Fisso il filo del coltello sporco di crema e la saliva mi si addensa in bocca. Se lo avessi davanti, avrei qualcosa di molto viscido da sputargli in faccia.
Chiara si gira, lancia nel cestino la carta rosa appallottolata della pasticceria.
“Allora?”
Nella mia mente iniziano a profilarsi scenari catastrofici, quindi prendo a graffiarmi la faccia come ogni volta che sono troppo nervosa. Lo stomaco ha un sussulto di paura, ma anche di nausea, quella crema già dall’aroma è troppo dolce.
Penso a Jasmin, sento l’odore della sua lacca, la vedo che ride mentre si tira su le calze, come ieri sul balcone quando ha detto: “Finisci l’università, così potrai fare la professoressa porca e obbligare tutti a stare alle tue voglie per un 30.”
Riflettendoci, la battuta di Jasmin non è proprio da buttare.
“Non ricordo quando l’ho detto a Francesco, forse ne ho parlato a Loredana. Non si tratta di un lavoro, è un’idea.”
Lei mi risponde senza staccare gli occhi dai bordi dei piattini, sta facendo un’accurata pulizia col tovagliolo.
“Sicuramente una grande idea, visto che per dirmelo ti fai pregare.”
Butto fuori l’aria così forte che sembra davvero un sospiro di incertezza.
“Non so se è una grande idea. Vorrei finire l’università che ho lasciato a metà. In quel senso ho detto che sto lavorando... sto lavorando a idee sul mio futuro, ma ancora non ne ho parlato bene con Matteo.”
Mi avvicino e la prendo per la manica rosa. Lei è rimasta con la bocca aperta, come tentando di tirare fuori la parola giusta.
“Vorrei che non glielo dicessi tu, e nemmeno Andrea. Voglio dirglielo io.”
“Certo.”
Non so se l’ha bevuta, ma almeno ha richiuso la bocca. Tira su i piattini e ce ne andiamo di là. Il mio sguardo si fissa sulla piega dei suoi pantaloni e le risale verso la sua schiena. Mio marito sta leccando la crema. Andrea mi fissa la bocca, se ne sta lì con in mano il bicchiere vuoto, il bordo è imbrattato dal rossetto rosa di sua moglie.
“Che hai fatto alla faccia?”
Mi copro col tovagliolo per riflesso. Matteo mette giù la forchettina da dessert, affondandosi le dita di entrambe le mani tra i capelli e risponde al posto mio:
“A casa di un’amica ha inciampato un gradino.”
E io mi precipito:
“Non conoscevo la casa.”
Chiara si è alzata a cercare altri tovaglioli, frugando in un cassetto con la bocca ancora piena, biascica:
“Ogni domestica che arriva mi cambia posto alla biancheria, pure io ogni volta ho l’impressione di essere a casa di qualcun altro.”
Non ho più il coraggio di dire una parola e così, tra finire il dolce, tornare a casa, aspettare che Matteo se ne vada, si sono fatte le due. Sto rovesciando il mio cassetto per trovare in fretta la collana che ho promesso di portare a Nadia e il mio telefono suona ancora. È mia madre...
“Dimmi in fretta, sono di corsa.”
Pretende la mia presenza a un evento in cui saranno raccolti fondi per finanziare attività contro la violenza sulle donne.
Mi scappa da pisciare.
Mi scappa da ridere, ma non sono sicura del perché. Corro al bagno.
Scendendo le scale chiamo Valjet.
“Ciao Angela, dove sei?”
“Ancora a casa, ho fatto tardi. Senti, mia madre vuole che vada a una serata di beneficenza. Vuoi trasformarti di nuovo in Giulietta per venire a farmi compagnia?”
Sta accendendo una sigaretta, sento il click dell’accendino e lo stereo della loro macchina.
“Mh... se mi lascia scendere dal balcone.”
Capisco che ci sono loro, così riattacco.
Salgo di corsa dentro il solito taxi e chiudo gli occhi. Spero di non trovare l’aria troppo cattiva quando arrivo.
***
Non ho nemmeno salito le scale oggi, mi ritrovo di nuovo in macchina con Ditmir. Redian è accanto a me che scarabocchia come sempre e io tento di tenere la borsa immobile, come se potesse sentire il rumore delle perle di mia madre. Il bianco dei suoi occhi oggi è iniettato di sangue e spento. Ha occhiaie nere e profonde, così gli dico:
“Sembra che tu non abbia dormito stanotte.”
“Grazie a quella scimmia urlatrice sto facendo il vampiro.”
Ditmir imbocca la strada che porta all’autoporto.
Redian sorride e il suo sorriso mi mette paura. “Dobbiamo trovare la maniera per tapparle la bocca una volta per tutte.”
Guardo oltre verso la strada.
“Tu dici che c’è problema se stasera Valjet viene a una festa con me?”
“Non lo so, chiedilo a Dasho quando torniamo.”
Provo a sorridere anch’io, ma nello specchietto vedo il mio sorriso tagliato da una linea scura e la gola è troppo rigida per lasciarmi di inghiottire.
La penna di Redian fa un doppio giro rosso sopra a un nome.
“Chi ha qualcosa da festeggiare, stanotte?”
“Mia madre.”
“E cosa festeggia?”
Non so come potrebbe prendere l’argomento, allora butto lì:
“Non voglio annoiarti con tutti i dettagli.”
Dai piccoli auricolari neri che gli brillano in tasca si sente un sottile ronzio di musica francese.
“Evitamento strategico. Tu impari bene.”
“Ma no, che dici. È solo un compleanno trasformato in beneficenza...”
“E chi ci sarà?”
Mi viene da rispondere solo “mia madre”, ma mentre penso alla sua faccia, non so perché, mi fa venire in mente la Bibbia e precisamente il Salmo 22:15:
– Sono come acqua che si spande, tutte le mie ossa sono slogate; il mio cuore è come cera, si scioglie in mezzo alle mie viscere.
Redian sta scrivendo con la penna blu.
“Ci senti?”
Dico:
“Sì. Ci saranno cinquecento tartine al salmone avanzate sui vassoi in basso e un secondo bar di sopra, sulla loggia. Se salgo per le scale sul retro, posso servirmi un altro drink senza incontrare mia madre e il resto della gente. Praticamente, saremo soltanto io e Valjet.”
“Almeno le tartine non ingrassano, Valjet ha già il culo di una scrofa.”
Ditmir ha frenato così forte che balzo in avanti.
“Non preoccuparti. È gente normale che ogni giorno trasforma la sua vita in denaro e poi lo spende per finta in beneficenza. Solo persone che passano ore e giorni a creare euro, schiacciati nei loro uffici.”
Il semaforo è rosso.
Lui si muove dentro il solito cappotto blu che lo fa assomigliare a un poliziotto.
“Come noi in questa macchina sacrificata.”
Il semaforo è verde. Ditmir dice:
“E la benzina è quasi finita.”
Il tappo torna in cima alla penna rossa di Redian.
“Veramente ti volevo invitare al mio spettacolo stanotte, ma se la tua festa non dura troppo forse fai in tempo a venire.”
Mi giro un’altra volta verso di lui.
“Che spettacolo?”
“Farò un numero di magia per la signora Lori.”
Ascolto il battito del mio cuore, sento l’aria scorrermi nelle narici.
“Io credo che sia meglio non fare pressione alle persone, quando imparano un nuovo lavoro.”
Ho detto un’idiozia, è sicuro, ma non mi è venuto in mente altro a parte il viso di mia madre, un’altra volta, e un’altra chiacchiera dalla Bibbia che lei legge sempre:
“Ho udito e le mie viscere hanno tremato, la mia voce è diventata tremula al clamore; il marciume è entrato nelle mie ossa e io tremo sotto di me...”
Lui dice:
“Forse pensi che Lori possa vivere in eterno?”
“No.”
Un altro messaggio è apparso sullo schermo del suo cellulare.
“Io penso che se si decide a lavorare possa far innamorare di sé chiunque.”
Ora che Ditmir ha acceso il riscaldamento, l’aria è secca, il parabrezza davanti a noi è opaco.
Non vedo più la strada.
“Questo è possibile”, dico, “è molto bella.”
“Bella come una modella. Forse pensi che vincerà su di me e riuscirà a rimanere sé stessa.”
Per fortuna siamo quasi arrivati. Dico:
“No.”
“E tu, pensi di riuscire a rimanere te stessa?”
Ci penso un attimo e alla fine ripeto:
“No.”
“Allora, se non ci riesci tu, che tutto sommato hai di tutto, come può farlo una ragazza che arriva da chissà quale villaggio ex socialista, dove non c’è mai stata la corrente e che è venuta su privata di tutto quello che serve a un essere umano per sviluppare un minimo di furbizia?”
Vedo Marina da lontano.
Grazie, Dio.
Sussurro:
“Forse una ragazza che ha incontrato tante difficoltà è molto più forte di me, proprio come te.”
“Questa mi piace. Forse pensi di portare la pace nel mondo, facendomi i complimenti falsi.”
La macchina si ferma.
“Ma non era un complimento falso.”
Non sta davvero parlando con me.
“Forse pensi di poter trasformare il vino in sangue?”
Mi aggiusto velocemente la borsa sulla spalla.
“No.”
“Ok. Abbiamo eliminato la pretesa di fare miracoli. Metto a verbale.”
La sua penna blu sbatte freneticamente sulla pagina dell’agenda nera.
“Forse pensi di rendere accogliente il nostro ambiente, farlo diventare un paradiso?”
Apro piano la portiera.
“No.”
Adesso si è messo a ridere, ma non c’è niente di divertente qui.

