Capitolo 8 - Settembre frantumato
Scrivo per puro piacere. Grazie a chi legge.
5 ore fa
“Lo sai anche tu, Idra. È lo stesso in tutte le famiglie. In certi giorni il peso non lo senti. In altri, come quello, respiri a fatica prima ancora di scendere dal letto.”
***
Sono qui, salgo le scale col fiatone, la mano corre lungo la ringhiera. La luce della sera restringe il corridoio e Liveta ha finito di fare la valigia. Lo stereo in camera sua è acceso, Bettye Swann canta “Then You Can Tell Me Goodbye”, ma non la sta proprio ascoltando. È la stessa che squilla ogni volta che le vibra il cellulare. E mi dà sempre i brividi.
Dasho passa lì davanti prima di me, senza fermarsi. Allunga solo lo sguardo oltre la porta aperta, un secondo prima di sparire.
Fuori Nadia mette i panni sul filo luccicante di pioggia. Entro nella stanza di Liveta per salutarla. Ditmir mi anticipa, prende la valigia in mano.
“Ci lasci qualche momento?”
Mi guarda. “Vi aspetto in cucina. Non ci mettere un’ora.”
Liveta lascia subito cadere il sorriso, non servono maschere quando non c’è pubblico. La porta di Dasho si è chiusa, il sole si sta abbassando nella finestra e dentro di me si alzano ondate di rabbia e vomito.
Mi siedo sul letto, lei resta in piedi. La luce del sole entra dalla finestra e traccia con una matita d’oro il suo profilo. Il viso è scuro in controluce, contenuto nella cornice della finestra. Resta una sagoma nera, una traccia della sé stessa reale.
Tira la zip per riuscire a chiuderla e non mi guarda. Non le faccio domande, sa cosa voglio sapere.
“Facevo la parrucchiera a U., in Lituania,” apre l’ultimo cassetto del comodino. È vuoto. “Ho due sorelle. Non siamo mai stati ricchi, ma ci si arrangiava. I miei c’erano.”
La cerniera della tasca esterna segue le sue dita.
“Poi è arrivata quella tizia che mi voleva dare un lavoro in Italia. Diceva che un suo amico cercava una brava con i tagli. Mio padre si è arrabbiato molto con me perché le avevo detto di sì, senza prima parlare con lui e mamma. Le mie sorelle erano tutte contente. Sono venuta in Italia che era Settembre. Ho lavorato davvero in un salone, all’inizio.”
Guardo la mia mano che scorre sul copriletto, il tessuto ha una trama ruvida, a prima vista non sembrava.
“Dasho si è presentato come un grande amico di quella brava signora. Lui continuava a farmi regali, quella donna mi trattava come una figlia. Abitavo a casa sua e faceva tutto lei. Non sapevo nemmeno cucinare.”
Forse dovrei dire qualcosa ma la saliva mi si è asciugata.
“È durata due mesi.”
Girò la testa e mi guarda negli occhi. “Due mesi di promesse di matrimonio per farmi diventare cieca. Quando sono tornata a casa per Natale, sembravo una pazza. Dicevo a tutti che avevo trovato l’amore.”
Si alza per l’ennesima volta, non ha pace. Passa la mano sul fondo dell’armadio per controllare se è rimasto qualcosa ma sul legno c’è solo polvere.
“Mio padre non voleva che tornassi in Italia, l’ultima volta che l’ho visto non si è neanche alzato dalla sedia per salutarmi. Ha detto solo: io a quel matrimonio non ci vengo. Tornerai dalla tua famiglia. E ti sarai pentita.”
Si asciuga le guance con la mano. “Aveva ragione. Diceva che i ricchi non aiutano i poveri.”
Allungo una mano verso di lei, ma la mia carezza non sembra arrivarle. Sono solo un’ombra in questa stanza e nella sua vita. Non ho avuto tempo di toccarla abbastanza da vicino. Tira su col naso, la interrompo sottovoce:
“Ma la dottoressa da cui siamo state... Ho pensato ti avesse potuto dare solo una spirale…”
“Sì, sì. Proprio quella. Comunque, quell’anno sono tornata qui e ho aspettato che mi sposasse. Nel frattempo sono rimasta incinta. A quel punto ha che non c’erano soldi, che dovevo cambiare lavoro. Sono scappata a U. per un anno. Ho lasciato mio figlio lì con le mie sorelle, i miei genitori non hanno voluto nemmeno rivedermi.”
Cerco di non fare rumore.
“Ovviamente, i figli costano e i soldi non bastavano mai. Sono tornata da lui perché volevo crederci. Che non si fa per i figli? Voleva che lo portassi qui, ma non mi sono fidata. Le mie sorelle hanno scoperto chi era la donna che mi aveva offerto lavoro, hanno preso mio figlio e sono scappate in un altro villaggio. Lui non le ha più trovate ma loro a me chiedevano soldi di continuo.”
L’ultima cerniera corre fino in fondo. La valigia è chiusa.
“Ovviamente i soldi che guadagnavo non bastavano mai nemmeno a lui, così mi ha sbattuta in strada. I miei documenti erano scaduti, lavori non potevo trovarne.”
Stiamo zitte tutte e due. Ormai fuori è buio.
“Ma almeno, ogni volta che mando i soldi a casa mi sento meno in colpa. Meno la pessima madre che sono, meno la stupida che sono stata.”
Dico: “Mi dispiace...”
Lei non risponde. Ha lo sguardo fisso sulla porta, la mente è già fuori da questa stanza e io sono solo un altro ricordo in mezzo agli altri.
Dalla cucina arriva un rumore di vetri rotti.
Sento Ditmir che urla:
“Mi è caduto un bicchiere! Vengo a prendere la valigia.”
Liveta gli va dietro. Io apro la credenza: c’è una fila di bicchieri coi nomi dei mesi sopra. Per terra si è frantumato Settembre.
Questo mese è caduto addosso pure a me. Sento i suoi giorni che mi graffiano come qualcosa che non ha finito di succedere. Esco a vedere se ci sono ancora, ma la rampa delle scale è vuota.
Sporgendosi verso di me, Marina dice:
“Tutto bene?”
“No, Liveta mi ha detto quello che le è successo da quando è arrivata qui.”
“Non fare le domande se non reggi la risposta. Nessuna è arrivata qui perché stava giocando.”
–Già. Nessuna a parte me.
Marina mi tira verso la porta di casa.
“Entriamo, dai.”
Continuo a guardare la scala vuota e sento il petto tirarsi allo spasimo. Lei si mette a sciogliere qualcosa dentro a un pentolino, Valjet gioca col telefono. Sono ancora troppo debole per andarmene a casa così le chiedo:
“Che fai?”
“Una crema che si usa giù da noi. Tu sei di Milano, Angela?”
“Sì.”
“Mi piace il tuo nome.”
“Grazie. Mia madre diceva che il destino di ogni persona è influenzato dal suo nome. Mi ha chiamata Angela perché mi voleva buona.”
Sento Dasho che mi chiama, Valjet ha un sussulto, lascia andare il cellulare.
Mi avvicino a lui che è sulla porta. Lo guardo bere: il vetro riflette la luce ambrata del whiskey. Anche il muro accanto a noi è di un giallo chiaro, ma in basso ha perso la vernice.
Mi mette in mano un telefono. Mi ci richiude le dita attorno prima che riesca a guardarlo.
“C’è già il numero di Marina dentro, se ti serve qualcosa chiami lei.”
“Grazie.”
“Useremo questo per chiamarti. Ma se serve, gli altri hanno già anche il tuo numero.”
Un sacco di prostitute e avanzi di galera hanno il mio numero privato. E mi sento stupida e leggera come quando mi arrivava un bigliettino in terza media.
“Tienilo acceso. Non farmi cercare.”
Annuisco prima di pensarci.
“E quando ti chiamo rispondi subito. Anche se hai la bocca piena.”
Sento una fitta nel petto.
“Da domani ti aspetto a mezzogiorno.”
Mi ricordo di Liveta.
Disperazione.
Fa un passo indietro per guardarmi dall’alto.
“Bene.”
Se ne va.
Valjet guarda il cellulare nelle mie mani come se fosse un mostro.
“Che hai?” le chiedo.
“Temo Dasho. Soprattutto quando porta regali,” dice.
“In effetti...” noto che è identico a quelli che hanno loro.
Marina piega le labbra in una smorfia che forse voleva essere un sorriso.
“È il primo premio quando ti prendono… e benvenuta a casa del diavolo.”
– È una battuta?
Comunque mi fa quasi piacere sentire quel modo di dire.
Lei scruta la mia faccia e continua a sorridere.
“È così che gli diciamo noi.”
Anche a me viene da ridere senza motivo, lo metto nella borsa. Fisso le sue unghie viola. Quando qualcosa mi disturba troppo, mi distraggo coi dettagli.
Lei non sembra farci caso.
“Sono d’accordo con tua madre. Non so se chi gli ha messo quel nome conoscesse bene la nostra lingua… ma è amore e anche ariete. È quasi troppo perfetto per essere un caso.”
Ricordo quella notte in cui Valjet diceva a Georgi parole d’amore. E io ero invidiosa.
“Non potrei mai chiamarlo così.”
“Lo fai ogni volta che lo chiami per nome.”
Penso che non riuscirò più a dirlo.
***
Parlare di Liveta ieri mi ha lasciato un groviglio di cattive emozioni. Idra se ne accorge subito.
I suoi occhi mi scavano dentro.
“Cosa senti davvero per Liveta? Dimmi la verità.”
Scrivo sul mio taccuino:
La verità è che penso che tutte loro soffrissero più di me.
Liveta e le altre mi hanno trattata molto meglio di quanto meritassi. Quando ci penso... che sono finita là per gioco, mi sento una stronza. E una troia.
Idra legge, poi dice:
“Ma lei non ti ha considerata così. Com’è andato il primo giorno di lavoro?”
Ah, la pescheria! Non ho fatto in tempo a uscire di là, che già me la devo ricordare.
“È stato pessimo, sono incapace. E poi mi devo svegliare così presto che mi toccherà rinunciare agli alcolici, completamente. Vino, liquori, tutto.”
“Quindi… concludo che Dio non voglia più farti bere.” Idra finisce il vino.
“Ma almeno i miei colleghi sono stati gentili. Sono una signora e un ragazzo, Silvia e Riccardo. Mi hanno spiegato come preparare il banco. Tutto il giorno a ripetermi le stesse cose.”
“Pazienza. Come è andata la prima volta che sei andata a vivere da sola?”
“Benissimo, non sapevo manco farmi il letto.”
“E adesso è uguale. Si impara.”
“E se non va?”
“Cercheremo un altro posto.”
“Idra, stanotte ho fatto un sogno strano.”
A queste parole si fa tutta orecchi.
“Che sogno?”
“Era Versailles. E io l’unica stracciona in mezzo a nobili, principi, regine. Tutti perfetti. E a un tratto arriva un tizio. Un cavaliere? Non lo so. Mi dice che ha un impegno e si toglie una collana enorme, d’oro… grossa come una corda. Mi chiede di tenerla un attimo, finché va e torna.”
“E tu?”
“La tengo. In alto. Tesa. Poi sparisce. Puff. Tutti urlano che l’ho rubata. Io non capisco. Non so cosa dire.”
“Poi?”
“Mi sveglio, perché sento un rumore di vetri rotti. Corro alla finestra… e vedo lo spazzino che svuota i bidoni del vetro accanto alle case.”
Idra porta via i piatti.
“Cercavi dignità in mezzo alle prostitute e hai trovato un’altra corda. Se da stringere o per impiccarti non lo so.” Guarda verso la strada, la gente ha messo fuori i bidoni della plastica. “Il vetro rotto è sempre Settembre. Il trauma fa come il ciclo, va e torna, tutti i mesi.”
Vedo il tramonto. L’oro è sparito e il cielo è un cristallo crepato, riflette mille luci.
***
La prima volta che torno a quel portone e non trovo Liveta sento un picco nel petto.
Da quando lei non c’è, il silenzio mi lavora dentro. È spazio vuoto che chiede di essere riempito. Ho imparato come si riempie qui: senza pensare.
Anche Valjet oggi non è in macchina mentre andiamo all’autoporto. Chiedo a Nadia quando arriviamo al guardrail. Non voglio farmi sentire da Irina, non ho confidenza con lei.
“Dov’è Valjet?”
Ma Irina ha sentito lo stesso.
“Valjet è a casa e starà lì, finché non torna in condizioni decenti per lavorare.”
Non rispondo.
Irina mi punge:
“Non hai orecchie?”
“Grazie.”
“Di nulla. Un’altra volta non portarla in giro, così non succede niente.”
Marina mi dice con il labiale:
“Gli va a raccontare tutto… tutto… stai attenta.”
Dopo poco se la portano via due camionisti, e restiamo sole. Sempre la stessa strada. Ogni pomeriggio. Passano le macchine e passa il nostro tempo, diminuiscono i preservativi nelle nostre borse e aumentano i soldi. Per ammazzare il tempo parliamo di dove vorremmo essere.
Nadia si sta intrecciando i capelli per la noia:
“Tu Angela, proprio non dovresti essere qui, puoi ancora andare dove vuoi.”
In teoria suona bene, nella pratica sto meglio qui con lei che altrove. L’unico aspetto negativo è ancora l’idea di svendermi. Ma la saggezza popolare ha ragione, perciò credo che anche questo passerà. Eppure vorrei ancora potermi salvare con una frase così semplice.
“A un bel ricevimento, ecco dove dovresti essere con quelle scarpe,” ha disfatto la sua treccia un’altra volta. “Adoro le tue scarpe.”
Le guardo, in effetti non c’entrano molto su questa strada, che è una lunga vena grigia, piena di sangue.
“In realtà mi piacerebbe andare a Tenerife. Quando ero all’università la mia facoltà organizzava Erasmus proprio in quell’isola africana. Ma Matteo non ha mai voluto lasciarmi andare: era giovane, innamorato.”
“Geloso?” dice Nadia.
“Non lo so. Mia madre gli ha dato manforte. Disse che non serviva andare fino a laggiù a cercarmi un cazzo nero.”
“E ora se sapesse quanti cazzi neri prendi qui, senza andare a Tenerife?” dice lei.
“Già, dovrei farglielo sapere. Credo che il mio rimpianto più grande sia la versione di me che avrei potuto diventare là… e poi…”
Si avvicina una carretta scassata, piena di adesivi ridicoli. Il guidatore è nero, si guarda intorno e chiede:
“State lavorando?”
Marina cambia faccia:
“Non si vede?”
La voce le esce acida.
Non la sentivo così dalla prima notte in cui Dasho mi ha portato da loro. Marina mi aveva detto: non so in che guaio ti sei cacciata, ma qui non devi romperci le palle.
Adesso ripensarci mi fa ridere. La guardo strano, poi capisco: a fianco a lui c’è una donna. Le donne della strada non si vendono alle donne. L’ho imparato da loro, ma il motivo non l’ho capito.
La donna è molto scura, a me piace. Mi evoca tutto quello che non vedrò mai con gli occhi dei miei vent’anni. Spiagge di platino e il cristallo dell’acqua che bacia i piedi delle palme.
La bocca di Nadia mi si appiccica all’orecchio:
“Può essere pericolosa.”
Sì, c’è odore di fumo addosso a lei.
“La mia ragazza vuole farlo in tre,” ci dice il guidatore, “ma non so proprio a chi chiederlo tra le nostre conoscenze. Se una di voi è d’accordo, la pago il doppio o il triplo anche…”
Nadia e Marina non vogliono. Salgo io, prima di pensarci. Se ci penso, mi fermo.
Un attimo dopo la carretta s’infila in una curva ed entra in una zona di sosta deserta. L’asfalto grigio e il sole mi provocano spasmi.
Nostalgia? Angoscia?
Non so cos’è.
Lei scende e viene a sedersi dietro accanto a me. Ora non sento solo l’odore di erba, la vedo. Lei è strafatta. Con una mano pettina i capelli del suo ragazzo; con l’altra stringe la mia. Infilo le dita tra le sue.
Si sposta di lato sul sedile, arriva proprio vicino alla mia bocca. Abbassa le palpebre e le ciglia finte le chiudono gli occhi.
Il suo ragazzo è ancora davanti, alza la testa e gli sguardi di tutti e tre s’incrociano nello specchietto.
Faccio scorrere il pollice sul dorso del suo dito. Le sue unghie superano le mie di tre centimetri. Sono ricostruite di sicuro, laccate color ciliegia, lo smalto è saltato sui bordi.
Il telefono sul cruscotto vibra e si illumina. Lui butta l’occhio sullo schermo, lo ribalta e riaffonda contro il poggiatesta. Chiude gli occhi. La lingua di questa donna mi entra in bocca come se conoscesse già lo spazio che si prende. Non ne lascia, lo prende tutto. Non la voglio, ma il mio corpo accetta lo stesso.
Il suo fidanzato è rimasto aggrappato al volante. Lei lo invita ad aggiungersi a noi, e io mi ritrovo tra di loro, senza aprire gli occhi sento la bocca di lui che si appoggia sulla mia guancia, è calda e il contatto non mi dispiace nemmeno così tanto.
Dietro le palpebre vedo il mare azzurro di Tenerife. Ma l’azzurro di Dasho mi riempie la testa e riassorbe il sogno.
– Ma perché non posso volere niente che non passi da te?
Ovviamente nessuno risponde. Appena apro gli occhi la mia faccia nel riflesso del parabrezza dice: – Hai le allucinazioni adesso?
Questi baci continuano e l’afa diventa insopportabile. Lui allunga una mano verso il pulsante sulla portiera: il vetro scivola in basso e un getto d’aria mi colpisce il collo sudato.
Guardo meglio questa donna, viene da un continente che non vedrò. Una canotta nera le stringe il seno, schiacciandolo verso l’alto. Sulla schiena, la trama del pizzo è argentata, si apre a forma di farfalla sulla pelle. I capelli hanno riflessi rossi sbiaditi, le induriscono i lineamenti. Con un colpo di dita si toglie le ciocche da davanti agli occhi.
Le nostre labbra si uniscono di nuovo. Mentre sono incastrata tra i loro corpi osservo le loro facce. Si cercano con gli occhi, poco sopra il mio naso.
Le dita di lei si muovono sulla mia pancia, scende fino a infilare l’indice dentro il mio ombelico.
Sposto gli occhi sui suoi pantaloncini. Li spinge giù, oltre i fianchi. Il petto si libera dalle coppe del reggiseno. Mi piego in avanti, stringo tra le labbra il suo capezzolo e inizio a succhiare. Il suo fidanzato mi appoggia la mano sulla coscia. Lei solleva la testa. La fisso per capire se le piace: non ho mai fatto tutto questo, vado a tentativi.
Anche lui si slaccia i pantaloni. Guardo quello che viene fuori. Lo prendo io per prima, stringo le labbra intorno e faccio scivolare la bocca in basso, fino a toccarne la base. Anche la sua pelle è piena di riflessi di sole, ed è così caldo che sembra abbia la febbre. Mi ricordo della plastica prima che sia troppo tardi. Passo da lui a lei senza pulirmi. Mi colano tra le labbra, sulle mani, ovunque. Non so se lo faccio bene. Accarezzo le sue grandi labbra e le affondo la faccia tra le cosce. L’odore mi entra in gola.
Fuori passa una macchina, la sento appena, torno da lui. Mi mette una mano sulla nuca, affonda nella mia gola. Proprio come fa Dasho. Stesso gesto. Stessa presa. E io non reagisco. Assecondo il movimento a salire e scendere. Lui mi stringe di nuovo i capelli, d’istinto.
Appiattisco la lingua per non fare attrito, con la coda dell’occhio guardo lei che stringe le palpebre e tiene le labbra schiuse. Per un istante, uno solo, mi sembra gelosa. Eppure, a sentire lui, questo viaggio in tre lo ha voluto lei. La gente si danna per portare nel mondo reale le proprie fantasie, e un secondo dopo se ne pente.
Non sono affari miei.
In fondo sono due estranei, appena me lo ricordo, questo fatto mi brucia nel petto ma non è niente in confronto al bruciore che sento al culo quando lui me lo tocca. Sobbalzo e il corpo si chiude da solo.
Sento un odio che mi trasforma, per un attimo vorrei fermare tutto. Poi passa. Passa sempre.
Lei ride. “Ti brucia?”
“Sì.”
“Allora lavori parecchio, devo farci un pensiero. Io lavoro in pizzeria ma mi pagano due lire. Mi prendereste con voi?”
Anche a me viene da ridere.
“Dobbiamo chiedere al tuo uomo se è d’accordo.”
“E il tuo è d’accordo?”
Mi alzo e si alzano le mie sopracciglia. Vorrei che mi spiegasse come le è venuta un’uscita del genere.
“Tuo marito è d’accordo?” Lo ripete tranquilla.
“Come fai a sapere che ce l’ho?”
“Porti la fede…”
Cado dalle nuvole. È la prima cosa che mi riporta fuori, ma non dura.
Guardo la mia mano come se fosse di un’altra. L’anello è lì da anni, non ha mai fatto male a nessuno, eppure in questo momento pesa più di tutto il mio corpo.
Sento il telefono aziendale suonare. È Marina.
“Tutto bene?” chiede.
“Tutto bene,” rispondo.
Riprendo il movimento su di lui, su e giù. La lingua scopre i rilievi tesi sotto la pelle. Faccio scendere la saliva per lubrificare, mi sposto. La sua donna si china al mio posto e ripete lo stesso identico lavoro. Facciamo i turni. Mentre è giù, le sue dita scendono a premere tra le mie cosce, scivolano dentro di me, vanno avanti e indietro, spingono.
Quando mi bacia di nuovo i nostri sapori si mischiano.
Mi sfilo i vestiti di dosso, mi giro verso di lui e allargo le cosce. Sento l’ingresso pieno, profondo, scivola dritto in fondo.
Mi faccio da parte, adesso è lei a prendersi tutto il suo peso addosso.
Mi siedo di fianco. Lui si piega per baciarla sulla bocca, allunga la mano in basso: le sue dita iniziano a sfregare veloci sul punto più sensibile, in mezzo alle gambe di lei. Esattamente come faceva un attimo fa sul mio corpo.
Fuori il cielo è azzurro. Per un attimo mi sembra di essere arrivata fino a Tenerife.
Mentre mi riaccompagnano dalle altre mi ricordo dell’anello. Lo metto nella borsa ed è come abbassare il volume della coscienza. Mi aspetto di sentirmi peggio, invece respiro meglio.
Il mio corpo va da una parte. L’anello dall’altra.
È quasi il tramonto quando vengono a prenderci. Una scena ripetuta che inizia a essermi familiare. So già cosa succederà domani. E voglio tornare, anche se ogni volta mi costa qualcosa.
Dietro ci siamo io, Nadia e Jasmin in braccio a Marina, contro le regole della strada. Irina è rimasta ad aspettare laggiù.
Jasmin parla per prima:
“Oggi mi sono capitati tutti chiacchieroni.”
Dasho risponde senza guardarla, lo vedo aggiustarsi il polsino.
“Hanno pagato?”
“Sì.”
“Allora vanno bene. Chi ti paga è sempre amico tuo.”
Nadia si schiaccia contro la portiera:
“A me invece tutti musoni che volevano silenzio, come te.”
Dasho la guarda dallo specchietto.
“E tu hai parlato lo stesso?”
“No.”
“Brava.”
Nadia si spinge avanti sistemandosi meglio sul sedile. Mi mette a disagio la luce che si riflette nei suoi occhi scuri.
Il motore fa rumore e anche la radio, ma in sottofondo… sento il respiro di Nadia cambiare.
Voglio contraddirli.
“Il silenzio pesa più delle parole.”
Gli occhi azzurri riempiono lo specchietto.
“Le mie ragazze non devono vendere le chiacchiere.”
Un poliziotto ci ferma. Ditmir accosta. L’agente guarda l’auto, poi tutti noi. Riconosce Dasho e scambia un cenno di saluto. Controlla la patente:
“Questa è scaduta dal 3 agosto.”
Ditmir fa una smorfia:
“La sistemerò domani stesso, sto sempre a lavorare. Sono un povero straniero.”
Il poliziotto lo squadra come se indagasse, poi dice:
“Per stavolta ti perdono, mi sembri un bravo ragazzo. E buon lavoro a tutte sorelle!”
Jasmin si sporge verso di lui e la sua risata mi risuona nell’orecchio: “No, già fuori servizio per oggi!”
Ride anche lui:
“Allora buon riposo.”
La macchina scivola avanti. Il poliziotto nello specchietto laterale diventa piccolo e lontano.
Nadia resta in silenzio, scompare prima il sole, poi il suo sorriso.
Siamo a casa. È arrivata anche Irina. Mi ha invitata in camera sua perché le ho detto che quella che condividevo con Liveta è troppo vuota adesso. Non riesco a farmi la doccia senza sentire lei che urlava sempre: “È libero!”
Irina mi dà le spalle. Sta annaspando nel suo cassetto. Tira fuori: Serenase, Xanax, altre pasticche. – Si sarà già assuefatta a questa roba?
Integratori per capelli, per la pelle, per le unghie.
– Avrà ancora il fegato?
Dico: “Cosa hai perso?”
Risponde senza girarsi: “Dovrò adattarmi.”
“A che?”
“Al fatto che tu diventi mia sorella.”
“Tua sorella?”
Ma lei non mi ascolta più, va avanti a rovesciare tutto.
Mi dà sui nervi. “Cosa cerchi?”
“Te lo dirò, quando sarai diventata un po’ più mia sorella.”
Non ho capito niente. Il cassetto è di legno rossastro. Tira su una boccetta e la guarda in controluce, come per capire quanto liquido è rimasto. Sull’etichetta leggo: RIVOTRIL.
Domani torno lo stesso.
Saluto e scendo le scale.
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