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Erotika
La lunga notte · Cap. 14
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Capitolo 14 di 21 31 min di lettura

Le unghie

Grazie a chi legge.

Agave Ionia
2 mesi fa · 401 letture · 1

Marina sta per inondarmi la bocca, ma non riesco a bere di lei perché si apre la porta.
Restiamo vicine senza guardarci.
“Bene,” la voce di Dasho mi raggela. I suoi occhi azzurri, riempiono tutto il mio campo visivo. Girano veloci per la stanza. “Ecco dov’era la bottiglia nuova.”
L’abbiamo rubata davvero.
Siamo rimaste come due streghe, i nostri corpi sono aggrovigliati, l’odore di femmina si mischia a quello di erba di Irina. È nauseante. Lui si ferma a fissare il comodino.
Marina si riveste in fretta, tirando giù il bordo del top con le dita che le tremano: “È qui, è qui. Non pensavo che avresti fatto una tragedia. Nadia lo beve sempre.”
Mi sembra sorpreso. “Nadia è pure ubriaca?”
Mi viene da ridere anche se non c’entra niente. La vedo bene Nadia, nei panni della casalinga che beve per passare le giornate.
Dasho mi guarda dall’alto. Non mi stacca gli occhi di dosso, fa saltare il tappo e si appiccica il collo della bottiglia alla bocca. Pare un serpente che ipnotizza un uccellino, questo mi evita di ridere.
La sua mano solleva Marina afferrandola dai capelli.
“Vedo che se non avete cazzi, voi troie vi date da fare tra di voi.”
Marina dice: “Era solo un gioco, stavamo facendo finta.”
– Non è vero.
“Non mi piacciono le finte nella mia casa, queste stronzate tolgono energia al lavoro.”
Non riesco a dire niente, il mio cervello è andato in sciopero.
Lui mi guarda. “A casa tua non hai un cazzo da fare?”
Mi ritraggo sotto il lenzuolo per rimpicciolire il mio corpo di qualche centimetro.
La sua faccia si avvicina a quella di Marina. “E questa che roba è?”
“La crema che ho insegnato a Nadia. Così può farla per te.”
Le solleva il viso dando uno strattone ai suoi capelli. Vedo l’altra sua mano colpirla in pieno viso.
Lo guardo infilare le dita dentro di lei ancora bagnata. “Questa, serve a guadagnare, a pisciare e a farci pisciare me.”
Marina non dice niente. Spariscono senza che nessuno pensi a me.
Mi butto sul letto e sospiro. Dopo un tempo indefinito vado a cercare Jasmin ma trovo Irina.
“Una sigaretta?”
“Ti ringrazio.” La prendo e usciamo sul balcone.
Irina si smoscia contro il muro, fissando i tetti delle case. “Che giornata noiosa.”

Arriva anche Jasmin. “Angela sei ancora qui?”
“Sì. Vuoi che me ne vada?”
Jasmin annusa il rosmarino di Nadia. “Ma figurati. Ci rompi la routine.”
Attraverso la pioggia vedo i fari delle auto mandare il bagliore di lucciole deboli. Per un attimo la vista mi si oscura. Fisso l’asfalto bagnato davanti a noi, poi la ringhiera, infine le piastrelle del balcone.
Jasmin si siede a terra. “Ti annoi?”
“Penso a Marina.”
“Che ha Marina?”
“Oggi scopavo in pace con lei e lui è venuto a rompere i coglioni. Ora non so cosa le sta facendo.”
Irina si lascia scivolare a terra accanto a lei. “Niente di più che finirsi il whiskey mentre se la scopano tutti. È un normalissimo pomeriggio di lavoro.”
Jasmin finge di leggere le scritte straniere sulle sigarette di Irina. “Un normale pomeriggio di lavoro, coi clienti più facili che esistono. Non deve nemmeno far finta che le piaccia.”
Dopo un momento di silenzio dico: “Sono contenta che stiano bevendo quella bottiglia. Marina ci si è attaccata dopo avermi leccato la fica fino a farmi venire.”
Irina si spancia dalle risate. “Se se ne accorge te la spacca in testa.”
Soffro di questa bulimia emotiva e non riesco a trattenermi dal chiedere alle ragazze di raccontarmi le loro più tremende storie.
“Non mi hai mai detto nulla di te,” dico a Jasmin.
“È solo la stupida storia di un’altra ragazza stupida, che ha incontrato un tizio che non vorresti mai conoscere. E mentre cercava di levarsi da un guaio è caduta in un altro ancora più grosso. Ma potrei raccontartela da un’altra parte... noi potremmo continuare a vederti lo stesso.”
Capisco che non ha voglia di parlarne e che tutte e due si sentono in dovere di buttarsi in un tentativo di farmi rinsavire.
Non ho intenzione di ascoltare sermoni, ma la loro compassione mi fa bene al cuore, davvero.
Jasmin prova per prima. “Sei una brava donna, voglio rivederti altrove. Lascialo quest’uomo. Non ha niente per te.”
“Se solo ci penso,” dico, “sento una fitta nel petto.”
Jasmin piega la testa con l’espressione di chi guarda un cagnolino investito sul ciglio della strada. Appoggia tutte e due le mani alla ringhiera.
Irina si alza, butta la sigaretta, e scivola di nuovo verso il basso a braccia conserte. “Tra due anni pregherai di trovarti in qualunque altro posto che non sia questo. Finiscila qui. Prendi la tua roba, cambia città. Fallo prima che il veleno della strada ti porti la mia stessa infezione. Tutto quello che può fare lui per te, è iniettarti il veleno della strada.”
“Apprezzo il vostro impegno, sul serio ma non saprei proprio che altro fare oltre a ritornare sempre qui.”
Jasmin riflette. “Ci sarà pure qualcosa di interessante in TV. Oppure, se proprio hai del tempo da buttare, potresti iscriverti di nuovo all’università. Diventare la professoressa che volevi essere. Così magari diventi tu la padrona...”
Increspo le sopracciglia.
“La padrona di che?”
“Delle classi. Saresti una professoressa molto porca. Potresti obbligare tutti a soddisfare le tue voglie per un voto alto.”
“Mi fai venire in mente un mio professore che anni fa è stato davvero indagato per una cosa del genere. Il giornale titolava:
SCHIAVE PER UN 30.
Stando all’indagine aveva obbligato le studentesse a lavargli la macchina e a fargli la spesa in cambio di voti alti. Lui si difese dicendo che era vecchio e aveva domandato giusto qualche aiutino, e non c’entrava nulla coi voti. Alla fine non gli fecero nulla.”
Ridono loro e rido anche io.
Chissà perché mi fa venire in mente Anna.
Jasmin sta togliendo foglie secche dalle aromatiche che Nadia tiene sul balcone: “Quello che succede qui all’inizio ti fa incazzare. E poi sarà sempre peggio.”
Rientriamo ma non ho il coraggio di avvicinarmi a quella stanza. Scroscia un fiume di risate che mi manda il sangue alla testa.
Finalmente vedo Marina uscire. Se ne va in bagno, stava per chiudere la porta, ma mi vede e la lascia aperta.
Traffica col collutorio che non si apre.
“Che è successo?” mentre glielo chiedo Jasmin si piazza dietro di me.
“Niente che non succede in un normale pomeriggio di lavoro. Non preoccuparti.”
Vorrei sparire.
Penso che è colpa mia.
Lei se ne accorge. “Aiutami con questo.”
Premo e giro, premo e giro e dopo quattro tentativi il tappo salta.
“Non ce l’ho con te, anche se non hai detto una parola e ti sei nascosta sotto il lenzuolo come una coniglia.”
Dico: “Mi dispiace. Mi succede sempre.”
“Ho solo ingoiato un altro mezzo litro di crema. Quella di prima era più dolce. E Ditmir ha raccontato quella brutta barzelletta sulle vampire lesbiche. La conosci?”
“La conosco, la raccontava anche Francesco. Si vedevano una volta al mese e poi si ridavano appuntamento al mese successivo.” Ma non mi viene da ridere.
“Era un incontro mensile romantico,” dice Jasmin, “oppure con fattura?”
Marina ci pensa. “In effetti, Angela mi stava pagando la ricostruzione delle unghie.”
Neanche mi sforzo di provare a sorridere, ho il sale che preme per uscire dagli occhi.
Allora Jasmin si piega verso la mia faccia piagnucolosa e dice: “Come entrano cinque lesbiche in una macchina?”
“Non lo so.”
“Due davanti, due dietro e quella in mezzo si scopa tutte e quattro.”
Irina ride. “Ma Marina ha succhiato quattro cazzi e una fica. Ha fatto il turno doppio.”
Marina si passa il cotone dietro il collo: “Una cliente più quattro, pausa zero.”
“Spero che ti mettano almeno la recensione a cinque stelle su Google,” dice Jasmin.
Marina mi toglie dalle mani il tappo di quel collutorio verde economico e lo richiude. Si preme le dita sulla nuca. “Sto vedendo cinque stelle veramente... E ho avuto la conferma che la fica è meglio.”

Loro si sbellicano, io no.
Se rido anch’io, allora è tutto normale.
Sento la voce di Ditmir chiamarmi. Quello che succede qui dentro, mi fa incazzare proprio come ha detto Jasmin.
Dasho è sulla sua solita poltrona ma non alza neanche gli occhi dai fogli che legge.
“Visto che hai tutta questa voglia, stanotte lavori.”
“E cosa dico a mio marito? Non posso inventarmi una scusa credibile così, all’ultimo.”
“Esci con Irina, Marina e Valjet alle nove.”
Comincio a pensare alla scusa da rifilare a Matteo, ma sono inferocita. Anche se non mi guarda deve essersene accorto.
“Vuoi dire qualcosa? Fallo.”
Lo guardo e penso:
Cerca di essere un uomo normale.
“Vorrei che tu fossi un uomo per una volta.”
Dasho resta immobile. Non so più cosa dire quando alza lo sguardo.
“Hm. Così mi parli?”
– Ma che mi è venuto in mente?
Gli occhi gli sono diventati fredde agate blu.
“Interessante. Non lo sono?”

Prima di andare avanti…

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