Capitolo 2 - La truffa di noi tre
Un lettore mi ha fatto notare che la struttura può creare confusione. La storia si svolge su due piani temporali: nel presente Angela parla con Idra e scrive su un block-notes ciò che non riesce a dire, come una parodia della terapia. Le vicende con gli altri personaggi appartengono al passato, ma sono raccontate al presente perché Angela preferisce farlo così. I passaggi temporali nel testo sono indicati dai tre asterischi (***).
6 ore fa
Entro in casa di Idra dalla porta laterale della pasticceria, quella che nessuno guarda mai. Fuori resta l’odore di zucchero e fritto, appiccicato ai vestiti. Dentro comanda il rosso. Le tende sono arancioni. Questa non è una buona zona, ma la casa sì. È calda come un rifugio.
Siamo in un’altra regione. Io non vivevo qui prima.
Mi siedo su un divano consumato, pieno di decorazioni che imitano Fabergé, cede sotto il mio peso e mi accoglie.
Idra entra con le sporte della spesa, cucina sempre lei. Appoggia le borse, si toglie il cappotto, e inizia a darsi da fare con un trinciante d’acciaio che quando tocca il tagliere fa un rumore secco, definitivo.
Sedano.
Prezzemolo.
Aglio.
Il coltello si alza e si abbassa, ascolto il ritmo della lama. I seni grossi di Idra oscillano davanti a me mentre lavora. Gli odori verdi, vivi, mi entrano nei polmoni e qualcosa, dentro, si apre. Per un attimo non penso a Dasho. Non penso a niente.
“Com’è andata la notte?” domando.
Idra fa sì con la testa e sorride, continua a tagliare.
“Bene, ho ascoltato tonnellate di cazzate. Ho venduto filtri finti, ho dato consigli ai fessi.”
Osservo il coltello che sale e che scende. Penso a quanto potrebbe fare male. Penso a quanta fiducia serve per restare seduta qui, con la schiena scoperta davanti a una strega zingara.
La verità è che non è zingara, quello è un nome che le hanno dato i condomini. Idra è sudamericana, sa molte cose, conosce molte erbe e poi è convincente… Ti venderebbe una pianta che non esiste e te la farebbe pagare a peso d’oro.
“Continuerai anche con me? Se ti pago...”
Idra sorride. Prima con gli occhi, poi con la bocca.
“Ma certo. Io, per chi mi paga, parlo anche coi morti.”
Nessun pericolo. Conosco Idra, non usa le parole per fare scena e poi io ho consumato notti intere a incassare i suoi sfoghi, gratis, senza metterle in conto un minuto. Il saldo tra noi è in pari.
Questo pensiero mi diverte un attimo, poi mi blocca. Questo scambio di cibo e chiacchiere è l'unico legame che ho e a lungo termine non sarà abbastanza.
Ha un marito in carcere, Idra, e mentre lo aspetta fa soldi.
La prima volta che me ne ha parlato le ho chiesto come mai si fosse messa a fare la maga.
“Io faccio tutto quello che paga. E sono orgogliosa di aver fatto tutto meno che un mestiere. Idra non si è mai levata le mutande per i quattrini.”
Io ero rimasta zitta ma Idra non chiede scusa, non è nel suo stile.
“Togliti quella faccia da cagna bastonata, nemmeno tu l’hai fatto.”
“Come no? Dasho e tutti gli altri… Te l’ho già detto.”
“Tu non l’hai fatto per fare cassa. Ci sei finita perché sei malata.”
“Malata di che? Nemmeno la ninfomania esiste più nel prontuario delle malattie mentali.”
“Sei malata d’azzurro. L’azzurro ti ha rovinata.”
“Ma come?”
“Lo troveremo come.”
***
La porta laterale scatta. Entra Elena, è l’amica di Idra. Viene qui quasi tutti i giorni per ascoltare.
Non mi chiede nulla.
Non serve.
So che questo è il momento in cui il passato smette di essere solo ricordo e diventa materiale.
“Lo sai,” dico, “che ogni volta che parliamo fatico a riferirmi al passato? Mi sembra di vederli. Qui. Adesso.”
“Parla al presente.”
“Ho paura di tornarci. I miei ricordi sono acqua sporca.”
Elena lancia via le scarpe.
“Buttati dentro l’acqua delle fogne, con tutti e due i piedi. Così forse quando risali, risali una volta per tutte.”
“Spesso non riesco a parlare di tutto,” dico.
Idra mi passa un block notes e una penna. La plastica è fredda, liscia.
“Continuiamo con la recita dello strizzacervelli. Quello che non vuoi dire a noi scrivilo lì. Come faceva Freud. Come fanno i dottori.”
Prendo il taccuino. Pagine bianche.
Guardo loro e le carte sul tavolo. Tre di spade. Due di coppe. Denari. Sogni, affetti, soldi.
Tutto ciò che ho avuto e non ho saputo tenere.
***
Quel pomeriggio accompagno Liveta dal dottore e torno a casa; ho davanti tre giorni liberi prima del ritorno di mio marito.
Quella sera non faccio nemmeno in tempo a preoccuparmi di Francesco, che già da giorni mi guasta l’aria intorno.
Decido di riempire il tempo, di tapparlo come una falla.
Chiamo la mia estetista.
Unghie, lampada, massaggio.
Ho ore da buttare fino alle nove, ora in cui Dasho mi aspetta.
La mia pelle ha bisogno di calore, allo specchio il mio volto mi appare bianco innaturale, come se il sangue avesse deciso di ritirarsi lasciandomi in prestito solo la forma.
Mi guardo a lungo senza riconoscermi del tutto quando mi vedo più abbronzata.
Passiamo il pomeriggio a parlare, io e Gioia, l’estetista, con quella confidenza che nasce quando le mani di un’altra persona lavorano sul tuo corpo e sciolgono le difese.
Francesco, l’ultima volta, ha coinvolto Andrea, un amico di mio marito.
Lo fa per spaventarmi, per farmi capire che il cerchio si sta stringendo e che non esistono zone neutre.
Quando il restauro estetico finisce, mi sento come una casa ridipinta in fretta: le pareti nuove, le crepe sotto ancora aperte. Prendo il solito taxi e scendo all’androne.
Ma questo taxi lo voglio scordare! Voglio scendere una volta per tutte da quella scatola nera che continua a riportarmi sempre nello stesso punto, anche quando cambio strada.
L’androne si apre come al solito ma mi accoglie una scena strana. Liveta è in piedi a fianco all’armadio, ancora non l’hanno portata via. Nadia e Valjet, camminano avanti e indietro nervose. L’armadio di Irina aperto sembra un ventre pieno di serpenti di stoffa arrotolati, attorcigliati.
Liveta mi guarda come se dovesse chiedermi scusa. Sento in bocca la saliva al sapore di paura.
Non posso resistere. Glielo chiedo a fior di labbra perché non sentano le altre.
“Siamo già state scoperte?”
“No.”
Fa un cenno con lo sguardo a Valjet, e lei ci viene incontro.
“Scusami…” dice Valjet con il fiato corto. “Dasho mi ha fatto il terzo grado su quel tipo della scorsa settimana, quello che ti chiamava Angela. Gli ho detto che avevi paura.”
Dasho entra senza bussare. La conversazione tra noi quattro si interrompe di colpo, il mio cuore atterra sul pavimento.
“Vieni.”
Cammino dietro di lui. Il bagno appare all’improvviso: doccia, piastrelle bianche, lucide, fredde come ossa. La finestra alta, vetri così puri che il cielo nero fuori sembra sospeso dentro.
“Le ragazze dicono che sei una signora riconoscibile. Dobbiamo fare qualcosa.”
“Non avere paura,” aggiunge, come se potesse leggere i miei pensieri. “Spetta a me prendermi cura di te.”
La voce è calma. Non mi fido.
“Sono molto bravo a proteggere le persone, Liveta te lo può confermare.”
Liveta non si vede e non si sente, allora alza la voce guardando oltre la mia spalla.
“Vero, Liveta?”
Silenzio.
“Liveta! Vieni.”
Il silenzio scende come un mantello. Poi, dal corridoio, si sente il passo leggero di Liveta. Arriva, ma si ferma sulla soglia come una cerbiatta impaurita, ha occhi grandi, scuri, incerti. Le spalle le tremano.
Dasho la fissa, e la sua voce cambia, si indurisce.
“Liveta.” È il terzo richiamo, e la finta gentilezza è sparita del tutto. “Diglielo tu che porta bene credere in me. Tanto vi dite tutto.”
Liveta deglutisce. È piccola e minuta, ma ora pare più bassa che mai… Il cielo nero fuori, riflesso nella finestra, potrebbe inghiottire la stanza.
“Perché non glielo dici? Non mantengo le mie promesse?”
Il silenzio è tagliente, il tempo si dilata. La doccia gocciola, ogni stilla suona come un colpo lontano. Il cielo fuori è indifferente, assoluto. Le labbra di Liveta non si muovono. Gli restituisce un'occhiata che metà è veleno e metà è vomito. Lui registra ma non muove un dito.
È sicuro di averla azzerata. Lo sappiamo perché, noi tre. Io conosco la storia, lei conosce la storia. Eppure io non so la loro parte. Lui non sa la nostra.
La truffa di noi tre: io fotto a te e tu fotti a me, basta che io vengo e tu ci guadagni.
“Bene, se non vuoi parlare fai la parrucchiera..”
Si gira verso di me.
“Liveta è stata una parrucchiera una volta, se avesse dato ascolto alla sua famiglia, sarebbe ancora una parrucchiera. Forse.”
Liveta si rimpicciolisce contro lo stipite della porta.
“Forza, dai un nuovo look alla signora.”
Guardo la mia faccia bianca nello specchio, penso. – Puoi darmi un look per morire.–
Liveta esce e la sua schiena sfuma nel corridoio finché non resta più niente da vedere
Ricompare con una sedia in mano. Le tremano le dita sul legno.Io resto ferma con il petto che si muove a scatti, mentre mi spinge verso il lavandino.
“Siediti,” sussurra.
L’acqua corre. Liveta mi accompagna la testa all'indietro. Le sue dita affondano tra i miei capelli, massaggiano la cute, impastano lo shampoo con una pressione che mi fa male al collo. Tutta la lampada, il trucco e il calore del pomeriggio si sciolgono, diventano un'acqua profumata e tiepida che mi entra nelle orecchie, mi cola dietro le spalle.
Lo sento avvicinarsi dietro di me e sollevare una ciocca intrisa d'acqua. Lo sento inspirare, sta osservando ogni capello come una mappa.
“Qui, taglia qui.”
Io chino leggermente la testa.
Ogni ciocca cade come una prova eliminata.
“Più corto qui.”
Le lame vibrano nell'aria e mordono e si portano via manciate di capelli.
Quando lei finisce, l’acqua mi cola lungo i fianchi. Dasho preme dove Liveta deve ancora pareggiare. Io resto incastrata sotto la loro attenzione.
La mia faccia nello specchio dice: – Riprenditi la tua testa, prima che sia troppo tardi.
E lui dice: “Asciugali, forza.”
Liveta si sposta nel riflesso. Il soffio d'aria mi accarezza la nuca, le ciocche frusciano sopra la spazzola.
Appena Liveta finisce, Dasho la manda via a chiamare Ditmir. Lui spunta alla porta dopo pochi secondi. Dasho gli chiede come sto. Quello ride con la bocca chiusa.
“Sembra una donna albanese degli anni Ottanta.”
Li ascolto ridere e parlare tra loro in un’altra lingua. Fisso Liveta. Si china verso il mio orecchio, sento il suo fiato caldo sulla pelle bagnata:
“Questa è la sua protezione, una presa in giro infinita. Era questo che voleva ti dicessi. Lui protegge solo sé stesso, lui adora sé stesso.”
Sbarro gli occhi. Non ho tempo di rispondere. Lui ci interrompe.
“Che dite lì? Tu…”
Una mano mi afferra per i capelli e mi tira la testa all'indietro.
“Non hai perso tutta la giornata a tirarti a lucido invece di lavorare solo per farcelo drizzare, vero?”
“No.”
“Allora piegati. Veloce. Apri bene le cosce.”
Mi muovo per farlo, ma mi blocca.
“Aspetta. Tu, fuori,” dice a Liveta. “Anzi no, resta lì,” aggiunge mentre lei fa un passo indietro. “Non ti dà fastidio, vero?”
Liveta scuote la testa.
“Meglio. Una volta ci perdeva la testa,” dice guardando me.
Mi piego sul bordo di ceramica, a novanta, con le cosce aperte davanti a Ditmir e a Liveta. Dasho mi si pianta dietro, preme i jeans contro i miei glutei. Mi afferra il fianco con la destra, piantando le dita nell'osso, mentre la sinistra va dritta in mezzo alle gambe, mi apre e mi tocca a fondo. La pelle bagnata si accende di colpo sotto le sue dita, sono già liquida. Tento di alzare il mento per vedere i suoi occhi nello specchio, ma la sua mano si sposta sulla mia nuca e mi schiaccia la testa verso il basso, bloccandomi lì.
“Stai giù, puttana.”
Sento un fluido fresco che mi cola tra le natiche.
“E tira su il culo.”
Accolgo le sue dita nello sfintere, che cede per fargli spazio. Una spinta, due, e mi entra dritto dentro. Mi sfugge un gemito per l'impatto. Dasho si ferma un momento, aspetta che il fastidio passi, poi riprende a spingere con un ritmo regolare. La sua mano si sposta sul davanti, mi massaggia la fica a ogni colpo. Piego la testa all'indietro, con gli occhi chiusi, senza più preoccuparmi di Liveta e Ditmir.
“Mi viene la troia.”
Sento la voce bassa di Ditmir: “Sì. Lavora bene.”
L'approvazione mi scarica un brivido caldo lungo la schiena. La verità è che impazzisco a sentire il peso di Dasho che si infila in quel posto che non ha mai toccato prima. Trattengo il fiato fino al momento in cui avverto lo scatto dei suoi muscoli che si bloccano, poi spingo indietro il bacino per andargli incontro e incassare l'onda fino all'ultimo secondo.
Lo sento staccarsi da me. Dice a Ditmir di prendersi la sua parte, come sempre. Ho i muscoli che fremono, non so se posso reggere subito un’altra volta là dietro. Ditmir mi si mette dietro e mi allarga le natiche con le dita solo per guardare lo sperma di Dasho che cola fuori. Poi cambia obiettivo. Preferisce la mia carne davanti, che è ancora caldissima e aperta. Gli bastano pochi colpi duri, profondi, per scaricarsi dentro di me e lasciarmi addosso il secondo orgasmo della serata.
Mi riprendo, sollevo il viso, mi vedo le guance arrossate. Liveta mi guarda con un misto di stupore e di pietà. Ha ragione, lo so… faccio veramente pena, una signora caduta dalle stelle alle stalle e solo per aver tentato di afferrare due stelle azzurre.
Rimango ferma con la mano calda di Ditmir poggiata sulla schiena e lo sguardo di Liveta addosso finché Dasho dice: “Dalle una parrucca. Deve essere meno riconoscibile.”
Liveta fa per andare a cercare quello che ha chiesto, ma la richiama ancora. “Finora non abbiamo pensato al suo stile, ma questa signora deve adattarsi ai nuovi ambienti. Voglio un trucco pesante. E niente mutande, la fica deve stare libera.”
Venti minuti dopo sono al solito posto, con Nadia, Liveta, Valjet, una parrucca bionda in testa e un trucco da teatro.
***
Il ronzio del frigo mi riporta al presente. Idra strofina il pollice sulla ruota zigrinata dell'accendino e fa uscire l'odore di gas.
“Eri felice?”
Apro il taccuino e scrivo: Come una che è caduta in disgrazia e beve per procurarsi più dolore. E ci gode pure.
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