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Un’estate all’improvviso
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Racconto24 min di lettura

Un’estate all’improvviso

Scrivo per puro piacere. Grazie a chi legge.

Agave Ionia
4 mesi fa · 934 letture · 0



“Il mio mestiere attuale mi costringe gran parte del tempo all’isolamento: sola con una penna e astrusi versi. Ma non è sempre stato così.”

“E allora, che vuoi? Te lo sei scelta tu,” dice Michi.

“Be', niente. Solo dirti che una volta, su un palco o in una stanza d’albergo, ho conosciuto la gioia...”

Michela ride: “Quindi dobbiamo tornarci. Andiamo a qualche festa, facciamo un viaggio.”

“Perché no? Trovo sempre un sacco di gente affine a me in viaggio... nelle stazioni dei treni soprattutto. Ti ricordi quando un'estate all'improvviso...”

***


È agosto. Agosto infuocato.

Io e Michela stiamo stese sull'erba arrostita dal sole. Non sono ancora la sua porcamica migliore, ma già mi dice tutto. Sta cercando il fidanzato, uno per passarci la vita. Il suo ragazzo ha chiuso con lei dopo otto anni.

Un trasferimento e addio.

Allora prova molte app di incontri.

A giugno becca Davide. Al primo appuntamento le chiede: “Che per caso ti metti i tacchi stasera?”

Michela lavora da McDonald's e dopo una giornata di corse tra i tavoli è l'ultima cosa che pensa di fare.

“Io veramente non avevo intenzione di uscire coi tacchi.”

E lui le risponde: “Allora me li metto io.”

Scherza?

Proprio no.

Si presenta con un vestito della sorella azzurro e i tacchi a spillo neri. Al ristorante la gente li guarda di lato e ride sottovoce.

Non me lo sto inventando.

Passano settimane, lui continua a mandarle foto di sé stesso coi vestiti della sorella addosso. Michela gli dice: “Non so per chi mi hai preso, ma mi piacciono gli uomini, vestiti da uomini,” e lui continua finché, contro ogni suo principio di persona educata, lei lo blocca.

Scusa, Dio. Nemmeno a te le ciambelle vengono tutte col buco.

A luglio Michi trova Davide su Badoo...

Primo appuntamento: “Ciao, Michela. Andiamo a cena da On the Road, così parliamo.”

Quel locale è squallido ma si mangia bene.

Davanti a una bistecca lui comincia: “Prima di iniziare qualsiasi relazione io dico sempre le tre cose più importanti di me.”

Michela intreccia le mani sul tavolo e si fa tutta orecchi.

“Primo: sono ebreo.”

Vabbè. Il Terzo Reich è una brutta faccenda archiviata, e noi siamo donne molto aperte.

“Secondo, sono divorziato e ho una bambina di sette anni.”

Mmmm... siamo donne elastiche. Ma alla nostra età ci piacerebbe ancora sognare una vita con un uomo tutto nostro. È giusto che un padre ami sua figlia più di ogni altra donna al mondo e quindi...

Ma la vita non è una passeggiata sul prato, quindi non va scartato niente che potrebbe contenere un bel regalo solo per un pregiudizio.

“Terzo, la mia ex moglie se n'è andata e non mi lascia mai da solo con mia figlia; perché sono salito con la macchina sulle scale del Duomo rischiando di investire un sacco di gente. Non l'ho fatto apposta. Giuro. Mi hanno diagnosticato il disturbo bipolare, ho avuto una fase euforica e mia moglie si è spaventata e così...”

E così Michela sorride come un'ebete per il resto della cena, poi si paga il conto e alla fine cancella il suo numero e poi viene a raccontarmelo sull'erba bruciata dal sole.

Aspetta il resoconto delle mie (dis)avventure, io che sono già divorziata.

Vivo lontana da lei.

Stasera ho guidato per quasi un’ora sul lungomare per venire a trovarla. Qui, da casa sua, ora sento l'odore pungente del porto nel pieno dell'estate. Non ho molto da dirle se non che ho dato corda a un paio di tizi che mi hanno scritto dopo aver letto i miei racconti. È stato forse peggio del trovarsi al ristorante con un ragazzo che porta i tacchi a spillo, o con un paziente psichiatrico. Non devo tediare né lei né te, raccontando sfighe tragicomiche (confinate alle mail per fortuna), perciò dirò solo:

Arroganza piatta e mansplaining.

Ecco cosa intendono certi uomini per dominazione.

Io e Michela andiamo a casa sua. C'è una serie di video di gente che casca per terra in TV.

Questo ti vendono per animazione.

Le strade sono silenziose come una cattedrale. Tutti in vacanza e noi ancora dobbiamo decidere dove andare.

Quindi inizio a raccontarle del mio triste tentativo di affacciarmi in un club in cui in teoria dovrei trovare dominanti e sottomesse.

E viceversa.

Il tizio che mi accoglie comincia a spiegarmi le regole di questo meraviglioso club. Il succo è: pulito, sicuro, consensuale...

Michela anticipa il resto: “Ovvero: prevedibile e noioso come le mutande che trovi nel cassetto di mia nonna.”

Più o meno sì, le cose stanno così. Me ne lamento su un forum dedicato al tema. Mi ha risposto l'utente Abaterosso. Almeno aveva un nick più interessante di tutti quelli tipo: Padrone101...

Roba che ti fa immaginare uno che ti lega con le manette di pelo di un sexy-shop scadente e ti costringe a guardare: “La carica dei 101...”

Vabbè, Abaterosso sospira con me da dietro uno schermo: “Ti do ragione: il mondo della dominazione è un puttanaio o un club di chierichetti della domenica. Ne sto lontano da anni.”

Vorrei chiedergli come campa ma è tardi. E poi non me ne faccio un cazzo di uno che fa il lupo ma non può mordere.

Michela ride tanto, io vado al lavandino e riempio un bicchiere d'acqua. Sono affranta e lo è anche lei, le palpebre le si abbassano e si riaprono. Mi riempio le guance d'acqua. Lei rimane a guardarmi.

Abbiamo ordinato gli involtini primavera dal cinese per cena; prima di mangiare, come è giusto che si faccia, preghiamo:

“Padre Bacco, che sei nel vino, noi ci ubriachiamo in tuo nome. In cambio ti imploriamo: concedici una scopata decente.”

Michi è ferma col bicchiere a un centimetro dal mio: “Amen?”

Dico: “No, Amen si dice al Dio cristiano.”

“E allora come finisce la preghiera?”

Dico: “Cin.”

Ci siamo servite gli involtini e li stiamo annaffiando con tanto vino.

Poi il mio telefono squilla. È la mamma. Devo andare da mia zia.

Abita nelle Marche ma è come se m'avesse chiesto di andare su Marte. Non ho mai perdonato a zia Liliana le sue parole orrende di tre anni fa e da allora non vado a trovarla.

Ma comunque, siccome io e Michela non sappiamo che altro fare, decido di partire domattina.

È martedì.

Sto da lei tre giorni.

Venerdì mi preparo a ripartire. Sono tranquilla, sono in pigiama. Prendo la corriera e vado a Pesaro per risalire in treno.

Chissà perché i monitor iniziano a segnalare venti minuti di ritardo.

Poi quaranta.

Poi sessanta.

Dopo la mia quarta sigaretta, i minuti di ritardo previsti sono addirittura duecentoventi.

Allora mi accorgo che seduto accanto a me sulla panchina c’è uno che fuma il doppio e sbuffa il triplo di me.

È un tempo in cui ancora si parla facilmente con la gente nei treni e nelle stazioni. Non so perché.

Si strofina la bocca e la sigaretta gli si piega tra le dita.

Ci stiamo addormentando tutti, sento il sole sulla fronte.

Una donna qui davanti dice al figlio capriccioso: “Penso che adesso arriva il treno, sì, mi sa che l’ho sentito.”

Un rumore si è sentito in effetti, lo speaker della stazione stava per dire qualcosa e poi non l’ha fatto. I binari sono vuoti.

Silenzio innaturale.

Il mio vicino allunga il collo a guardare, si gira dalla mia parte: “A me mi sa che la signora fa uso di sostanze.”

Mi scappa da ridere.

Lui guarda il deserto all'orizzonte: “Non vedo un cazzo.”

È un bell’uomo, ha gli occhi neri e la pelle bianca da recluso. I capelli sono ancora più neri.

Gli dico: “Speravo che fosse vero. Devo tornare a casa, sono stata a trovare una parente. Sempre se arriva il treno.”

Lui mi risponde: “Io vado da mia moglie.”

“E dove sei stato finora?”

Mi pare paritario chiederlo. Io gliel'ho detto.

“In carcere.”

“Perché?”

“M’hanno dato otto mesi per minacce. Ho messo una pistola in bocca a una persona che ha detto davanti all’avvocato che le devo dare soldi.”

Non so esattamente come lo sto guardando, ma la mia faccia deve essere curiosa.

“Non me ne sono pentito.”

Quella tizia che sente i treni fantasma si gira a guardarci.

Un piccione temerario va a caccia di briciole in mezzo alle scarpe dei signori passeggeri sudati e imbestialiti. Ho una merendina nella borsa, la faccio a brandelli e la spargo tra le mie caviglie. Apro le cosce d'istinto mentre quell’uccello si avvicina a becchettare.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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