Vai al contenuto
Erotika
La lunga notte · Cap. 20
Aa
Dimensione testo
Tema
Salva
Capitolo 20 di 21 18 min di lettura

I sogni sporchi

Grazie a chi legge.

Agave Ionia
23 giorni fa · 693 letture · 0

Resto immobile ancora per un minuto, accarezzandomi le orecchie sensibili per tutto quello che mi ha detto ieri Anna e per le urla di mio marito e quella sua frase, i conti non tornano. Mi è rimasta conficcata in testa, ma per un motivo completamente diverso.

Mi alzo nuda, vado in cucina a mettere su il caffè e apro il portatile per controllare il sito dell’università. Guardo lo schermo e mi viene un colpo: le lezioni importanti e i laboratori del nuovo anno sono tutti di pomeriggio. E oggi alle quattro e mezza ho pure quel maledetto colloquio in video chiamata con il professore.

Cazzo. Se devo stare sul guardrail a farmi scopare dai camionisti, non posso certo fare la studentessa davanti alla telecamera. Anche per me i conti non tornano… per niente.

Vado nella stanza degli ospiti a prendere il telefono aziendale. È sempre nascosto nel terzo cassetto del comodino. Quando lo stringo in mano sento quel tremore che mi prende ogni volta: questo maledetto apparecchio controlla ogni centimetro della mia vita.

Faccio il numero di Marina, ma appena al secondo squillo si apre la comunicazione sento la voce di Dasho: “Dammi qua.”

Dietro di lui Nadia parla piano, traffica con il caffè, forse gliel’ha già portato. Forse gli ha già succhiato il cazzo. Mi accorgo che continuo a essere gelosa.

“Cosa c’è?”

Mi volto verso la finestra. La sua voce è fredda e anche la mia faccia nel vetro. Vorrei dirgli che a casa mia ho tanti problemi, che Francesco mi fa stare male.

Ma sento l’eco della voce di Anna: – Stupida, quello che abita qua sotto non è il tuo amante. Un magnaccia non viene pagato per scopare.

Le lacrime spingono dietro le palpebre.

La sua voce mi richiama. “Non hai le orecchie?”

Le parole tentano di salire, ma si impigliano in gola.

“Scusa se chiamo adesso… ma oggi pomeriggio ho un impegno per l’università. E tutta la settimana ho le lezioni di pomeriggio. Volevo chiederti se… se posso fare il cambio turno. Posso lavorare di mattina? Se per te va bene...”

Il silenzio mi fa alzare in piedi, non posso stare ferma. Lo sento ridere e mi viene un colpo.

“Lori sta qui da un mese senza fare niente, tu vieni e vai come ti pare. Avete preso casa mia per un albergo, brutte troie. Se vuoi ti porto la colazione a letto domattina?”

Deglutisco di corsa.

“Non è che vado e vengo…”

Le dita mi tremano, il cucchiaino mi è scivolato, lo guardo atterrare con un tintinnio sulle piastrelle.

Sento un vuoto insopportabile nel petto.

“Se non mi invento niente, come posso lavorare tutti i giorni? Ti prego, fammi fare la mattina, farò miracoli, vedrai quanti soldi ti posso portare. Io non voglio nient’altro che continuare a venire da te.”

“Da me?”

Mi rendo conto di quello che ho detto e i denti mi affondano nel labbro.

“Una troia prodigio, veramente. Ma continui a farmi divertire.”

Dietro di lui c’è qualcun altro che ride, credo sia Ditmir.

“Vieni la mattina. E vedi di darti una mossa, sono quasi le otto.”

Metto la tazzina nel lavandino, butto il tovagliolo mentre mormoro un “Grazie.”

Dice: “Ciao”, e la comunicazione si stacca. Resto lì a fissare la mia faccia con le guance rosse.

Ho buttato anche la mia dignità nel bidone insieme allo Scottex… eppure un sollievo tremendo mi passa attraverso tutti i nervi.

La mattina è grigia. La strada per arrivare all’androne è grigia.

Marina mi saluta mentre scrolla l’acqua dai piatti che ha lavato Nadia. Non si sente nessun altro rumore. Nessuno si muove. La TV del tizio dell’appartamento a fianco, la strada e la musica country dello stereo di Liveta fanno del loro meglio per riempire il silenzio. In cielo le nuvole tacciono.

Anche lui. Non sento la voce di Lori e Marina non mi dice nulla, nemmeno quando arriviamo al parco dove stiamo la mattina. E la cosa peggiore è che non so se domani mi dirà qualcosa o se continuerà a fare finta di niente solo per non farmi male.

Fisso Valjet.

Lei si gira: “Cosa c’è?”

“Conoscevi Kimberly, la nera che era alla festa di mia madre.”

Il suo sguardo si sposta oltre un albero, come se cercasse una scusa per sviare il discorso, ma poi si decide: “La conoscevo, sì, ma quando l’ho vista ho pensato: non può essere lei... è impossibile. Perciò non ti ho detto niente.”

“È vero che le hai rubato un portafoglio?”

Valjet sospira, i capelli viola le cadono sul viso. Non sembra a suo agio, ma nemmeno intimorita. “L’ho fatto, sì, e allora?”

Nadia fa un passo verso di me: “Noi l’abbiamo fatto. Mi sono chiesta tante volte, senza riuscire a trovare una risposta, come sparire mezz’ora al giorno da queste strade maledette. Tu non capisci perché vieni qua per gioco, quattro ore, cinque volte a settimana. Ma prova a starci otto, dieci ore al giorno come noi… In quel periodo ci era sembrato di aver trovato un bel modo di non cadere a pezzi subito, in tre mesi.”

Valjet fa scorrere le dita sulle crepe della finta pelle sulla borsa: “È stata una stupida idea, ma mi sembrava una soluzione facilissima… come se qualche mago mi avesse insegnato un incantesimo. Aver soldi da portare a casa senza fare porcherie aveva cambiato la mia mente. Mi pareva quasi che queste strade grigie non sarebbero più esistite…”

Non riesco più a stare dietro alle parole di Valjet. Guardo Nadia e penso a quello che mi ha detto sul mio fare per gioco, per un attimo mi sembra di non vederci più.

Da qualche tempo si è formata la mia bella clientela abituale, ed è proprio un cliente di quelli a interromperci. In mezzo alla settimana, a cadenza quindicinale, mi viene a trovare un poliziotto, uno di quegli amici di Dasho. Viene senza divisa, senz’auto di servizio e senza colleghi ormai. È arrivato con la sua macchina oggi. Mi allunga i soldi mentre sta ancora accostando al nostro muretto, con le quattro frecce accese che colorano di arancione la nebbia della mattina. Apro la portiera e scivolo sul sedile accanto a lui, mentre l’auto riparte subito cercando il nascondiglio. Dallo stereo esce l’aria gitana e malinconica di un circo, sovrastata a tratti da un lamento acuto in lingua straniera.

Cristiano abbassa il volume. Mi guarda mentre conto sorridendo i soldi: quando porta tutta questa mancia vuole qualcosa di strano, ma meglio così. Voglio fare i miracoli come ho detto al telefono.

“Ti diverti molto a battere per lui?”

“Cristiano, ti prego, non mi stare a fare la predica pure tu.”

“La predica, io? E che ti potrei dire… in fondo ho manie di tutti i generi anche io.”

Dico: “Sì, per esempio?”

“Per esempio, due settimane fa sono stato dalla psicologa.”

Credo mi stia prendendo per i fondelli. “Per favore.”

“Ma sul serio… mi viene voglia di scoparmi mia figlia ultimamente.”

Questo mi fa ridere, un sogno morboso. Un sogno maiale.

Lui va avanti: “Si chiamava dottoressa Potenza. E secondo me era pure brava, ma mi ha buttato fuori. Ha detto che è un suo limite, ma non ce la fa proprio a stare a sentire un padre che parla di scoparsi la figlia. Poi si è calmata, mi ha dato il numero di una sua collega, ma non ci sono andato.”

Gli alberi si fanno più fitti intorno a noi. “Non t’invidio, la tua fissazione è peggio della mia.”

“Molto peggio, veramente… però ho pensato che tu mi potevi aiutare.”

“E come? Devo insegnare a tua figlia a fare la puttana?”

Cristiano ride e spegne la macchina. “Hai un grande talento, ma non credo che tu sia a quel livello di conoscenza. Sarebbero meglio Marina o Nadia a fare scuola.”

Attraverso la sua camicia troppo leggera per quest’aria intravedo un neo sul suo petto bianco. “Possiamo chiedere a Nadia, lei sì che lavora tante ore, ha più esperienza.”

“Sarebbe troppo bello, ma non credo che mia moglie approverebbe. Ti ho portato i suoi vestiti.”

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
Pagina 3 senza votare
Indice dei capitoli
Cap. 21

Commenti

CallMeHot
Salva in una lista