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Erotika
La lunga notte · Cap. 20
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Capitolo 20 di 21 18 min di lettura

I sogni sporchi

Grazie a chi legge.

Agave Ionia
24 giorni fa · 693 letture · 0

“Che?”

“L’avrei potuto chiedere a Valjet, che porta i capelli strani come mia figlia e ha più o meno la sua età. Ma poi, se apre la bocca, sento che è straniera, mi si spezza la magia. Invece tu adesso prendi i panni di mia figlia, vestiti come lei e io avrò il desiderio esaudito.”

Mi spoglio e indosso il contenuto di una busta che mi passa. Ci sono un paio di jeans corti, una maglietta con sopra Jessica Rabbit. Ma non ci credo… pure un reggiseno e un tanga fucsia.

Sollevo quella biancheria e le mie narici si chiudono per riflesso: “Ma almeno l’hai lavata, questa roba?”

“No, è roba che aveva addosso ieri pomeriggio mentre dormiva. Cioè, riposava dopo pranzo. Ma ci credi che ogni giorno, dopo pranzo, se ne va a letto e si scopa da sola? L’ho sentita perché pensa che io dormo, quando sto sul divano dopopranzo.”

Mi vesto della roba di sua figlia e l’odore della mia fica si mescola a quello della sua.

“È meraviglioso tutto questo addosso a te! Sembri proprio lei, la porca di mia figlia.”

“Sei un pazzo!”

“Ora chiudo gli occhi e tu chiamami papà.”

Mi sposto verso di lui, gli tocco la faccia come fossi figlia sua. Mi soffermo con le dita su quelle rughe intorno agli occhi.

“Non mi sembrava fossi invecchiato tanto, papi. Sarà mica colpa mia?”

“Certo che è colpa tua, del pensiero che mi dai ogni sera che te ne vai. Ho il dubbio che tu abbia scopato pure con Luciano, il padre di quella tua amica con cui andavi in palestra.”

“Certo che ho scopato con Luciano. Gli ho fatto un pompino di venti minuti, venti minuti ad affondare e risalire. Ma potrei mostrartelo.”

Gli slaccio la cintura. “Mi dai il permesso, papi?”

“Che? Giuro che ti prenderò a frustate per questo. Ma intanto fammi vedere come hai fatto.”

Lo sento rabbrividire nella mia bocca appena le mie labbra si chiudono sulla sua carne. Mi impegno a mangiargli il cazzo come una figlia che adora far bocchini.

La bocca lavora, sale e scende lungo l’asta di carne, bagnandola fino alla base. Il mio cervello lavora il doppio.

Vedo l’azzurro.

Vedo tutte le coste di Tenerife…

Potrei arrivarci.

Il corpo resta qui, piegato tra i due sedili, e fa quello che deve. Infilo una mano dentro i jeans corti, sotto il tanga della figlia, spingendo le dita nel bagnato per calmare l’eccitazione violenta che provo.

Lui apre gli occhi di scatto, abbassa lo sguardo sulle mie dita nascoste sotto il tessuto. “Che fai, puttana?”

“Voglio mostrarti cosa faccio mentre tu dormi sul divano…”

“Ecco cos’è mia figlia! Una puttana che ama il cazzo.”

“Adoro il cazzo in una maniera indicibile, papi.”

Chiudo gli occhi e sento il vento. Qui dentro c’è già odore acre di voglia, il calore del suo respiro mi viene in faccia. Ci metto un attimo a rientrare nel mio corpo. Non sono tutta qui, ma la mia bocca stringe più forte. Vengo su lentamente, guardando il filo della mia saliva che unisce ancora le mie labbra e la sua asta. Un raggio di sole limpido trapassa il parabrezza.

“E dimmi, troia, hai preferenze? Come li vorresti i cazzi, bianchi o neri?”

“Non sto a fare differenze io… voglio essere scopata da tutti e incassare tanto da comprare un palazzo. Per diventare una grande puttana prenderei anche il tuo, che sei mio padre.”

Gli occhi gli si chiudono e scivola con tutto il corpo sopra di me. Allunga le mani ruvide sotto la maglietta di Jessica Rabbit, afferrandomi il seno da sotto. “Sono proprio le tette di mia figlia, queste. Quelle due minuscole mele rosse.”

“Minuscole, come osi?”

“Hai ragione, sì. Sono cresciute. È che io me le ricordo come erano qualche anno fa. Ogni volta che vedevo le tue primizie di tette mi veniva duro come un pezzo di ferro.”

Mi sfilo la maglietta dalla testa.

“Ma lo sai che anche i tuoi amici sono venuti qui a scoparmi?”

“Tutti?”

“Quasi tutti. E i tuoi colleghi.”

Le sue dita mi stringono il capezzolo sinistro come una pinza. “Laura, ti prego, non t’ho cresciuta per vederti diventare il cesso di un autogrill…”

– Ah, la figlia si chiama Laura.

Lo registro mentre la sua lingua segue i contorni del mio orecchio. Allontano i capelli con una mano sola.

“Posso essere Laura di giorno e Lauretta la notte.”

“Anche stanotte? Ma lo sai che quando lascio il servizio e torno a casa all’alba lo sento sempre, quell’odore acre di sesso che hai addosso? Tu cresci troppo bene, puttana.”

“Lo so e non capisco proprio perché non ti decidi a scoparmi. Deciditi e non li avrai nemmeno più certi pensieri.”

“Dici?”

“Certo, niente è meglio della realtà.”

“Se lo dice una puttana, ci devo credere.”

Le mie tette finiscono di saltare fuori dalla maglietta di Jessica Rabbit. Cristiano le lecca; la sua saliva mi luccica su tutto il petto.

Mi scopa piano piano.

Dico: “Guarda, papi, che è tanto tempo ormai che piglio cazzi, è inutile che ti impegni come per non rovinare una vergine.”

Allora si decide a fottermi contro lo schienale ribaltato, finalmente, e mentre lui sogna che sia la figlia e io sogno che sia un altro, veniamo tutti e due. Stringo le cosce che mi tremano.

Ora sono di nuovo nei miei panni.

“Grazie, Angela. Prima di lasciarci vorrei farti una domanda, solo una curiosità.”

“Dimmi.”

“Ma hai davvero una qualche buona ragione per farlo?”

“No, e nemmeno la cerco. Tu hai una buona ragione per volerti scopare tua figlia?”

Ci riflette, espirando il fumo contro il vetro opaco. “No... È solo che la guardo e mi sento come se mi colpisse una magia nera.”


Scendo dalla macchina di Cristiano e cammino fino al muretto. Valjet è ancora lì, le altre devono essere con qualche cliente. Mentre mi rassetto la gonna, mi ricordo che dovevo andare a prendere le aragoste che ho ordinato. Mi metto proprio davanti a Valjet, riprendendo il filo da dove lo avevamo lasciato, come se Cristiano e i vestiti di sua figlia non fossero mai esistiti.

“Kimberly mi ha detto che dentro il portafoglio che ti sei portata via c’era una collana importante per lei. Un’icona di Santa Rosa. La rivuole.”

Passa un lungo tempo prima che lei risponda. “Sono dispiaciuta, ma non posso ridarle niente. Tutta la refurtiva che avevo nascosto se l’è presa Dasho quando ci ha scoperte.”

Restiamo in un silenzio disturbato solo dal rumore dei tacchi delle altre che tornano. Gli occhi di Nadia hanno lo stesso riflesso inquieto dei capelli di Jasmin. Se ne vanno di nuovo e al loro posto torna Irina.

Nell’attesa, Nadia mi chiede se ho imparato a cucinare l’aragosta, poi se ne va di nuovo.

Io chiedo a Valjet cos’è successo la sera che sono rimasta con Redian e Lori laggiù, perché Nadia e Ditmir litigavano. Valjet risponde: “È tornata con un succhiotto lungo così e s’era messa la sciarpa per non farsi vedere, e poi ha detto che gliel’aveva fatto un cliente. Ma non era possibile perché quando siamo rientrate, alle sei, non ce l’aveva.”

Poi Nadia, dopo nemmeno dieci minuti sull’ultima macchina, riappare e mi chiede cosa ho risolto ieri. Il mio cuore ora batte più piano e mi rendo conto che il loro valore cresce di minuto in minuto. E non si tratta nemmeno di un valore estetico, perché la strada le divora, i colori della loro pelle sbiadiscono come quelli dei vestiti se li lasci troppo tempo sullo stendino sotto il sole. Eppure il loro guadagno continua a salire, e sale anche il prezzo dei loro e dei miei sogni, senza sosta.

Prima di andare avanti…

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