La lunga notte

Capitolo 16 - La fata turchina

Grazie a chi legge.

AI
Agave Ionia

13 ore fa

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“Quella sera ho fatto una fatica enorme a rimanere seduta e a mangiare. Non solo perché sapevo che io e Valjet ci saremmo abbuffate più tardi. L’aria passava dal mio naso, arrivava al cervello e frizzava, avevo voglia di alzarmi, tornare a casa a piedi e poi tornare a casa loro. Mi sentivo davvero capace di farcela.”

Elena si sta sbattendo il telecomando sul palmo della mano. “Anche a me succede una cosa del genere quando tiro. Una sera sono andata a piedi dal locale a casa mia due volte. Ero tutta sudata ma per niente stanca. E poi sono passata qui sotto, vicino alla siepe del parcheggio, e di colpo l’ho vista accendersi di mille colori.”

Idra ride con la sigaretta spenta in bocca. “E non t’ha detto: io sono Javè?”

“No, ho visto solo tante lucine e colori lampeggianti, mi hanno vorticato davanti e poi sono sparite di nuovo nella notte.”

Il telecomando non accende nulla.

“Questo coso è andato.”

Lo lancia verso Idra, ma lei non le fa caso.

Dico:
“Io non ho visto cespugli luccicanti quella notte e non ho incontrato Dio.”


***

Posso sentire quel bianco tirare dentro la mia testa.

Abbiamo quasi finito di mangiare, non so se è per quella roba ma sembra che abbiamo tutti molta sete. Nadia tira fuori un’altra bottiglia di vino dalla credenza e, sorseggiando, la svuotiamo a metà.

Lo squillo acuto del telefono di Redian mi fa sussultare. Redian si stacca il bicchiere dalla bocca e risponde: “Onoranze Funebri Rossi.”

Una voce frettolosa e acuta crepita così forte che la sento chiaramente: “Bugiardo maledetto, è da un mese che non vieni a trovarmi e non mi chiami. Lo sai che sto male e sono sola. Rifletti bene e lascia parlare la tua coscienza.”

Ditmir sta sghignazzando. “La contessa sanguinaria non molla...”

Redian fa uno scatto e il suo bicchiere si rovescia, allora si attacca direttamente alla bottiglia. Spinge il telefono verso di me e prima di ricominciare a ciucciare la bottiglia dice: “Angela, tu guardi tutto e non parli mai. Sei la nostra coscienza...”

Tutti gli altri ridono.

Mi svuoto in gola altre due sorsate di vino e lui dice: “Parlaci tu.”

Raccolgo il suo telefono ma non ho bisogno di leggere lo schermo per sapere che è di nuovo Elizabeth. Sta sciorinando una serie di insulti e, prima che possa ribattere, al mio orecchio arriva un lungo silenzio, poi un messaggio toccante: “Dimmi buon viaggio, coglione, oggi me ne vado dal dolce Gesù.”

Ditmir continua a ridere insieme a Dasho: “La contessa sanguinaria si sta suicidando...”

Redian l’ha sentita, urla: “Buona idea, ammazzati!”

Il telefono strilla: “Dove cazzo eri ieri sera?”

Lui ripete: “Ammazzati!”

Il telefono strepita: “Dove stavi ieri sera?”

Lui ha finito la bottiglia: “Da Bianco!”

Il telefono nelle mie mani scoppia: “Ieri c’era Camelia da Bianco e mi ha detto che non t’ha visto! Perché mi racconti tutte queste bugie?”

Lui dà uno strattone a Nadia: “Voglio un’altra bottiglia!”

Il telefono piange. Lui urla: “Ammazzati!”

Il telefono esplode e lui si strozza col vino: “Ammazzati!”

Abbasso gli occhi per guardare lo schermo nero, Elizabeth ha riagganciato. Li rialzo sul suo viso stanco da morto, reso orribilmente bianco dall’insonnia e dalle torture della sua vita da magnaccia. Mi giro verso Dasho, sulle sue braccia ci sono ancora i segni dell’odio di Lori, ma si sono schiariti. Adesso sono graffi quasi bianchi. Mi volto a causa di quell’imbarazzo che senti quando per caso ti trovi davanti a una coppia che litiga.

Mi volto dall’altra parte sempre più spesso ormai, ma lo faccio per rispetto.

Redian è fuori di sé. Abbasso gli occhi sullo schermo e vedo, sopra il nome di Elizabeth, una piccola foto rotonda nella rubrica. È una ragazza che mi sembra abbia la metà dei miei anni. Il telefono ha ripreso a ricevere messaggi, anche a quest’ora lui accumula appuntamenti come un medico.

Gli chiedo se questa è Elizabeth.

“Quella è una foto di molti anni fa,” mi risponde, continuando a far scorrere sullo schermo annunci che compariranno su tutti i siti di escort possibili.

“Prima che tu inizi a darti qualche colpa per non essere stata qui e non aver telefonato alle autorità preposte, preciso che quando Elizabeth era come la vedi lì, ero così anche io. Io avevo la sua stessa età e giocavamo nella cantina della sua casa di famiglia. Oggi è mio fratello, Erdian, che gioca e lui ha la stessa età.” Soffia tornando a guardare lo schermo: “Adesso è lui il fratello premuroso di molte giovani professioniste.”

Calcolo che con una quantità di annunci del genere, ben poche delle partner di Redian devono aver ricevuto più di qualche minuto della sua attenzione.

Valjet sta raccogliendo i piatti: “Io non so con che venire a quella roba di tua madre.”

Guardo verso il fiammeggiante maglione fucsia di Irina: “Tu non hai niente da prestare?”

Ci pensa col naso rivolto alla luce sul soffitto: “Ho il vestito con cui sono stata al matrimonio di mia sorella, se vi va bene glielo presto.”

Irina è tornata in un attimo e ha gettato l’abito sul divano. Intorno al collo ha un filo di pietre color ambra, il petto è a foglie d’oro. È bianco e aderente, sulla vita ha fili di perle dorate.

Dico:
“Mai visto un vestito così.”

Lei si risiede con un gran sorriso sulle labbra: “Se preferisci, Jasmin ha un sari.”

Jasmin alza l’indice: “Ho anche le scarpe di Aladin con la punta ricurva.”

Bevo tutto il vino rimasto: “Bellissimo, ma non mi sembra adatto.”

Valjet se n’è andata in punta di piedi. Si è rifatta la doccia, sento il profumo alla menta di mia suocera. Si sta anche vestendo in punta di piedi, io entro in camera sua, Irina entra con me. Aspetto che sia passata e richiudo delicatamente la porta.

Irina le tocca la scollatura. “Ti sta bene.”

La luna filtra dalle tende bianche della sua camera e dà un riflesso spettrale ai suoi capelli viola.

Dice: “Mi sento molto stanca.”

Cerco nel suo cassetto: “Hai le occhiaie.”

“Sono semplicemente io senza trucco.”

Marina è alle mie spalle: “A quello ci penso io, sono io l’estetista.”

Sento i passi di Redian che sta riattraversando il corridoio, me lo trovo davanti prima che io e Marina riusciamo a fare qualunque cosa.

“Prima aiuta i miei preparativi”, dice, passando a Irina un bicchiere vuoto.

Irina sta zitta.

Io mi appoggio contro la porta. Redian ci dice di tornare in cucina senza guardarci. Entrambe entriamo guardando Nadia, fissando il piatto che riempie per non so chi.

Irina non si muove e lui dice: “Dai, sono sicuro che se ci pensi tu si riprenderà completamente. Tu sei l’infermiera.”

Schiacciandomi ancora contro la porta le chiedo: “Irina, tu sei un’infermiera?”

“Lo sono stata mille anni fa”, dice.

Irina passa nella sua camera e torna con due boccettini in mano, ha davvero la faccia bianca di una vampira che potrebbe aver festeggiato il compleanno numero mille. “E anch’io abitavo in una casa decente.” Lascia cadere qualche goccia dell’uno e dell’altro nel bicchiere. “E pensa che avevo una famiglia e il cane.”

Redian le spinge il polso: “Vai giù, vai giù. Così è troppo poco. E poi non ho capito, che ti manca in questa casa?”

Irina si allontana: “Stai fermo. Come dici tu non si risveglia più.”

E lui le spinge le dita un’altra volta e altre gocce cadono nel bicchiere: “Deve dormire come una bambina, così mi si risveglia.”

Irina sbuffa, si sposta i capelli dalla fronte.

“Non si risveglia così”, dice. “Minimo fino all’una, non si sveglia.”

Dasho li interrompe: “Datevi una mossa, sono le otto passate. Arrivare laggiù è un labirinto.”

Nadia si sporge dal tavolo, prima che Redian versi acqua nel bicchiere che regge Irina: “Guarda che è amaro come il veleno, nell’acqua Lori sente subito un sapore diverso e te lo sputa in faccia.”

Dasho gli allunga un cartone di succo ACE aperto a metà: “Usa questo, l’acido copre meglio.”

Ditmir prende il piatto dalle mani di Nadia, si avvicina a me e mi infila il suo inseparabile mazzo di chiavi tra le dita.

“Adesso io vado sul balcone, mi metto a giocare col cellulare e tu mi chiudi fuori. Poi vai di là da Lori.”

Ogni battito del mio cuore fa vibrare lacrime che non riescono a scendere.

“Le porti il piatto e il bicchiere. Loro vanno in camera e io faccio finta di non essermi accorto. Tu le rifili la parte dell’amica che rischia la pelle per farla mangiare, e resti a guardarla finché non ha bevuto tutto.”

Guardo Dasho con gli occhi lucidi, sento le mie ciglia tremare.

Lui mi fissa due secondi, poi fa un cenno a Irina.

“Anzi, vacci tu, che sei più falsa.”

Sento la fitta nel petto che stasera mi toglie il respiro.

Irina resta immobile in mezzo alla cucina. Ha il bicchiere con il sonnifero in una mano, il cartone di succo ACE nell’altra e una sigaretta spenta in mezzo alle labbra.

Dasho e Redian si alzano insieme, aprono la porta della camera in fondo al corridoio e si inguattano dentro.

Ditmir va verso il balcone, apre la porta-finestra e si appoggia alla ringhiera. Tira fuori l’accendino, comincia a fumare guardando i tetti dei palazzi di fronte.

“Muoviti, Angela, chiudimi fuori.”

E io abbasso la maniglia e non capisco che cosa stiamo facendo.

Tiro su le chiavi e le allungo a Irina. Le nostre unghie si sfiorano mentre lei le prende senza fare rumore e cammina verso il corridoio. I cardini della porta di Lori girano con un leggero cigolio.

L’attesa tira una sequenza di tende nere nella mia testa. Guardo in alto. Mi pare di sentire odore di bruciato provenire da quella lampadina gialla. Tutto quanto intorno a me si muove e brilla, Valjet luccica nel vestito di Irina, ma ha gli occhi di chi è sospeso nel suo vuoto e non si accorge di ciò che le accade attorno.

Il tempo si è fermato, eppure i minuti passano. Trenta minuti che ho trascorso a respirare odore di polvere e a seguire riflessi del vetro.

La porta in fondo al corridoio finalmente si riapre. Irina rientra in cucina.

Redian mette il naso fuori per primo: “Ha buttato giù tutto?”

Irina appoggia il piatto vuoto nel lavandino: “Sì. Ma non si fidava di me. Ci ho messo una vita.”

Lui la sposta dal lavandino: “Perfetto. Basta che ha bevuto tutto.”

Redian ora sta spingendo una cassetta di plastica da cantiere verso la porta. “Procurami una siringa e un laccio.”

Mi volto dall’altra parte quando vedo Lori che barcolla verso il bagno, trascinando quel corpo pietoso avvolto nel vestito arancione con cui era arrivata e di cui non è rimasto quasi più nulla. Cammino anch’io a passi incerti lungo il corridoio buio fino alla porta della camera di Valjet. Apro...

Marina le sta afferrando il mento con due dita e le solleva il viso. La pelle è bianca, con due strisce viola in corrispondenza delle occhiaie. Usando la mano libera, le sfuma il correttore, copre le zone più scure e dà luce a quelle più alte degli zigomi. Dal suo astuccio viene fuori una confezione bombata di fard, stende e incipria finché la base non è uniforme.

Mentre Marina apre minuscoli scatolini esagonali di ombretto dal contenuto viola scuro, violetto e nero, lo sguardo mi cade inevitabilmente in basso, sulle gambe di Valjet, fino ai suoi piedi nudi, dalle dita lunghe e troppo bianchi. Tormenta il pavimento freddo e mi viene in mente che non abbiamo ancora trovato le scarpe.

Allora urlo: “Jasmin, ce l’hai un paio di scarpe? No, quelle di Aladin.”

Jasmin si affaccia sorridendo con due perfette file di denti che risaltano nella pelle mulatta. “Sì, ho scarpe normali sotto il letto, ma non ho voglia di cercarle.”

Valjet dice: “Vado io.”

Marina mentre aspetta che torni richiama Jasmin: “Ehi, vieni un attimo.”

Sta facendo sparire la pelle delle sue labbra piene sotto un rossetto di tonalità viola scuro. Ora che la guardo da vicino, vedo lentiggini sul suo naso che non avevo mai notato.

Jasmin sbircia gli specchietti: “Adesso sembro una strega.”

È vero e anch’io sono sotto l’incantesimo del suo volto. Sì, davvero, e mi piace così tanto.

Valjet ha trovato quello che stava cercando, Marina ricomincia sulla sua faccia. Con un pennello piatto crea una striscia lucida sopra lo zigomo che sale verso l’alto. Con la matita che le passa Valjet, liscia il rossetto scuro sopra il contorno della bocca, finché la faccia di Valjet non sembra quella perfetta della figlia di un avvocato che dorme sempre bene.

Adesso che si sta osservando nello specchio a figura intera dell’armadio, mi sembra abbagliante nel vestito di Irina e i suoi capelli viola alla luce della luna hanno riflessi bluastri. Ormai le arrivano fino alla metà della schiena. I suoi piedi mi sembrano più piccoli dentro le uniche scarpe decenti che ha recuperato Jasmin, sono décolleté bianche, con una punta strettissima e acuta. L’apertura è così profonda da lasciare scoperta l’attaccatura delle dita, mostrando le vene azzurre che si gonfiano, piene di sangue e dicono che, nonostante tutto quel pallore, lei è ancora viva. In corrispondenza del mignolo, due minuscole farfalle di strass brillano seguendo i piccoli fremiti dei piedi compressi nella vernice, diresti che stanno per volare via.

Ogni volta che l’eyeliner di Marina le tocca la palpebra, Valjet fa sbattere insieme le caviglie: “Sarà una parola sopportare questa punta strettissima tutta la sera. Mi schiaccia le dita l’una contro l’altra.”

Lo vedo perché il collo del piede si arcua in una curva tesa.

Io e Valjet andiamo verso la porta.

Dico:
“Chiamo il taxi.”

Ditmir dice:
“Viene anche Nadia con voi. Dopo vengo a prenderla io, chiamami quando avete fatto.”

Faccio sì con la testa. Mi ero scordata che le ho portato la collana perché stasera anche lei voleva uscire con quel fotografo. Ufficialmente, voleva andare nei negozi aperti di notte che le ho consigliato io. Fa freddo ma la nuca e la fronte mi si imbrattano di sudore.

Marina torna verso di noi, ha in mano un barattolino di glitter. “Aspetta, luce al petto.”

La fermo appena in tempo: “Non lo fare, si appiccicano dappertutto e poi non è una discoteca.”

Jasmin si versa i brillantini nel palmo della mano mentre Ditmir ci spinge fuori.

“Sorella brillante, non perdere tempo. Devo chiudere casa.”

Jasmin guarda verso la camera di Lori e la voce le esce aspra: “Questa non è una casa, è una stalla.”

E lui la spinge lo stesso. “Va bene. Forza, devo chiudere la stalla.”

Jasmin sembra riflettere e poi gli lancia una manciata di nulla luccicante. Gli occhi di Ditmir si chiudono un attimo; quando li riapre, è coperto di brillanti da capo a piedi.

“Adesso sono pronto per venire a lavorare con voi.”

Aspettiamo un altro tempo che sembra infinito, e ogni centimetro quadrato della casa, della città fuori dalla finestra, mi fa venire la nausea.

Mi volto quando sento la voce di Redian: “Hai fatto il bagno nei diamanti? Sono invidioso.”

Ha Lori in braccio, vestita di una lunga giacca nera, talmente larga per lei che le maniche le coprono per intero le mani. Provo a guardarla, ma non riesco a vederle il viso. È sparito, inghiottito da un cappuccio enorme.

“No, sono andato al cesso, sono inciampato e ho centrato in pieno il mobiletto dei loro trucchi.”

“Sembri la fata turchina, aiutami a fare questa magia.”

Ditmir raccoglie la cassetta da cantiere e gli va dietro.

Dasho è arrivato per ultimo, lui e Jasmin si fissano, poi lo sento dire: “Non passare il limite.”

Chissà perché mi viene in mente quel tizio delle Ferrovie dello Stato quando gracchia: si prega di non oltrepassare la linea gialla.

Tutti quanti insieme iniziamo a scendere le scale. Dasho dice a Marina: “Non accendere la luce.”

Valjet va giù piano piano, si tiene alla ringhiera per non perdere l’equilibrio e anch’io fatico in questo buio.

Da qualche parte sopra di noi piove un: “Ehi!”

Il cuore mi salta in gola. Non capisco chi parla. Redian è due gradini più in basso di me, si ferma e cerca la voce verso l’alto.

La luce delle scale si accende all’improvviso e io mi sento meglio. In mezzo alla scala, fissa a guardarci, c’è Anna.

Redian è rimasto piantato in mezzo alla scala: “Che vuoi?”

I piccoli occhi di Anna lampeggiano come quelli di un topo in fondo a un tombino.

“Oh, maleducato. Posso essere tua nonna, ho acceso la luce perché ho avuto paura che vi scapicollavate tutti quanti.”

Lui si gira del tutto e Lori è completamente immobile: “Anna, mia nonna è già morta.”

La vecchia indica Lori: “E pure con quella, vedo, ’sto giro ci hai messo poco. L’hai già fatta fuori?”

Lui sorride, raccoglie la testa di Lori che cade all’indietro e se la posa sulla spalla.

“Quando mai? Ci sei solo tu qui dentro che dici certe cose di me. Queste sono tutte principesse,” indica me, Nadia e Valjet, “quelle tre vanno a ballare e questa la porto pure in braccio. Io sono il servo suo.” Ricomincia a scendere, e noi anche. “Non ci vedi?”

Anche Anna sorride: “Sì, la farai arrivare a domattina al massimo.”

Comincio a pensare che è proprio una brutta cosa che la vecchia mi abbia vista su questa scala stasera.

Redian sparisce oltre gli ultimi gradini, la sua voce fa eco nella tromba delle scale.

“Grazie per la luce, vecchia topa di fogna: se sento che hai visto qualcosa…”

Anche la risata di Anna rimbomba per le scale.

“Che rottura, sempre le stesse cose dici, beccamorto. Un po’ di pazienza, ancora qualche anno, forse qualche mese, e mi toglierò dalle palle da sola.”

Il portone si chiude dietro di noi con un colpo che fa tremare il vecchio muro.

I fari gialli del taxi illuminano la serranda del bar di Luciano, a pochi metri da noi. È rimasto qui ad aspettare col motore acceso.

Redian supera me e Valjet con Lori sempre stretta tra le braccia. La stoffa nera si alza per una folata di vento, vedo il suo viso, ma mi sembra di non riconoscerlo. Ora come ora non sono nemmeno sicura che riconoscerei mia madre.

Dasho va verso la macchina che di solito porta Max. Fa scattare la chiusura centralizzata e apre il bagagliaio per buttare dentro la cassetta da cantiere. Apre lo sportello posteriore e Redian fa scivolare sul sedile Lori che non si muove. Forse nemmeno respira.

Io sono sul bordo del marciapiede. Valjet è accanto a me, Nadia si è aggiunta ma i suoi occhi guardano dritto nel vuoto, oltre le macchine.

Irina ci passa vicino sbadigliando: “Buona serata nel mondo dei vivi.”

Non rispondo. Saliamo sul taxi e io mi siedo in mezzo a loro due.

Davanti a noi, Redian mette in moto, si sporge leggermente verso il cruscotto. Lo guardo accendere la freccia a sinistra, aspettare che passi un furgone e poi immettersi in strada.

Sfrecciano via per chissà dove. La scia rossa dei fari posteriori sparisce dietro la curva della via principale.

Il tassista ingrana la marcia e si gira verso di noi: “Dove, ragazze?”

E io dico: “Via Amendola.”

Tocco le dita di Valjet: “Scusa, salgo cinque minuti a casa, mi cambio di corsa, prendo qualcosa che puoi mettere tu e andiamo.”

Lei annuisce: “Va bene, ma per me non ti preoccupare, non mi servono i gingilli.”

Davanti casa vedo tutte le finestre buie. Matteo non c’è, ma mi aveva detto che avrebbe fatto tardi.

Per abbinarmi a Valjet porto un vestito da sera di satin verde e décolleté dorate.

Da qualche parte devo avere cerchi d’oro satinati per i lobi di Valjet. Io resto come sono.

Corro per non far scorrere troppo il tassametro del taxi, mentre scrivo a mia madre per farmi dare l’indirizzo esatto. Faccio scivolare in mano a Valjet i miei orecchini, lei tiene la sua mano sulla mia e me la stringe, ma io non riesco a ricambiare la stretta.

Dico sottovoce:
“Dove sono andati con Lori?”

Nello specchietto i nostri volti riflessi si toccano.

E lei alza le spalle: “Non lo so.”

Mentre ci allontaniamo il viso di Nadia torna sorridente e dal nero della notte emergono le luci della zona migliore, ma le ombre che fluttuano nel mio cervello continuano a comporre immagini orribili.

Io insisto:
“Davvero?”

Tutto è così sfocato. Non capisco cosa sto vedendo.

Lei dice: “Se lo sapevo te lo dicevo.”

Passano cinque palazzi, poi due negozi, lasciamo Nadia al semaforo successivo. Sotto il vestito sento ancora sudore, in una strada laterale urla la sirena di un’ambulanza, è così che quella polvere mi fa sentire Lori che urla più forte nel mio cervello.

Pago la corsa e scendiamo. Prima di entrare, lei dice: “Sarà solo un altro dei suoi numeri per spezzare i nervi della gente. Lui ha imparato quasi tutto dai vecchi magnaccia in galera. All’inizio era solo una vedetta.”

Mi viene in mente Marina, quel giorno in cui mi ha detto che non ha importanza come hai iniziato. Alla fine sarà comunque una delusione.

Valjet parla nascondendo il viso nel collo del cappotto: “All’inizio stava davanti allo stadio, on un affare che faceva luce in alto. Non lo so come si chiama in italiano. Mandava segnali luminosi a quelli dentro.”

“A quelli dentro che facevano che?”

“Che spacciavano per Mimì. Se arrivava la polizia, lui faceva il segnale luminoso.”

Il portinaio è sotto la pensilina di vetro, in una livrea scura con i bottoni d’ottone che riflettono i fari delle auto. Tiene le mani dietro la schiena dritta, immobile come una statua decorativa del palazzo. Dallo sguardo che lancia a Valjet direi che i suoi capelli viola suscitano qualche perplessità.

E prima che ci avviciniamo troppo dico: “Lui ha lavorato da Mimì?”

“Tutti all’inizio hanno lavorato da Mimì, poi si sono separati.”

Quando arriviamo davanti a lui, il portinaio mi chiede chi porto con me.

Penso che potrei rispondere: Vi porto la realtà.

Invece dico: “Ha organizzato mia madre, la dottoressa Di Cielo. Lei è nostra ospite.”

Valjet saluta facendo ciao ciao e un gran sorriso. Forse questo è stato peggio dei capelli viola, ma comunque il portinaio si sposta e ci indica la biglietteria.

Un cartello rosa avverte:

OFFERTA LIBERA, A PARTIRE DA CENTO EURO.

Metto la mano nella borsa, in cerca del portafoglio: “Pago io per tutte e due.”

Valjet mi graffia il polso con le unghie lunghissime che le ha ricostruito Marina. Ha già in mano due banconote da cento stropicciate. Me le mostra tenendole basse, vicino alla coscia, e mi preme il naso contro l’orecchio: “Lascia. È uno spasso offrire denaro per aiutare me stessa.”

Viene da ridere anche a me.

Varchiamo la soglia della sala piena di voci. Al centro c’è l’isola dei crudi, circondata dalle cinquecento tartine di salmone allineate sui vassoi che ero sicura di trovare. Cerco mia madre con gli occhi tra i camici bianchi fuori servizio, ma vedo solo teste pettinate e schiene coperte da giacche sartoriali.

I sommelier girano veloci, riempiendo i calici di Vermentino di Gallura per accompagnare i cucchiaini di tartare di ricciola e i gamberi rossi di Mazara del Vallo. Ci accostiamo a un tavolo alto rivestito di lino bianco, Valjet dice:
“Sarà un’impresa per me non sporcare tutto.”

E io dico: “L’impresa sarà riempirsi lo stomaco con una mini-cocotte di risotto allo zafferano con riduzione di crostacei. E se c’è qualcosa di difficile da mangiare in piedi, facendolo finire in bocca e non per tutta la sala, è proprio questo risottino.”

Gli angoli della sua bocca si sollevano e fanno apparire le fossette sotto il trucco che le ha messo Marina.

Io continuo: “Un altro vino arriverà dopo il Vermentino, il Friulano con il risottino, poi un Pinot Nero dell’Oltrepò Pavese con il filetto di ricciola, e infine un Moscato d’Asti con la pasticceria mignon. A questo punto, Valjet, il tuo tavolo sarà una cartina geografica di affluenti al fiume di vino sparso sulla tovaglia bianca.”

Una signora bionda ci corre incontro, calpestando il tappeto verde foresta. È vestita di un abito midi asimmetrico verdeacqua, sul petto ha un ciondolo gigante di madreperla.

Tocco la spalla di Valjet: “È mia madre.”

Ed è appariscente come una ragazza di vent’anni. Ci mostra un sorriso rosa venezia e ci saluta con la sua voce che è un velluto di contralto.

Valjet fa un altro sorriso, ma mentre si sposta per lasciarla avvicinare a me, il calice nelle sue mani oscilla e una goccia di vino vola via, allargandosi all’istante sul tessuto del buffet.

Si morde il labbro.

“Avevi ragione. Io lascio sempre il segno.”

Mia madre allarga un braccio verso i camerieri: “Questi non sono qui per grattarsi i coglioni, stai tranquilla.”

Valjet ride e io no. Di solito, se mamma parla così, c’è qualcosa che l’ha già mandata in belva.

Le dico: “Tutto bene?”

Lei fa: “Sì. Matteo non viene?”

Un’anziana con un cagnolino in braccio ci raggiunge e mia madre ce la presenta come una sua nuova amica.

Mi sporgo verso mamma: “Matteo ha fatto tardi a studio e mi ha detto che domani si deve alzare presto, ma forse fa un salto.”

L’amica non richiesta si piazza davanti a noi: “Forse prepara un’udienza.”

Rispondo: “Non saprei, lo vedo sempre meno.”

E non sto mentendo.

Mi chiedo come possa sentirsi Valjet in mezzo a gente che non fa altro che aprire a caso un sito di abitazioni di lusso e dire: “Voglio questa.”

C’è la solita folla di nullità incravattate ad attendere che gli addetti all’accoglienza portino le loro giacche nella stanza-guardaroba, reggendole con due mani come il tesoro di Francis Drake.

Mi appoggio a Valjet e mamma mi tiene la mano sinistra, così ora sto fluttuando tra le due metà. Non sono dentro nessuno dei due mondi.

Mamma dice: “Ci siamo conosciute al circolo di tennis.”

Io ho già dimenticato come si chiama questa signora, che continua a fissare i capelli di Valjet.

“Di dove sei tu? Posso il tu, vero? Sembri mia nipote.”

Valjet dice: “Sì, signora. Sono macedone.”

Quella fa sbattere un sacco di anelli contro il bicchiere e insiste: “Mi pareva... è di tuo gradimento il menu?”

Valjet inghiotte e posa il calice. Il sommelier lo riempie di nuovo.

“Io pensavo che i ricchi mangiassero aragoste.”

Mamma fa una strana espressione e l’anziana si dipinge lo schifo in faccia: “Le aragoste sono antiquate e ormai considerate di cattivo gusto. Non lo sapete laggiù, da dove arrivi tu?”

Valjet sta osservando le bollicine.

“No, signora, non lo sapevo e mi dispiace molto che le aragoste siano passate di moda prima che io abbia fatto in tempo a vederne una.”

Mia madre bisbiglia: “Un giorno vieni a casa mia insieme ad Angela, ti faccio trovare l’aragosta.”

Sbatte il suo bicchiere contro quello di Valjet: “Se avessi fatto servire qui stasera l’aragosta, i camerieri avrebbero dovuto portare a tavola centinaia di coppette con fettine di limone. Avremmo sprecato quintali di frutta, per permettere a tutti questi aborti mancati e sorridenti di pulirsi le dita.”

La guardo e non capisco che ha stanotte. Si è svuotata un altro calice.

“Io lavoro in ospedale, la maggior parte di queste persone non ha mai sporcato le sue manine.”

Valjet sta zitta.

“Angela ti ha detto perché stasera siamo qui riuniti?”

Valjet scuote la testa.

Mamma tira su una tartina: “Raccolgo fondi per finanziare attività contro la violenza sulle donne. Ne sai qualcosa?”

Valjet si sposta di poco a destra: “No, signora. Sono stata fortunata nella mia vita, direi.”

“Meglio così, comunque la violenza sulle donne esiste perché le donne non studiano e non lavorano. Io sono un’oncologa, nessuno fa violenza a me perché i soldi non mi mancano.”

Adesso lo stomaco mi sta brontolando e non è per quelle tartine inconsistenti.

L’amica di mamma si allontana.

E inizia lo show.

“La vedi mia figlia? Non lavora, di studiare non ha finito. È la candidata perfetta per diventare una vittima di violenza.”

Lo sguardo di Valjet mi tocca di sfuggita: “Signora, conosco persone che hanno lavorato quanto potevano e la violenza le ha raggiunte lo stesso. Nessuno è al sicuro, soprattutto in mezzo alla gente normale.”

Mamma ride a bocca aperta: “Hai ragione, in realtà Angela ti ha portato in mezzo a tante serpi velenose.”

L’odore acre del suo sudore spunta da sotto il profumo e fluttua tra di noi nell’aria tiepida.

“Però si credono figli dell’amore e difensori della pace, e pensano che dopo morti avranno la vita eterna, in un luogo in cui le tartine e il vino sono illimitati eccetera, eccetera. Andate in pace.”

Valjet accetta il terzo bicchiere dalle sue mani e iniziamo ad allontanarci: “Comunque lei ha organizzato molto bene.”

Mamma guarda la porta: “Sono contenta che apprezzi la mia serata. Adesso vado che è arrivato mio genero e mia figlia manco se n’è accorta.”

Vedo dal fondo della sala Matteo con Marta, sua sorella, e il marito di lei.

Mi passa un freddo improvviso nello stomaco, poi mi ricordo che quella notte lui non ha visto Valjet né le altre donne.

Matteo le si ferma davanti e dice: “Buonasera.”

Valjet fa una specie di inchino: “Buonasera, sono Giulietta.”

Mio marito rifà l’inchino come uno specchio: “Piacere, lo so.”

E lei increspa le sopracciglia: “Lo sa?”

“Dammi del tu, mi chiamo Matteo. Lo so perché ho riconosciuto il profumo di mia madre.”

Valjet fa un passo indietro: “Ha voluto darmelo lei.”

Il sommelier indica il buffet a Matteo e lui, mentre si serve, ripete: “Lo so”, poi mi chiede: “Come va?”

Dico: “Bene. Mamma si è fatta già riconoscere.”

Matteo beve e posa il bicchiere vuoto senza fare rumore: “Immancabile.”

Mamma sta tornando con mia cognata e la sua amica. Mi sento le gambe molli: “Si è vantata i soldi con una grazia...”

Matteo si gira verso di me di centottanta gradi: “La signora ha molta classe.”

È iniziato il buffet dei buffoni.

L’amica di mamma si unisce di nuovo a noi al tavolo alto mentre mangia da un piattino gamberetti in salsa rosa.

Mi fa, leccandosi la salsa rosa da una lunga unghia scura: “Tua mamma mi parla sempre di te e ti chiama Angiolina.”

Il cagnolino che ha in braccio sbatte le orecchie pelose nel suo piatto, mi viene da vomitare.

Me lo presenta: “Si chiama Patty.”

La mia faccia nel riflesso del vino dice: E che cazzo me ne frega?

Lei prosegue: “Ho perso mio marito tre mesi fa.”

Mia madre si avvicina all’orecchio di Valjet e si copre leggermente le labbra con le dita tese: “Se l’è portato un cancro al pancreas. Vedrai che siamo fortunate e si porta anche lei.”

Valjet si fa scappare una risata di sorpresa.

La vecchia che non ha sentito dice: “Ora Pattolina è tutto il mio mondo.”

Mia madre si gira di nuovo verso Valjet e le parla sottovoce: “Mi sta sempre appiccicata perché spera che quando le verrà il suo cancro le farò uno sconticino. Come quella laggiù...” Fa cenno verso una donna che non riconosco all’istante e Valjet ruota piano la testa. “Si chiama Dietlmeier, è una svizzera. Ha un cancro al seno ed è venuta fino a qui per farsi sfiorare da me, è convinta che farò un miracolo come Gesù.”

La sua risata è aggressiva. La sua amica sbaciucchia il cane e io sento salire i conati di vomito.

Mia madre fa l’ultima aggiunta: “Naturalmente non si dicono queste cose, ma siamo in famiglia se Angela ti ha portato qui. Giusto?”

Valjet dice: “Sì, non si preoccupi, sarò una sorella per Angela e per i suoi pazienti una tomba.”

Mamma è rossa dal ridere, Valjet ci ripensa. “Intendevo, per i segreti dei suoi pazienti...”

Ora mia madre consola l’amica vedova con Seneca e lo stoicismo. L’arte di adattarsi e di resistere.

Io guardo l’aria.

Mia madre dice: “Angela poi l’ho mandata al classico, sa tutto della cultura latina e pure di quella greca.”

Già, penso. Seneca.

E Catullo. L’uomo a metà, non sapeva come era possibile e si tormentava.

Mi viene da piangere.

“Esco a fumare.”

Mamma mi fulmina.

Gioco d’anticipo: “Sì, lo so. Cancro ai polmoni.”

Mi giro tre volte verso la sala gremita. Sta arrivando un frate, mi chiedo chi sia mentre torno a tavola.

Mia madre sta ancora parlando dello stoicismo. “Te lo dico io cos’è la resistenza. Angela può resistere a tutto. Io la conosco bene, la conosco come conosco ogni singola persona in questa sala.”

La sua amica mi studia ammirata.

Mia madre fa un cenno vago con il calice, indicando la folla intorno a noi.

“Io lo so chi qua dentro ha un cancro e fa finta di niente, so chi all’una di stanotte avrà i fastidi allo stomaco per aver mangiato i dolci, e so che mia figlia in realtà non sarà mai una vittima. Perché la forza gliel’ho insegnata io.”

La vecchia col cane piega la bocca, solleva le sopracciglia. Mia madre raddrizza la schiena, fiera come se stesse raccontando un successo militare.

“Quando aveva un anno, una notte si mise a urlare. Piangeva perché voleva una bambola che era in alto sulla credenza, io non gliela davo perché non aveva mangiato. Di mangiare non voleva saperne, ma insisteva per la bambola. Io la portai in cameretta, incrociai le braccia e dissi: adesso la lascio piangere finché non smette.”

Qualcuno mi ha versato un rosé, lo bevo nervosa.

“Non ho mai avuto intenzione io, di allevare bambine viziate. L’ho lasciata lì per ore. E quando sono andata a prenderla nella culla, era cianotica. Era senza più fiato, ma viva. Vivissima. E da quel giorno ha imparato a non aspettarsi più niente. Non ho fatto un ottimo lavoro?”

L’amica di mamma annuisce, ma appare perplessa.


Compare all’entrata una donna nera molto alta e si dirige decisa verso il tavolo dove sta mio marito. Il modo in cui è vestita è singolare: un abito color champagne rosa che le scivola lungo il corpo alto, una stola di pelliccia sintetica tenuta abbandonata sulle braccia, e ai piedi un paio di sandali dai tacchi a spillo metallici e vertiginosi che la costringono a un passo dondolante e, secondo me, dolorante. Tra le dita stringe una borsa rigida di vernice nera, la cui tracolla a catena dorata tintinna a ogni movimento. Ci passa accanto e sento una scia di vaniglia dolciastra e muschio artificiale che si mescola all’odore chimico del suo ammorbidente.

Le fisso le mani e sento una strana familiarità. Le unghie sono lunghissime, decorate come arcobaleni e riflettono la luce che piove da tutti i lampadari, graffiano lo sguardo. Guardo le mie mani e quelle di Valjet e la mia faccia nel bicchiere dice: —Non c’è dubbio che con questi artigli glitterati e zebrati finiremo di sbalordire gli ospiti della mamma.

E noto anche che ha gli occhi grigio-noia. Strano per una nera. Sono calmi come il mare di Sardegna e pieni di disincanto e non sta facendo battute su quanto è strepitosamente bello tutto quello che abbiamo attorno, come fanno tutti gli altri. Anzi, ci sta guardando, tutti, non solo con disillusione ma quasi con... rancore.

Ma smetto di osservarla perché Marta mi saluta, poi si accosta a Matteo: “Ma hai visto che la Graziani ha lanciato un’asta con la sua vestaglia di seta liquida?”

Dico all’orecchio di Valjet: “Graziani è un’avvocata del suo studio.”

Matteo ha rischiato di sputare il vino, tiene il calice troppo forte: “No, ma dalla Graziani, io ho visto tutto!”

La risata di mio marito sembra annacquata. E quando si accorge che lo fisso è quasi sparita, cancellata. Si gira verso la sorella: “E poi è ricca, che va facendo?”

Ho sentito qualcosa nello stomaco ma sicuramente è colpa di tutto quello che sto bevendo.

Che stiamo bevendo.

Marta lo prende per una spalla e lo fa avvicinare: “È un’asta di beneficenza per i cani. Sul foglio c’è scritto che il ricavato finanzierà le cure per i bassotti anziani o disabili della Onlus.”

Continua a stringere le dita sul tessuto della sua giacca, e lo tira più vicino a sé, in quel cerchio di confidenze che si fa sempre più stretto.

Mamma ha alzato un piede come una ragazzina che aspetta il primo bacio: “Sarà per comprare i cappottini firmati.”

Matteo si scansa: “Con tutto il rispetto per i cani, c’è tanta gente che ha bisogno.” La sua voce è scesa di tono. “Se devo dare il frutto del mio lavoro a qualcuno, lo do alle persone.”

L’amica di mamma sistema il cappottino del suo cane, gli sposta le orecchie dal collo rugoso.

Il riflesso dei lampadari illumina la faccia di Rocco, mio cognato. Ha il sorriso di un adolescente vergine mentre muove un dito sul bordo del bicchiere.

“Mi è venuta un’idea malsana: la compro io la vestaglia da notte della Graziani.”

Marta si è bloccata col calice tra due mani: “E che te ne fai poi? Io non me la metto.”

“Manco io, però le dico: visto l’alto valore, consegna a mano. Voglio che venga a casa a levarsela e a darmela direttamente.”

Mia madre ride ancora più forte, una risata che le fa tremare le spalle: “Così sarà costretta a fare quello che non ha mai fatto.”

Valjet gira il viso verso di me, le sue sopracciglia si increspano e l’amica di mamma dice: “Cos’è che non ha mai fatto?”

Matteo le risponde: “I fatti non ha mai fatto. Né a lavoro né a letto. Quella si mette in mostra, ma alla fine sono tutte chiacchiere.”

Mi sta pulsando il sangue nelle vene del collo, Valjet apre bocca prima di pensare, come sempre: “Tuo marito parla come uno che ci ha provato fino a farsi male.”

E io dico: “Già.”

E la nera ci guarda.

Ora una tizia con gli occhiali e i capelli color pesca sale sul palco, dovrebbe essere un’assistente sociale o non so che, ammetto che non ho capito bene chi fosse. Parla delle sue raccolte dati sul traffico di donne. Il frate è rimasto un po’ più giù.

Indica lo schermo gigante dietro di lei, dobbiamo guardare un filmato istituzionale che, a detta sua, mostra la realtà del territorio.

La tizia coi capelli color pesca sta dicendo che a Milano sono stati intensificati i controlli di polizia nelle zone a rischio, soprattutto nei luoghi frequentati da spacciatori e prostitute.

A dire la verità, io nei posti dove battiamo, l’unico poliziotto che ho visto fino a oggi è il fidanzato di Valjet, che faceva il coglione con un paio di manette e un cappello blu che è riuscito a fregare a un poliziotto vero anni fa. La guardo e non so perché la mia voce interiore dice: – Ammazzati.

Parla dei loro programmi di aiuto per le prostitute vittime di costrizione, che a detta sua sono un successone, però quando il frate la contesta ammette che molte di loro, dai programmi di recupero, se ne sono scappate quando hanno capito che vivere sotto protezione è un tantino come stare in galera. E la mia faccia nel riflesso ripete: – Ammazzati.

Sostiene che le donne della strada non possono accedere ai programmi di aiuto perché sono prive di strumenti che le conducano alla consapevolezza, con un background di povertà e non solo, e la mia faccia insiste: – Ma ammazzati.

E ora parla dei numerosi minori che sono stati salvati dalle strade, che sono più importanti delle loro madri, i figli delle prostitute recuperati che ora stanno, senza la madre, ma con tutto ciò che potresti desiderare, in fantastiche case famiglia. Non sono più ai margini della società e questo è quello che conta, i bambini devono essere presi in carico, con o senza le madri. Penso a Liveta e sento di nuovo quella voce: – Ammazzati.

È durato quattro minuti e abbiamo sentito parecchie altre cose discutibili, ma per discutere dovremmo dichiarare che siamo infiltrate. Rovinarci. Quindi scegliamo la via della tolleranza e Valjet si china su di me e dice: “Io tutta ’sta realtà non ce l’ho vista.”

Matteo continua a guardarsi le unghie, a girarsi verso la toilette: “Io domani mi devo alzare presto, un altro bicchierino e me ne vado.”

La donna nera sta uscendo a fumare, non so perché ma invito Valjet e le vado dietro. E mentre stiamo lì fuori sulla strada lei ci guarda e noi la guardiamo e alla fine ci diciamo solo: “Buonasera.”

Mentre rientriamo facciamo in tempo a vedere la chiacchierona coi capelli color pesca che sbatte col fianco su un tavolino. Non si sa dove guardava e ha buttato a terra un sacco di piatti e ora si scusa con le guance tutte rosse e, mentre ridacchia, si offre di pulire per non gravare i camerieri con la sua goffaggine. Mi sono fermata a osservarla raccogliere i cocci, ha finito e ora con un tovagliolo sta cercando di togliere l’olio dalle piastrelle, anche se il cameriere le dice di lasciar stare. Le dice che ci pensano loro e la nera che mi passa di fianco commenta: “Adesso, finalmente, sta facendo una cosa utile. Speriamo che le piaccia tanto e scelga di continuare a sgrassare i pavimenti.”

Rimango stupita, mio marito no. Sorride insieme a lei, che si è fermata vicino a un avvocato dello studio.

Dico: “Poi accompagno a casa Giulietta e torno.”

Matteo saluta qualcuno in fondo alla sala: “Non ti preoccupare, vado da quei due un attimo e poi torno a casa.”

Mia madre agita le dita in un saluto: “Grazie di essere venuto anche se per un tocca e fuggi.”

L’amica di mamma, sempre perché è qui a promuovere il rispetto delle donne, finito di spettegolare sulla collega dello studio ricomincia a insultare Valjet.

“Voi albanesi avete avuto il primato per la tratta negli anni ’90.”

Valjet sta ruotando il mio cerchietto d’oro, non so se le fa più male alle orecchie la chiusura a cerniera o le chiacchiere di questa.

“Io non sono albanese.”

“È lo stesso, voi dell’Est. Rumeni, albanesi.”

“Signora, non è lo stesso. I romeni sono ortodossi, parlano una lingua derivata dal latino, come la sua. La politica romena ha una lunghissima tradizione di destra. In Albania è tutto il contrario, e l’Albania non sta a Est.”

La vecchia dà un bacino al cane.

“Il grado d’esportazione di delinquenza si equivale tra i due Stati.”

Valjet ha appena svuotato un altro bicchiere: “In realtà, i mafiosi più sexy della storia si chiamano Lucky Luciano e John Roselli, nome in arte di Filippo Sacco.”

Le chiedo in un sussurro come fa a saperlo.

Dice: “Il romeno della porta accanto, quando non guarda film, guarda i crimini. Io e Marina sentiamo tutto da anni.”

L’amica di mia madre finalmente posa il cane a terra: “Io ho una certa età, le donne della mia generazione hanno lottato molto per i propri diritti. Oggi voi state mandando tutto a rotoli, di noi non avete rispetto. La vostra generazione putrescente.”

Mia madre taglia un boccone perfetto di ricciola con la punta della forchetta, lo accosta delicatamente alle labbra di Valjet tenendo l’altra mano sotto per non farlo cadere, e lei ingoia senza proteste.

“Scommetto, signora, che alla mia età lei era già sposata, aveva quattro figli, minimo sei lavori e a casa sua c’era il bidet.”

Quella arrossisce fino all’attaccatura dei capelli: “Al tuo paese non vi lavavate il culo?”

“Non nel bidet”, dice Valjet.

“Da quale posto sperduto arrivi?”

“Sono nata e cresciuta in Inghilterra.”

Non è vero, ma ora che ci penso è vero che le case inglesi non hanno il bidet.

Mia cognata Marta si butta in mezzo. Nel tedioso mondo dell’altoborghesia al completo, Marta racconta il viaggio che ha fatto con Rocco, suo marito, a Londra e conferma che gli inglesi non hanno un attrezzo preposto al lavaggio del culo.

L’amica di mamma non le lascia raffreddare l’atmosfera, dice che in effetti si è sposata a ventun anni.

“La mia generazione prendeva esempio dalle principesse.”

Fissa le cosce aperte di Valjet. Tutte noi stiamo a gambe accavallate.

Valjet non cambia posizione: “Cenerentola della nostra generazione balla tutta la notte. Ha anche lei la sua fata turchina.”

Mi viene da ridere, ma non so se di loro o di noi due.

Valjet incastra i suoi tacchi tra i pioli del poggiapiedi.

“La carrozza non si trasforma più. Per stare sicura la principessa porta dietro i preservativi. La mattina butta il preservativo e quando ci riesce pure il principe, e poi torna libera. La carrozza no, non la butta perché non torna più una zucca.”

Mia madre approva.

“Esatto, questa è la versione delle favole che dobbiamo raccontare alle nostre figlie perché diventino femministe convinte.”

Avrebbe potuto stare zitta.

Gli occhi grandi di Valjet sono furiosi e per qualche motivo quelli della donna nera, che non è molto lontana da noi, sono pieni d’accusa.

“Sto parlando di puttane, signora.”

L’amica di mamma sbianca di colpo.

Rido.
Scusa, Dio.

Non voglio farlo.
Ma rido lo stesso.

Mia madre si copre la bocca con la mano, masticando.

“Sì, è quella la versione buona. Questa è quella che ti ha raccontato tua madre?”

Valjet ha finito di far finta di avere un’etichetta che la faccia sembrare qualcun altro. E mia madre sta fissando il suo french colorato e brillantinato, quel nuovo colpo di genio sexy di Marina, unghie piene di arabeschi in cima per stupire i clienti e riempire le saccocce dei miei datori di lavoro.

“No, signora. Mia madre non raccontava le favole. Le favole sono per le bambine che sognano, ma da quel posto laggiù da cui arrivo io, se eri maschio potevi immaginare qualcosa su cosa fare nel tuo futuro. Se eri femmina non sognavi, fine della favola.”

Ma quello che ha detto mia madre mi sta confondendo, dunque le chiedo:

“Perciò per te, ora questo è il modello per le femministe convinte? Te lo chiedo perché, fino a un anno fa, volevi dare il tuo aiuto a organizzare quella fiaccolata per mandare via le prostitute da zona Corvetto.”

Mamma inghiotte e abbassa la mano.

“C’è differenza tra quelle di zona Corvetto e quelle che esercitano per libera scelta.”

“Aspetta”, dico, “forse stavolta sto quasi per darti ragione.”

Ma la sua amica no.

“Hai detto una cosa orrenda, Cristina, non c’è nessuna differenza. Sono vite bruciate quelle.”

Valjet le soffia in faccia la sua esasperazione.

“Da spegnere, immagino.”

La vecchia controlla il cagnolino che saltella sul tappeto verde foresta come se fosse la creatura più preziosa del mondo.

“Non ho detto questo, ma tanto non hanno nulla di cui essere felici nelle loro vite, proprio nulla.”

“Anche gli schiavi trovano i loro modi di essere felici”, dice Valjet.

L’amica di mamma tira su la forchettina da dessert.

“Mi permetto di dubitarne, non si può essere felici, tesoro, sul fondo del barile sociale.”

Valjet rimescola il vino nel bicchiere, che gira e poi turbina nel cristallo e nella mia testa.

“Forse lei ha ragione, non vale nemmeno la pena di sperare di arrivare in cima al barile. Soprattutto se in alto ci sono solo razzisti ignoranti, uomini che vanno in chiesa e poi comprano una vestaglia per beneficenza, solo per vedere chi la vende spogliarsi, e ubriaconi isterici come quelli che stanno in basso.”

La vecchia deglutisce.

“C’è un blog molto interessante, è gestito da una brava giornalista che lavora con la dottoressa che è intervenuta prima. Dovresti informarti leggendo le storie di chi ne è passata. Poi non dirai più queste parole aberranti.”

Valjet ha il viso poggiato sul palmo della mano.

“Lo farò, madame. Bisogna sempre imparare da chi ne sa di più di noi.”

Gli occhi di mia madre luccicano in modo strano. Sento svegliarsi la bambola assassina.

Ci alziamo in piedi. Mamma mi trattiene:

“Non ve ne andate adesso, arrivano i dolci e una musicista che ho scelto personalmente.”

Mi sottraggo alla sua mano:

“Andiamo soltanto a fumare.”

Marta dice:

“Adesso viene la violinista?”

Mia madre si imprime in faccia tutto l’orgoglio possibile:

“Sì. Prima di frate Elia.”

Fuori, sulla strada dico:

“Calma adesso.”

Valjet sta masticando il filtro:

“Devi volermi proprio bene, per rischiare così a portarmi qui.”

Dico:

“Non avevo la più pallida idea che mia madre si impicciasse di queste cose adesso. Mi dispiace.”

“Ho appena notato che quando stai vicina a tua madre sembri morta, almeno quanto me. Comunque non sto dicendo che hai sbagliato, mi dispiace aver lasciato che mi provocassero tanto da farmi arrivare a dire quelle cose.”

Schiaccio il filtro sotto il tacco.

“Per quello non preoccuparti, mia madre ti sarà per sempre grata di aver dato motivo alle vecchie di parlare del suo stupido evento per le prossime tre settimane.”

La violinista è giovane e la sala è di nuovo buia. L’unico raggio di luce è proiettato su di lei, ma mentre torno accanto a mia madre, anche se non la vedo, so che, segretamente, si sente lusingata da tutte quelle facce stupite, dalle decine di persone che guardano e ascoltano quello che lei ha scelto. E non fa niente se la musica non l’ha composta lei. Se qualcosa è fatto bene, il merito è suo, sempre. Fine della favola.

Le prime note salgono nel buio come un lamento. Il suono è teso e limpido, e la musicista è magrissima, quasi fragile. L’archetto scivola sulle corde, la melodia ondeggia nel silenzio, liquida, e la faccia della donna che suona, invece di apparire serena, è disperata.

È un calvario prolungato, trattenuto, si allarga sopra le teste degli ospiti e si spegne dopo molti minuti, lasciando in sala solo il battito del tempo che viene da un unico, grande orologio.

Finito il calvario, si riaccende la luce e mamma ha in faccia qualcosa di più di un semplice rossore. È contentissima di questi applausi, la sua faccia sorride a tutti i presenti. Per quanto possa aver composto uno strazio melodrammatico, la violinista priva di peso ha fatto meraviglie per la sua autostima.

La mezzanotte è andata. Mentre Frate Elia parla sul palco, scorrono tra le mani i piattini d’argento con le tartellette al cioccolato e i mini-cannoli.

Ha proprio la parlantina di un predicatore e ripete dieci volte ogni due per tre che la vendita dei corpi mina la base di ogni civiltà.

E su questo sono d’accordo.

Seguo il passaggio silenzioso di zuccheri e cristalli che si appiccicano ai rossetti delle signore. La sala profuma di crema e vino dolce. Purtroppo adesso la sua barbetta grigia si rivolge a padri e fratelli vari domandando:

“E se fosse sangue tuo?”

La barbetta indica mia madre, ma lei è tutta concentrata sul Moscato d’Asti. E comunque sono d’accordo col settantacinque per cento di quel che dice, anche perché, diversamente dalla chiacchierona di prima, che ha letto tanti faldoni e si muove solo con la scorta, senza avere idea di come si stia dove c’è un pericolo reale, lui ha passato vent’anni a raccogliere donne sfigurate dai fossi.

La sua campagna per la dignità delle figlie si ferma il tempo di fargli riprendere fiato e di far ordinare il caffè a noi. Ma non sta cercando di capire; sta cianciando per difendere un ordine sociale dove le donne devono essere protette dai padri o salvate dai preti, senza mai avere il diritto di essere soggetti autonomi, anche quando scelgono di essere delinquenti. Secondo lui la prostituzione legale sarebbe un crimine.

L’amica di mamma dice:

“Il frate è brillante. Ho la pelle d’oca.”

Non ci si può comportare come puttane in ambienti sofisticati, quindi io e Valjet ascoltiamo con rassegnazione e pazienza la sua predica. Accogliamo la sua compassione. Ormai i volti attorno a noi sono avvolti dal senso di colpa, felici di aiutare le sorelle puttane rimaste a zona Corvetto.

E ora il frate sta parlando della cosa più difficile del suo lavoro. Non esiste altra cosa più difficile come occuparsi della sistemazione della puttana disoccupata. Una volta tolte dalla strada non si sa dove sbatterle, come riciclarle.

Valjet mi chiede di uscire di nuovo, mentre spingo la porta il frate è arrivato alla conclusione: il mercimonio dei corpi è un crimine contro l’umanità. Non importa se qualcuno se lo sceglie: è sempre un crimine contro l’umanità.

Dico:

“Dovrei costituirmi...”

Valjet dice:

“Fai una prova... chiamiamo i carabinieri.”

Sussurro:

“Non ho fatto a tempo a dirtelo con tutto quello che è successo, ma Francesco ha fatto la sparata con i nostri amici che non sono voluta andare in Francia perché lavoro. E siccome una m’ha chiesto che lavoro faccio, m’è venuta in mente quella battuta di Jasmin sulla professoressa porca.”

Valjet ha estratto le sigarette, accende pure la mia e me la mette in bocca.

“E cosa hai fatto dopo?”

“Dopo, mi sono inventata che non è un lavoro, ma che mi era venuta l’idea di tornare a studiare.”

Valjet sembra assorta.

“Questa è stata una bella idea, potrebbe reggere bene la tua doppia vita.”

Ci penso, il nostro fumo si srotola verso l’alto, tra le luci.

“E per tornare al crimine contro l’umanità”, dice Valjet, “potresti pure inventarti che eri da noi per studiare.”

Già. Mi immagino la scena.

“Pronto, carabinieri... ho commesso un crimine contro l’umanità. In realtà sono una studentessa, il mio crimine serviva a una ricerca, o a una protesta politica. Mi impegnavo attivamente e raccoglievo dati contro lo sfruttamento del sex-work.”

Valjet butta la sigaretta.

“È talmente assurdo che qualcuno ci potrebbe credere.”

Si ferma davanti alla porta:

“Come possiamo fare a sopportare ancora la vecchiaccia e tua madre? Mi sembra che stanno peggio di quelli a casa nostra.”

Le rispondo:

“La mia soluzione è sempre stata quella di tenere la bocca chiusa e sorridere.”

Anche l’amica di mamma sorride, e ora esamina le unghie di Valjet.

“Sei d’accordo col frate?”

Valjet è assonnata:

“Veramente, non ho un profondo coinvolgimento personale nelle questioni trattate, quindi non ho un pensiero preciso in merito. Però mi chiedo perché non parla del porno dove il corpo viene ugualmente sfruttato e distrutto per due, tre, quattro ore di fila, previo regolare stipendio?”

Mamma getta una briciola di pace e cannolo:

“Il parallelo è complicato da fare. Quello è un lavoro diverso da quello che tocca a chi preferirebbe morire, piuttosto che avere un rapporto sessuale a pagamento in un parcheggio.”

Valjet è costretta a emulare un controllo emotivo che non ho più nemmeno io:

“In realtà leggo gli articoli che volevate propinarmi due ore fa molto spesso. In realtà, molte attrici hanno finito per ammettere che qualcuno le aveva spinte e un signor produttore molto conosciuto è stato anche condannato per sfruttamento della prostituzione. Ma il frate non ne parla.”

L’amica di mamma dice:

“Le attrici che rinnegano la loro carriera sono le stesse che prima hanno abboccato per fare un sacco di denaro.”

Valjet lascia cadere la testa di lato:

“E non dovremmo salvarle? Anche delle ragazze della strada si sente dire che sono tutte lì per comprarsi le borse di Prada. Ma non ho mai visto una di loro con la borsa da 4000 euro.”

Ci beviamo il caffè. L’amica di mamma inghiotte facendo più rumore di prima:

“Questo discorso è ridicolo.”

Valjet continua a rigirare il cucchiaino ma non beve:

“Ognuno di voi ha un terrore mortale di parlare di queste cose. È un’omissione vigliacca. Il porno è un male accettato e fa comodo a tutti, le ragazze della strada anche. E poi, la pornografia è consumata dagli stessi padri e fratelli che il frate prova a indignare da un’ora. La vostra società perbene lo sopporta, perché non vi obbliga a gestire lo spettacolo della strada.”

La mia faccia nel vino dice:

– Potrebbe aver detto una cosa sensata. Criticare un riccone che produce film è molto più difficile che fare la morale alla ragazza del marciapiede.

Con gli occhi quasi fuori dalle orbite il frate sta dicendo che milioni di clienti con il loro denaro, ogni giorno, aiutano le lame del tritacarne che mangia esseri umani a girare, e non si fanno domande e poi alla fine c’è la cocaina per addormentare le coscienze.

Mamma solleva una tartelletta al cioccolato. La morde forte:

“Ho qualche collega all’ospedale che se la pippa prima di entrare in sala.”

La sua amica sgrana gli occhi. Mamma parla alla tartelletta:

“È vero. Dicono che si sentono più svegli poi mentre operano, è follia invece.”

Ha già smesso di guardare in faccia Valjet.

Il castello di belle parole del frate è costruito sulla realtà, purtroppo a un certo punto lui si rifugia nel dogma: invece di dare centralità alla donna, rimette la palla in mano ai “padri e fratelli” e fa finta che l’industria legale della carne non esista già.

Dico sottovoce:

“Valjet, devo chiamare il taxi.”

La vecchia ha sentito:

“Tuo padre ha troppo da fare per venirti a prendere?”

Poi dà un’occhiataccia a me:

“Gli avvocati a Milano sono troppo impegnati, lasciano moglie e figlie a spasso all’una di notte e non è nemmeno sabato.”

Faccio finta di nulla.

Valjet si rimette il cappotto:

“No, verrà la carrozza della mia fata turchina.”


Fuori, il freddo mi fa tremare i denti. La macchina ci aspetta in fondo alla strada, nemmeno stasera è diventata una zucca.



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