Capitolo 15 - La mamma mi ha fatto diventare una troia
Grazie a chi legge.
7 ore fa
Mi siedo sul divano. Elena ci ha messo sopra un telo che imita la pelle di una zebra rossa, ma le strisce si sono sbiadite. Adesso mi piace molto, con quel grigio moderno non sembrava nemmeno più la casa di Idra.
Sento Idra muoversi in camera. Arriva canticchiando con l’astuccio dei trucchi e uno specchio col manico mezzo distrutto. Le mie parole, come quelle di chiunque, pare non le facciano alcun effetto.
Mi parla dandomi le spalle: “Be’, stavi dicendo?”
“Adesso, Idra, penso che quanto stava succedendo fosse tutto normale. La vita porta sempre progresso.
Uno inizia dai furtarelli al supermercato e poi passa a rapinare banche. Parti con una canna e finisci tossica. Ti dai a un giochino con tuo marito una notte e…”
Scuotendo i capelli, lei dice: “E?”
Mentre passa lo specchio a Elena, in un secondo faccio in tempo a vedere la mia faccia, ma non mi parla più.
“E se avessi voluto farmi aiutare, penso che il momento giusto sarebbe stato quello.”
***
Mi sono svegliata e ho gli occhi fissi sul soffitto. Matteo, come sempre, è già uscito.
Mi sto accarezzando un fianco. La mano mi sale verso la bocca, sotto le dita, in rilievo c’è la ferita di ieri. Il braccio mi ricade sul cuscino e di tirarmi su non trovo la voglia.
È solo tristezza perché non riesco mai a farmi capire. Mi succhio il labbro inferiore, ma lo rilascio subito perché sento dolore.
Il mio comportamento diventa sempre più stravagante, e anche Matteo è costretto a negare la realtà, al punto da respingere amici e familiari. Non può non essersi accorto di nulla, a questo punto.
Mercoledì sono stata a casa di mia mamma.
Sulla mia agenda c’è sempre più inchiostro rosso, sempre più appuntamenti cancellati con un tratto di pennarello. Tutte le mie bugie… Qualcuno organizza un matrimonio: sono vittima di un’indigestione. Le amiche del liceo mi cercano per uno shopping… sono a dieta e non posso comprare niente, perché presto la mia taglia cambia. Oppure mi cercano per le colazioni: non posso, perché non riesco a svegliarmi; di notte conto le pecore fino alle tre e non mi addormento comunque.
Non siamo più noi e Matteo, l’altro giorno, con quella battuta sull’investigatore privato, mi ha preoccupata. Forse, da qualche parte, lo percepisce anche lui.
A volte penso che incontrarli sia stata solo sfortuna. Mi alzo per farmi la doccia, la mia faccia nello specchio dice: “Adesso, stai davvero facendo la vittima.”
Mi sto tamponando i capelli con l’asciugamano di Matteo, il mio non so dove sia. Ormai faccio fatica anche a ricordare di mettere su le lavatrici. Mentre vado in camera, mi fermo davanti alla stanza degli ospiti. C’è un silenzio così pulito, in questa parte della casa, che ogni minimo rumore viene raddoppiato. Il mio sguardo scivola sul comodino, dritto verso il terzo cassetto, sotto gli album di famiglia. È lì dentro che ho nascosto il telefono aziendale, convinta che quella carta bastasse a silenziarlo.
Ma ha ragione Dasho, io non recito ancora bene.
Prima o poi quel telefono inizierà a vibrare nel buio, grattando contro il fondo. Basterà un pomeriggio qualunque, o Matteo che entra a prendere una lampadina di ricambio. Sento già quel sussulto regolare che attraversa il pavimento e va a cercargli l’orecchio nel corridoio. Non c’è spessore capace di soffocarlo. Matteo si fermerà, volterà la testa, e io avrò finito le scuse.
“Dove altro potrei metterlo?”
Trrr.
Vado veloce verso la camera. Il display sul comodino si illumina. Sullo schermo appare “Matteo”.
Schiaccio il tasto, porto il vetro all’orecchio senza dire una parola. In sottofondo c’è rumore di tastiere.
“Amore, senti, oggi allungo la pausa pranzo, riesco a staccare prima.” La sua voce si allontana per un attimo. “Ci sbrighiamo a pranzare con Chiara e Andrea? Non abbiamo ricambiato la visita.”
Non so cosa dire, non posso continuare a ripetere che non mi sento molto bene.
Matteo dice ancora: “Non voglio che poi la gente chiacchieri. Tutto ok?”
Il mio sospiro accelerato deve essersi sentito.
“Va bene, devo portare qualcosa?”
“Se vuoi, prendi qualche dolce o quello che ti pare.”
Allontano il vetro dall’orecchio, premo il pollice sullo schermo lucido e la voce di Matteo si spegne. Resta solo il ronzio del frigorifero in cucina.
Torno nella camera degli ospiti, il telefono aziendale è ancora lì, nero e silenzioso. Cerco il nome di Marina.
Il primo Tuuuu mi tormenta l’orecchio sinistro.
Tuuu.
Fisso la fessura della tapparella, dove la luce taglia il buio. Nessun rumore dall’altra parte, solo il vuoto della linea.
Tuuu.
Lo squillo finale si interrompe. Parte la segreteria.
Abbasso la mano.
“Perché non rispondono?”
Sento una fitta nel petto. Il pollice si posa sulla tastiera virtuale per digitare un messaggio, ma il telefono si mette a vibrare.
Numero sconosciuto.
Mi porto di nuovo il telefono alla guancia. Non parlo. In sottofondo arriva il brusio della televisione e una musica tenuta a volume bassissimo.
“Dimmi.” È la voce di Dasho.
L’umidità dell’accappatoio mi dà fastidio sulla pelle della schiena, stringo i nodi della spugna ruvida tra le dita per fermare il tremito delle mani. Fisso la riga di luce della tapparella senza riuscire a staccare gli occhi e lui dice ancora: “Mi senti?”
“Posso... posso venire più tardi?”
Silenzio.
“Ho un impegno di famiglia. Non so... non so più cosa inventare.”
Dall’altro capo la musica continua a scorrere, per un attimo la copre la voce di Nadia.
“Va bene.”
Il telefono torna muto, la spugna umida continua a raffreddarsi sulle spalle.
Ho fatto in tempo a vestirmi e a comprare una torta prima che tornasse Matteo.
Siamo venuti a casa loro, qui tutto profuma di vaniglia e Chiara sa di Versace. È lei che fa cenno a noi due di seguirla, agitando le unghie smaltate di bianco. Solo per un attimo i miei occhi incrociano quelli di Andrea, lui sta guardando la torta.
“È per un’occasione speciale?”
Mentre le vado dietro per entrare nel mondo di vaniglia dico: “No, è per noi.”
Ci sediamo e Chiara attacca a raccontarmi degli hotel di cui le ha detto Loredana, ogni tanto butta dentro una parola francese che le avrebbe riferito sempre lei. Dice che Loredana e Francesco tornano questo fine-settimana.
La mia faccia nel vetro sospira: “Notizia magnifica, sul serio.”
Ora dice della Tour Eiffel, che secondo Francesco sarebbe solo un ammasso di ferraglia troppo alta.
Mio marito sembra molto concentrato a guardarsi le unghie, apre e richiude le dita, ma so che gli dà ancora fastidio non essere andato in Francia con loro.
“Questo lo immaginavo”, dice.
“Infatti, c’era uno che sosteneva che la vista migliore di Parigi la trovi stando sulla Tour Eiffel, perché da lì vedi la città senza Tour Eiffel. Però non ricordo chi l’ha detto.”
All’unisono, a lungo, Chiara e Andrea fanno: “Ah, ah, ah.”
Poi mi guardano tutti e tre, come delusi perché io non rido, ma io mi sento come una gatta mezza addormentata che vorrebbe essere lasciata in pace.
Queste torture sono sempre così lente... e in più non si fa che parlare di Francesco. Riesce a essere fastidioso anche quando non c’è. Andrea ha mescolato la pasta e la carne perché Francesco gli ha assicurato che i francesi la mangiano così.
Chiara si è fermata con la forchetta a un millimetro dai suoi bei denti.
“Loredana era impazzita alle Galeries Lafayette, voleva comprare tutto. Ma Francesco, lo sai com’è fatto, la frenava sempre.”
La mia faccia nella vetrina dice: “E certo, è un morto di fame. Che voleva comprare?”
Chiara non fa caso alla mia espressione: “Mi ha detto che Francesco però adesso ha imparato un proverbio francese per rispondere. Quando gli chiede di comprare questo e quello, invece di risponderle non abbiamo i quattrini, gracchia quand les poules auront des dents.”
Di nuovo: “Ah, ah, ah.”
Non ho studiato tanto il francese, ma comunque dovrebbe significare: quando le galline avranno i denti, cioè mai.
Chiara mastica e, invece di riempirsi di nuovo la bocca, scola il vino e aggiunge: “Dice che dietro lo sfarzo di Parigi c’è solo fumo e che la gente spende soldi che non ha per nascondere le proprie miserie.”
Tipo lui.
La seguo in cucina per aiutarla con i piattini da dessert.
Mentre affetta la torta, il dolcevita rosa si tende sulle sue spalle. La guardo spingere la lama verso il basso. Ha le unghie bianco-gesso, che risaltano contro il manico scuro del coltello. Blocca il polso a metà della frolla e volta la testa.
“Che lavoro stai facendo?”
Continuo a osservarla senza muovere un muscolo. Mi sento le dita tremare, ho paura che i miei occhi brillino troppo. Respiro molto profondamente, ma lei per fortuna mi dà ancora le spalle.
“Cosa intendi?”
Chiara fa scivolare la fetta sul piattino, premendo il pollice sul bordo di porcellana.
“Francesco ci ha detto che non sei voluta andare in Francia perché lavori. Mi è parso strano, non mi hai detto mai nulla. Che lavoro hai trovato?”
Fisso il filo del coltello sporco di crema e la saliva mi si addensa in bocca. Se lo avessi davanti, avrei qualcosa di molto viscido da sputargli in faccia.
Chiara si gira, lancia nel cestino la carta rosa appallottolata della pasticceria.
“Allora?”
Nella mia mente iniziano a profilarsi scenari catastrofici, quindi prendo a graffiarmi la faccia come ogni volta che sono troppo nervosa. Lo stomaco ha un sussulto di paura, ma anche di nausea, quella crema già dall’aroma è troppo dolce.
Penso a Jasmin, sento l’odore della sua lacca, la vedo che ride mentre si tira su le calze, come ieri sul balcone quando ha detto: “Finisci l’università, così potrai fare la professoressa porca e obbligare tutti a stare alle tue voglie per un 30.”
Riflettendoci, la battuta di Jasmin non è proprio da buttare.
“Non ricordo quando l’ho detto a Francesco, forse ne ho parlato a Loredana. Non si tratta di un lavoro, è un’idea.”
Lei mi risponde senza staccare gli occhi dai bordi dei piattini, sta facendo un’accurata pulizia col tovagliolo.
“Sicuramente una grande idea, visto che per dirmelo ti fai pregare.”
Butto fuori l’aria così forte che sembra davvero un sospiro di incertezza.
“Non so se è una grande idea. Vorrei finire l’università che ho lasciato a metà. In quel senso ho detto che sto lavorando... sto lavorando a idee sul mio futuro, ma ancora non ne ho parlato bene con Matteo.”
Mi avvicino e la prendo per la manica rosa. Lei è rimasta con la bocca aperta, come tentando di tirare fuori la parola giusta.
“Vorrei che non glielo dicessi tu, e nemmeno Andrea. Voglio dirglielo io.”
“Certo.”
Non so se l’ha bevuta, ma almeno ha richiuso la bocca. Tira su i piattini e ce ne andiamo di là. Il mio sguardo si fissa sulla piega dei suoi pantaloni e le risale verso la sua schiena. Mio marito sta leccando la crema. Andrea mi fissa la bocca, se ne sta lì con in mano il bicchiere vuoto, il bordo è imbrattato dal rossetto rosa di sua moglie.
“Che hai fatto alla faccia?”
Mi copro col tovagliolo per riflesso. Matteo mette giù la forchettina da dessert, affondandosi le dita di entrambe le mani tra i capelli e risponde al posto mio:
“A casa di un’amica ha inciampato un gradino.”
E io mi precipito:
“Non conoscevo la casa.”
Chiara si è alzata a cercare altri tovaglioli, frugando in un cassetto con la bocca ancora piena, biascica:
“Ogni domestica che arriva mi cambia posto alla biancheria, pure io ogni volta ho l’impressione di essere a casa di qualcun altro.”
Non ho più il coraggio di dire una parola e così, tra finire il dolce, tornare a casa, aspettare che Matteo se ne vada, si sono fatte le due. Sto rovesciando il mio cassetto per trovare in fretta la collana che ho promesso di portare a Nadia e il mio telefono suona ancora. È mia madre...
“Dimmi in fretta, sono di corsa.”
Pretende la mia presenza a un evento in cui saranno raccolti fondi per finanziare attività contro la violenza sulle donne.
Mi scappa da pisciare.
Mi scappa da ridere, ma non sono sicura del perché. Corro al bagno.
Scendendo le scale chiamo Valjet.
“Ciao Angela, dove sei?”
“Ancora a casa, ho fatto tardi. Senti, mia madre vuole che vada a una serata di beneficenza. Vuoi trasformarti di nuovo in Giulietta per venire a farmi compagnia?”
Sta accendendo una sigaretta, sento il click dell’accendino e lo stereo della loro macchina.
“Mh... se mi lascia scendere dal balcone.”
Capisco che ci sono loro, così riattacco.
Salgo di corsa dentro il solito taxi e chiudo gli occhi. Spero di non trovare l’aria troppo cattiva quando arrivo.
***
Non ho nemmeno salito le scale oggi, mi ritrovo di nuovo in macchina con Ditmir. Redian è accanto a me che scarabocchia come sempre e io tento di tenere la borsa immobile, come se potesse sentire il rumore delle perle di mia madre. Il bianco dei suoi occhi oggi è iniettato di sangue e spento. Ha occhiaie nere e profonde, così gli dico:
“Sembra che tu non abbia dormito stanotte.”
“Grazie a quella scimmia urlatrice sto facendo il vampiro.”
Ditmir imbocca la strada che porta all’autoporto.
Redian sorride e il suo sorriso mi mette paura. “Dobbiamo trovare la maniera per tapparle la bocca una volta per tutte.”
Guardo oltre verso la strada.
“Tu dici che c’è problema se stasera Valjet viene a una festa con me?”
“Non lo so, chiedilo a Dasho quando torniamo.”
Provo a sorridere anch’io, ma nello specchietto vedo il mio sorriso tagliato da una linea scura e la gola è troppo rigida per lasciarmi di inghiottire.
La penna di Redian fa un doppio giro rosso sopra a un nome.
“Chi ha qualcosa da festeggiare, stanotte?”
“Mia madre.”
“E cosa festeggia?”
Non so come potrebbe prendere l’argomento, allora butto lì:
“Non voglio annoiarti con tutti i dettagli.”
Dai piccoli auricolari neri che gli brillano in tasca si sente un sottile ronzio di musica francese.
“Evitamento strategico. Tu impari bene.”
“Ma no, che dici. È solo un compleanno trasformato in beneficenza...”
“E chi ci sarà?”
Mi viene da rispondere solo “mia madre”, ma mentre penso alla sua faccia, non so perché, mi fa venire in mente la Bibbia e precisamente il Salmo 22:15:
– Sono come acqua che si spande, tutte le mie ossa sono slogate; il mio cuore è come cera, si scioglie in mezzo alle mie viscere.
Redian sta scrivendo con la penna blu.
“Ci senti?”
Dico:
“Sì. Ci saranno cinquecento tartine al salmone avanzate sui vassoi in basso e un secondo bar di sopra, sulla loggia. Se salgo per le scale sul retro, posso servirmi un altro drink senza incontrare mia madre e il resto della gente. Praticamente, saremo soltanto io e Valjet.”
“Almeno le tartine non ingrassano, Valjet ha già il culo di una scrofa.”
Ditmir ha frenato così forte che balzo in avanti.
“Non preoccuparti. È gente normale che ogni giorno trasforma la sua vita in denaro e poi lo spende per finta in beneficenza. Solo persone che passano ore e giorni a creare euro, schiacciati nei loro uffici.”
Il semaforo è rosso.
Lui si muove dentro il solito cappotto blu che lo fa assomigliare a un poliziotto.
“Come noi in questa macchina sacrificata.”
Il semaforo è verde. Ditmir dice:
“E la benzina è quasi finita.”
Il tappo torna in cima alla penna rossa di Redian.
“Veramente ti volevo invitare al mio spettacolo stanotte, ma se la tua festa non dura troppo forse fai in tempo a venire.”
Mi giro un’altra volta verso di lui.
“Che spettacolo?”
“Farò un numero di magia per la signora Lori.”
Ascolto il battito del mio cuore, sento l’aria scorrermi nelle narici.
“Io credo che sia meglio non fare pressione alle persone, quando imparano un nuovo lavoro.”
Ho detto un’idiozia, è sicuro, ma non mi è venuto in mente altro a parte il viso di mia madre, un’altra volta, e un’altra chiacchiera dalla Bibbia che lei legge sempre:
“Ho udito e le mie viscere hanno tremato, la mia voce è diventata tremula al clamore; il marciume è entrato nelle mie ossa e io tremo sotto di me...”
Lui dice:
“Forse pensi che Lori possa vivere in eterno?”
“No.”
Un altro messaggio è apparso sullo schermo del suo cellulare.
“Io penso che se si decide a lavorare possa far innamorare di sé chiunque.”
Ora che Ditmir ha acceso il riscaldamento, l’aria è secca, il parabrezza davanti a noi è opaco.
Non vedo più la strada.
“Questo è possibile”, dico, “è molto bella.”
“Bella come una modella. Forse pensi che vincerà su di me e riuscirà a rimanere sé stessa.”
Per fortuna siamo quasi arrivati. Dico:
“No.”
“E tu, pensi di riuscire a rimanere te stessa?”
Ci penso un attimo e alla fine ripeto:
“No.”
“Allora, se non ci riesci tu, che tutto sommato hai di tutto, come può farlo una ragazza che arriva da chissà quale villaggio ex socialista, dove non c’è mai stata la corrente e che è venuta su privata di tutto quello che serve a un essere umano per sviluppare un minimo di furbizia?”
Vedo Marina da lontano.
Grazie, Dio.
Sussurro:
“Forse una ragazza che ha incontrato tante difficoltà è molto più forte di me, proprio come te.”
“Questa mi piace. Forse pensi di portare la pace nel mondo, facendomi i complimenti falsi.”
La macchina si ferma.
“Ma non era un complimento falso.”
Non sta davvero parlando con me.
“Forse pensi di poter trasformare il vino in sangue?”
Mi aggiusto velocemente la borsa sulla spalla.
“No.”
“Ok. Abbiamo eliminato la pretesa di fare miracoli. Metto a verbale.”
La sua penna blu sbatte freneticamente sulla pagina dell’agenda nera.
“Forse pensi di rendere accogliente il nostro ambiente, farlo diventare un paradiso?”
Apro piano la portiera.
“No.”
Adesso si è messo a ridere, ma non c’è niente di divertente qui.
“Ok, metto a verbale. Io invece penso di poter prevenire le tragedie.”
Dico:
“Sicuramente puoi farlo.”
Mi esce una mezza risata isterica, ma lui va avanti per conto suo.
“E posso anche regalare alle persone una vita ricca e felice, devono solo fidarsi di me. Compri quello che ho detto?”
Resto in silenzio per un lungo momento.
“Di’, la tua vita non è più ricca e felice ora che sei qui con me?”
Se penso a Chiara, a Francesco, ad Andrea... mi viene naturale rispondere:
“Sì, è stato un bene rifugiarsi in questa tana di topi.”
“Mi piace che mi chiami topo. Tu non hai paura di morire.”
Una volta mamma leggeva in chiesa: – Tra i pensieri delle visioni notturne, quando un sonno profondo cade sugli uomini, io fui preso da timore e da tremore...
“No, non volevo...”
In questo preciso istante Lori urla nella mia testa. Fuori è freddissimo, ma al tatto le mie labbra sono caldissime.
“È solo che ieri...”
Non mi fa finire.
“Nella vita che facciamo noi, ieri non significa niente. Conta solo come stai oggi.”
Mi fa male la testa.
“Hai ragione tu, certo.”
“Se Lori non si mette a lavorare, mi toccherà farci un pacchetto di legno e rimandarla ai genitori. Credimi, lo vogliono anche loro.”
La testa mi scatta verso lo specchietto. La mia faccia è bianca e le mie orbite mi sembrano vuote.
“Intendo...” Il suo dito indica Valjet, Marina e Nadia, che mi aspettano. “Queste cagne svitate, non i genitori di Lori. Tu non le conosci ancora bene, ma loro per prime pretendono che io abbia una facciata.”
Fuori dalla macchina, tutto è grigio. Un orizzonte grigio, ma non grigio nebbia. È un grigio piombo.
Dico: “Ok, è tutto come dici tu.”
“Tu le conoscerai meglio e poi ti fiderai di me.”
“Ma io mi fido di te anche adesso.”
La penna gli è scivolata dall’agenda ed è finita accanto alla mia scarpa.
“Questo è meraviglioso, allora lasciami lavorare. E io lascio lavorare te.”
Da qui, la borsetta rotonda di Valjet, nella luce grigia, sembra una perla bianca piena di graffi.
“Ok, allora io vado.”
“Vai, ci vediamo stasera.”
Allora salto fuori e in un attimo sono accanto a Valjet, mi metto proprio davanti a lei.
“Fa troppo freddo, Angela.” Dicendo così mi abbraccia.
Niente, in tutta la giornata di oggi, mi ha mai fatto sentire così bene.
Il sole è bianco e sta immobile, sembra bloccato da un’eternità in mezzo a due nuvole. Il tempo sta scivolando a una velocità di quattro clienti all’ora oggi. Scivola più veloce del solito verso il disastro.
Nadia gioca col solito ciondolo a forma di cuore dorato che le ricade sul petto, e così mi ricordo della collana che le ho portato.
Le passo la scatola e lei, dopo averla aperta, ci infila quasi il naso dentro e dice: “Angela, è questa tua madre?”
Stavo studiando gli stivali che porta Irina, che arrivano alle cosce, pensando che è un’ottima idea e che devo procurarmeli contro questo freddo. Mi giro verso di lei: “Mia madre?”
Lei mi indica la foto nell’ovale dentro la scatola e io sgrano gli occhi perché proprio non me ne ricordavo.
Effettivamente, nella piccola cornice argentata c’è la sua faccia con la caratteristica smorfia, e tra le sue braccia c’è una me in miniatura che doveva appena aver fatto un bagno.
Alla fine dico: “Sì. È lei.”
Irina sta sbirciando la foto: “E quella cosa arruffata in braccio a lei, sei tu?”
Mi viene da ridere: “Sì. Adesso mi ricordo, questa scatola era una bomboniera del mio battesimo.”
Siccome si avvicina una macchina, Irina punta il dito sul naso di Nadia: “Mettila via, che ce la rubano.”
Dentro la macchina c’è un cane che abbaia e la musica a tutto volume.
Nadia chiude di colpo la scatola di mia madre, così non la vedo più, e la infila nel bordo del suo stivale destro. Sono un tantino perplessa, ma non riesco a chiedere spiegazioni perché la macchina se la porta via.
Col pacchetto di sigarette che Irina mi ha messo in grembo, mi giro verso Marina e chiedo: “Ma perché non l’ha messa in borsa?”
Marina si tocca l’orecchio, ancora infastidita da quella musica a palla che si è appena allontanata.
“’Sti zingari.”
Si sta richiudendo la camicetta un’ennesima volta. “I bottoni di questo straccio sono troppo consumati.”
E io dico: “Ho freddo alle gambe, voglio i vostri stivali.”
Lei fa: “Appena torniamo a casa fallo scrivere a Nadia nella lista della spesa. Venerdì deve tornare Sufìan a portare anche le sigarette di Ditmir.”
Giusto, ho ancora in borsa il biglietto da visita del logistico dell’inferno, ma l’avevo dimenticato.
“Perché Nadia non s’è messa la mia collana in borsa?”
Marina si tira il tessuto sul seno per controllare la tenuta dei bottoni. “Poteva anche metterla in borsa, tanto alla fine non saprai mai se hai fatto giusto.”
Un camion fa tremare l’asfalto sotto le mie scarpe. Marina non mi guarda.
“Uno però ci prova sempre a nascondere le cose preziose. D’inverno noi mettiamo la maggior parte dei soldi e tutto quello che può essere rubato in caso di rapina dentro a questi stivali. Fallo anche tu.”
Dico: “Va bene.”
La sua unghia gratta sul secondo bottone.
“Ma lascia sempre una cifra come centocinquanta euro nella borsa. Noi la chiamiamo esca. Un ladro che non trova proprio niente da rubare può diventare molto pericoloso.”
Dico: “Ok, metto a verbale.”
Marina sorride. “Mettilo a verbale e mettici anche che, se ti rubano i soldi, tornare a casa può diventare molto pericoloso. Quindi fai sempre attenzione.”
“Sta tornando Valjet.” Le dico: “Come torniamo a casa provo a chiedere se puoi venire con me.”
E lei mi si fa più vicina: “E dove andiamo?”
“A una festa di beneficenza con mia madre, contro la violenza sulle donne.”
Qui, sulla soglia del vuoto, con i motori che sporcano l’aria e ci coprono le voci, mi urla: “Ma perché vuoi morire in questo modo?”
“Mica gli dico l’oggetto dell’evento.”
E lei urla più forte: “C’è sempre la possibilità che tu muoia.”
Controllo l’ora e rimetto il telefono in borsa. Sono quasi le sei.
“Valjet, dimmi qualcosa che non so.”
La nostra macchina sta rifacendo il giro. Come sempre a quest’ora, i miei occhi si piazzano dentro a quelli di Dasho. Irina e Nadia stanno tirando fuori rotoli di banconote dal bordo degli stivali.
Adesso il cielo è blu scuro e la luce dell’ultimo sole è radiosa in ogni direzione. Il sole è sopra le nuvole, e questo è uno splendido giorno.
Anche i miei soldi si riversano nella sua mano, lo stereo canta coprendo le urla di Nadia che parla al telefono standomi in braccio, il ticchettio della penna di Redian.
Me ne sto ferma, sopportando il peso leggero di Nadia e la pressione del corpo di Irina alla mia destra, a contare i miei battiti, resistendo all’impulso di trattenere la mano di Dasho con la mia.
La distanza è breve ora tra noi e il bar di Luciano. È la tabella di marcia di ogni giorno, sembra la mappa del mio tempo, l’itinerario per il resto dei nostri giorni. Niente ti indica meglio di una strada la linea retta da qui alla morte.
Il naso di Irina mi tocca la guancia: “Ma che pensi sempre? Non parli mai.”
Dico: “Sto pensando di nuovo a mia madre, a quanto poco secondo lei farò in questo mondo.”
Siamo arrivati.
Irina è già scesa con un piede solo: “Allora speriamo nel prossimo.”
E io parlo come da sola: “Penso a quella squisita cena che vuole offrire stasera. Ai fiori freschi e ai sorbetti che farà portare dopo aver parlato ore di persone come noi, senza sapere che sono come voi, e penso al fatto che nessuno se ne fregherà niente di tutto questo.”
Irina tiene la mano sulla portiera e sulle palpebre le scintillano il verde e il blu che sembrano infarciti di migliaia di stelline luccicanti.
“E poi stavo pensando a mamma che leggeva in chiesa: ti sei stancata per il tuo lungo cammino, ma non hai detto: ‘È inutile!’. Hai trovato come ravvivare la tua forza, perciò non ti sei arresa.”
Le palpebre di Irina si aprono e si chiudono. “Sì, le speranze sono dure a morire purtroppo. Soprattutto per te che ancora ci credi, povera fessa.”
Il telefono di Redian squilla ma lui si gira verso di noi: “Perché non vi date una mossa?”
E Irina dice: “Ci sei cascata coi piedi legati.”
E lui urla: “Ma dove?”
Irina lo supera e arriva al portone: “Nella favola del salvatore.”
E lui urla insieme al telefono: “La favola di Gesù Cristo? Anche io credo alla favola di Gesù Cristo.”
Le scale si allungano davanti a me e le loro voci si abbassano, rimbombano sul pianerottolo.
La cucina è rossa di tramonto.
Nadia si è già fatta la doccia e i suoi capelli sono sempre bagnati.
“Ti ringrazio per quella collana”, mi dice, trafficando nel frigo.
“Di niente, non me la metto mai.”
“Anche se non avrò chissà che occasione di indossarla, visto il modo in cui vivo.”
“Verranno giorni più facili.” Lo dico, ma non ci credo.
Lei sta iniziando a preparare la cena. “A volte è difficile anche impanare una cotoletta di vitello, per il modo in cui vivo.”
Le tengo la carne con due dita mentre lei la sbatte. Mi squilla il cellulare. È Matteo.
“Per me è sempre più difficile mantenere la calma ogni volta che qualcuno chiama e mi incasina le cose.”
Nadia sospira: “Succede spesso?”
“Praticamente tutti i giorni in questo periodo.”
Nadia dice: “Rispondi.”
Matteo deve essere ancora in ufficio, sento una segretaria che gli chiede se vuole fare una pausa.
“Mi ha chiamato tua madre, vuole che andiamo alla sua festa delle bigotte stasera.”
“Lo so, ha chiamato anche me.”
Matteo sta succhiando qualcosa, sarà un succo di frutta.
“Ti offendi se non ci vengo? Domattina mi devo alzare prima e tanto mi annoio sempre.”
Veramente, è un colpo di fortuna.
“Ci mancherebbe, non ho voglia nemmeno io.”
“Mi spiace farti andare da sola.”
“Mi porterò un’amica, se si libera. Tranquillo.”
“Va bene, se riesco passo alla festa di tua madre solo per cenare.”
“Io vedo, se si libera la mia amica vengo direttamente con lei.”
“Ok.” Sento una ragazza che lo chiama da dietro.
Mi chiedo se abbia ancora fiducia in me.
Lascio la carne di Nadia. “Vado a chiedergli se Valjet può venire con me.”
Al suo solito posto non c’è. Valjet mi passa davanti con un asciugamano nei capelli.
Dico: “Dov’è Dasho?”
“In camera mia, manco mi posso andare a vestire.”
“Perché?”
Valjet alza le spalle. “Non lo sa nemmeno lui che cerca, va dentro l’armadio, sposta la roba e io trovo sempre il cuscino che sa di resina dopo che ci si è messo sopra.”
La porta è socchiusa. La spingo mentre il mio cuore perde i battiti.
1, 2, 3...
“Vieni.”
Non sono entrata io. È la sua voce che mi ha tirato dentro.
Guardo la finestra in fondo alla stanza, il giorno è di là dal vetro. Nel riflesso vedo una me magra come mia madre. Nuova, virtuosa, divina Santa Angela.
E io non ci sono più.
Dico: “Ciao.”
Lui dice: “Ci siamo salutati prima.”
Mi siedo accanto a lui. Il cuore trema dentro.
Lo guardo sollevarmi la gonna. Le sue mani cercano qualcosa.
Le mie cosce si aprono prima che io possa deciderlo.
Dico: “Mia madre mi ha chiesto di accompagnarla a una festa, ma non voglio andarci sola. Faresti venire Valjet con me?”
“Ma tu non hai un’amica normale?”
“Ne avevo molte, ma poi loro hanno fatto figli e io ho perso le amiche.”
“Va bene, prendi la culona. Forse, se la porti in mezzo alle signore, mi ritorna meno grezza.”
E io dico: “Benissimo.”
Quest’uomo mi ha puntato una pistola alla nuca e ora mi presta una prostituta coi capelli viola. Cos’altro potrei chiedere per far fare una splendida figura alla dottoressa Di Cielo?
Sento una fitta nel petto, ma non ricordo cosa significa.
Siccome non mi muovo, lui si strappa di dosso il giubbotto di pelle e lo getta via. Gli occhi mi cadono attorno a una catenella nera avvolta intorno a uno degli stivali di Valjet.
Mi stendo sulla schiena. Le sue mani passano sul mio petto, fanno saltare i miei seni fuori dal tessuto del reggiseno. Alla mia faccia basta guardarlo per far di tutto pur di farlo entrare. Sicuramente in questa distruzione della mia resistenza c’entra anche la mia decisione di provare a fumare l’erba magica per stabilire un legame con Irina.
La sua mano destra si chiude intorno ai miei polsi. Tutto il suo peso si sposta sopra di me, mi preme le costole fino a bloccarmi i polmoni. Il suo viso è allineato al mio, inclina la testa di lato e la sua bocca si fissa sulla mia, ma la curva del suo naso e la sua guancia mi schiacciano le narici.
Tento di tirare su aria, ma non c’è spazio. Sento solo il sapore dell’alcol, il taglio sul labbro e il petto che si contrae nel vuoto. Mi accelera il sangue, lo sento pulsare dietro le orecchie.
Il petto fa un altro sussulto disperato, si contrae cercando un respiro che non c’è, e quel movimento mi fa stringere ancora di più contro il suo corpo. Sento la mia ferita battere sulla sua lingua.
La luce del tramonto sta diventando bianca.
Le mie dita nei suoi polsi cedono, sono intorpidite e io sto fluttuando a un millimetro dal nero.
Un attimo dopo si scosta.
La testa mi gira nel caldo di questo letto, mentre la luce della tapparella mi ferisce gli occhi a flash.
Tossisco contro la sua spalla, con le dita deboli sul lenzuolo e le cosce che tremano ancora per la scossa.
Appena lo sento entrare dentro di me, il mio corpo si spinge verso il punto d’incastro più profondo, in cui i miei muscoli interni si richiudono di scatto intorno a lui, spegnendo ogni mio pensiero negli occhi blu.
Sotto il ritmo del suo corpo mi sento ora precipitare, ora risalire, ora scendere lentamente. Assecondo l’andirivieni, mi sollevo e mi deposito sullo strato delle lenzuola stropicciate che mi graffiano la schiena.
Il letto si muove insieme a noi.
Chiudo gli occhi.
Il solito schiaffo mi risveglia.
“Guardami.”
Apro gli occhi.
“Fai sempre gli stessi errori.”
Le sue mani spingono sulle mie cosce, sento le gambe perdere sensibilità. Solo in questi minuti, quando il mio corpo smette di essere mio, qualcuno mi vede e qualcuno esiste insieme a me.
Una scarpa mi si è slacciata, mi scivola dal piede, cade atterrando accanto allo stivale di Valjet. Sfrego il piede nudo contro il suo polpaccio, affondando le dita nella sua pelle. Ripetutamente lui la sfila e riaffonda, sfila e riaffonda.
“Com’è questa storia che ti ricordo tua madre?”
Stavo per finire. “Cosa?”
“Me l’ha detto Irina.”
— Oh, penso, — non è possibile.
Il suo intero corpo mi schiaccia un’altra volta.
Dico: “Mia madre era una grande stronza.”
I suoi denti affondano nella mia spalla. Forse devo rassegnarmi al destino che mi attende: essere masticata e ingoiata, le mie ossa finiranno per magia in un pacchetto di legno, come quelle di una gallina.
Stringo i denti. La bocca urla da dentro, il taglio si tende sul labbro e minaccia di spaccarsi di nuovo.
“Mia madre distruggeva tutto quello che toccava.”
“Mia madre vinceva sempre.”
Come te, penso.
Il suo respiro si accorcia. “Ma è morta?”
“Più o meno. È viva, ma è la bambola assassina.”
Continua a spingere, ma con un sorriso in mezzo all’affanno.
“L’etichetta”, continuo, “diceva che era in grado di uccidere qualsiasi cosa.”
Dasho mi fa girare. Mi afferra i fianchi.
“Naturalmente”, proseguo cercando di guardarlo, “siccome mio padre non aveva l’abitudine di leggere le etichette prima di buttare la roba nel carrello, non se n’è accorto prima di concludere il suo acquisto per la vita.”
Adesso lui ride veramente e io vengo seguendo il ritmo del suo respiro nelle mie orecchie. Un attimo dopo si rilascia nel mio corpo. Sento un brivido tra le scapole. La sua mano è sotto la mia testa. Mi sollevo, lui intreccia le dita con le mie.
Le sue mani diventano leggere.
Resto nel letto di Valjet mentre lui si riveste. Guardo i segni rossi lasciati dalle sue dita sulle mie cosce.
“Mia madre ottiene sempre quello che vuole. Lo fa da tutta la vita.”
— Sempre come te.
Ma non lo dico.
Recupero la mia scarpa.
“Non ho mai vinto con lei.”
Mi risponde, ma guarda sé stesso in uno specchio inchiodato alla parete.
“Allora la devo ringraziare.”
Lo guardo.
“Sul serio?”
“Certo.”
Anche lui si gira a guardarmi.
Dico: “Vuoi conoscere mia mamma?”
“Certo. In un’altra vita. Adesso tirati su.”
Ogni volta la mia faccia nel vetro dice: “Stavolta no.” Ogni volta ho torto.
“Ok. Dammi un bacio prima.”
“Alzati.”
“Ma non mi hai pagata.”
Si gira a guardarmi un’altra volta.
“Io soldi alle donne non ne do, li prendo. Per quanto tu possa essere dolce con questo cazzo. Ma adesso inizi a ragionare come una troia vera.”
Si avvicina e si china sulle mie labbra. Sorrido, ma lui cambia direzione. La sua bocca mi si stampa in mezzo alle gambe. Mi sembra che la bottiglia mi sia arrivata in testa per davvero.
Avrei giurato che non si sarebbe mai abbassato nemmeno a guardare.
“Adesso alzati.”
Le voci di Valjet e Nadia vengono dalla camera di Jasmin, anche Marina è qui. Almeno ho una cosa bella da dire a Valjet.
Si tira su dal cuscino appena mi vede.
“Avete finito di farvi i cazzi vostri sul mio letto?”
Dico: “Sì, puoi venire con me stasera.”
Lei sale in piedi sul letto di Jasmin e si mette a cercare qualcosa nel mobile a muro lì sopra: “Strepitoso.”
Nadia lascia cadere la mia scatola sul letto: “Davvero. Ma dove la porti?”
Sussurro: “A una raccolta fondi contro la violenza sulle donne.”
Marina trattiene le risate, le guance le diventano rosse.
Restiamo sedute in silenzio mentre Valjet continua a frugare. Marina sta giocando con l’accendino di Irina che non si vede. Mi chiede: “Tutto bene?”
Rispondo: “Sì”, cercando di sembrare calma. Le prendo l’accendino dalle mani e faccio divampare la fiammella due, tre volte.
“Sei nervosa?”
“Irina è andata a dirgli di mia mamma.”
Marina si appoggia alla spalla di Nadia.
“Ti avevo avvisata.”
Valjet ha trovato e fatto esplodere un sacchetto dorato: una pioggia di caramelle Rossana mi cade in testa e tutt’intorno.
Lei salta giù:
“Le mangiavo sempre da piccola.”
Ne spinge una ancora incartata nella mia bocca. Succhio e sputo la plastica. Ha troppo zucchero, ma per un attimo spazza via l’amarezza.
Marina le raccoglie e le mette in una bolla di vetro.
“Irina non lo fa per cattiveria. E anche se non vuole… gli dice sempre tutto. L’hai vista in camera sua quella bella farmacia, no?”
Dico: “Sì.”
“Se vuoi sapere qualcosa da Irina, le togli la droga. Dopo due giorni si contorce e ti racconta tutto.”
Ho capito. O almeno credo.
Qui tutto sembra qualcosa che non è.
Io non sono quello che sembro.
Nemmeno Marina.
Nemmeno Irina.
Nemmeno quella cucina.
Mi volto verso il corridoio sentendo un rumore.
Quello che sembrava un altro film idiota a tutto volume dalla casa del vicino è in realtà Lori, che ricomincia a piangere di brutto.
“Adesso rinizia a urlare”, dice Valjet, “meno male che stanotte non la sentirò.”
Marina mi prende un polso: “Posso venire con voi? Non ho intenzione di stare qui ad ascoltarla lamentarsi.”
Sento un tic e mi giro di scatto.
Redian è entrato e ha appoggiato una bottiglia di vetro sul comodino.
“Nessuno la sentirà più lamentarsi dopo stanotte.”
È venuto a infilarsi tra di noi. Il materasso affonda ancora di più. Nadia si sposta di poco.
“Ti dispiacerebbe lasciarmi dare un’occhiata a quella scatola?”
Lei si alza e, mentre si riveste, le sue spalle si abbassano sempre di più. Sembra avere cent’anni e il suo corpo minuto è il contenitore di una tristezza infinita.
Gli dà l’astuccio e guarda alle mie spalle.
“Non è roba mia, è di Angela.”
Lui sfila il coperchio e dentro sfiora la foto di mia madre. La collana non c’è e capisco che queste ragazze sono molto più veloci di me a far sparire le prove del crimine.
Mi sembra che stia studiando gli angoli smussati della scatola e quelli acuminati degli zigomi nella foto, e allora dico:
“È mia madre.”
Lui la richiude.
“Non mi sembra che ti assomigli molto.”
Dico: “In effetti, io sono molto più simpatica.”
“Non è un dottore?”
“Sì, con un ego enorme.”
“Mi piacciono i dottori, quelli che non vogliono morire cercano sempre il loro permesso per continuare a respirare.”
Penso a quello che mi ha detto Dasho prima.
“La mamma mi ha fatto diventare una troia.”
Redian rimette la scatola in mano a Nadia.
“Lo sa che mi ha dato una gioia?”
Appena se ne va, Nadia estrae le perle da sotto la coperta. “Andiamo in cucina. Ho lasciato la caffettiera sul fornello.”
Irina la sta spegnendo.
Quella musica bassissima che ho sentito oggi al telefono si è accesa di nuovo e pure le luci della città si stanno aprendo come tantissimi piccoli occhi.
Un basso pulsa contro la parete della cucina, arriva dritto dall’appartamento del vicino, quella cantilena francese tenuta a volume bassissimo mastica sempre le stesse parole.
Batte con la regolarità di un tergicristallo sotto la pioggia, ha il ritmo di Irina quando cammina stanca sul marciapiede.
Redian è seduto accanto a me. Ha gli occhi incollati sul display del telefono. Il suo pollice continua a fare su e giù, ingrandendo e rimpicciolendo le linee stradali verdi di Google Maps. La luce azzurrina del vetro affila le sue spalle.
“Che fai?”
La mia voce passa sopra alla musica francese.
“Cerco un palco adatto.”
“Un che?”
“Un palco adatto.”
Devo avere una domanda in faccia, le sopracciglia si stringono da sole.
“Per il mio numero di magia. Conosco mille e una magia per incantare queste serpi.”
Quando solleva la testa, lo schermo del telefono si spegne e i suoi occhi rimangono l’unica cosa luminosa in cucina, a parte la lampadina gialla sopra le nostre teste.
Si muove verso destra, indicando la camera di Lori.
“Loro parlano sempre troppo. Tu invece ascolti bene.”
Adesso sta di nuovo scorrendo mappe stradali.
Dal corridoio non arriva nessuna voce, solo il rumore di qualcosa che all’interno della stanza sta sbattendo con violenza contro il legno della porta, ritmico, disperato. La fitta nel petto mi brucia di nuovo.
La cantilena francese continua a sussurrare. Irina si appoggia al frigo.
Senza accorgermene ho posato il braccio sopra l’agenda nera.
E lui lascia perdere le mappe stradali: “Lo sapevo, mi stavi parlando solo per fregarmi.”
“Cosa?”
“Sì, tu vuoi mettere le mani sul mio libro di incantesimi, per sapere tutti i miei segreti e poi prendere il controllo.”
“Che?”
La faccia mi brucia. Ora è arrivato anche Dasho. Redian mi sfila l’agenda da sotto il polso. “Non riuscirai mai a prendere il mio libro, non riuscirai mai a dominarmi.”
Dico: “Devo tornare a casa.”
“Tutte le volte che sto qui io tu hai fretta.”
Guardo Irina che se ne sta andando verso la sua camera, lei vacilla, lei è nel vuoto.
“Io? Ma no, che dici? È solo che mi sono ricordata di non aver portato nessun vestito per Valjet.”
Sta tirando fuori qualcosa dalla tasca.
“Troverete un vestito in una casa dove abitano sette femmine.”
Dasho ha tirato giù dalla credenza un piatto nero, Redian mi mette quel sacchetto nel palmo della mano.
“Guarda Angela, non devi avere paura di me. Questa è polvere magica e io dico sempre la verità.”
Dasho si è seduto dall’altra parte.
“Da nessuna parte sarai mai più al sicuro che qui dentro con noi. Può succederti di tutto là fuori, per esempio mentre vai a fare la spesa.”
Mi gratto il collo e lui parla senza vedermi: “In questo condominio tutti gli inquilini sono imbroglioni. Fuori di qui sono tutti imbroglioni, allo stesso modo. Però non lo sai perché fanno finta di essere brave persone.”
Il bianco della polvere spicca sulla ceramica nera.
“Tu hai paura che io possa fare qualcosa di male a qualcuno, a Lori forse. Ma questo non può succedere, perché non sarebbe logico. In questo condominio nessuno fa niente per niente e senza logica; fuori di qui la gente non fa niente per niente, ma in più fa cose senza logica.”
Sta arrotolando venti euro in una cannuccia fine. Ora è arrivato anche Ditmir e Dasho urla: “Irina, vieni.”
Arriva anche Irina. I nostri occhi si incontrano. Osservo come si accende il suo sguardo quando vede quel piatto. Provo una pena infinita, anche se ha bevuto le mie parole e le ha sacrificate per questa roba.
Redian guarda lei e parla con me.
“Io non sono uno stupido, nessuno di noi lo è. Lo stupido è tante volte più pericoloso del cattivo.”
Francesco passa nella mia testa, ma non si ferma.
Il piatto è arrivato davanti a me. Dasho mi passa quella cannuccia di carta azzurra.
Ho finito le scuse anche qui, non so che dire.
La voce di Emma Peters dietro il muro prega di non ricevere un male, non c’è nessun posto dove scappare. In effetti, sono una clandestina anche a casa mia.
Redian apre di nuovo quel sacchetto di plastica.
“Non devi preoccuparti, te l’ho appena detto. Quella non è tagliata con niente, è magia pura, fidati di me. L’erba è per le puttane che devono andare a lavorare…”
I miei occhi seguono la linea scura dei cerchi dentati sulle sue dita che fanno strisce con un codice fiscale.
“L’eroina è per quelli che sono in lista.”
Dico: “Quale lista?”
“La lista d’attesa per andare al cimitero. La cocaina, invece, è per le persone sveglie e intelligenti.”
Solleva il piatto che resta all’altezza del mio naso. Questa roba prenderà tutta la famiglia.
Guardo la sua mano: ha le dita lunghe e pallide, e gli ingranaggi che ci sono tatuati sopra girano a vuoto nella mia testa. È un meccanismo che mi sta stringendo i pensieri.
Di là prosegue quel loop sintetico, la musica è oscura e ciclica, pulsa costantemente in basso. Non cambia mai accordo, allora dico: “Mi hai convinta.”
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