Un’estate all’improvviso

Se ne sta andando giù e la poca luce della luna che entra dalla finestra gli evidenzia i lineamenti. Sotto quella luce è mostruosamente bello, ma c'è una seconda frase sotto quella che penso.

A
Agave

1 ora fa

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“Il mio mestiere attuale mi costringe gran parte del tempo all’isolamento: sola con una penna e astrusi versi. Ma non è sempre stato così.”

“E allora, che vuoi? Te lo sei scelta tu,” dice Michi.

“Be', niente. Solo dirti che una volta, su un palco o in una stanza d’albergo, ho conosciuto la gioia...”

Michela ride: “Quindi dobbiamo tornarci. Andiamo a qualche festa, facciamo un viaggio.”

“Perché no? Trovo sempre un sacco di gente affine a me in viaggio... nelle stazioni dei treni soprattutto. Ti ricordi quando un'estate all'improvviso...”

***


È agosto. Agosto infuocato.

Io e Michela stiamo stese sull'erba arrostita dal sole. Non sono ancora la sua porcamica migliore, ma già mi dice tutto. Sta cercando il fidanzato, uno per passarci la vita. Il suo ragazzo ha chiuso con lei dopo otto anni.

Un trasferimento e addio.

Allora prova molte app di incontri.

A giugno becca Davide. Al primo appuntamento le chiede: “Che per caso ti metti i tacchi stasera?”

Michela lavora da McDonald's e dopo una giornata di corse tra i tavoli è l'ultima cosa che pensa di fare.

“Io veramente non avevo intenzione di uscire coi tacchi.”

E lui le risponde: “Allora me li metto io.”

Scherza?

Proprio no.

Si presenta con un vestito della sorella azzurro e i tacchi a spillo neri. Al ristorante la gente li guarda di lato e ride sottovoce.

Non me lo sto inventando.

Passano settimane, lui continua a mandarle foto di sé stesso coi vestiti della sorella addosso. Michela gli dice: “Non so per chi mi hai preso, ma mi piacciono gli uomini, vestiti da uomini,” e lui continua finché, contro ogni suo principio di persona educata, lei lo blocca.

Scusa, Dio. Nemmeno a te le ciambelle vengono tutte col buco.

A luglio Michi trova Davide su Badoo...

Primo appuntamento: “Ciao, Michela. Andiamo a cena da On the Road, così parliamo.”

Quel locale è squallido ma si mangia bene.

Davanti a una bistecca lui comincia: “Prima di iniziare qualsiasi relazione io dico sempre le tre cose più importanti di me.”

Michela intreccia le mani sul tavolo e si fa tutta orecchi.

“Primo: sono ebreo.”

Vabbè. Il Terzo Reich è una brutta faccenda archiviata, e noi siamo donne molto aperte.

“Secondo, sono divorziato e ho una bambina di sette anni.”

Mmmm... siamo donne elastiche. Ma alla nostra età ci piacerebbe ancora sognare una vita con un uomo tutto nostro. È giusto che un padre ami sua figlia più di ogni altra donna al mondo e quindi...

Ma la vita non è una passeggiata sul prato, quindi non va scartato niente che potrebbe contenere un bel regalo solo per un pregiudizio.

“Terzo, la mia ex moglie se n'è andata e non mi lascia mai da solo con mia figlia; perché sono salito con la macchina sulle scale del Duomo rischiando di investire un sacco di gente. Non l'ho fatto apposta. Giuro. Mi hanno diagnosticato il disturbo bipolare, ho avuto una fase euforica e mia moglie si è spaventata e così...”

E così Michela sorride come un'ebete per il resto della cena, poi si paga il conto e alla fine cancella il suo numero e poi viene a raccontarmelo sull'erba bruciata dal sole.

Aspetta il resoconto delle mie (dis)avventure, io che sono già divorziata.

Vivo lontana da lei.

Stasera ho guidato per quasi un’ora sul lungomare per venire a trovarla. Qui, da casa sua, ora sento l'odore pungente del porto nel pieno dell'estate. Non ho molto da dirle se non che ho dato corda a un paio di tizi che mi hanno scritto dopo aver letto i miei racconti. È stato forse peggio del trovarsi al ristorante con un ragazzo che porta i tacchi a spillo, o con un paziente psichiatrico. Non devo tediare né lei né te, raccontando sfighe tragicomiche (confinate alle mail per fortuna), perciò dirò solo:

Arroganza piatta e mansplaining.

Ecco cosa intendono certi uomini per dominazione.

Io e Michela andiamo a casa sua. C'è una serie di video di gente che casca per terra in TV.

Questo ti vendono per animazione.

Le strade sono silenziose come una cattedrale. Tutti in vacanza e noi ancora dobbiamo decidere dove andare.

Quindi inizio a raccontarle del mio triste tentativo di affacciarmi in un club in cui in teoria dovrei trovare dominanti e sottomesse.

E viceversa.

Il tizio che mi accoglie comincia a spiegarmi le regole di questo meraviglioso club. Il succo è: pulito, sicuro, consensuale...

Michela anticipa il resto: “Ovvero: prevedibile e noioso come le mutande che trovi nel cassetto di mia nonna.”

Più o meno sì, le cose stanno così. Me ne lamento su un forum dedicato al tema. Mi ha risposto l'utente Abaterosso. Almeno aveva un nick più interessante di tutti quelli tipo: Padrone101...

Roba che ti fa immaginare uno che ti lega con le manette di pelo di un sexy-shop scadente e ti costringe a guardare: “La carica dei 101...”

Vabbè, Abaterosso sospira con me da dietro uno schermo: “Ti do ragione: il mondo della dominazione è un puttanaio o un club di chierichetti della domenica. Ne sto lontano da anni.”

Vorrei chiedergli come campa ma è tardi. E poi non me ne faccio un cazzo di uno che fa il lupo ma non può mordere.

Michela ride tanto, io vado al lavandino e riempio un bicchiere d'acqua. Sono affranta e lo è anche lei, le palpebre le si abbassano e si riaprono. Mi riempio le guance d'acqua. Lei rimane a guardarmi.

Abbiamo ordinato gli involtini primavera dal cinese per cena; prima di mangiare, come è giusto che si faccia, preghiamo:

“Padre Bacco, che sei nel vino, noi ci ubriachiamo in tuo nome. In cambio ti imploriamo: concedici una scopata decente.”

Michi è ferma col bicchiere a un centimetro dal mio: “Amen?”

Dico: “No, Amen si dice al Dio cristiano.”

“E allora come finisce la preghiera?”

Dico: “Cin.”

Ci siamo servite gli involtini e li stiamo annaffiando con tanto vino.

Poi il mio telefono squilla. È la mamma. Devo andare da mia zia.

Abita nelle Marche ma è come se m'avesse chiesto di andare su Marte. Non ho mai perdonato a zia Liliana le sue parole orrende di tre anni fa e da allora non vado a trovarla.

Ma comunque, siccome io e Michela non sappiamo che altro fare, decido di partire domattina.

È martedì.

Sto da lei tre giorni.

Venerdì mi preparo a ripartire. Sono tranquilla, sono in pigiama. Prendo la corriera e vado a Pesaro per risalire in treno.

Chissà perché i monitor iniziano a segnalare venti minuti di ritardo.

Poi quaranta.

Poi sessanta.

Dopo la mia quarta sigaretta, i minuti di ritardo previsti sono addirittura duecentoventi.

Allora mi accorgo che seduto accanto a me sulla panchina c’è uno che fuma il doppio e sbuffa il triplo di me.

È un tempo in cui ancora si parla facilmente con la gente nei treni e nelle stazioni. Non so perché.

Si strofina la bocca e la sigaretta gli si piega tra le dita.

Ci stiamo addormentando tutti, sento il sole sulla fronte.

Una donna qui davanti dice al figlio capriccioso: “Penso che adesso arriva il treno, sì, mi sa che l’ho sentito.”

Un rumore si è sentito in effetti, lo speaker della stazione stava per dire qualcosa e poi non l’ha fatto. I binari sono vuoti.

Silenzio innaturale.

Il mio vicino allunga il collo a guardare, si gira dalla mia parte: “A me mi sa che la signora fa uso di sostanze.”

Mi scappa da ridere.

Lui guarda il deserto all'orizzonte: “Non vedo un cazzo.”

È un bell’uomo, ha gli occhi neri e la pelle bianca da recluso. I capelli sono ancora più neri.

Gli dico: “Speravo che fosse vero. Devo tornare a casa, sono stata a trovare una parente. Sempre se arriva il treno.”

Lui mi risponde: “Io vado da mia moglie.”

“E dove sei stato finora?”

Mi pare paritario chiederlo. Io gliel'ho detto.

“In carcere.”

“Perché?”

“M’hanno dato otto mesi per minacce. Ho messo una pistola in bocca a una persona che ha detto davanti all’avvocato che le devo dare soldi.”

Non so esattamente come lo sto guardando, ma la mia faccia deve essere curiosa.

“Non me ne sono pentito.”

Quella tizia che sente i treni fantasma si gira a guardarci.

Un piccione temerario va a caccia di briciole in mezzo alle scarpe dei signori passeggeri sudati e imbestialiti. Ho una merendina nella borsa, la faccio a brandelli e la spargo tra le mie caviglie. Apro le cosce d'istinto mentre quell’uccello si avvicina a becchettare.

Il vicino osserva.

Qui si cuoce, quindi ci spostiamo dentro.

Si sente la voce dello speaker di Ferrovie dello Stato, fredda come il marmo della sala d’aspetto. La voce della divinità elettrica conosce solo orari e mai pietà.

“Si informano i signori viaggiatori che la circolazione tra Pesaro e Ancona è sospesa per l’investimento di una persona.”

Il mio vicino mastica il filtro della sigaretta: “Siamo rimasti a piedi. Me ne vado al bar, se vuoi venire...”

Lo speaker nel mio cervello dice:
– È più sensato sdraiarsi a prendere il sole sui binari.

Sui monitor il conteggio dei minuti di ritardo scompare e appare la scritta: INDETERMINATO.

Il cemento riflette il sole. Stiamo andando verso il bar, sudando, sprecando più liquidi di quanti sia logico anche in questo calore assurdo. Il collo della sua maglietta è zuppo. Le scapole spingono il tessuto mentre apre la porta di vetro.

Come entriamo io crollo sulla sedia. C’è un bancone nero, il resto è tutto grigio, rimbalza solo la musica ipnotica delle slot-machine che segna il tempo dei disperati. Un uomo sta giocando, ha gli occhi fissi sui rulli che girano, e un altro strofina compulsivamente una monetina su un gratta e vinci.

Solo un pazzo potrebbe uscire là fuori adesso, sono le tre. E solo un pazzo potrebbe bere alcol con questo sole, ma noi lo facciamo. Io ordino il vino e lui la grappa.

Lo speaker nel mio cranio dice:
– Se li metti insieme vomiti.

Mi liscio la maglietta tre volte. Le mani mi scendono sul seno e sulla pancia. Controllo l'ombelico: mi brucia per il piercing fresco di due giorni, ho un cerchio rosso in mezzo alla pelle scura. Lui sta fissando il brillio dello zircone come una gazza-ladra.

Arriva il barista. Tic. I bicchieri toccano il ferro lucido del tavolino.

Hanno attaccato a parlare tra di loro. Le parole gli schizzano fuori veloci. Per me restano solo una striscia di consonanti senza senso, però capisco che si conoscono. Non è vero che è di passaggio, come mi aveva detto sulla panchina.

Il commentatore nella mia testa dice:
– Non ce ne frega niente.

Infatti.

Gli incollo gli occhi in faccia e mi torna in mente quello che mi dicono certe volte mia madre e le mie amiche: che in alcuni giorni dovrei uscire con gli occhiali da sole per come guardo. Perché i miei occhi non filtrano niente.

Il cielo del pomeriggio sfuma dall’azzurro al rosso, al blu scuro del crepuscolo. Diresti che è di carta. Non mi sembra di essere solo io a guardare per caso. Lui tiene il bicchiere stretto come se qualcuno potesse portarglielo via. A una certa loro si sono messi a giocare e ora le carte ingombrano tutto il tavolino, insieme al posacenere. Non si dovrebbe fumare nei locali, ma il barista ha detto che siccome siamo tre gatti si può fare.

Io alzo il vino. Ogni volta che il vetro passa davanti al viso, lo ritrovo dall’altra parte: i suoi occhi restano lì, fermi, come se non si fossero mai mossi.

Osserva oltre il vetro del mio bicchiere. È il terzo.

“Perché mi guardi così?”

Non gli rispondo, preferisco riprendere e sudare. E poi non è che tutto sia proprio al posto giusto adesso, dopo tutto questo caldo e il vino. E questa attesa.

“Vuoi sapere se la pistola ce l’ho ancora addosso?”

Il barista giocatore ha i capelli bianchi, parla prima di me.

“Eh...”

Mi piego verso di lui che mi tira da un braccio: “Non c’ha niente addosso questo. Manco il cazzo gli trovi addosso a un ubriaco.”

Sento la risata salire prima ancora che esca. Mi vibra in gola, mi piega la bocca. Vedo arrivare lo stesso riso addosso a loro.

Mi asciugo il collo col palmo, dico: “Non hai aria condizionata qui dentro?”

“Ce l’ho, ma non mi funziona bene e tanto se l’accendo ci piglia un colpo.”

La stazione tace. Non passa una mosca.

Lo speaker nella mia testa dice:
– Dovresti andare a cercare un’alternativa al treno.

Entra qualcuno da fuori, mi pare un cameriere.

Il barista gli chiede: “La stazione è ripartita?”

“No. Tutto fermo.”

Getta le carte sul tavolo davanti a me. Le strade di fuori sembrano appisolate. Sto a occhi chiusi, sdraiata su un fianco con la testa appoggiata contro il vetro fresco.

La voce del barista mi risveglia: “Che lavoro fai?”

“Ancora studio. Nel fine settimana faccio il tuo lavoro pure io.”

Se non ascolto almeno la mia voce mi addormenterò anche io, quindi aggiungo: “Adesso gli esami sono sospesi, sono venuta a trovare una parente.”

Il mio vicino, che ora mi rendo conto non mi ha detto come si chiama, tira fuori venti euro. Il barista si alza e porta qui altre sigarette. A uno sguardo più attento, sono tutti molto pallidi, ma il mare è qui vicino.

Forse non ci vanno.

Il barista ora beve, mi mette il bicchiere davanti ad altezza d’occhi. Mentre gli do il brindisi il mio vicino sta invadendo il mio perimetro col fianco.

Gli chiedo: “E tu che lavoro fai?”

“Lavoravo all’imballaggio mobili.”

Anche quello è da queste parti.

Il vino è frizzante, va giù come la Fanta e il mondo diventa sempre più piccolo. Le loro facce mi sembrano morte. Adesso la temperatura ha iniziato a scendere, e per fortuna. Mi sento le cosce appiccicate dal sudore ma nonostante questo il caldo non mi dà fastidio.

“Agosto mi piace molto,” dico.

Il mio vicino dice: “Anche a me. Da noi non c’è mai sole.”

Va avanti a parlare e quando mi localizza il da noi, rispondo con tutte le nozioni di storia che ho su quel posto. Veramente, conosco meglio la letteratura perché...

Lui tiene l’accendino acceso. “Sei avanti. Ma adesso stai zitta che mi fai perdere gli ultimi spicci.”

Guardo il tavolo: è rimasto un cerchio di vino sul ferro.

Il barista dice: “Che gli fai? È un signore questo.”

Rido un'altra volta. Sullo sfondo le slot continuano a suonare.

Il barista si alza per guardare un orologio da polso abbandonato sul bancone: “Io devo chiudere tra un po’, ma devo anche finire questo giro.” Si riprende le carte in mano. “Dove vai adesso?”

Parla con me?

No, forse con il mio vicino.

“Dove vai stanotte se non ripartono i treni?”

Dico: “È pieno di alberghi qui.”

“Certo. Ma se non vi muovete non trovate un cazzo, è agosto.”

Giusto.

“Volevi dormire qui fuori?”

Il mio vicino dice: “Dormiremo qua fuori. La signora ha già piantato la mia tenda.”

Fuori, oltre le vetrine spente, le luci di Via dell'acquedotto tremano, è pieno di tende e roulotte.

Il barista ride. Eppure quello là, che ormai avrà buttato ottocento euro nella slot, ride.

Che cazzo ci sarà di tanto buffo...

Tra qualche mese scoprirò in maniera del tutto fortuita che nell’angolo di mondo da cui vengono loro (e i loro cazzi) “hai piantato la mia tenda” è un modo di dire: mi hai fatto venire il cazzo duro.

Il vicino si è alzato. “Lo so io dove possiamo andare.”

Camminiamo per venti minuti. Il centro sparisce e le vetrine illuminate lasciano il posto a saracinesche chiuse. Ci fermiamo davanti a un albergo giallo, il sole ha cotto anche questo. Mi pare una pannocchia.

All'ingresso c’è un gatto e ci sono le sue ciotole. Dietro la reception, un anziano con gli occhialini poggiati sul naso legge il giornale. Alza solo gli occhi. “Ti serve qualcosa solo per stanotte?”

Fa tariffe a ore e non chiede i miei documenti. Meglio così.

L’odore di cibo per gatti è ovunque, è denso e stomachevole.

Mentre io salgo lui mi precede. Dico che vado a farmi una doccia, e la sua bocca continua a sorridere ma i suoi occhi sono bui. Lo sento dire che va a prendere cibo qua sotto, che gli è venuta fame. Quando esco dal bagno è già tornato, ha portato un kebab intriso di peperoncino, mi andrà a fuoco lo stomaco.

Mi siedo sul letto e lui dice: “Anche se ti dai da fare con le date e le regine...”

Mi guardo il petto senza ascoltarlo, non mi sono rivestita.

“L'ho visto subito che eri un vaso aperto.”

Forse doveva essere la stoccata finale. Mi pare un verso di Callimaco invece.

Fuori dalla finestra il quartiere è semibuio e silenzioso, una coppia litiga da qualche parte.

E lui dice: “Idioti.”

Lo guardo con la bocca sporca di questa salsa insopportabilmente piccante

“È sempre ubriaca.”

Dico: “Ma chi?”

“Quello schifo di femmina che abita con lo zingaro qua davanti.”

Dico: “Anche a me piace bere. Specie il vino.”

“Ah, sì. C’ho fatto caso oggi pomeriggio, ma giocare non ti piace.”

“D’azzardo no.”

La donna ubriaca è uscita in strada, si sta allontanando, riesco a sentire il suo pianto che si fa sempre più flebile.

Sto ancora masticando assorta nei miei pensieri, lui conta i soldi che ha vinto oggi. Alla fine con gli ultimi spicci si è ripreso dai giri precedenti.

Tac.

Si è dato una botta da solo sul collo e si è lasciato un segno rosa e una sbafata che sembra smalto rosso-ciliegia. Sulla mano aperta ha una zanzara non tanto piccola. L’insetto in coma riprende conoscenza per un attimo prima di morire, poi lui richiude le dita, sfrega il corpicino finché diventa un impasto di nero e rosso.

“Che bella esecuzione,” dice senza guardarmi.

Dico: “Se tu sei di qui che facevi oggi alla stazione?”

“Te l’ho già detto, andavo da mia moglie.”

Non l’ha mai chiamato tutto il giorno, mi pare strano.

“Che direbbe tua moglie se sapesse che sei qui?”

“Non me ne frega un cazzo.”

“Davvero?”

I miei occhi scorrono sugli armadi, tutti ricoperti di polvere. Ci sono libri vecchi buttati sugli scaffali aperti di un comò. Un rotolo di nastro adesivo, viti di ferro e matite raccolte in un portapenne. I nostri bagagli stanno in un angolo pieno di ragnatele.

“Stai prendendo appunti?”

“Sì,” dico.

“Con chi abiti tu?”

“Da sola, sono divorziata.”

“Lavori solo i fine settimana e campi?”


Piego in quattro la carta dei kebab finiti e la butto nel cestino. Anche se questo posto è sudicio, non bisogna sporcare. Almeno c'è il ventilatore.
“Non lavoro solo nel weekend, il sabato e la domenica faccio la cameriera e il resto della settimana faccio altro. Poi potrei anche non farlo, la casa dove vivo è mia. Non mi mancano i soldi.”

Lo speaker nella mia testa dice: – Che brutta idea hai avuto a dire questo...

“Scommetto che quel pirla sta ancora pagando il mutuo della tua casa, mentre tu fai la zoccola alla stazione. Come la mia.”

“La tua cosa?”

“Mia moglie. Ma sai che faccia fa domattina quando mi vede in giardino?” Si sta alzando in piedi e mi pare che occupi sempre più spazio: “M’ha fatto fare otto mesi in carcere perché le ho messo la pistola in bocca, era venuta a dirmi col suo avvocato che devo pagare il mantenimento. Ma io la sistemo come la zanzara, le faccio fare dieci mesi all’ospedale.”

Lo sto fissando. Lui va verso il bagno.

“Oggi le ha salvato il culo quello che s'è buttato sotto al treno, ma domani tocca a lei. Così mi regalano il braccialetto che bippa se mi agito.”

“La casa dove vivo,” dico, “era mia già da prima. Nessuno paga il mutuo.”

“Tanto non ti credo. Tu sei come la mia, volete stare senza fare un cazzo tutto il giorno e avere tutti i soldi per andare a fare spesa, a fare le signore. Poi avete sempre mal di testa.”

“Fai come ti pare, ma il mio divorzio è successo perché i mal di testa se li faceva venire sempre lui. Non ci si crede, ma mio marito mi impediva anche di fargli un bocchino. Diceva: io ti ho fatto fare la principessa, ti ho baciato i piedi e tu mi vuoi baciare 'sto cazzo.”

“Parli proprio come una signora che ha i soldi e studia. È vero, non ci si crede alla voglia di cazzo che c’avete.”

Si è chiuso la porta del cesso dietro.

Sento ancora: “Vaso aperto.”

La doccia getta acqua e io studio il soffitto. Questo accappatoio è ruvido. Chissà perché mi viene in mente, ma le persone credono sempre di avere disgrazie peggiori delle tue.

Gli uomini sono convinti di aver sempre lavorato di più. Di aver fatto del loro meglio e di aver perso comunque.

Sto a occhi chiusi e sento che è tornato. Lo stress di queste settimane e l’afa di questa stanza fa sì che la mia bocca ceda. La sua lingua sa ancora di alcol.
La mia tetta destra gli riempie tutta la mano, non sono mai state piccole e i suoi occhi riempiono il mio cervello.

Nella mia testa la voce metallica dice: – Non mi fai paura e non mi fotterai.

Be’, certo è un modo di dire perché le mie mutande sono sul pavimento e mi sta già fottendo.

Il mio respiro si accorcia che sembra l’ansito della barboncina dei miei vicini.

Sono sudata fradicia, il suo cazzo mi sbatte fino alla bocca dell’utero. I lampioni di fuori illuminano male, non vedo quasi niente.

Si è staccato da me all’improvviso. Il contrasto tra il sudore caldo e l’aria che si raffredda sulla pancia dura un secondo. Il tempo di sentire il materasso che si alleggerisce.

Nel buio denso sento:
Shhhhrrrt.

È il suono di un morso di nastro adesivo che si stacca dal rotolo.
Ancora Shhhrrrt.

È la stessa sensazione di un osso che cede. La sua mano mi volta la testa, adesso guardo il muro.

La plastica mi si appiccica alla pelle dei polsi che tocca la testiera. Cinque centimetri di polimero trasparente per azzerare ogni raggio di movimento. Mi sta imballando. Dico: “Mi hai preso per un mobile?”

“No, ti prendo per una troia della stazione. Sono sicuro che ho indovinato. E comunque parli troppo.”

Un giro doppio mi schiaccia le labbra contro i denti e i capelli contro la nuca. La lingua non ha più spazio per muoversi. Rimane solo il naso per respirare, l’aria che entra e esce e odora di plastica.

Dal soffitto non scende nessun miracolo, solo un ragnetto.

Lo speaker nel cranio dice: – Questo è perché hai parlato troppo anche a Bacco. Non si fanno certe preghiere: gli dèi ascoltano, sempre.

Già.

Mi arriva il rumore di una spina che si stacca dalla presa e di gomma che si arrotola. Giro appena la testa per vedere che combina. Un soffio trapassa l’aria.

Tchwak.

La gomma pizzica. Ora sento il calore lungo il fianco; abbasso la testa verso sinistra per guardare.

La pelle non ha tempo di arrossire, si fa direttamente al viola. Di nuovo rumore di plastica e una botta asciutta. Non vedo niente, ma il fianco esplode. Quando mi torna il fiato controllo il danno e stringo le cosce, più forte che posso. Ma l’odore di femmina e sudore sale comunque.

Tchwak.

Ho il fuoco liquido sotto la pelle. Le spalle mi si stringono, la schiena si inarca da sola in un riflesso involontario. Non vedo più niente, il sale mi affiora alle ciglia e mi fa bruciare gli occhi.

Le cosce mi si schiudono. Stringere la fica umida è diventato impossibile.

Dalle labbra al ventre sale una scossa ma c’è anche qualcos’altro, è insopportabile. Cerco di far vibrare le corde vocali con suoni che vengono dal fondo della gola. Mugolii che devono sembrare parole. Ma non capisce.

Mi viene vicino all’orecchio: “Ingoia. È solo saliva.”

Scuoto la testa.

Niente.

Insisto.

Allora inizio a tirare il più possibile per staccare i polsi dal ferro ma non ci riesco e lui se la ride. Alla fine libero una mano, lasciando i primi due strati, epidermide e derma, sul nastro nero. Non ho il tempo di guardare in che condizioni sta il polso, almeno riesco a poggiare i piedi a terra. Sento le fibre di quello scendiletto, ruvido come il saio di un frate.

Non dovrei farlo, non sono un animale ma non posso parlare. La sua mano mi scatta in faccia: “Dove stai scappando?”

Cortocircuito.

Le gambe si arrendono. Cedo. Il calore scivola via, liberando la pressione. Tiro dentro aria.

Non se lo aspettava.

Si sente solo il ronzio del ventilatore.

Chiudo gli occhi. L’odore di urina si mescola a quello del sesso e della gomma. Lui resta lì un attimo a guardare. Mi chiedo che cosa gli passi per la testa... si è abbassato al livello della mia fica gocciolante. Pare che stia studiando.

“Bellissimo!”

Lo guardo mentre scaraventa il tappeto in bagno, poi sbatte la porta.

“Quel pirla di sotto domattina laverà il tappeto.”

Le sue dita sono sul bordo vicino all'orecchio, stringo i denti aspettando lo strappo, ma la plastica si scolla piano, un millimetro alla volta.

“Anche io potrei farti fare otto mesi per questo,” dico.

“Potresti ma tanto ti ritrovo subito. La strada già la so.”

La sa?

“L'ho visto qui.”

Il suo dito batte sulla mia carta d'identità, come ci è arrivata sul comodino?

Lo speaker nella testa dice: – Sei un cervello pieno di lume, davvero. Sei andata a farti la doccia e gli hai lasciato lì borsa, portafoglio e documenti.

Finalmente torna a scoparmi.

Questo tizio ce l’ha con quella che vuole il mantenimento, con tutte le donne del mondo, e sta usando il mio corpo come raddrizzatore di torti. Ogni spinta mi pare un vaffanculo piantato dentro. Le ovaie premono, stanno diventando acini d’uva sotto un torchio. Nel buio del mio cervello, lo speaker ha ripreso la preghiera:

– Padre Bacco, rispetto a te nessun dio è più generoso. Ti ringrazio per aver accolto la supplica. Ora, per favore, concedi il riposo.

Forse Bacco è andato a dormire. Anche gli dèi staccano il turno a una cert’ora.

Quest’uomo mi sta frantumando.

Io affondo la faccia nel cuscino, ma diventa sempre più profondo e così anche il buio.

– Padre Bacco, non lasciare che le mie ovaie diventino poltiglia!

Il calore mi sale dal ventre come dal fondo di una bottiglia, veramente. L’utero si contrae in una serie di riflessi. Il suo getto tiepido mi allaga da dentro e le cose che mi stanno uscendo dalla bocca in questi secondi non sono degne di una classicista.

Nella mia testa lo speaker taglia corto:
– Non ce ne frega un cazzo.

Le pale del ventilatore continuano a vorticare e a sollevare una brezza leggera. Chiudo gli occhi e dietro le palpebre vedo il mare.

Il soffitto scompare, il letto gli va dietro inghiottito dal vortice. La coscienza si stacca di netto.

Un suono sordo accanto all’orecchio mi rimette al mondo di colpo. Gli occhi si aprono ma le pupille sono ferme, non capisco dove sono. Il mio telefono segna le 03:15.

Lui è in piedi davanti a me.

“Alzati.”

Ci provo ma mi gira la testa.

Dico: “Che succede?”

“Mi hai piantato di nuovo la tenda.”

Due mani mi afferrano per le spalle e mi spingono giù.

“Siediti.”

Appena sento il contatto del lenzuolo le gambe si rialzano da sole. È impossibile, il culo mi brucia.

“Stai giù.”

Mi siedo sul bordo, millimetrando la carne contro il tessuto.

“Succhia.”

Stringo gli occhi per mettere a fuoco quello che vedo davanti alla mia faccia. Qualcosa non mi torna.

“Che cazzo stai guardando?”

Ho capito, adesso sì. Non ne avevo mai guardato da vicino uno intero, da noi tutti gli uomini sono circoncisi.

Dico: “Il tuo, ma non sono abituata alla frutta con la buccia.”

Gli viene da ridere.

“Meglio, impara le specie diverse così vinci il dottorato dei bocchini.”

La sua carne già dura sparisce fino in fondo alla mia bocca, la sento sulla lingua. Con entrambe le mani dietro il mio collo aumenta la pressione del suo corpo contro il mio viso. Alzo e riabbasso gli occhi. Mi concentro su un punto solo, il resto sparisce.

E tutto questo nemmeno mi dispiace.

Riprendo fiato sopra di lui, il calore riempie lo spazio tra la mia schiena e il suo petto. Ma dalla pelle del bacino premuta contro il suo inguine irradia un dolore che mi paralizza.

Così è troppo dritto. Troppo profondo. Rimane fermo, piantato fino all’utero. Non posso parlare, non riesco a muovermi. Allargo le gambe più che posso, stirando i muscoli per allontanare la mia pelle ferita dalla sua. In alto le sue dita mi strizzano i capezzoli e i brividi non mi lasciano stare.

Allungo la mano per toccarmi, ma lui mi sposta il polso lontano dalla fica. Sento la sua lingua dentro un orecchio.

Ci riprovo. Allungo di nuovo le dita, ma lui mi riafferra la mano esattamente sul polso scorticato da prima. Mi scappa un grido.

“Stai ferma.”

“Dai, fammi venire.”

“Perché? Pensi di aver fatto tutto il tuo dovere di troia?”

“Sì, sì.”

“E invece no.”

La mia testa registra ma non traduce. Sollevo i fianchi.

Sento il suo cazzo che spinge dietro, ma non posso prenderlo così, mi divincolo per togliermi. Nel silenzio lo sento sputarsi sulla mano. La sua saliva mi bagna l’interno come una lozione.

Appoggio di nuovo i fianchi sopra i suoi. Ha già riattaccato, ma almeno schizza più velocemente di quanto avevo temuto.

Se ne sta andando giù e la poca luce della luna che entra dalla finestra gli evidenzia i lineamenti. Sotto quella luce è mostruosamente bello, ma c'è una seconda frase sotto quella che penso.

I miei fianchi si ritraggono da soli un'altra volta.

“Stai ferma, non te la morsico.”

La sua lingua mi accarezza il clitoride lucido. Per fortuna rinuncia a infilare le dita in questa povera fica che ormai è tutta un dolore solo.

Il cuore accelera. Collasso.

Riesco a chiudere tutto fuori. Inspiro, espiro, e mi riaddormento tutta intera.

Apro gli occhi e sono sola. Il letto è stropicciato. Sul comodino c’è solo il cellulare, e due sigarette. La mia valigia è ancora qui.

Niente borsa.

Avevo centocinquantasette euro e trentadue centesimi lì dentro. E i documenti.

Mi alzo. Le gambe sono molli, senza forza. Vado in bagno e faccio il calcolo mentale mentre l’acqua mi scorre addosso. Tento di rimettermi le mutandine ma è impossibile sopportare la stoffa sulla pelle, quindi faccio prima e le butto nel cestino.

Scendo per uscire e anche il tizio della reception è sparito, ma per fortuna avevamo pagato ieri sera. Cammino verso la stazione con la pelle che brucia come se fossi stata al sole da mezzogiorno alle quindici e trenta senza crema.

Quel bar è ancora chiuso e la biglietteria pure, e comunque non ho soldi. Un regionale è già qui.

Meno male che trovo il capotreno sul binario.

Dico: “Mi scusi... purtroppo mi hanno rubato la borsa e ho assolutamente bisogno di tornare a casa. So che dovrei andare a fare una denuncia ma se lei potesse darmi uno strappo devo arrivare solo a...”

Si aggiusta gli occhiali. Mi guarda i capelli, so che sono elettrici, la borsa non la porto davvero, in compenso ho gli occhi rossi e le gambe che tremano. Guarda lo sfacelo che sono ancora un attimo poi dice: “Salga, tanto sono due fermate.”

Mi siedo sulla punta del sedile per non incendiare la pelle. Chiudo gli occhi mentre fuori iniziano a scorrere al contrario iniziano a scorrere al contrario i palazzi, le spiagge, l’azzurro del mare.

Centocinquantasette euro e una manciata di centesimi.

Be’, considerando che è stata una delle scopate migliori della mia vita, ho pagato poco per un servizio d’eccellenza.

Eccoci qua, non posso approfittare anche degli autobus. Mi tocca chiamare Michela per farmi venire a prendere. Sta guidando e gioca ad aprire e chiudere le stanghette degli occhiali da sole.

Click, clack. Click, clack.

Il sole traballa sulle lenti. Toglie gli occhi dalla strada per un secondo: “Troione mio, perché sei conciata così? Hai dormito alla stazione?”

“Questo è l’aspetto che hai tu quando torni dal turno del sabato sera. Stanotte Padre Bacco mi ha mandato in battaglia finalmente.”

“Mmm... speriamo che ci manda pure a me. Oggi esco, eh.”

“Hai trovato l’uomo della tua vita su Badoo?”

“No. Ma comunque esco con tale Simone stasera, e speriamo che me lo scopo perché non gliela faccio più.”

Glielo auguro di cuore. Speriamo che Simone riesca a fare contenta Michela senza tirare fuori dal cappello un paio di tacchi.

Un figlio.
Una diagnosi psichiatrica.
O un coniglio.

Abito a due passi dalla caserma quindi prima di andare a casa andiamo a suonare ai carabinieri.

Ci apre un appuntato da misurare a metri. Pare che l’abbiamo svegliato, ci strilla: “Che volete?”

“Devo fare la denuncia di smarrimento perché ho perso tutti i documenti.”

“Vi faccio strada.”

Gli andiamo dietro. Pare un interrogatorio: Nome. Cognome. Residenza.

Ogni volta che apre la bocca alza il volume.

Michela dice piano, piano: “Quasi quasi me farei arrestà...”

Pure io.

“Il suo stato civile?”

Tossisco. “Divorziata.”

Adesso smette di urlare. Sorride, chissà perché.



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