra sul divano e, trattenendo il fiato, guardano le candele che accende Mamma Prodigio…

“Le manca mangiare il ghiacciolo al limone con te”, dice Idra fissando intensamente la fiammella e poi la signora da sotto il velo. “E quel cornetto con la panna che le hai portato tutti i giorni alla fine, all’ospedale…”

Ricordi, ricordi… Gli occhi della signora si riempiono di lacrime e quelli di Idra di luce azzurra riflessa dal tessuto che le scende sulla fronte.

La signora continua a dire a Idra: “Come fai a sapere questo? E quello? Sei davvero Mamma Prodigio.”

In realtà, le ha consigliato di venire qui un’amica di Idra e ci ha avvisate prima. Abbiamo passato tre pomeriggi a studiare i loro profili Facebook, Instagram, tutto. Abbiamo osservato una per una le loro foto, i loro ricordi condivisi. Abbiamo segnato con pazienza su un taccuino gusti, abitudini della figlia e rimpianti della famiglia.

Idra alza il naso verso il soffitto. “Ci siamo, ci siamo. Credo proprio che ci siamo. State assolutamente immobili.”

Quei due non si muovono e la stanza si riempie di odore di alloro e altre spezie bruciate. Non so che roba è, ma questo fumo fa traballare la testa pure a me.

Idra dice: “Piccola, sei qui. Sei qui, lo so.”

La signora si copre la bocca con un fazzoletto, sta piangendo mentre Idra mi passa i soldi di soppiatto. Li prendo e li infilo nel suo cappotto. Mi sento come quando nascondevo a Matteo i soldi della mia seconda attività sotto i cappotti nell’armadio. Idra dice a tutti e due di chiudere gli occhi; resta solo la luce delle fiammelle una volta coperte le lampade arancioni.

Poi le sue esili dita mi fanno cenno di aprire la finestra.

Grazie, Dio.

Quei fumi stanno rendendo l’aria irrespirabile. Dopo insopportabili minuti d’attesa, entra un alito di vento gelido che fa trasalire la signora, lei però non apre gli occhi. Crede sul serio che, se lo farà, le salterà l’incontro con la figlia morta.

“È arrivata, è arrivata”, dice Idra, “la vedo, ha messo la testolina sul tuo petto. Cerca il battito del cuore della sua mamma.”

La signora arrossisce, china il capo, chiede perdono a un corpicino invisibile.

Ora capisco che dobbiamo mangiare, ma questa scena mi punge il petto come quella notte in cui avevamo lasciato Lori fuori dal finestrone…

Me ne vado a fumare e, mentre esco, sento la voce di Idra: “Puoi tenerle la mano, ma per poco. Ricorda che, se la trattieni oltre i limiti, non le sarà concesso di tornare ancora.”

La signora singhiozza e sorride insieme. Mi chiedo come faccia a credere alla parola di una donna truccata e conciata così. La mia faccia nel riflesso di una pozzanghera mi risponde che deve essere un bellissimo sogno riabbracciare una figlia scomparsa, anche se quel sogno è sporcato da una truffa.

È quasi l’alba quando torniamo a casa. Cammino come una cieca accanto a lei, fino al nostro palazzo.

Elena ci aspetta davanti alla porta con le autoreggenti smagliate e una torta rosa presa sicuramente nella pasticceria a metà strada tra questo condominio e il locale di Idra. Ma ha iniziato a mangiarla senza aspettarci, ha la bocca imbrattata di panna e sa di alcol e di profumo maschile. Idra si alza il velo turchese, sbatte la chiave nella serratura e la squadra:

“Puzzi come un topo di fogna.”

Elena entra prima di noi e fa scivolare la scatola con la torta morsicata sul tavolo della cucina:

“Una topa, semmai.”

Idra urla: “No, no! Un topo! Angela ci sarà pure abituata alla puzza che vi portate addosso voi battone e i vostri magnaccia, alle quattro del mattino. Ma io in quelle macchine non ci sono mai entrata e mi viene da vomitare. Fatti la doccia prima di venire qui.”

Ha ragione, comunque. Sarebbe inutile tentare di descrivere come puzza Elena: non potrebbe capire chi non è mai salito in una di quelle macchine a fine turno.

Elena ride e grida: “Sentila… tu puzzi d’alloro e di tutti quegli intrugli che bruci e di quei profumi che usano le morte di fame. Cos’hai addosso, Tesori d’Oriente? L’hai preso a due euro all’Acqua & Sapone.”

Idra si sta levando il mascara con le salviette umide, ma si ferma a metà opera e adesso assomiglia a una strega con le guance graffiate di nero.

“Be’, io non butto cento euro in un profumo che non li guadagno in dieci minuti facendomi sfondare da quattro cazzi senza guanto finché non mi spaccano le budella! Ci credo che a te serve profumo di qualità: l’odore della robaccia che ti versano addosso si sente da qui fino in A…”

Elena mastica un pezzetto di frolla. È diventata rossa, ma di un rosso brutto come quello di un pomodoro marcio.

“Io sono una professionista e non ho nessun magnaccia. Io ho scelto la mia strada e faccio un lavoro che era il mio sogno.”

Idra le punta un dito sul naso e mostra tutti i denti in una risata che mi gela:

“Professionista, dovrebbero sbatterti al manicomio.”

“E perché? Tutti hanno sogni cochinos, anche quei due coglioni a cui rifili la favola che parli con la figlia morta. Sei una pezzente che truffa gli idioti!”

Idra resta immobile, con le sopracciglia aggrottate come le zingare che lanciano il malocchio.

“Ti amo come una sorella, Elena, ma non voglio che continui a portare qua dentro l’odore delle fogne della città.”

Se ne va verso il bagno, dandole le spalle.

“Per carità, non amarmi! Lo sanno tutti quanto ami tuo marito e sappiamo che sta invecchiando in galera. Porta solo male l’amore degli stregoni.”

Mi viene da ridere. Poi le dico: “Calmati, Mamma Prodigio. Lo sai, dopo un certo tempo mi si era formata la mia bella clientela abituale. Diventa come quando hai il vizio del fumo, gli altri sentono la puzza ma tu no.”

Elena continua: “Mamma Prodigio, la ciarlatana!”

Ci risponde: “State tra di voi, vi riconoscete dall’odore.”

La sento spostare struccanti e piccoli barattoli. Dico: “Lo sai, Idra, anche quel lunedì a casa mia, la mattina, mi svegliai in mezzo alle urla.”

***

Mi sveglio con le urla di Matteo che arrivano dritte dal corridoio. Non è ancora uscito e ha già la voce alterata, quella che usa quando gli affari vanno a puttane. Resto distesa a pancia in su sotto le coperte, con le gambe leggermente aperte, ascoltandolo mentre cammina avanti e indietro come un leone in gabbia. So che è anche colpa mia.

Urla contro il telefono: “Piantala di rispondere sì, subito, sì, subito!”

Ce l’ha con la segretaria.

“Quello stronzo ormai è arrivato in Cina e io te l’avevo detto che non saldava un cazzo… Adesso vallo a prendere a Pechino!”

Silenzio. Sento un altro scoppio:

“I conti non tornano per niente.”

Il suo cellulare atterra sul ripiano. I suoi passi furiosi vanno verso l’ingresso, sento il rumore delle chiavi, il fruscio del cappotto infilato di corsa, la porta blindata si apre e poi il colpo secco della serratura chiude lo spazio tra di noi senza un saluto. È uscito, finalmente.

Prima di andare avanti…

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