Elena mi sta tirando il taccuino dalle mani.
“Questo va bruciato.”
E io lo trattengo. “Scordatelo. Questa è la mia storia. E la mia storia non finirà bruciata.”
Idra entra in salotto e ci trova a bisticciare. Dice: “Ti rendi conto di quello che può significare una condanna per complicità in omicidio e tutto il resto?”
“Dipende da che parte lo guardi,” dico, “e allora cambia l’orizzonte. Non ha senso imparare un’arte se poi non la insegni a nessuno. Sono consapevole di non aver fatto cose belle, ma tutto quello che ho visto, anche quando mi giravo dall’altra parte, lo voglio raccontare. Poi dipende dall’uso che ne farà chi lo legge.”
Elena allarga le braccia, facendo svolazzare le maniche ampie di un abito lillà. “La tua dipendenza ti ha distrutto la testa. Lui ti teneva in piedi, solo perché è quello che fanno tutti i magnaccia con le donne. Ti sei lasciata distruggere da loro. Questo è tutto quello che può capire chi lo legge. E poi ho anche io delle cose da obiettare, rispetto alle prediche del frate di tua madre.”
Idra si chiude un braccialetto di pietre verdi e si sfiora il polso. “Ce le dici domattina.”
Dentro la macchina che non era diventata una zucca, c’era solo Ditmir.
***
Io e Valjet entriamo. Lui rimane zitto per un lungo momento, sembra che non si sia nemmeno accorto di noi.
E adesso si gira e vedo che ha un diavolo per capello, oltre a un mare di brillantini che non deve essere riuscito a lavare via: “Dov’è Nadia?”
Non so cosa rispondere, Valjet mi anticipa: “Non lo sappiamo, non era con noi.”
E lui si gira del tutto verso di me: “Tira fuori quel telefono, chiamala.”
Io resto immobile perché non gli ho mai sentito questo tono.
“Datti una mossa, Angela. Che pensi che sia venuto a fare qui, il servo dei ricchi?”
Ci provo io e ci prova anche Valjet, ma Nadia non risponde. Comunque, prima che lui urli qualcos’altro, sentiamo il rumore dei tacchi di Nadia che arriva correndo. Si sta infilando il cappotto, si ferma davanti alla nostra portiera e lui la fulmina con lo sguardo.
“Sali davanti. Ma dov’eri?”
Nadia sale accanto a lui, evita i suoi occhi. Mi fa pena.
“Ero lì…”
“Lì dove? T’ho chiamato tre volte e non rispondi.”
“Lì, a quel negozio che ha detto Angela.”
“Quale? Dimmi il nome.”
Adesso mi scioglie il riscaldamento interno della macchina, mi lascio scivolare sul sedile. Nadia, da davanti, mi sta chiedendo come si chiamava il negozio. Io non me lo ricordo e mi chiedo dove sia Lori.
Il terrore tiene buona tutta la rabbia che ho ingoiato oggi. Non riesco a ricordarmi il nome, men che meno l’indirizzo, perciò non so che risponderle. Continuiamo a superare vie che non conosco e locali chiusi. Stiamo girando in tondo. Nemmeno lei sembra avere la minima idea di dove siamo.
E la nostra fata turchina, il nostro autista, continua a dare di matto. Vedo che afferra un foulard rosso, pieno di paillettes, che Nadia s’è messa sul collo.
“Perché ti sei messa la sciarpa?”
Lei si sottrae alla sua mano: “Perché fa freddo, per cosa secondo te?”
La tira di nuovo e vedo la mia collana che le brilla intorno al collo come un’aureola a un angelo. Mi cerca nello specchietto come se volesse che dicessi qualcosa.
“Gliel’ho prestata io quella collana, anche a Valjet ho prestato cose mie, che c’è di male?”
L’odore di Nadia mi arriva di botto alle narici, ha un profumo che non ho mai sentito prima. Lui molla la sciarpa: “Niente, Angela, ma tanto adesso ho altro da pensare.”
Sono le una e tre quarti del mattino e siamo arrivati in una distesa di asfalto crepato.
Nadia continua a coprirsi il collo. Potrei saltar giù da questa macchina, finirla con questa follia, ma se mi trovo in un posto poco raccomandabile?
L’intero perimetro del vecchio lotto industriale è circondato da reti arrugginite e lamiere zincate, e la vegetazione incolta e la sterpaglia secca hanno ormai invaso i binari del vecchio raccordo merci, lasciandoli affiorare solo a tratti. Non resta più nulla delle pile di pallet di legno, dei fusti metallici corrosi e neppure delle decine di pneumatici di tutte le dimensioni che gli operai, un tempo, usavano per raccogliere l’olio esausto dei macchinari.
Dal mio punto d’osservazione non riesco a vedere granché, a parte la facciata di uno stabile abbandonato, così cerco di aggirare una lamiera che si trova a terra, per introdurmi in ciò che resta del piazzale catramato.
Impossibile proseguire al buio: ho paura che all’improvviso un topo sbuchi correndo dalle condutture, strisciandomi sulle scarpe.
Ditmir, Nadia e Valjet mi seguono. Adesso vedo Redian. L’unico lampione rimasto acceso proietta un cono di luce giallastra che incendia il rosso dei suoi capelli, mentre il resto del suo corpo rimane immerso nella notte. L’aria odora di gomma e plastica.
Le sue pupille sono due monete nere, hanno mangiato quasi tutto il verde dell’iride, lasciando solo un cerchio sottile, lucido come vetro di bottiglia. Non sbatte le palpebre. Resta immobile a fissarmi nel silenzio della fabbrica chiusa. I muscoli della sua mandibola si irrigidiscono sotto la pelle bianca.
Dico: “Buonasera.”
E lui mi fa un sorriso.
Allora chiedo: “Dov’è Lori?”
Senza una parola, mi afferra la nuca. Le sue dita si aggrovigliano nei miei capelli e il pollice mi preme con forza l’osso dietro l’orecchio. La pressione è tale da farmi male, il contatto non riesce a riscaldarmi, mi stringo meglio nel cappotto. Mi sta tirando il collo all’indietro.
Faccio un altro tentativo: “Dov’è Lori?”
Lui viene a incollare la fronte contro la mia, è tutto sudato. Le vene del suo avambraccio sono gonfie e tese come corde. Mi pare di poter sentire il suo sangue scorrervi veloce. Dalla sua bocca esce un soffio caldo, spezzato, ma nessun suono. I suoi denti battono una volta sola, con un rumore secco di osso contro osso, a un millimetro dalle mie labbra che iniziano a tremare.
Non posso abbassare la testa. Così riesco a guardare solo verso le sue labbra scostate che si fermano a un millimetro dalle mie, calde e umide. In quella posizione forzata, con la colonna vertebrale tesa, sento la massa del suo corpo che mi annulla. È instabile e continua a farmi perdere l’equilibrio.
Valjet è un metro più in là, con un’espressione di incredulità sul volto. Vedo Nadia che le afferra saldamente il polso e la trascina via, verso la macchina.
Il viso di Redian si allontana dal mio e, nello stesso istante, un urlo mi fa alzare gli occhi.
La luna illumina le finestre dello stabile, e ora distinguo un’ombra nera, legata a qualcosa di giallo, fuori dalla finestra più alta. È sospesa a trenta metri d’altezza. Mettendo a fuoco a fatica nel buio, capisco che è Lori. Sotto di lei, parte della parete non c’è più o forse non è mai stata terminata, quindi non ha appoggi. Cerca disperatamente di toccare il muro con i piedi.
Il suo pianto rimbalza contro i capannoni vuoti.
Accanto a me, nelle tenebre, si accende lo schermo del telefono di Redian.
“Non siete arrivati in tempo per vederla svegliarsi proprio lì”, dice fissando il display. “Il sonnifero ha finito di fare effetto all’una.”
Sento la risata di Ditmir. Guardo il quadrante sul mio polso: sono le due del mattino. Significa che Lori ha aperto gli occhi nel vuoto un’ora fa.
Allora mi esce una voce stridula:
“Dobbiamo andare subito a tirarla giù, potrebbe morire d’infarto.”
Nessuno fiata. Le grida di Lori mi si infilano nelle orecchie come aghi.
Redian spegne lo schermo del telefono. Sento i passi di qualcuno che esce dallo stabile. Solo adesso vedo Dasho, è arrivato vicino a noi.
“Non è proprio possibile adesso. Questo pazzo le ha iniettato una dose di polvere pura prima di lasciarla lì. Con la roba in circolo, a trenta metri d’altezza, il cuore le pompa come non ha mai fatto. Non si fermerà, stai tranquilla.”
I suoi occhi, azzurri, grigi, poi argentati, sempre fissi, mi dicono che non può essere la stessa persona che era ieri pomeriggio. Poi una voce dentro di me dice che nella nostra vita ieri non conta niente, conta solo come stai oggi. Sta mordendo un panino con hamburger, anche se ormai dev’essere freddo. Dev’essere come mangiare una cosa morta.
Redian chiama Valjet, lei torna lasciando davanti alla macchina. Le tocca i capelli viola:
“Ci avete portato qualcosa da quella festa?”
Valjet ha la voce ridotta a un filo. Anche lei fissa Lori, che lassù urla come una bambina.
