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Erotika
La lunga notte · Cap. 14
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Capitolo 14 di 21 31 min di lettura

Le unghie

Grazie a chi legge.

Agave Ionia
2 mesi fa · 401 letture · 1

“Quella settimana, Idra, continuò a piovere tutti i giorni e a fare un freddo della malora. Quando pioveva troppo, stavamo a casa, come i muratori.”
***
Il mondo di fuori si sta lavando la faccia. Non c’è nessuno in strada.
Appena smetterà il diluvio, le persone torneranno a correre come ogni giorno. Vivranno la stessa vita, ogni giorno.
Se qualcuna di noi non tornasse più alle scale buie, quel popolo non piangerebbe.
Tutto questo — piatti spostati, vestiti ripiegati, sussurri nel buio — è la nostra apparente vita normale nel mondo. Quando non siamo sulla strada, intendo.
Davanti al portone c’è un’anziana signora che stringe due buste in una mano, sembrano pesanti. Ha l’aria grigia, stanca e continua a infilare le mani in una tasca della sua pelliccia e poi nell’altra. Molla le sporte e s’inginocchia a terra, lascia cadere la borsa e si mette a frugarci dentro. Pare stia sudando.
“Dov’è quella stramaledetta chiave?”
Mentre borbotta, suono al campanello e il portone scatta.
La vecchia alza la testa, ha un bel viso. Tira un sospiro profondo:
“Grazie bella, mi stavo infradiciando tutta. Non trovo quella stramaledetta chiave.”
Faccio per entrare: “Si figuri.”
Lei si raddrizza: “Non hai la chiave?”
“No, signora, io non vivo qui.”
“Ah, e che ci fai allora?”
“Vengo… a trovare delle conoscenti.”
“Proprio un bel posto questo per fare conoscenze. Non è che mi aiuteresti a portare su questa roba? Abito al quinto piano e le ginocchia mi tremano ormai.”
“Certo.”
Prendo le buste ed entro, lei tiene aperto.
Continua a parlare, la sua voce è morbida:
“Ho sessantasette anni, mi chiamo Anna.”
“Se li porta bene, io sono Angela.”
“Dammi del tu.”
Comincio a salire le scale e sbircio nelle buste per capire che diavolo ha comprato: pesano una tonnellata.
“Maledetti siano loro e chi non glielo dice,” brontola, trascinando i piedi sui gradini. “Spero che il cuore gli faccia lo stesso scoppio che ha fatto il motore di quella carretta che avevano.”
Mi volto: “Ma a chi?”
“A quelli del quarto piano. Hanno ammazzato la macchina,” rantola indicando l’ascensore, un sarcofago di metallo fermo al piano terra.
Non ci avevo mai fatto caso.
“E la scorsa settimana è scoppiato il motore della macchina loro, e io ho stappato una bottiglia per festeggiare.”
Guardando lei invece delle scale, rischio di inciampare.
Siamo al secondo piano.
“È stata la coppia dell’interno 12. Quel coglione e la sua puttana brasiliana. Ce l’avevano con l’amministratore perché la cabina saltava il piano loro. Hanno forzato le porte con un cric finché i binari non si sono svirgolati e poi hanno versato una caraffa di acido muriatico dentro la pulsantiera. Il rame è diventato nero e l’odore di plastica bruciata arrivava fino a casa mia.”
Siamo al terzo piano.
Anna prosegue, chiacchiera come se avesse davanti una figlia ritrovata.
“Hanno infilato un ferro nella carrucola del motore, così, se qualcuno prova a chiamarlo, salta tutto.”
Sento urlare il mio nome.
In fondo al corridoio c’è Ditmir sulla porta.
“Lo hanno rotto tutto per dispetto,” dice Anna, pulendosi il sudore con un fazzoletto di carta. “Ma adesso è scoppiata la carretta... gli tocca andare a piedi pure a lui, almeno finché la sua troia non batterà abbastanza clienti per comprare un’altra macchina.”
Sento Ditmir che urla il mio nome.
Sudo anche io. “Arrivo subito!”
Anna si gira in direzione del nostro appartamento: “Perché strilli, disgraziato? Portamela su tu la spesa, se hai fiato.”
Lui dice qualcosa nella sua lingua, mi pare un insulto: “Se tra cinque minuti non sei qui, ti lascio fuori.”
Annuisco.
Siamo al quarto piano.
Anna si ferma, respira, la sua voce calda rimbalza contro le pareti umide.
“Non devi permettere a nessuno di trattarti come una schiava, mai. Altrimenti ti riduci come me.” Sorride come se fossimo in un salotto a bere. “Sono venuta a vivere qui da pochi mesi. Con la mia povera pensione a Milano o mangio, o pago l’affitto in un posto con l’ascensore che funziona.”
Saliamo l’ultima rampa. L’odore di polvere e tabacco si fa più denso. Anna tossisce: “Ho divorziato un anno fa, a sessantasei anni. Mi sono alzata una mattina e ho deciso che ne avevo abbastanza di portare il guinzaglio. Pensi che io sia pazza, bella?”
Guardo i gradini che finiscono, penso a Ditmir che mi chiude fuori.
“Sono l’ultima persona sulla terra a poter giudicare se qualcuno è pazzo,” finalmente poso le buste. La plastica mi ha segnato i palmi delle mani. “E poi, finché uno è vivo, non ha motivo di starsene già nella tomba.”
Anna fa un verso di approvazione, una specie di fusa. “Proprio così. Siamo vive finché non decidono il contrario.”
Apre la porta, raccoglie le buste e salta dentro. Mi ringrazia con un cenno della testa. È svelta, troppo agile per una che dice di avere le ginocchia che tremano.
“Entri e mangi con me? Sto sempre sola.”
Dico: “Veramente...”
“D’accordo, corri giù. Quando vuoi sali su e suonami. A una vecchia come me fa sempre piacere una ragazza gentile. Certo, se riesci a sopportare le mie chiacchiere.”
Il telefono aziendale vibra nella mia borsa. Un messaggio di... Redian.

– Vieni giù immediatamente.

“Devo andare.”
Sono a metà del corridoio, lei mi richiama: “Angela!” La guardo da sopra la spalla, i suoi occhi sono grigi come i suoi capelli ma vispi.
“Col primo ci sono stata tredici anni. Col secondo per vent’anni, poi è andato in galera ma io ho rispettato il codice. Non ho mai fatto nomi. Alla fine mi sono sistemata.”
Faccio qualche passo indietro: “Come? Non ho capito.”
“Hai capito benissimo, bella. Io sono vecchia e se tu vuoi arrivare alla mia età ricordati queste parole: una puttana può tirare fuori una miniera d’oro dalla sua bocca in pochissimi anni, ma non lo può fare da sola. Lui serve, sempre.”
Mi avvicino ancora e lei mi afferra.
“Ma una puttana convinta che il suo magnaccia possa interessarsi a qualcosa di diverso dal capitale che lei rappresenta, non vale venti centesimi sulla strada. È condannata a suicidarsi. Una puttana così fessa non doveva nemmeno uscire dalla fregna di sua madre.”
Le sue unghie sono lunghe, smaltate dello stesso rosa del suo rossetto, mi s’infilano nell’interno del polso.
Dico: “Ho capito.”
Ma non è vero.
“Passa a trovarmi quando riesci a scappargli un quarto d’ora. Ciao, e grazie del facchinaggio.”
“Ciao!”
Resto da sola a salutare con la mano la porta già chiusa.
Ridiscendo le scale di corsa, la porta di casa è aperta ma non c’è nessuno davanti.
“Vieni un po’ qui!”
È la voce di Ditmir. Lo raggiungo nella stanza di Dasho, è davanti alla vetrata.
Mi avvicino, mi preme una mano dietro le spalle, il mio petto va su e giù mentre il respiro mi scompone le parole. La sua voce sa di whiskey.
“Guarda là.”
Stiro il collo. La serranda che dà sulla strada si apre e nel bar entra un gruppo di uomini, tutti vestiti dello stesso blu. Sono poliziotti. Riconosco da quassù uno di quei tre della prima notte.
Sullo schermo del televisore attaccato alla parete accanto a noi, passa uno spot che invita a pagare il canone Rai.
È un tributo come tutti gli altri, dice.
Immagine: un figlio pronto a diventare cittadino modello tiene la mano di un padre con la faccia da idiota.
Ditmir indica gli uomini in divisa: “Te lo immagini, se venissero quassù a prenderti adesso?”
“Li ho già conosciuti,” il loro amico poliziotto sta fumando sulla strada.
“E ti sei divertita?”
“Per niente.”
“Eppure sembri avere fretta di rivederli.”
“Mi arresteranno perché ho aiutato un’anziana a portare su la spesa?”
Ditmir ride con la bocca chiusa.
“La vecchia ha iniziato a prenderti per il culo appena ti ha vista. Quando quel drogato del quarto piano e la sua donna hanno massacrato l’ascensore, puzzava tutto di bruciato. Lei ha fatto una corsa giù per le scale che pareva una cerbiatta. Quella donna è stata in carcere fino a poco tempo fa, spaccia e ha battuto i marciapiedi per trent’anni. È ricca da fare schifo.”
“E allora perché vive qui?”
“Per lo stesso motivo nostro. Nessuno viene a cercare una donna ricca in questa fogna. Ma quelli laggiù,” il suo dito punta i poliziotti, “non vengono in quella bettola di bar per il caffè di Luciano che sembra latte. Luciano compra e vende quello che sente, è un infame. E quella nonnina lì, lo rifornisce di notizie fresche. Il primo uomo che l’ha fatta iniziare l’ha mandato in galera dopo tredici anni. L’aveva presa a calci in faccia dentro a un bar, perché si era ubriacata con un cliente.”
“Allora ha fatto bene.”
La porta è aperta dietro di noi, è entrato Dasho. Mi parla accanto all’orecchio: “Se ti ubriachi coi clienti, come avete fatto tu e Valjet quella mattina, potresti perdere la vita, e cosa altrettanto grave, i miei soldi.”

Prima di andare avanti…

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