Provo a prendere aria... faccio un respiro profondo.
Mi si stringe la gola.
– Vorrei che fossi un uomo... che non ha la testa così dura.
Non posso dirlo così...
Se non puoi dare altro almeno guardami. Guardami come uomo qualsiasi guarda una donna.
Provo a spiegare ma i suoi occhi mi fanno intrecciare la lingua e i pensieri.
“Scusa, volevo dire… Vorrei solo che ti comportassi da uomo.”
Dasho chiude i fogli. Si alza.
“Va bene.”
Tra di noi c’è lo spazio di due passi.
Ora non c’è più.
Ho sentito solo un contraccolpo secco.
È diventato tutto nero.
“Angela—”
Questa voce mi arriva da lontano, come da dentro un tubo. Non la riconosco.
“Ma che gli hai fatto?”
Questa è Marina.
Guardo sopra di me. Vedo Valjet che mi sparge in faccia i suoi capelli viola, Jasmin tiene un tovagliolo insanguinato, sospeso sopra la mia faccia.
Sento un sapore di monete di ferro in bocca. Deglutisco e non so se sto ingoiando o perdendo qualcosa.
“Be’?”
Raccolgo con la mano il sangue tra la mia bocca e il mio naso.
Mi sembra di ricordare.
“Niente. Gli ho detto una cazzata.”
Non so perché sto parlando.
Jasmin mi leva il fazzoletto dalla faccia. Mi tiro su e vado in bagno. La luce è già accesa ma mi sembra nuova, come se non l’avessi mai vista. La mia faccia nello specchio ha la bocca gonfia. Non sembra la mia finché non mi tocco le labbra, e da una ferita in alto a sinistra stilla altro sangue.
L’orologio del cellulare segna le otto e trentacinque e non ho ancora una scusa valida per Matteo. In compenso ho le labbra rifatte, con rossetto autoinchiostrante incluso.
Non ricordo di averlo messo.
“Non so che inventarmi.”
Valjet si siede. “Quand’è così fai sempre un discorso improvvisato, mettici dentro una verità ogni tre cazzate. Suona naturale.”
La guardo incerta. Lei insiste: “Funziona.”
Chiamo Matteo. Gli dico: “Sono stata a visitare una mia compagna di classe del liceo…”
E questa è una cazzata.
“Una ragazza che sta studiando per fare l’estetista, abbiamo passato il pomeriggio a farci le unghie e a mangiare una crema fatta da lei…”
E queste sono tre verità.
“Amore, mi vorrei fermare a dormire da lei…”
Questa è una cazzata solo a metà.
“Abbiamo bevuto e non mi va di separarmi da lei... Non mi va di separarmi da lei perché non viene spesso, non è di Milano…” Due verità.
Valjet chiede con il labiale: “La beve?”
Faccio segno di sì con la testa.
Non so a chi sto rispondendo.
“E poi ci hanno raggiunto altre amiche e stiamo per fare una festicciola…”
Irina scioglie la vestaglia e urla per farsi sentire: “Stiamo mettendo su un pigiama party!”
La sua voce rimbalza troppo forte, come se fossimo dentro qualcosa di vuoto.
Riattacco.
Irina esce dalla vestaglia: “Ci ha creduto?”
“Sì, ha detto che mi ama e mi augura buona serata. Ora devo solo pensare a come coprire questo domattina,” mi indico la faccia.
Marina alza una spalla: “Dici che ti sei alzata di notte in una casa che non è tua. Non hai visto un gradino e hai sbattuto il muso sul pavimento, cose che capitano.”
“Capitano davvero.” Assicura Valjet.
“Ottimo. Grazie a te, sto diventando un’artista della bugia.”
***
Siamo sul marciapiede. L’aria è fredda ma non la sento subito. Mi tocco le labbra. Marina mi osserva.
“È colpa mia,” dico. “E mi dispiace anche per te oggi, ho iniziato io.”
Marina scuote la testa.
“Come no? A lui viene voglia di fare casino perché non sa come ammazzare il tempo, è colpa tua. A tua madre gira il cazzo, è colpa tua. Tuo marito si sveglia con la luna storta, è colpa tua. Sei tu, sì, l’Angela del Signore, proprio quella che toglie i peccati del mondo.”
Irina sospira e Marina continua: “Piove, ed è colpa tua. I prezzi aumentano per colpa tua. Le Torri Gemelle? È stata Angela, la donna colpevole… Quel casino… l’invasione dell’Iraq, scommetto che ci hai messo lo zampino. La rivoluzione industriale che ha lasciato senza lavoro un sacco di gente… indovinate chi l’ha fatta partire?”
Irina si accende una sigaretta. “Senza dubbio, Angela è farina del tuo sacco.”
Valjet ride più forte. “È davvero colpa tua di tutte queste cose?”
“Sì,” dico, “di tutte quante, sono la sola responsabile. Sono io che ti ho bruciato la casa, io che ho deportato Liveta, io che ti ho venduta e ho chiuso Lori al freddo in una stanza. Fattene una ragione!”
“Ti voglio bene lo stesso.”
Marina si siede sul marciapiede. “Dovrebbero arrestarti per prevenzione.”
“Questo viale sembra la corsia di un ospedale piena di infermiere-pagliaccio,” dice Irina.
Marina fa sì, sì con la testa. “È documentato il potere curativo delle barzellette.”
Nonostante ciò il mio cuore scoppia. “Sono io la barzelletta.”
Valjet mi risponde: “Il fatto che ci credi fa più ridere di quello che dici.”
Irina all’improvviso ha gli occhi lucidi. Forse ha messo gli aromi segreti anche dentro le sigarette. “Ci credi ancora, povera fessa?”
“La colpa è di mia mamma che ha sempre detto: Tieni duro, datti da fare e vedrai che andrà tutto bene.”
Ah, ah, ah.
“La mamma ti ha detto che se ce la metti tutta, letteralmente, se la dai a tutti, qualcuno di quegli dèi che ti ha fatto studiare… come si chiama quella tizia che andava in giro nuda a darla a tutti e faceva innamorare la gente?”
Dico: “Venere.”
“Ti ha detto che se dici sempre sì, Venere ti sistema a vita con un magnaccia, un assassino e un ladro?”
“Oh, vi prego non date la colpa a lui.”
Valjet dice: “No, hai ragione. È colpa dei genitori, sono sempre loro che ti fottono per primi. Guarda i miei… Mi hanno venduta per ricomprarsi una stalla e due maiali.”
La mia faccia mi guarda dallo specchietto di Marina.
Marina lo richiude. “Hai la mania del controllo. Tutto dipende da te.”
Non è così. “Io non voglio controllare nessuno, ma non vorrei mai che una persona avesse un male per causa mia.”
Arriva una macchina, Marina si alza. “Tu e lui avete in comune la mania del controllo. Ed è per questo che tutto il male ti sembra venire da te.”
“Be’, se il figlio di Dio ha scelto di morire per i miei peccati, io posso accollarmi almeno quelli del nostro condominio.”
Questa mi sembra una battuta brillante.
Invece la faccia di Marina si spegne. “Sì, sì. Comunque, cosa gli hai detto prima?”
“Gli ho detto che doveva fare l’uomo.”
Dalla bocca di Irina esce una risata acuta: “E perché?”
“Perché si chiama Amore e ti rompe la faccia.”
Irina fa cadere la cenere della sigaretta sopra la mia scarpa. “E tu fai il capro espiatorio. Siete perfetti l’uno per l’altra.”
***
Idra…
A Matteo la mattina ho detto che ero caduta.
Non voglio fare pena.
Non a lui.
Non a te.
Mi ero ridotta così da me stessa.
Dio.
A casa della mia amica c’era un gradino in bagno.
Non l’avevo visto.
Io.
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