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Erotika
La lunga notte · Cap. 8
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Capitolo 8 di 21 18 min di lettura

Settembre frantumato

Scrivo per puro piacere. Grazie a chi legge.

Agave Ionia
3 mesi fa · 676 letture · 0

“Lo sai anche tu, Idra. È lo stesso in tutte le famiglie. In certi giorni il peso non lo senti. In altri, come quello, respiri a fatica prima ancora di scendere dal letto.”

***

Sono qui, salgo le scale col fiatone, la mano corre lungo la ringhiera. La luce della sera restringe il corridoio e Liveta ha finito di fare la valigia. Lo stereo in camera sua è acceso, Bettye Swann canta “Then You Can Tell Me Goodbye”, ma non la sta proprio ascoltando. È la stessa che squilla ogni volta che le vibra il cellulare. E mi dà sempre i brividi.

Dasho passa lì davanti prima di me, senza fermarsi. Allunga solo lo sguardo oltre la porta aperta, un secondo prima di sparire.

Fuori Nadia mette i panni sul filo luccicante di pioggia. Entro nella stanza di Liveta per salutarla. Ditmir mi anticipa, prende la valigia in mano.

“Ci lasci qualche momento?”

Mi guarda. “Vi aspetto in cucina. Non ci mettere un’ora.”

Liveta lascia subito cadere il sorriso, non servono maschere quando non c’è pubblico. La porta di Dasho si è chiusa, il sole si sta abbassando nella finestra e dentro di me si alzano ondate di rabbia e vomito.

Mi siedo sul letto, lei resta in piedi. La luce del sole entra dalla finestra e traccia con una matita d’oro il suo profilo. Il viso è scuro in controluce, contenuto nella cornice della finestra. Resta una sagoma nera, una traccia della sé stessa reale.

Tira la zip per riuscire a chiuderla e non mi guarda. Non le faccio domande, sa cosa voglio sapere.

“Facevo la parrucchiera a U., in Lituania,” apre l’ultimo cassetto del comodino. È vuoto. “Ho due sorelle. Non siamo mai stati ricchi, ma ci si arrangiava. I miei c’erano.”

La cerniera della tasca esterna segue le sue dita.

“Poi è arrivata quella tizia che mi voleva dare un lavoro in Italia. Diceva che un suo amico cercava una brava con i tagli. Mio padre si è arrabbiato molto con me perché le avevo detto di sì, senza prima parlare con lui e mamma. Le mie sorelle erano tutte contente. Sono venuta in Italia che era Settembre. Ho lavorato davvero in un salone, all’inizio.”

Guardo la mia mano che scorre sul copriletto, il tessuto ha una trama ruvida, a prima vista non sembrava.

“Dasho si è presentato come un grande amico di quella brava signora. Lui continuava a farmi regali, quella donna mi trattava come una figlia. Abitavo a casa sua e faceva tutto lei. Non sapevo nemmeno cucinare.”

Forse dovrei dire qualcosa ma la saliva mi si è asciugata.

“È durata due mesi.”

Girò la testa e mi guarda negli occhi. “Due mesi di promesse di matrimonio per farmi diventare cieca. Quando sono tornata a casa per Natale, sembravo una pazza. Dicevo a tutti che avevo trovato l’amore.”

Si alza per l’ennesima volta, non ha pace. Passa la mano sul fondo dell’armadio per controllare se è rimasto qualcosa ma sul legno c’è solo polvere.

“Mio padre non voleva che tornassi in Italia, l’ultima volta che l’ho visto non si è neanche alzato dalla sedia per salutarmi. Ha detto solo: io a quel matrimonio non ci vengo. Tornerai dalla tua famiglia. E ti sarai pentita.”

Si asciuga le guance con la mano. “Aveva ragione. Diceva che i ricchi non aiutano i poveri.”

Allungo una mano verso di lei, ma la mia carezza non sembra arrivarle. Sono solo un’ombra in questa stanza e nella sua vita. Non ho avuto tempo di toccarla abbastanza da vicino. Tira su col naso, la interrompo sottovoce:

“Ma la dottoressa da cui siamo state... Ho pensato ti avesse potuto dare solo una spirale…”

“Sì, sì. Proprio quella. Comunque, quell’anno sono tornata qui e ho aspettato che mi sposasse. Nel frattempo sono rimasta incinta. A quel punto ha che non c’erano soldi, che dovevo cambiare lavoro. Sono scappata a U. per un anno. Ho lasciato mio figlio lì con le mie sorelle, i miei genitori non hanno voluto nemmeno rivedermi.”

Cerco di non fare rumore.

“Ovviamente, i figli costano e i soldi non bastavano mai. Sono tornata da lui perché volevo crederci. Che non si fa per i figli? Voleva che lo portassi qui, ma non mi sono fidata. Le mie sorelle hanno scoperto chi era la donna che mi aveva offerto lavoro, hanno preso mio figlio e sono scappate in un altro villaggio. Lui non le ha più trovate ma loro a me chiedevano soldi di continuo.”

L’ultima cerniera corre fino in fondo. La valigia è chiusa.

“Ovviamente i soldi che guadagnavo non bastavano mai nemmeno a lui, così mi ha sbattuta in strada. I miei documenti erano scaduti, lavori non potevo trovarne.”

Stiamo zitte tutte e due. Ormai fuori è buio.

“Ma almeno, ogni volta che mando i soldi a casa mi sento meno in colpa. Meno la pessima madre che sono, meno la stupida che sono stata.”

Dico: “Mi dispiace...”

Lei non risponde. Ha lo sguardo fisso sulla porta, la mente è già fuori da questa stanza e io sono solo un altro ricordo in mezzo agli altri.

Dalla cucina arriva un rumore di vetri rotti.

Sento Ditmir che urla:

“Mi è caduto un bicchiere! Vengo a prendere la valigia.”

Liveta gli va dietro. Io apro la credenza: c’è una fila di bicchieri coi nomi dei mesi sopra. Per terra si è frantumato Settembre.

Questo mese è caduto addosso pure a me. Sento i suoi giorni che mi graffiano come qualcosa che non ha finito di succedere. Esco a vedere se ci sono ancora, ma la rampa delle scale è vuota.

Sporgendosi verso di me, Marina dice:

“Tutto bene?”

“No, Liveta mi ha detto quello che le è successo da quando è arrivata qui.”

“Non fare le domande se non reggi la risposta. Nessuna è arrivata qui perché stava giocando.”

–Già. Nessuna a parte me.

Marina mi tira verso la porta di casa.

“Entriamo, dai.”

Continuo a guardare la scala vuota e sento il petto tirarsi allo spasimo. Lei si mette a sciogliere qualcosa dentro a un pentolino, Valjet gioca col telefono. Sono ancora troppo debole per andarmene a casa così le chiedo:

“Che fai?”

“Una crema che si usa giù da noi. Tu sei di Milano, Angela?”

“Sì.”

“Mi piace il tuo nome.”

“Grazie. Mia madre diceva che il destino di ogni persona è influenzato dal suo nome. Mi ha chiamata Angela perché mi voleva buona.”

Sento Dasho che mi chiama, Valjet ha un sussulto, lascia andare il cellulare.

Mi avvicino a lui che è sulla porta. Lo guardo bere: il vetro riflette la luce ambrata del whiskey. Anche il muro accanto a noi è di un giallo chiaro, ma in basso ha perso la vernice.

Mi mette in mano un telefono. Mi ci richiude le dita attorno prima che riesca a guardarlo.

“C’è già il numero di Marina dentro, se ti serve qualcosa chiami lei.”

“Grazie.”

“Useremo questo per chiamarti. Ma se serve, gli altri hanno già anche il tuo numero.”

Un sacco di prostitute e avanzi di galera hanno il mio numero privato. E mi sento stupida e leggera come quando mi arrivava un bigliettino in terza media.

“Tienilo acceso. Non farmi cercare.”

Annuisco prima di pensarci.

“E quando ti chiamo rispondi subito. Anche se hai la bocca piena.”

Sento una fitta nel petto.

“Da domani ti aspetto a mezzogiorno.”

Mi ricordo di Liveta.

Disperazione.

Fa un passo indietro per guardarmi dall’alto.

“Bene.”

Se ne va.

Valjet guarda il cellulare nelle mie mani come se fosse un mostro.

“Che hai?” le chiedo.

“Temo Dasho. Soprattutto quando porta regali,” dice.

“In effetti...” noto che è identico a quelli che hanno loro.

Marina piega le labbra in una smorfia che forse voleva essere un sorriso.

“È il primo premio quando ti prendono… e benvenuta a casa del diavolo.”

– È una battuta?

Comunque mi fa quasi piacere sentire quel modo di dire.

Lei scruta la mia faccia e continua a sorridere.

“È così che gli diciamo noi.”

Prima di andare avanti…

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