Capitolo 17 - Bibidibobidibum
Grazie a chi legge.
1 ora fa
Elena mi sta tirando il taccuino dalle mani.
“Questo va bruciato.”
E io lo trattengo. “Scordatelo. Questa è la mia storia. E la mia storia non finirà bruciata.”
Idra entra in salotto e ci trova a bisticciare. Dice: “Ti rendi conto di quello che può significare una condanna per complicità in omicidio e tutto il resto?”
“Dipende da che parte lo guardi,” dico, “e allora cambia l’orizzonte. Non ha senso imparare un’arte se poi non la insegni a nessuno. Sono consapevole di non aver fatto cose belle, ma tutto quello che ho visto, anche quando mi giravo dall’altra parte, lo voglio raccontare. Poi dipende dall’uso che ne farà chi lo legge.”
Elena allarga le braccia, facendo svolazzare le maniche ampie di un abito lillà. “La tua dipendenza ti ha distrutto la testa. Lui ti teneva in piedi, solo perché è quello che fanno tutti i magnaccia con le donne. Ti sei lasciata distruggere da loro. Questo è tutto quello che può capire chi lo legge. E poi ho anche io delle cose da obiettare, rispetto alle prediche del frate di tua madre.”
Idra si chiude un braccialetto di pietre verdi e si sfiora il polso. “Ce le dici domattina.”
Dentro la macchina che non era diventata una zucca, c’era solo Ditmir.
***
Io e Valjet entriamo. Lui rimane zitto per un lungo momento, sembra che non si sia nemmeno accorto di noi.
E adesso si gira e vedo che ha un diavolo per capello, oltre a un mare di brillantini che non deve essere riuscito a lavare via: “Dov’è Nadia?”
Non so cosa rispondere, Valjet mi anticipa: “Non lo sappiamo, non era con noi.”
E lui si gira del tutto verso di me: “Tira fuori quel telefono, chiamala.”
Io resto immobile perché non gli ho mai sentito questo tono.
“Datti una mossa, Angela. Che pensi che sia venuto a fare qui, il servo dei ricchi?”
Ci provo io e ci prova anche Valjet, ma Nadia non risponde. Comunque, prima che lui urli qualcos’altro, sentiamo il rumore dei tacchi di Nadia che arriva correndo. Si sta infilando il cappotto, si ferma davanti alla nostra portiera e lui la fulmina con lo sguardo.
“Sali davanti. Ma dov’eri?”
Nadia sale accanto a lui, evita i suoi occhi. Mi fa pena.
“Ero lì…”
“Lì dove? T’ho chiamato tre volte e non rispondi.”
“Lì, a quel negozio che ha detto Angela.”
“Quale? Dimmi il nome.”
Adesso mi scioglie il riscaldamento interno della macchina, mi lascio scivolare sul sedile. Nadia, da davanti, mi sta chiedendo come si chiamava il negozio. Io non me lo ricordo e mi chiedo dove sia Lori.
Il terrore tiene buona tutta la rabbia che ho ingoiato oggi. Non riesco a ricordarmi il nome, men che meno l’indirizzo, perciò non so che risponderle. Continuiamo a superare vie che non conosco e locali chiusi. Stiamo girando in tondo. Nemmeno lei sembra avere la minima idea di dove siamo.
E la nostra fata turchina, il nostro autista, continua a dare di matto. Vedo che afferra un foulard rosso, pieno di paillettes, che Nadia s’è messa sul collo.
“Perché ti sei messa la sciarpa?”
Lei si sottrae alla sua mano: “Perché fa freddo, per cosa secondo te?”
La tira di nuovo e vedo la mia collana che le brilla intorno al collo come un’aureola a un angelo. Mi cerca nello specchietto come se volesse che dicessi qualcosa.
“Gliel’ho prestata io quella collana, anche a Valjet ho prestato cose mie, che c’è di male?”
L’odore di Nadia mi arriva di botto alle narici, ha un profumo che non ho mai sentito prima. Lui molla la sciarpa: “Niente, Angela, ma tanto adesso ho altro da pensare.”
Sono le una e tre quarti del mattino e siamo arrivati in una distesa di asfalto crepato.
Nadia continua a coprirsi il collo. Potrei saltar giù da questa macchina, finirla con questa follia, ma se mi trovo in un posto poco raccomandabile?
L’intero perimetro del vecchio lotto industriale è circondato da reti arrugginite e lamiere zincate, e la vegetazione incolta e la sterpaglia secca hanno ormai invaso i binari del vecchio raccordo merci, lasciandoli affiorare solo a tratti. Non resta più nulla delle pile di pallet di legno, dei fusti metallici corrosi e neppure delle decine di pneumatici di tutte le dimensioni che gli operai, un tempo, usavano per raccogliere l’olio esausto dei macchinari.
Dal mio punto d’osservazione non riesco a vedere granché, a parte la facciata di uno stabile abbandonato, così cerco di aggirare una lamiera che si trova a terra, per introdurmi in ciò che resta del piazzale catramato.
Impossibile proseguire al buio: ho paura che all’improvviso un topo sbuchi correndo dalle condutture, strisciandomi sulle scarpe.
Ditmir, Nadia e Valjet mi seguono. Adesso vedo Redian. L’unico lampione rimasto acceso proietta un cono di luce giallastra che incendia il rosso dei suoi capelli, mentre il resto del suo corpo rimane immerso nella notte. L’aria odora di gomma e plastica.
Le sue pupille sono due monete nere, hanno mangiato quasi tutto il verde dell’iride, lasciando solo un cerchio sottile, lucido come vetro di bottiglia. Non sbatte le palpebre. Resta immobile a fissarmi nel silenzio della fabbrica chiusa. I muscoli della sua mandibola si irrigidiscono sotto la pelle bianca.
Dico: “Buonasera.”
E lui mi fa un sorriso.
Allora chiedo: “Dov’è Lori?”
Senza una parola, mi afferra la nuca. Le sue dita si aggrovigliano nei miei capelli e il pollice mi preme con forza l’osso dietro l’orecchio. La pressione è tale da farmi male, il contatto non riesce a riscaldarmi, mi stringo meglio nel cappotto. Mi sta tirando il collo all’indietro.
Faccio un altro tentativo: “Dov’è Lori?”
Lui viene a incollare la fronte contro la mia, è tutto sudato. Le vene del suo avambraccio sono gonfie e tese come corde. Mi pare di poter sentire il suo sangue scorrervi veloce. Dalla sua bocca esce un soffio caldo, spezzato, ma nessun suono. I suoi denti battono una volta sola, con un rumore secco di osso contro osso, a un millimetro dalle mie labbra che iniziano a tremare.
Non posso abbassare la testa. Così riesco a guardare solo verso le sue labbra scostate che si fermano a un millimetro dalle mie, calde e umide. In quella posizione forzata, con la colonna vertebrale tesa, sento la massa del suo corpo che mi annulla. È instabile e continua a farmi perdere l’equilibrio.
Valjet è un metro più in là, con un’espressione di incredulità sul volto. Vedo Nadia che le afferra saldamente il polso e la trascina via, verso la macchina.
Il viso di Redian si allontana dal mio e, nello stesso istante, un urlo mi fa alzare gli occhi.
La luna illumina le finestre dello stabile, e ora distinguo un’ombra nera, legata a qualcosa di giallo, fuori dalla finestra più alta. È sospesa a trenta metri d’altezza. Mettendo a fuoco a fatica nel buio, capisco che è Lori. Sotto di lei, parte della parete non c’è più o forse non è mai stata terminata, quindi non ha appoggi. Cerca disperatamente di toccare il muro con i piedi.
Il suo pianto rimbalza contro i capannoni vuoti.
Accanto a me, nelle tenebre, si accende lo schermo del telefono di Redian.
“Non siete arrivati in tempo per vederla svegliarsi proprio lì”, dice fissando il display. “Il sonnifero ha finito di fare effetto all’una.”
Sento la risata di Ditmir. Guardo il quadrante sul mio polso: sono le due del mattino. Significa che Lori ha aperto gli occhi nel vuoto un’ora fa.
Allora mi esce una voce stridula:
“Dobbiamo andare subito a tirarla giù, potrebbe morire d’infarto.”
Nessuno fiata. Le grida di Lori mi si infilano nelle orecchie come aghi.
Redian spegne lo schermo del telefono. Sento i passi di qualcuno che esce dallo stabile. Solo adesso vedo Dasho, è arrivato vicino a noi.
“Non è proprio possibile adesso. Questo pazzo le ha iniettato una dose di polvere pura prima di lasciarla lì. Con la roba in circolo, a trenta metri d’altezza, il cuore le pompa come non ha mai fatto. Non si fermerà, stai tranquilla.”
I suoi occhi, azzurri, grigi, poi argentati, sempre fissi, mi dicono che non può essere la stessa persona che era ieri pomeriggio. Poi una voce dentro di me dice che nella nostra vita ieri non conta niente, conta solo come stai oggi. Sta mordendo un panino con hamburger, anche se ormai dev’essere freddo. Dev’essere come mangiare una cosa morta.
Redian chiama Valjet, lei torna lasciando davanti alla macchina. Le tocca i capelli viola:
“Ci avete portato qualcosa da quella festa?”
Valjet ha la voce ridotta a un filo. Anche lei fissa Lori, che lassù urla come una bambina.
“Che dovevamo portare?”
“Ah, non so, qualcosa da bere per passare il tempo mentre si consuma questo fantastico spettacolo. Smettete di guardarla così. Adesso non possiamo toccarla, la paranoia le mangia il cervello. Sentite come grida? Non smetterà nel giro di poco. Ma entro l’alba si sarà svuotata definitivamente i polmoni.”
Ditmir sta andando verso la macchina:
“Io ho una cassa di birra nel bagagliaio.”
Redian dice: “Meraviglioso. Così possiamo guardare lo spettacolo fino a domattina. Urla proprio come le capre, Angela, hai mai sentito come fa una capra quando arriva il macellaio?"
Io non riesco nemmeno a dire che voglio andare a casa, perché non potrei mai tornarci se prima non vedo Lori rimettere i piedi per terra.
Valjet si stringe nella giacca e se ne va di nuovo accanto alla macchina.
Dasho si è seduto su quello che resta di un muretto accanto a noi: “Porta a casa quelle due, va a riprendere le altre e riportami la macchina.”
Ditmir ha già recuperato le chiavi. Forse ha detto sì, o forse non ha risposto. Non riesco a concentrarmi. E comunque mi sta dicendo: “Tu vuoi andartene?”
Cerco di scollarmi i capelli dalla nuca, ancora sudo freddo, ma vedo Dasho che mi guarda e qualcosa dentro di me dice che non vuole andarsene.
“Voglio che andiamo a prenderla, Cristo.”
In piedi accanto a me, Redian sta ancora a occhi spalancati e le sue labbra tremano come se volesse parlare. Invece si svuota in gola la lattina, solo dopo averla accartocciata e lanciata contro una lamiera mi dice:
“Allora non ci senti? Ti ho detto che non posso adesso, dobbiamo aspettare che si calmi.”
Dasho sta leggendo l’orario sul suo telefono.
“Sì, secondo me la pianterà nei prossimi quaranta minuti.”
E io dico:
“Ma come fa una persona legata fuori da una finestra a calmarsi?”
Redian mi tira un’altra volta verso di sé.
“Tu non lo capisci perché non lo sai fare. Te l’ho detto oggi, devi lasciarmi fare il mio lavoro.”
Sento la macchina che riparte e ci lascia da soli nel buio.
“Lo sai che l’ultima a cui ho fatto questo numero per spezzarle i nervi, quando sono andato a riprenderla, si era pisciata addosso?”
Tengo gli occhi sull’asfalto. È impossibile guardare ancora in su.
Redian continua a fissare la finestra.
“Sembra una cazzata, ma poi, per non rimetterla in macchina così, quella novizia, ho dovuto spogliarla e darle il mio cappotto. Nadia l’ha lavato la mattina dopo, ma l’odore del piscio di quella ho continuato a sentirlo per giorni.”
Ha abbassato gli occhi su di me.
“Grazie di essere rimasta a farmi compagnia. Sarebbe stato uno spreco godermi da solo uno spettacolo così eccitante.”
Il suo naso mi preme sulla guancia. Lori sta gridando qualcosa, ma non riesco a distinguere le sue parole.
Alzo appena la testa. Spero in un intervento di Dasho, ma, a parte guardarci e bere godendosi le urla di terrore di Lori, non sembra che abbia intenzione di fare niente.
E io nemmeno.
Ogni volta che mi guarda mi attiva un conto alla rovescia dentro: la mia ragione scivola verso il basso come sabbia sottile. Appena lo svuotamento è totale e il tempo finisce, l’equilibrio si ribalta.
I denti di Redian si chiudono intorno al mio lobo, scattano sull’orecchino e il rumore metallico mi fa saltare prima del dolore. Cerco di non gemere, di sorridere. Forse così ci calmeremo. La sua lingua mi scorre sulla faccia. I suoi occhi girano come folli.
Ricomincia a cercare notizie, cose da mettere sui suoi verbali neri:
“Di che avete parlato tu, Valjet e la mamma stasera?”
Cerco nella mia testa una soluzione, ma non trovo la risposta giusta. Scrollo le spalle, provando a spostarlo, ma è come cercare di scappare da una tigre intenzionata a mangiare, quando ormai ce l’hai sopra.
Dasho si gira un’altra volta verso di noi: “Non ti muovere.”
E l’ultimo frammento di logica che era rimasto nel mio cervello cade sul fondo.
Dico: “Mah… di niente di speciale.”
La voce di Lori ci piove addosso. Lui guarda in alto, tira fuori il coltello da disosso dalla giacca e con l’altra mano mi apre il cappotto. Sento la cerniera scendere. Il mio cuore conta 1,2,5... no, prima ci sono il 3 e il 4... ma continuo a sorridere.
“Angela, tu fai la furba. Ti mangio viva o prima ti taglio la gola?”
Tengo gli occhi sulla lama e continuo a sorridere.
“Ma che furba, che dici? Era una raccolta fondi per i poveri.”
“E a noi non hai portato neanche un centesimo?”
Dasho ride e io mi ritraggo contro il muro accanto. Sento le punte delle sue dita bagnate di birra sul collo. Ora che si è alzato, mi schiaccia contro la parete e la durezza del suo inguine spinge sulla mia coscia, bloccandomi contro il cemento. Mi sta tirando una ciocca di capelli, la strappa. Lori urla per il terrore e io per il dolore, ma provo a darmi un’espressione serena.
“Davvero, non c’è niente da raccontare. Queste stronzate borghesi non valgono il tuo tempo.”
“Adesso tu rispondi bene.”
Provo a cambiare discorso:
“Non rischiamo che la senta qualcuno?”
“No, non sai dove siamo?”
“Non sono mai venuta qui, sembra una vecchia ferrovia.”
“Non può trovarci nessuno. A parte qualche barbone, qualche drogato che starà infilato a dormire in qualche capannone, nessuno viene qui.”
Il coltello è sparito di nuovo sotto la giacca blu.
Sento la mano di Redian sulla schiena che mi fa piegare.
Mi chino con la sensazione che l’altra metà di me stessa sia già all’altro mondo.
Gemo per il freddo.
“Pensi di metterti a urlare anche tu?”
Dico: “No.”
“Tanto non c’è problema. Qui non ti sente nessuno e per le mie orecchie non esiste una musica migliore delle urla di dolore.”
Questo mi fa salire un’ondata di rabbia impotente. Lassù Lori si agita, la stessa mano che l’ha legata mi sta passando nei capelli.
E io ansimo: “Non rischia di cadere?”
“No, so usare perfettamente corde e catene.”
Mi sento sprofondare nell’angoscia più totale, ma quella pressione aumenta e la cancella. Sento la saliva di Redian riempirmi la bocca, mi stringe la mano sinistra intorno al collo. E nemmeno Dasho mi sembra tanto lucido stasera: si è voltato verso di noi, è in preda all’ossessione, alla sua unica ossessione. Mentre cedo del tutto, noto che mi guarda come… come una tabella di Excel vivente.
Le dita di questo mio strano fratello eseguono un movimento circolare che aumenta gradualmente di intensità, poi la pressione sale di colpo.
Cerco di spostarmi: “Che stai facendo?”
“Tranquilla, cerco di allargare questo buco. Dalla resistenza che fa, sembra che tu lavori poco.”
Lori ci insulta più volte.
“Non mi dire che voi brave persone non usate mai il culo. Scommetto che siete troppo cristiani, vero?”
“Ahi!”
Ora che le sue dita sono entrate in profondità, sento che si spingono dentro e allargano i tessuti. Si abbassa dietro di me per aggiungere saliva.
Sento una strana sensazione di dilatato e bagnato.
“Sei troppo tesa.”
Come lo sento entrare, grido dal basso e dall’alto anche Lori grida.
Il freddo diminuisce, ma il mio dolore no. Lui sbatte troppo forte, è peggio dei crampi. E poi la parete sotto le mie mani è ruvida e fastidiosa, l’aria è sporca e il vestito che risale mi strofina la schiena.
La voce di Lori sta perdendo forza e lui sembra felice. Forse sente di aver vinto. Io, invece, mi sento carne che si scongela. Forse mi ha già staccato il cuore, facendo avanti e indietro come un segaccio da macellaio, è arrivato fino alle ossa. Le gambe non mi tengono più, mi piego sulle ginocchia mentre il mio corpo si adatta.
Ho l’impressione che la sua voce venga da molto lontano:
“La puttana si eccita.”
Le sue dita raccolgono i miei umori.
“Dimmi, troia, non ti senti cattiva?”
“Davvero pessima.”
“Allora siamo fratelli adesso, no?”
Potrei svenire.
Dico: “L’incesto mi mancava.”
Il rumore del nostro respiro è l’unica cosa che si sente in questo cimitero industriale adesso.
Lori intanto ha smesso di gridare, continua a piangere, a emettere gemiti che non coprono i nostri.
Sono qui, con due uomini pericolosi, eppure la paura non lavora e il disagio è sbiadito, è nulla rispetto al fastidio che provavo due ore fa alla festa di mia madre. Forse è quella roba, o forse il vino, che mi fa suonare nel cervello accordi ipnotici di violini distanti e note cristalline, liberando il fuoco nel mio ventre. Sento ogni millimetro del mio corpo vibrare e so che non sono affatto fuori posto.
Sono esattamente dove devo essere.
Le mie braccia si sono stancate. Poso le mani a terra e lui mi scende addosso, muovendosi sempre più veloce, finché di colpo si ferma e tutti i suoi muscoli si contraggono.
Adesso il suo corpo si è ammorbidito. Le sue dita continuano a stringermi i fianchi.
Sento il suo respiro rallentare.
“Non siamo fratelli stasera, non ci riesco. Ma vedo che tanto tu hai fatto.”
Mi levo il sudore dal collo con la manica del cappotto, è vero, ho appena avuto l’ennesimo attacco di quella febbre ingestibile.
Mi aggrappo a lui per rimettermi in piedi.
Il coltello da disosso è di nuovo nella sua mano.
“Adesso andiamo da quella bestia. Finisco il mio numero di magia.”
Troppo rapidamente dico: “Come?”
Lui se ne sta già andando verso lo stabile. “Con la mia speciale formula magica.” Credo di avere ancora in faccia quell’espressione di stupore e di paura, quando lui si volta:
“Vieni con noi di sopra, taglio e la butto di sotto.”
Lui corre sui gradini, facendo risuonare il ferro della scala antincendio, io faccio un passo avanti per seguirlo di corsa, ma la mano di Dasho mi sbatte sul petto:
“Ascolta, puttana idiota. Sai perché lui ti ha fottuto?”
Davvero non capisco. “No.”
“Perché sorridi sempre, sorridi a tutti come una ragazzina che non sa dov’è. Che c’è da ridere?”
Io sorridevo solo per farlo stare calmo, ma come sempre non trovo il modo di farmi capire.
“Non posso far fare la puttana a una fessa che ride di continuo. Per campare qui, devi essere gelida e fredda, tu non sai mai chi hai davanti e come reagisce se gli ridi in faccia.”
Provo a spiegare:
“Cercavo di mantenere la calma, se si usa la gentilezza...”
Sotto le sue dita il colletto del mio cappotto è diventato un cappio.
“Tu sei la regina delle puttane imbecilli. Per strada la gentilezza dice una cosa sola di te: sono stupida, prego approfittate.”
Il cappio stringe. Gli occhi mi vanno verso il cielo. Una grossa, brutta, nuvola grigia copre la luna.
Nasce dentro di me la preghiera per non farsi ammazzare.
Santissimo Padre nostro,
riprenditi l’educazione di mia madre.
Assumi il controllo delle mie espressioni.
Toglimi la condanna della gentilezza, il vizio di mostrare educazione.
Possa essere Tua la decisione di rendermi fredda e sorda.
Donami una maschera impassibile.
E possa io accettare che questa mia nuova freddezza è
la Tua volontà per non farmi ammazzare.
Amen.
“E non mostrare quello che ti passa nel cervello.”
Il cappio si è aperto, mi tocco il collo.
“E stai lontana da me, finché non smetti di sorridere come una fessa.”
Credo che da oggi nessun sorriso apparirà più sulla mia faccia.
Saliamo le scale.
Sto ascendendo al regno della rassegnazione, quando lì, di fronte alla finestra vedo Redian. Aspetta che io abbia camminato verso di lui per un intero minuto, prima di voltarsi verso di noi. Quel lungo cappotto che avvolgeva Lori ieri sera è a terra, in mezzo alla polvere. Lì accanto, aperta, c’è la cassetta da cantiere. Guardo fuori dalla finestra ed è uno shock, edifici minacciosi sembrano barcollare nel cielo.
Dasho mi sposta, arriva sopra a Lori. Non sento nulla da lei, ma vedo la mano di Dasho stringersi intorno al giallo di quelle strane strisce di tessuto che la mantengono nel vuoto. Passano attraverso due cricchetti d’acciaio fissati a piastre imbullonate al cemento, appena sotto il bordo della finestra. Scendono dalla struttura, girano attorno al corpo di Lori e tornano verso i cricchetti, dove sono state tirate e bloccate come le bocche serrate di schifosi serpenti gialli. Sembra un tessuto rigido, anti-sgualcitura, eppure oscilla. Mi porto accanto a lei e vedo che la sua pelle è lucida, come di sudore freddo, i suoi occhi sono un impasto di lacrime, sbarrati e iniettati di sangue. Ha le labbra secche, tagliate dal vento di quelle ore passate a urlare nel vuoto.
Lui scuote senza riguardo quei legamenti e i singhiozzi di Lori risuonano nelle mie orecchie, insieme al lamento metallico dei cricchetti. Lei riesce a dire solo un debolissimo: “No.”
Dasho guarda in alto, verso i cardini:
“Fai troppe storie. Queste fasce reggono i carichi sui tir. Pensavi che i tuoi cinquanta chili le avrebbero tirate giù?”
Dall’odore che sento, è successo proprio quello che diceva Redian. Lei si è svegliata nel pieno del down da cocaina, ormai svuotata dall’effetto, e la sua vescica non ha potuto evitare di cedere al terrore e alle vertigini.
Dasho continua a parlare ai cardini:
“Hai dentro la rabbia giusta per fare la puttana. Apri bene quelle orecchie e ricordati quello che sto per dirti.”
Tutto intorno a noi puzza di martirio.
E lui ha dato uno strattone alle fasce e ha sollevato Lori, e i loro volti ora si toccano. Lei grida, ma stavolta di dolore. E adesso urla anche lui, la sua faccia è una maschera bianca. “Smettila con questi versi, nessuno ti ha fatto niente!”
Gli occhi di Lori si spostano verso sinistra, verso di me e Redian, corrono su di noi. Quel tessuto le comprime il petto, le si è infilato nella carne.
“Non perderò un’altra nottata per fare questi giochi con te. Se sento ancora un tuo lamento dentro casa, se non ti decidi a portare quel culo sulla strada, ti sveglierai direttamente sull’asfalto. Anzi, non ti sveglierai, non so se quando sbatterai il muso a terra avrai il tempo di rendertene conto e dire una preghiera.”
Lei si limita a gemere, un soffio di vento ci colpisce tutti e un brivido rovente mi attraversa.
Qualcosa mi afferra la spalla. Mi sposto, per far passare Redian. Lo vedo infilare la lama del coltello sotto una fascia gialla:
“Uno, due, tre, rispondi o dirò bibidibobidibum.”
E lo strillo di Lori mi arriva fino al timpano, loro due rimangono freddi, la notte è fredda. Mi volto dall’altra parte, non so perché non parlo.
Forse lei ha detto qualcosa.
Sento quei cricchetti metallici aprirsi, mi giro piano, piano. Lei non si regge, è finita stesa sul pavimento, non c’è molta differenza tra il suo corpo e quella giacca vuota. Cadono nello stesso modo. Continua a battere i denti. Quei suoi occhi, vuoti come orbite nere, stanno fissando me, ma non ho il coraggio di guardarla in viso.
Sento il rumore dei suoi vestiti che vengono sfilati. Redian li butta verso di me:
“Angela, trova una busta, qualcosa per rimetterli.”
Non ho proprio nulla, e qui intorno c’è solo il nulla. Perciò li prendo, li piego, bagnati come sono, li metto nella mia borsa.
Adesso lei è di nuovo avvolta in quel cappotto, lui è stato velocissimo. Ripercorriamo questa scala traballante, non c'è altro che il rumore metallico dei gradini sotto le nostre scarpe. La macchina accesa di Ditmir è qui.
Osservo la notte ancora nera fuori dal finestrino, Lori e Redian sono accanto a me.
Dalla radio sale il ritmo di una chitarra acustica, leggero e quasi estivo.
La voce nella radio sta giurando alla madre che questa sarà l’ultima volta.
Redian sta parlando a Lori, traducendo quella cantilena francese: “Siamo solo due pazzi, gli altri vorrebbero metterci a tacere. Ma tu sei nata bellissima, non possono resisterti.”
Lei fa di tutto per scomparire nel cappotto nero, ma il suo corpo continua a rabbrividire.
“Io voglio essere amato, Cristo amore, perché mi fai arrivare a questo?”
Lori non gli risponde e trema così forte che il sedile sotto di me sussulta.
Siamo vicino a casa mia, dico:
“Lasciami qui.”
Ditmir si ferma e io, prima di andarmene, poso i vestiti di Lori nel suo bagagliaio.
Le finestre sono tutte buie, quindi Matteo deve essersi addormentato. Durante il percorso mi ripulisco lentamente il cappotto, cerco di ripulirmi la mente, rimettendo in ordine le ultime due ore nella mia testa.
Appena passato il corridoio d’ingresso mi sento terribilmente sola. Vado a farmi una doccia, non sono sicura di quale possa essere l’odore che mi porto dietro. Torno in cucina solo con l’accappatoio. Sono sempre più tentata di aprire quella bottiglia di vino che, colpita da un raggio di luna, mi fa un occhiolino luminoso dall’alto della credenza. Sul tavolo c’è il computer di Matteo, un codice civile e una pila di articoli scritti da criminologi della TV spazzatura che lui, in genere, legge solo per riderne. Stappo la mia bottiglia.
Quando sto per portarmi il bicchiere alle labbra, una copertina rossa e blu mi rivolge una domanda assurda:
“I serial killer sono tutti fissati col sesso anale?”
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