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Erotika
La lunga notte · Cap. 14
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Capitolo 14 di 21 31 min di lettura

Le unghie

Grazie a chi legge.

Agave Ionia
2 mesi fa · 401 letture · 1

Rapide come un brivido, le parole di Anna mi risuonano in testa.
– Se pensi che possa interessarsi a qualcosa di diverso dal capitale, non dovevi uscire dalla fregna di tua madre.
“Vacci se vuoi, ma se quella vecchia ti carpisce una parola e mi combina casini, tra gli avvoltoi e i ratti che popolano questo condominio, per l’autopsia non penso che rimarrà molto.”
– Per la mia o per quella della vecchia?
I suoi occhi sono una fiamma azzurra, ho l’impressione che l’aria stia alimentando il fuoco.
Guardo il riflesso della mia faccia nel vetro; lui ci batte un dito sopra: “Casomai ti venisse voglia di farti sistemare questa faccia come il suo uomo ha sistemato la sua prima di andare in galera, parlale ancora. All’ospedale poi avrai tempo di farti venire in mente le spiegazioni per quando ti chiederanno che ci facevi qui.”
Faccio un passo indietro, ma le sue dita sono già chiuse sul mio orecchino. Tira verso l’interno e io sento il lobo andare in fiamme per la frizione tra pelle e oro. “Tu non reciti bene ancora. Lo sai che qualcuno al lavoro ti taglierà un orecchio per toglierti questa perla coi diamanti?”
Copro le sue dita con le mie per fermare la torsione. “Va bene. Adesso smettila, mi fai male.”
“Io ti faccio quello che serve. Tu sei fuori di testa, puttana.” La sua mano mi afferra il seno. “Questa è roba mia e tu non devi portare cianfrusaglie che la espongono a rischi. E non devi sprecare fiato con gli sconosciuti. Soprattutto, non devi pensare di avere una voce per dirmi cosa fare. Ci senti?”
“Sì.”
Le spalle mi cedono.
“Tienilo a mente: se vai lassù, fallo solo per frugare in una discarica di informazioni. Se quella vecchia ti tira fuori una sillaba su quello che succede in questa casa, ti strappo la lingua. Ora promettimi che terrai la bocca sigillata.”
L’aria continua a bruciare, dico: “Certo, promesso.”
Mi molla il petto e i polmoni si riempiono di nuovo.
Ditmir mi spinge fuori: “Il secondo uomo che ha avuto la vecchia, è andato dentro da sé, l’ha coperto finché ha capito che fuori non tornava più. Dopo trent’anni, conta quanti saranno stati i suoi clienti.”
Nel corridoio l’aria sa di burro cotto. Lo seguo fino alla cucina, e lui dice ancora:
“Una puttana giovane che pensa di trovare un’amica disinteressata in una puttana vecchia non doveva manco uscire dalla fregna di sua madre, per parlare come lei. Trent’anni di marciapiede ti abbrustoliscono il cervello. La povera nonnina è un rifiuto tossico, aspetta solo di esploderti in faccia.”

Ora so che non devo fidarmi nemmeno delle nonne.
Addestramento al vuoto.

Nadia ha rifatto quella cosa che la prima volta mi era sembrata la pelle di un animale scuoiato.
Dasho è davanti a me e i suoi occhi sono lucidi, fissi sulla teglia.
“Che hai cucinato? Non mi avveleni, spero.”
Nadia gli versa il vino. “Se volessi ucciderti lo farei con qualcosa di meglio del veleno nel cibo.”
Marina fa un rumore umido con le labbra. “Se lo facessimo sul serio?”
Dasho fa finta di pensarci. “Non potreste più lavorare tranquille.”
Nadia sta versando a me. “Buon punto.”
Vedo entrare Jasmin, Dasho si sta spostando per farle posto. “Allora continuo a vivere?”
Nadia va a prendere un’altra bottiglia. “Solo per oggi. Non ti abituare.”
“Solo per oggi. Lo dici sempre e poi mi ritrovo sempre qui, a mangiare i tuoi esperimenti.” Si ferma a guardare l’esperimento. “Almeno stavolta l’hai tagliato bene.”
Nadia alza un dito. “Allora dovresti darmi qualcosa.”
“Cosa vuoi?”
Jasmin si riempie il bicchiere. “Vuole andarsene.”
Dasho non sorride, ma i suoi occhi sì. “Me lo segno, per la prossima vita.”
Nadia tossisce. “Vorrà dire che passerò tutta la mia vita vicino a te. Un sogno, davvero.”
Mi viene da ridere.
Dasho appoggia il bicchiere.
“Stiamo parlando troppo, posso tornare a essere il tuo incubo in meno di un minuto.”
Lo sguardo di Nadia mi trova, scivola via, poi torna su di lui.
“Visto che non riavrò mai la mia vita, posso avere la serata libera?”

“Per andare dove?”
“A comprare un vestito e altre cose per la cucina che mi ha suggerito Angela. Lei conosce tanti negozi aperti di sera.”
L’azzurro mi scorre addosso. “Mi trasformi le puttane in modelle e casalinghe? Sei un biglietto della lotteria vincente.”
Sto per strozzarmi.
“Vai domani. Stanotte si deve lavorare, oggi pomeriggio diluvierà. Sicuro.”

Aiuto Nadia a riordinare in fretta.
“Ieri mi ha detto che gli angeli del Paradiso danno baci come i miei.”
So di chi sta parlando, il suo fotografo.
“Secondo te è innamorato?”
Dico: “Sì.” La mia faccia dice: – Lo spero.
“Domani ti porto quello che ti ho promesso. La collana con le perle che volevi e il mio vestito, non me ne sono dimenticata.”
“Grazie, Angela.”
Mi pare di vederlo ora, il collo di mia madre, liscio e chiaro come un pezzo di marmo. Mi ricordo che ai congressi o alle cene della ASL, indossava sempre quel filo di perle australiane. Erano pesanti, lucenti in modo accecante, e lei diceva che le perle portano lacrime. Lo diceva con un sorriso gelido, come se a lei, chirurgo abituato a tagliare carne e dolore, le lacrime non potessero più toccarla. Ora quel filo di perle è nel mio cassetto, lo porterò a Nadia. Voglio vedere se su di lei, che di lacrime ne ha già versate un oceano, l’incantesimo della sfortuna smette di funzionare.
Marina mi prende le dita tra le sue. “Visto che non dobbiamo uscire, mi presti di nuovo le mani? Devo imparare a usare la foglia d’oro.”
“Va bene.”
Dopo pranzo si può andare a dormire... o quasi. Dalla camera di Lori arrivano a intermittenza pianti e urla alle quali in teoria non dovremmo fare caso. Dobbiamo fingere non ci diano fastidio.
Ditmir si affaccia dal corridoio: “Piove troppo. Oggi pomeriggio restiamo a casa. Angela, tu puoi andare.”
“Resto.”
“A fare cosa?”
“Marina vuole mettermi lo smalto.”
Nadia sta coprendo la scatola con la gatta dentro. La povera bestia non può ancora alzarsi.
Dalla stanza che dividevo con Liveta arrivava una musica dolce, Jasmin l’ha spenta. Ora dalla sua camera Slim Shady ripete ossessivamente: “Non ti amerò mai abbastanza per fidarmi di te.”
Marina ha appena terminato di laccarmi l’anulare. Vedo la foglia d’oro che si appoggia sopra il celeste intenso e dico: “Mi hai fatto le unghie da fata turchina.”
“A tema, tra poco è Halloween.”
Sento colpi dall’altra parte del muro, cerco di non ascoltare. “Ma ad Halloween ci sono le streghe non le fate.”
“Le fate sono solo streghe con un trucco migliore.”
Le si sollevano gli angoli della bocca e qualcosa mi colpisce, è strana la giornata oggi. Abbiamo fatto un bel lavoro.
Dall’altra parte del muro arriva un altro urlo. Marina alza la testa verso la parete. “Per Halloween abbiamo già il nostro fantasma intrappolato nella camera da letto.”
Rido, non posso trattenermi.
Che Dio mi riduca in cenere e sputi sul resto.
Mi guardo le mani. “Quanto ti devo?”
Io ho le unghie, lei gli occhi brillanti. “Un bacio.”
Siamo tutte e due nella nuvola odorosa d’erba che Irina sparge dalla stanza di fronte. La fitta nel petto è meno pungente.
Mi avvicino a lei. Le apro le labbra. Sento il sapore del rossetto chimico che non se ne va nemmeno con lo struccante.
“Accosta la porta,” dice. “Ma non tutta che poi non sentiamo. Se vede chiuso viene a guardare.”
Mi alzo e socchiudo, ma le chiavi le ha tutte Ditmir. Metto la sua sedia davanti alla porta, così sentiremo il rumore se si apre.

Di là sento Dasho che dice a Irina: “Piantala di friggerti il cervello. Se non puoi andare a lavorare, renditi utile qui.”
Non so cosa stiano facendo.
Marina libera il letto dagli smalti e dalla lampada: “Cosa c’è?”
“Di Nadia no, ma di lei sono gelosa,” dico, “mi dà fastidio che voglia scoparla.”
“È lavoro.”
“Per me, quello è comunque...”
Lei mi osserva e aspetta.
Concludo: “Ma pensiamo a noi.”
Mi trovo a guardarla con occhi diversi. Questo posto mi deforma, sto cambiando.
Non siamo ancora niente, ma stiamo per diventare...
La guardo come si guarda qualcosa che non si dovrebbe toccare.
Ha capelli chiari, un castano nocciola. Voglio baciarla ancora, e lei prova ad allontanarsi, ma per finta.
Ci riprovo. Voglio baciarla finché non sparisce tutto il resto. Marina si scosta. “Smettila, Angela. Se poi mi innamoro?”
Per la prima volta noto un neo sotto il suo occhio sinistro.
Lei è troppo seria. “Non c’è niente da ridere.”
Dico: “Se ti innamori? Faremo l’amore tutti i giorni.”
“Ma io sarò gelosa.”
Resto in standby. Se si avvicina di un centimetro, è colpa sua.
È un pomeriggio splendido per sudare in mezzo alle lenzuola, fa freddo e fuori piove. La tocco, e capisco che sta aspettando proprio quello. Sotto la mia mano il suo seno si tende, lei non si ritrae.
Scivola accanto a me. “Quanti anni hai Angela? Te ne darei ventuno.”
“Ne ho centoventuno, mi conservo con la magia.”
“Sei veramente una strega. E anche uno spettacolo. Se il diavolo si accorge che ti sto rubando mi butterà di sotto.”
Vorrei aprirle la testa per vedere cosa c’è dentro. Astuzia di sicuro, falsità non credo, voglia di bruciare all’inferno. Siamo vestite simili, è come una divisa. Lei un top con perline, la gonna dello spessore di un elastico per capelli. Io le stesse cose, ma di altri colori.
Ha ragione se entrasse adesso, capirebbe tutto solo dai nostri occhi.
Mi sfiora appena. Sotto le sue dita il mio respiro cambia, non mi ritraggo e lei va avanti, mi accende la luce azzurra in testa.
Premo pausa sulla vita e fermo il mio respiro.
Le sue mani sanno già dove andare, molto meglio delle mie. La stringo piano, come se potesse rompersi. Spogliarsi è troppo facile e veloce. Ma non mi fa continuare. “Aspetta. Ci serve un’atmosfera. La musica da film ce la mette già lo scemo di là.”
E io obbedisco senza sapere perché. Fa un passo indietro e mi lascia lì. Decide lei... Io non riesco più a farlo!
Se ne va in cucina, torna con il whiskey e due bicchieri e quel pentolino pieno della sua crema. Ci intingo un’unghia e mi succhio un dito, a occhio e croce sarà mezzo litro.
Mi dice: “Certo, non sarà quello a cui sei abituata.”
“Smettila.”
Qui con loro mi pare di avere la metà dei miei anni. Il suo respiro mi arriva addosso, sa di dolce. Sa di qualcosa che non dovrei volere così tanto.
“Se una sera riesci a uscire,” dico, “ti porto in un locale di lesbiche e ti restituisco la consumazione.”
Lei mi bacia il collo e mi ride sulla pelle.
“Davvero?”
“Sì.”
“Ma sì, davvero, per ridere!” dice lei. “Facciamo finta di poter andare dove ci pare.”
“Facciamo finta di stare assieme…”
Lei abbassa la voce: “Facciamo queste finte senza farci sentire.”
Mi prende per le spalle e mi stringe a sé. Appoggio le mie tette al suo petto e mi lascio tirare il lenzuolo sulla testa. Mi passa le labbra sui capezzoli. La sua bocca è fresca sulla mia, sento l’alcol tra le nostre lingue. Mi riempio la bocca di nuovo e mi giro verso lei per farglielo bere da me.
Lei beve dalla mia bocca, si scioglie i freni inibitori, le succhio la lingua fino alla radice. Mi piace da matti impastare i nostri respiri e passare minuti interi a fare un nodo con le lingue.
Sono bagnata e con due dita scopro che la chimica ha fatto lo stesso lavoro anche su di lei. Ci stringiamo come due sopravvissute all’impatto, prima che la nave coli a picco del tutto. Come se fuori non esistesse più niente.
Anche se esiste.
Si sente solo la pioggia, copre tutto. Anche noi. L’umidità di queste pareti mi erode le ossa e questa casa mi consuma ogni giorno.
Marina mi morde il lobo e la sua lingua entra dentro il mio orecchio. Mi pizzica ancora da prima. Infilo le mani nello spazio rimasto tra il mio petto e il suo. Stringo i suoi capezzoli, sono bottoni di carne che accendono il nostro disperato bisogno di toccare qualcosa di libero.
“Ci sei mai andata a letto con una come me?” lo dice come se stesse chiedendo informazioni su un reato minore.
“Se intendi con una puttana, no. Con un’altra ragazza al liceo, un paio di volte,” dico.
“Mi hai appena chiamata puttana?”
Avvicino la bocca alla sua: “Non sprecare ossigeno.”
Butta fuori le parole insieme alle risate: “Adesso parli quasi come lui, però sei più bella.”
Sta giocando, e io sto perdendo. Proprio come con lui. Diventerò una pervertita totale! Dovremmo smettere e non lo facciamo.
“La mia fica si sta squagliando,” la avverto.
“Come quando lui ha sparato al muro e ti sei fatta la pipì addosso.”
Strozziamo il riso nei polmoni prima che si trasformi in un suono.
Oltre il muro stridono violini e un ritmo metallico che diventa legnoso. Sembra il battito di un cuore malato o il rumore di una trivella. Si sente il rotolare pesante e cupo di una palla da bowling.
Bum.
L’impatto dei birilli.
La voce di Daniel Day-Lewis passa da un sussurro viscido a un urlo che spacca i timpani: “Eccola, guarda. Questa è la mia cannuccia. Vedi? La mia cannuccia attraversa la stanza e arriva nel tuo frappé. E io lo sbafo! Io ti sbafo il frappé! Lo sbafo tutto!”
Di là esplodono le risate dell’inquilino.
Marina dice: “Che film è questo?”
Ci penso un attimo, poi mi viene: “Il petroliere.”
Insisto sulla sua bocca. I nostri toccamenti perdono precisione e diventano puro strofinamento. Infilo le dita sotto la barriera delle sue micro-mutande.
Marina alza un dito: “Dovremmo usare quella crema.”
“Come?”
“Come in qualcuno di quei porno. L’hai visto mai -LA DOLCE FICA?- dove si riempiono l’inguine di panna e leccano per ore?”
“Ma davvero tu guardi quella roba?”
“Si deve studiare anche per fare la puttana.”
Mi apro sul materasso, le gambe separate. Chiudo gli occhi, spengo la vista per acuire gli altri sensi. Quella sostanza morbida e densa; riscaldata dal calore delle sue dita, inizia a coprirmi la pelle millimetro per millimetro. La spalma premendo con delicatezza, facendola scivolare tra le pieghe umide delle mie grandi labbra. Poi subentra la carne viva: ci mette la lingua, traccia linee bagnate, concentriche. Un riflesso condizionato mi scuote le fibre dei muscoli e i nervi sottopelle. Mi ripiego in due e lascio che la sua bocca faccia il vuoto dentro di me. Ma poi, d’un tratto, lei si interrompe. Quando si stacca, l’aria della stanza colpisce la pelle rimasta bagnata, e nel petto mi passa quella fitta, come un attacco di astinenza improvvisa. Il materasso si muove mentre lei si solleva, afferra la bottiglia sul comodino. La guardo svitare il tappo e mandare giù un sorso enorme di whiskey.
Dico: “Che fai?”
Torna giù tra le mie gambe. Appoggia la bocca bagnata di alcol sul mio punto più sensibile e ci mette la lingua. Il whiskey brucia e mi fa saltare.
“Sarà uno spasso quando vedrò il diavolo mettere la bocca su quella bottiglia. Si ritroverà a leccarti la fica per procura, senza saperlo.”
Mi scappa un singhiozzo allegro.
Lei accelera, io irrigidisco, le mie dita si piantano nei suoi capelli. I muscoli delle cosce si contraggono in un loop incontrollabile. Un’ultima spinta umida e mi lascio andare. Mi accartoccio su me stessa, mentre il corpo si arrende e crolla.
Slitto sotto il lenzuolo, lasciando che il tessuto accarezzi la mia schiena mentre mi faccio spazio tra le sue gambe calde per restituirle il favore.
Cerco le sue mutande e le tiro via. “Se entra qualcuno adesso, mi resterà una voglia da crepare.”
– E a me? Una voglia tremenda di leccare.
Non è il momento giusto, ma è l’unico possibile.
Mi piace vederla nuda.
Di là Lori strilla con la voce arrochita come dopo giorni di pianti. Urla che siamo maledetti, delinquenti e dobbiamo crepare tutti.
Marina fissa il muro: “Quella stronza fa troppo rumore.”
Lori sbatte i pugni contro la porta. “Fatemi mangiare, bestie!”
Mi chiedo ancora dove trovo ogni giorno il coraggio di tornare qui. “Finirà per sbranarci vive?”
Marina si mette una mano sulla fronte: “Macché. Se non la pianta i topi mangeranno lei.”
La lasciamo perdere.
L’eccitazione nei suoi occhi mi fa capire che posso muovermi in fretta.
Dice: “Mi guardi come se fossi delicata. Non lo sono.”
Uso tutta la mia faccia: la lingua, le guance, il naso. La lecco finché non sento il sapore del sale e della crema tiepida. Cerco di sparire lì dentro, in quel calore bagnato, mentre con lei il tempo si piega.
“Vienimi in faccia,” le mormoro quando sento che inizia a contrarsi.
“Con te non è difficile. Non devo fingere niente.”
Tengo dolcemente il suo clitoride gocciolante tra i denti. Sento passi in corridoio, ma vanno verso la cucina.
Mi rimetto a leccare Marina. Non voglio fermarmi adesso.
Mi giungono suoni strani dalla cucina. Maledizioni di sicuro, dette in un’altra lingua mettono ancora più paura.
La musica di Jasmin si è alzata, resto lì con la lingua tesa verso la sua salvezza.
Il suo umore inizia a scorrermi tra le labbra. Mi si aggrappa alle radici dei capelli come se stesse per cadere. Chiudo gli occhi, è troppo e non basta, a nessuna delle due. Ci fermiamo un attimo. È l’attimo peggiore.

Prima di andare avanti…

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