“Quella sera ho fatto una fatica enorme a rimanere seduta e a mangiare. Non solo perché sapevo che io e Valjet ci saremmo abbuffate più tardi. L’aria passava dal mio naso, arrivava al cervello e frizzava, avevo voglia di alzarmi, tornare a casa a piedi e poi tornare a casa loro. Mi sentivo davvero capace di farcela.”
Elena si sta sbattendo il telecomando sul palmo della mano. “Anche a me succede una cosa del genere quando tiro. Una sera sono andata a piedi dal locale a casa mia due volte. Ero tutta sudata ma per niente stanca. E poi sono passata qui sotto, vicino alla siepe del parcheggio, e di colpo l’ho vista accendersi di mille colori.”
Idra ride con la sigaretta spenta in bocca. “E non t’ha detto: io sono Javè?”
“No, ho visto solo tante lucine e colori lampeggianti, mi hanno vorticato davanti e poi sono sparite di nuovo nella notte.”
Il telecomando non accende nulla.
“Questo coso è andato.”
Lo lancia verso Idra, ma lei non le fa caso.
Dico:
“Io non ho visto cespugli luccicanti quella notte e non ho incontrato Dio.”
***
Posso sentire quel bianco tirare dentro la mia testa.
Abbiamo quasi finito di mangiare, non so se è per quella roba ma sembra che abbiamo tutti molta sete. Nadia tira fuori un’altra bottiglia di vino dalla credenza e, sorseggiando, la svuotiamo a metà.
Lo squillo acuto del telefono di Redian mi fa sussultare. Redian si stacca il bicchiere dalla bocca e risponde: “Onoranze Funebri Rossi.”
Una voce frettolosa e acuta crepita così forte che la sento chiaramente: “Bugiardo maledetto, è da un mese che non vieni a trovarmi e non mi chiami. Lo sai che sto male e sono sola. Rifletti bene e lascia parlare la tua coscienza.”
Ditmir sta sghignazzando. “La contessa sanguinaria non molla...”
Redian fa uno scatto e il suo bicchiere si rovescia, allora si attacca direttamente alla bottiglia. Spinge il telefono verso di me e prima di ricominciare a ciucciare la bottiglia dice: “Angela, tu guardi tutto e non parli mai. Sei la nostra coscienza...”
Tutti gli altri ridono.
Mi svuoto in gola altre due sorsate di vino e lui dice: “Parlaci tu.”
Raccolgo il suo telefono ma non ho bisogno di leggere lo schermo per sapere che è di nuovo Elizabeth. Sta sciorinando una serie di insulti e, prima che possa ribattere, al mio orecchio arriva un lungo silenzio, poi un messaggio toccante: “Dimmi buon viaggio, coglione, oggi me ne vado dal dolce Gesù.”
Ditmir continua a ridere insieme a Dasho: “La contessa sanguinaria si sta suicidando...”
Redian l’ha sentita, urla: “Buona idea, ammazzati!”
Il telefono strilla: “Dove cazzo eri ieri sera?”
Lui ripete: “Ammazzati!”
Il telefono strepita: “Dove stavi ieri sera?”
Lui ha finito la bottiglia: “Da Bianco!”
Il telefono nelle mie mani scoppia: “Ieri c’era Camelia da Bianco e mi ha detto che non t’ha visto! Perché mi racconti tutte queste bugie?”
Lui dà uno strattone a Nadia: “Voglio un’altra bottiglia!”
Il telefono piange. Lui urla: “Ammazzati!”
Il telefono esplode e lui si strozza col vino: “Ammazzati!”
Abbasso gli occhi per guardare lo schermo nero, Elizabeth ha riagganciato. Li rialzo sul suo viso stanco da morto, reso orribilmente bianco dall’insonnia e dalle torture della sua vita da magnaccia. Mi giro verso Dasho, sulle sue braccia ci sono ancora i segni dell’odio di Lori, ma si sono schiariti. Adesso sono graffi quasi bianchi. Mi volto a causa di quell’imbarazzo che senti quando per caso ti trovi davanti a una coppia che litiga.
Mi volto dall’altra parte sempre più spesso ormai, ma lo faccio per rispetto.
Redian è fuori di sé. Abbasso gli occhi sullo schermo e vedo, sopra il nome di Elizabeth, una piccola foto rotonda nella rubrica. È una ragazza che mi sembra abbia la metà dei miei anni. Il telefono ha ripreso a ricevere messaggi, anche a quest’ora lui accumula appuntamenti come un medico.
Gli chiedo se questa è Elizabeth.
“Quella è una foto di molti anni fa,” mi risponde, continuando a far scorrere sullo schermo annunci che compariranno su tutti i siti di escort possibili.
“Prima che tu inizi a darti qualche colpa per non essere stata qui e non aver telefonato alle autorità preposte, preciso che quando Elizabeth era come la vedi lì, ero così anche io. Io avevo la sua stessa età e giocavamo nella cantina della sua casa di famiglia. Oggi è mio fratello, Erdian, che gioca e lui ha la stessa età.” Soffia tornando a guardare lo schermo: “Adesso è lui il fratello premuroso di molte giovani professioniste.”
Calcolo che con una quantità di annunci del genere, ben poche delle partner di Redian devono aver ricevuto più di qualche minuto della sua attenzione.
Valjet sta raccogliendo i piatti: “Io non so con che venire a quella roba di tua madre.”
Guardo verso il fiammeggiante maglione fucsia di Irina: “Tu non hai niente da prestare?”
Ci pensa col naso rivolto alla luce sul soffitto: “Ho il vestito con cui sono stata al matrimonio di mia sorella, se vi va bene glielo presto.”
Irina è tornata in un attimo e ha gettato l’abito sul divano. Intorno al collo ha un filo di pietre color ambra, il petto è a foglie d’oro. È bianco e aderente, sulla vita ha fili di perle dorate.
Dico:
“Mai visto un vestito così.”
Lei si risiede con un gran sorriso sulle labbra: “Se preferisci, Jasmin ha un sari.”
Jasmin alza l’indice: “Ho anche le scarpe di Aladin con la punta ricurva.”
Bevo tutto il vino rimasto: “Bellissimo, ma non mi sembra adatto.”
Valjet se n’è andata in punta di piedi. Si è rifatta la doccia, sento il profumo alla menta di mia suocera. Si sta anche vestendo in punta di piedi, io entro in camera sua, Irina entra con me. Aspetto che sia passata e richiudo delicatamente la porta.
Irina le tocca la scollatura. “Ti sta bene.”
La luna filtra dalle tende bianche della sua camera e dà un riflesso spettrale ai suoi capelli viola.
Dice: “Mi sento molto stanca.”
Cerco nel suo cassetto: “Hai le occhiaie.”
“Sono semplicemente io senza trucco.”
Marina è alle mie spalle: “A quello ci penso io, sono io l’estetista.”
Sento i passi di Redian che sta riattraversando il corridoio, me lo trovo davanti prima che io e Marina riusciamo a fare qualunque cosa.
“Prima aiuta i miei preparativi”, dice, passando a Irina un bicchiere vuoto.
Irina sta zitta.
Io mi appoggio contro la porta. Redian ci dice di tornare in cucina senza guardarci. Entrambe entriamo guardando Nadia, fissando il piatto che riempie per non so chi.
Irina non si muove e lui dice: “Dai, sono sicuro che se ci pensi tu si riprenderà completamente. Tu sei l’infermiera.”
Schiacciandomi ancora contro la porta le chiedo: “Irina, tu sei un’infermiera?”
“Lo sono stata mille anni fa”, dice.
Irina passa nella sua camera e torna con due boccettini in mano, ha davvero la faccia bianca di una vampira che potrebbe aver festeggiato il compleanno numero mille. “E anch’io abitavo in una casa decente.” Lascia cadere qualche goccia dell’uno e dell’altro nel bicchiere. “E pensa che avevo una famiglia e il cane.”
Redian le spinge il polso: “Vai giù, vai giù. Così è troppo poco. E poi non ho capito, che ti manca in questa casa?”
Irina si allontana: “Stai fermo. Come dici tu non si risveglia più.”
E lui le spinge le dita un’altra volta e altre gocce cadono nel bicchiere: “Deve dormire come una bambina, così mi si risveglia.”
Irina sbuffa, si sposta i capelli dalla fronte.
“Non si risveglia così”, dice. “Minimo fino all’una, non si sveglia.”
Dasho li interrompe: “Datevi una mossa, sono le otto passate. Arrivare laggiù è un labirinto.”
Nadia si sporge dal tavolo, prima che Redian versi acqua nel bicchiere che regge Irina: “Guarda che è amaro come il veleno, nell’acqua Lori sente subito un sapore diverso e te lo sputa in faccia.”
Dasho gli allunga un cartone di succo ACE aperto a metà: “Usa questo, l’acido copre meglio.”
Ditmir prende il piatto dalle mani di Nadia, si avvicina a me e mi infila il suo inseparabile mazzo di chiavi tra le dita.
“Adesso io vado sul balcone, mi metto a giocare col cellulare e tu mi chiudi fuori. Poi vai di là da Lori.”
Ogni battito del mio cuore fa vibrare lacrime che non riescono a scendere.
“Le porti il piatto e il bicchiere. Loro vanno in camera e io faccio finta di non essermi accorto. Tu le rifili la parte dell’amica che rischia la pelle per farla mangiare, e resti a guardarla finché non ha bevuto tutto.”
Guardo Dasho con gli occhi lucidi, sento le mie ciglia tremare.
Lui mi fissa due secondi, poi fa un cenno a Irina.
“Anzi, vacci tu, che sei più falsa.”
Sento la fitta nel petto che stasera mi toglie il respiro.
Irina resta immobile in mezzo alla cucina. Ha il bicchiere con il sonnifero in una mano, il cartone di succo ACE nell’altra e una sigaretta spenta in mezzo alle labbra.
Dasho e Redian si alzano insieme, aprono la porta della camera in fondo al corridoio e si inguattano dentro.
Ditmir va verso il balcone, apre la porta-finestra e si appoggia alla ringhiera. Tira fuori l’accendino, comincia a fumare guardando i tetti dei palazzi di fronte.
“Muoviti, Angela, chiudimi fuori.”
E io abbasso la maniglia e non capisco che cosa stiamo facendo.
Tiro su le chiavi e le allungo a Irina. Le nostre unghie si sfiorano mentre lei le prende senza fare rumore e cammina verso il corridoio. I cardini della porta di Lori girano con un leggero cigolio.
