Mi siedo sul divano. Elena ci ha messo sopra un telo che imita la pelle di una zebra rossa, ma le strisce si sono sbiadite. Adesso mi piace molto, con quel grigio moderno non sembrava nemmeno più la casa di Idra.
Sento Idra muoversi in camera. Arriva canticchiando con l’astuccio dei trucchi e uno specchio col manico mezzo distrutto. Le mie parole, come quelle di chiunque, pare non le facciano alcun effetto.
Mi parla dandomi le spalle: “Be’, stavi dicendo?”
“Adesso, Idra, penso che quanto stava succedendo fosse tutto normale. La vita porta sempre progresso.
Uno inizia dai furtarelli al supermercato e poi passa a rapinare banche. Parti con una canna e finisci tossica. Ti dai a un giochino con tuo marito una notte e…”
Scuotendo i capelli, lei dice: “E?”
Mentre passa lo specchio a Elena, in un secondo faccio in tempo a vedere la mia faccia, ma non mi parla più.
“E se avessi voluto farmi aiutare, penso che il momento giusto sarebbe stato quello.”
***
Mi sono svegliata e ho gli occhi fissi sul soffitto. Matteo, come sempre, è già uscito.
Mi sto accarezzando un fianco. La mano mi sale verso la bocca, sotto le dita, in rilievo c’è la ferita di ieri. Il braccio mi ricade sul cuscino e di tirarmi su non trovo la voglia.
È solo tristezza perché non riesco mai a farmi capire. Mi succhio il labbro inferiore, ma lo rilascio subito perché sento dolore.
Il mio comportamento diventa sempre più stravagante, e anche Matteo è costretto a negare la realtà, al punto da respingere amici e familiari. Non può non essersi accorto di nulla, a questo punto.
Mercoledì sono stata a casa di mia mamma.
Sulla mia agenda c’è sempre più inchiostro rosso, sempre più appuntamenti cancellati con un tratto di pennarello. Tutte le mie bugie… Qualcuno organizza un matrimonio: sono vittima di un’indigestione. Le amiche del liceo mi cercano per uno shopping… sono a dieta e non posso comprare niente, perché presto la mia taglia cambia. Oppure mi cercano per le colazioni: non posso, perché non riesco a svegliarmi; di notte conto le pecore fino alle tre e non mi addormento comunque.
Non siamo più noi e Matteo, l’altro giorno, con quella battuta sull’investigatore privato, mi ha preoccupata. Forse, da qualche parte, lo percepisce anche lui.
A volte penso che incontrarli sia stata solo sfortuna. Mi alzo per farmi la doccia, la mia faccia nello specchio dice: “Adesso, stai davvero facendo la vittima.”
Mi sto tamponando i capelli con l’asciugamano di Matteo, il mio non so dove sia. Ormai faccio fatica anche a ricordare di mettere su le lavatrici. Mentre vado in camera, mi fermo davanti alla stanza degli ospiti. C’è un silenzio così pulito, in questa parte della casa, che ogni minimo rumore viene raddoppiato. Il mio sguardo scivola sul comodino, dritto verso il terzo cassetto, sotto gli album di famiglia. È lì dentro che ho nascosto il telefono aziendale, convinta che quella carta bastasse a silenziarlo.
Ma ha ragione Dasho, io non recito ancora bene.
Prima o poi quel telefono inizierà a vibrare nel buio, grattando contro il fondo. Basterà un pomeriggio qualunque, o Matteo che entra a prendere una lampadina di ricambio. Sento già quel sussulto regolare che attraversa il pavimento e va a cercargli l’orecchio nel corridoio. Non c’è spessore capace di soffocarlo. Matteo si fermerà, volterà la testa, e io avrò finito le scuse.
“Dove altro potrei metterlo?”
Trrr.
Vado veloce verso la camera. Il display sul comodino si illumina. Sullo schermo appare “Matteo”.
Schiaccio il tasto, porto il vetro all’orecchio senza dire una parola. In sottofondo c’è rumore di tastiere.
“Amore, senti, oggi allungo la pausa pranzo, riesco a staccare prima.” La sua voce si allontana per un attimo. “Ci sbrighiamo a pranzare con Chiara e Andrea? Non abbiamo ricambiato la visita.”
Non so cosa dire, non posso continuare a ripetere che non mi sento molto bene.
Matteo dice ancora: “Non voglio che poi la gente chiacchieri. Tutto ok?”
Il mio sospiro accelerato deve essersi sentito.
“Va bene, devo portare qualcosa?”
“Se vuoi, prendi qualche dolce o quello che ti pare.”
Allontano il vetro dall’orecchio, premo il pollice sullo schermo lucido e la voce di Matteo si spegne. Resta solo il ronzio del frigorifero in cucina.
Torno nella camera degli ospiti, il telefono aziendale è ancora lì, nero e silenzioso. Cerco il nome di Marina.
Il primo Tuuuu mi tormenta l’orecchio sinistro.
Tuuu.
Fisso la fessura della tapparella, dove la luce taglia il buio. Nessun rumore dall’altra parte, solo il vuoto della linea.
Tuuu.
Lo squillo finale si interrompe. Parte la segreteria.
Abbasso la mano.
“Perché non rispondono?”
Sento una fitta nel petto. Il pollice si posa sulla tastiera virtuale per digitare un messaggio, ma il telefono si mette a vibrare.
Numero sconosciuto.
Mi porto di nuovo il telefono alla guancia. Non parlo. In sottofondo arriva il brusio della televisione e una musica tenuta a volume bassissimo.
“Dimmi.” È la voce di Dasho.
L’umidità dell’accappatoio mi dà fastidio sulla pelle della schiena, stringo i nodi della spugna ruvida tra le dita per fermare il tremito delle mani. Fisso la riga di luce della tapparella senza riuscire a staccare gli occhi e lui dice ancora: “Mi senti?”
“Posso... posso venire più tardi?”
Silenzio.
“Ho un impegno di famiglia. Non so... non so più cosa inventare.”
Dall’altro capo la musica continua a scorrere, per un attimo la copre la voce di Nadia.
“Va bene.”
Il telefono torna muto, la spugna umida continua a raffreddarsi sulle spalle.
Ho fatto in tempo a vestirmi e a comprare una torta prima che tornasse Matteo.
Siamo venuti a casa loro, qui tutto profuma di vaniglia e Chiara sa di Versace. È lei che fa cenno a noi due di seguirla, agitando le unghie smaltate di bianco. Solo per un attimo i miei occhi incrociano quelli di Andrea, lui sta guardando la torta.
“È per un’occasione speciale?”
Mentre le vado dietro per entrare nel mondo di vaniglia dico: “No, è per noi.”
Ci sediamo e Chiara attacca a raccontarmi degli hotel di cui le ha detto Loredana, ogni tanto butta dentro una parola francese che le avrebbe riferito sempre lei. Dice che Loredana e Francesco tornano questo fine-settimana.
La mia faccia nel vetro sospira: “Notizia magnifica, sul serio.”
Ora dice della Tour Eiffel, che secondo Francesco sarebbe solo un ammasso di ferraglia troppo alta.
Mio marito sembra molto concentrato a guardarsi le unghie, apre e richiude le dita, ma so che gli dà ancora fastidio non essere andato in Francia con loro.
“Questo lo immaginavo”, dice.
“Infatti, c’era uno che sosteneva che la vista migliore di Parigi la trovi stando sulla Tour Eiffel, perché da lì vedi la città senza Tour Eiffel. Però non ricordo chi l’ha detto.”
All’unisono, a lungo, Chiara e Andrea fanno: “Ah, ah, ah.”
Poi mi guardano tutti e tre, come delusi perché io non rido, ma io mi sento come una gatta mezza addormentata che vorrebbe essere lasciata in pace.
Queste torture sono sempre così lente... e in più non si fa che parlare di Francesco. Riesce a essere fastidioso anche quando non c’è. Andrea ha mescolato la pasta e la carne perché Francesco gli ha assicurato che i francesi la mangiano così.
Chiara si è fermata con la forchetta a un millimetro dai suoi bei denti.
“Loredana era impazzita alle Galeries Lafayette, voleva comprare tutto. Ma Francesco, lo sai com’è fatto, la frenava sempre.”
La mia faccia nella vetrina dice: “E certo, è un morto di fame. Che voleva comprare?”
Chiara non fa caso alla mia espressione: “Mi ha detto che Francesco però adesso ha imparato un proverbio francese per rispondere. Quando gli chiede di comprare questo e quello, invece di risponderle non abbiamo i quattrini, gracchia quand les poules auront des dents.”
Di nuovo: “Ah, ah, ah.”
Non ho studiato tanto il francese, ma comunque dovrebbe significare: quando le galline avranno i denti, cioè mai.
Chiara mastica e, invece di riempirsi di nuovo la bocca, scola il vino e aggiunge: “Dice che dietro lo sfarzo di Parigi c’è solo fumo e che la gente spende soldi che non ha per nascondere le proprie miserie.”
Tipo lui.
La seguo in cucina per aiutarla con i piattini da dessert.
Mentre affetta la torta, il dolcevita rosa si tende sulle sue spalle. La guardo spingere la lama verso il basso. Ha le unghie bianco-gesso, che risaltano contro il manico scuro del coltello. Blocca il polso a metà della frolla e volta la testa.
“Che lavoro stai facendo?”
Continuo a osservarla senza muovere un muscolo. Mi sento le dita tremare, ho paura che i miei occhi brillino troppo. Respiro molto profondamente, ma lei per fortuna mi dà ancora le spalle.
“Cosa intendi?”
Chiara fa scivolare la fetta sul piattino, premendo il pollice sul bordo di porcellana.
“Francesco ci ha detto che non sei voluta andare in Francia perché lavori. Mi è parso strano, non mi hai detto mai nulla. Che lavoro hai trovato?”

