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Erotika
La lunga notte · Cap. 1
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Capitolo 1 di 21 4 min di lettura

Il giro ossessivo

Ho letto e amato “La lunga notte” su Racconti di Milù (firmato allora Lord Phantom). Non potendo contattare l’autore, questo testo nasce come libera ispirazione alla sua trama. Se l’autore si riconoscesse e non gradisse, basta segnalarlo: verrà rimosso. La sua storia è disponibile qui: https://raccontimilu.com/racconti-erotici-sulla-dominazione/la-lunga-notte-cap-1/

Agave Ionia
4 mesi fa · 811 letture · 0

Non è il taxi a portarmi da lui. Sono io che ci salgo.
Tanti anni e sempre lo stesso incubo che gira, un nastro ossessivo: un taxi taxi nero con la carrozzeria lucida e gli interni consumati.
Alla guida c’è un uomo senza occhi, ma so che mi fissa. Sto seduta sul sedile posteriore, e mi aggrappo alla finta pelle. Guardo l’asfalto che corre sotto le ruote. La città fuori si allunga e si contrae, le luci diventano lampi poi ombre, poi niente. Il vento entra dai finestrini aperti, mi raffredda il sudore sul collo.

E Dasho è lì. Dappertutto e da nessuna parte. Non lo vedo, ma sento l’aria che cambia, so quando entra. Il taxi accelera senza che io muova un dito. Prende curve infinite, una discesa che svuota lo stomaco. Cerco sempre di urlare per frenare la corsa.
È bastata una sola notte per trovarmi bloccata in un'altra vita.
La carne comincia a rispondere da sola, a scatti, prima ancora che il cervello capisca a cosa. Mi prendono gli occhi azzurri, il peso di un corpo che vince sul mio. Il suo sapore mi resta piantato in gola, mi impasta la bocca per tutto il tempo che passo a lavorare per lui sulla strada.

Da quella lunga notte in poi Il sesso è morte e l'amore non c'entra con la vita.
Da un uomo così impari solo a temere. E mio marito? Matteo non è solo l’ingranaggio che, con i suoi giochi osceni, mi ha spinto dritto tra le braccia di Dasho. Da quel recinto non esco più.
Cedo a tutto per anni, in quegli attimi in cui il mio corpo diventa proprietà altrui, io non esisto.
Stamattina mi sveglio per l'ennesima volta con le lenzuola inzuppate di sudore. Non voglio masturbarmi pensando a lui.
Voglio uno psicologo.
Voglio pagare qualcuno per liberarmi. Ho già le parole pronte in gola, ma poi non esce niente. La bocca è secca.
Allora cambio strada e vado da lei: la cartomante, una zingara. È nera come la notte in cui ho incontrato Dasho, calda come la sua pelle in quell'estate.
Ma era davvero estate?
La trovo una sera d’inverno, si chiama Idra. In realtà, lei trova me. Ho addosso lo sporco di troppi giorni passati in strada e sto cercando un punto del fiume abbastanza nero per fare il grande salto.
Lei sta tornando a casa, dice: “Se proprio vuoi buttarti di sotto, fallo domani. Non mi aspetta nessuno a casa, potresti almeno venire a raccontarmi la tua vita.”
Le chiedo: “E che te ne fai di sapere la mia vita?”
“Niente, ci passo il tempo. Ma magari, tu nel mentre cambi idea.”
Non distoglie mai lo sguardo mentre parlo. Le racconto di quelli che poi prendo a chiamare fratelli e delle donne che mi diventano sorelle.
E lei… non dice nulla. Solo mi guarda con occhi sbarrati, e io sento che sono abbastanza profondi per fare il mio salto.
Ci frequentiamo adesso.
A volte mi bruciano dentro desideri che non posso dire a voce alta, come premere la mia bocca sulla sua. Solo questo manca alla mia perversione. Un bacio e il crollo sarebbe completo. Ma mi fermo sempre a un millimetro dal contatto, una volta mi sono avvicinata tanto da respirare il suo fiato. È stata lei a fermarmi, senza toccarmi.
Un giorno le chiedo: “Lo rivedrò mai, Dasho?”
Non risponde. Ho capito. Niente Dasho. Adesso tocca a me. Ma la testa torna sempre lì, ogni ora, allo stesso modo.
“Dobbiamo pensare alla tua guarigione,” dice. “Non a lui. Lui non c’è. Non ci sarà, mai più.”
Eppure il mio corpo non è d'accordo.
“E come avverrà la mia guarigione?”
“Arriveremo,” dice Idra, “dove tutto è iniziato. Il male viene da molto lontano.”
E il taxi? Torna ogni notte, mi porta ancora dentro. Le curve sono infinite, il vento entra dal finestrino e mi raffredda il sudore sul collo. È una carretta, si mangia le strade che conoscono la mia colpa. Sto seduta, a guardare la memoria che corre di fianco al vetro. Ma non mi fa più paura.
Via Amendola è scomparsa da anni. Non ho più una casa, non ho un marito. Da chi dovrei nascondermi?
C’è solo lei: la strega. La mia guida nell'inferno dei sogni azzurri intrisi di fluidi. La mia compagnia nella lunga notte.
Sono ancora Angela mentre guardo il taxi scomparire nell’ombra e i polmoni restano vuoti. Sono ancora la troia di Dasho.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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Scritto da
Agave Ionia

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