Appena entro a casa sento la voce di Matteo che parla al telefono. È davanti al computer e anche lui sembra distrutto, deve essere rimasto connesso tutto il pomeriggio a memorizzare qualcosa per lunedì. Infila sei o sette pratiche tutti i giorni, una sopra l’altra, e poi fa tutto all’ultimo minuto. Se chiudo gli occhi mi sembra ancora di sentire l’odore di quella clinica e la voce di Mariana: la ragazza che ha avuto l’onore di passare nel mondo dei morti e poi tornare.
Matteo spegne la telefonata, stacca la spina del PC dal muro e dice: “Vedo che si può ordinare per cena.”
Visto che la mente non si può staccare, la mia faccia nella vetrina mi suggerisce di sovraccaricare. E io prendo il mio computer, mentre lui ancora parla, stavolta con un ristorante cinese a dieci minuti da qui. Secondo la schermata bianca e blu della mia vecchia università, ho tempo per presentare la domanda di ammissione ai corsi fino al trenta ottobre. Guardo verso il muro: il calendario dice che sono al limite. Allora mi do una mossa a scriverla e intanto vedo l’occhio di Matteo che segue il mio schermo, la sua mano che stringe il telefono mentre domanda il pollo alle mandorle. E io dico che voglio il riso alla cantonese. La sua voce ripete le mie parole.
Mio marito rimasto è sulla soglia della stanza, come ad aspettare il cinese, ma da lì fissa il PC che ho appena chiuso e preme i palmi delle mani contro la fronte come se soffrisse di una terribile emicrania.
I miei occhi si muovono di continuo, non possono star fermi. Le orecchie mi bruciano, la saliva mi sale in gola e scende. So che il suo cervello continua a macinare pensieri. Invio la mia domanda, lui lo vede e la faccia gli diventa rosso scuro.
Il rumore dei suoi sospiri esasperati mi ricorda che i nostri corpi sono incastrati in questo perimetro soffocante, tra di noi ora c’è solo attrito.
Il suo sguardo vuoto supera il davanzale, tocca la notte nera e i germogli di aster lillà che esplodono sul balcone della dirimpettaia. Il silenzio pesa talmente tanto da spezzarmi la schiena.
Dopo cena, mentre non mi addormento, mi chiedo a chi potrei domandare come levarmi Francesco dal gozzo e mi viene in mente la vecchia Anna.
Chissà se nella sua lunghissima carriera ha mai avuto un problema del genere. Raggi di luna d’argento macchiano il cielo e colano sulla sveglia, ma sembra che non suonerà mai.
Stanotte mi è parsa lunghissima, ma la domenica è interminabile. Io e mio marito abbiamo perso da un pezzo l’abitudine di uscire insieme, a parte quando ci chiama qualcuno e anche prima, la domenica, non è che facessimo molto di più che andare a comprare oggetti e vestiti tanto per spendere i soldi che lui guadagna negli altri giorni della settimana.
Sono venute sua sorella e mia madre a trovarci. Marta è vestita come una nonna, ha uno scialle che le scende fino ai fianchi. Il suo corpo è sottile, ma ha una scintilla nello sguardo che non le vedo spesso. L’anno scorso le avevo comprato una bottiglia di profumo a forma di rosa; lei ha ricambiato con una rosa di Swarovski, la bomboniera del suo matrimonio.
Dice: “Fa sempre freddo a casa vostra.”
Mentre bolle l’acqua, Matteo le risponde: “Se vuoi accendo i termosifoni.”
È solo una delle solite lamentele di mia cognata. Io sto qui a controllare la teiera, perché Marta beve solo tè. A pasto non beve acqua, né vino, né succhi.
“Ma no, ci mancherebbe.”
La sua lingua raccoglie le ultime tracce di panna dei mignon che aveva portato per il nostro pranzo e che ha mangiato praticamente tutti lei. Seguo il movimento di quella specie di fragola umida e rosa, contro il rosso lucido delle labbra, e mi viene da pensare che non possono esserci angoli di casa freddi vicino a lei. Adesso sta per accendere la sigaretta e la fronte di mia madre s’increspa: “Il cancro e il diabete fanno una bella accoppiata.”
Le curve rosse disegnate delle labbra di Marta si piegano verso l’alto: “Voglio ammalarmi. Così tutti penseranno sempre e solo a me.”
Mamma beve subito questo tè sciapo fino all’ultima goccia, non mi pare contenta e Marta cerca di aggiustare: “Sei gentile a preoccuparti per me.”
Mia madre si alza, afferra la caffettiera posata su un ripiano accanto a me e inizia a riempirla senza chiedere nulla a nessuno. “È il mio lavoro.” I suoi occhi rimangono a lungo fissi sul barattolo del decaffeinato: “Ma, a dire il vero, della tua salute non me ne frega un cazzo.”
Marta ride con la manina davanti alle labbra: “Io vorrei avere una madre simpatica come la tua, Angela.”
Questa scenetta potrebbe far ridere anche me se non avessi il pensiero fisso su Francesco. Così mi allungo e lascio cadere il tè nel bicchiere di Marta: “Per me te la puoi portare a casa.”
Detto questo, lascio il bricco sulla tovaglia e lei mi chiede: “La teiera o tua mamma?”
“Tutte e due.”
Mia madre dice: “Tu mi disprezzi perché ti ho dato la cura per tutto.”
Faccio finta di non sentirla perché lei non sa che in realtà io non voglio la cura. La maggior parte dei suoi pazienti, invece di accettare il fatto naturale che morirà, butta via gli ultimi mesi a farsi riempire di medicine e false speranze, invece di spassarsela.
Mamma ha bevuto tutto il caffè: “Io ti ho risolto tutti i problemi, sempre.”
Vado a lavare i piatti, la mia faccia nell’acqua del lavandino dice che io non voglio che i miei problemi siano risolti e i miei disastri districati. Dopo che cosa resterebbe, a parte il continuo e spaventoso chiacchiericcio di queste persone?
Immergo le mani nell’acqua troppo calda fino ai polsi, trovo sollievo in questo principio di scottatura.
Nel mondo di fuori, piove.
Matteo dice che accompagna a casa la sorella. Mia madre pure se ne va, così con questo telefono che mi tiene in contatto con le fogne della città chiamo Marina.
Lei risponde: “Sono al lavoro.”
E io le dico: “Al lavoro?”
La sua voce sottile mormora: “Questo è quello che faccio per vivere.”
Le dico che sta piovendo.
“Ma piove poco.”
“Come sta Lori?”
“Chiedimi qualsiasi altra cosa...”
Dietro di lei, la voce di Irina e quella di Nadia rumoreggiano.
“Rispondi.”
Marina sta zitta. Dopo un po’ dice: “La parte difficile prima era farle tenere la bocca chiusa e adesso è il contrario.”
“Non parla?”
“No, e ancora trema.”
Sono passati due giorni. “Ancora trema?”
Marina dice: “Ancora trema e stamattina Nadia è andata là per chiederle di venire a fare colazione e l’ha cacciata via. Adesso ha paura anche di mettersi a letto, di addormentarsi.”
La testa mi gira. Mi arriva il rumore di un tir.
“Devo andare a lavorare,” dice Marina. “Se così lo possiamo chiamare.”
Il telefono tace. Visto che sono usciti, posso andare a trovare la vecchia Anna.
E mentre me ne vado verso là mi rendo conto che ora cose qualunque mi fanno tremare. La pioggia, questo taxi che ogni giorno mi porta in un posto in cui nessuno mi ha detto di andare. Le sagome dorate dei manichini dei negozi, colpite dalla luce cupa del sole che ogni tanto affiora tra la pioggia. Le persone coi capelli rossi.
Davanti al condominio c’è la gatta di Nadia. Loro non sono ancora tornati, ma il portone è aperto. La gatta mi vede, mi abbasso per prenderla in braccio, lei invece mi scappa e rientra nel nostro nido di topi, corre su per la scala. E io salgo dietro di lei, ma non si ferma a casa nostra. Abbiamo superato il terzo piano. Scopro Anna che aspetta la gatta sul pianerottolo, agita una scatola di croccantini. Ha addosso una vestaglia e sulla testa qualche prodotto che le fa i capelli lisci e oleosi.
“Ciao bella, sei venuta a trovarmi?”
Io dico: “Sì.”
Da lei la gatta si fa prendere.
I suoi piedi scivolano in un paio di pantofole che aveva lasciato sullo zerbino. La seguo, persa nella mia nebbia di dolore. Sembra una vipera amichevole, avvolta in una nuvola di zucchero filato rosa.
C’è odore di cipria qui dentro, e di spumante. Mi chiedo se questa nonna faccia ancora qualche lavoro certe volte. La gatta sta girando intorno a un grosso specchio ovale.
Anna mi mette davanti un liquore marrone: “È un nocino mio. Bevi, non avveleno la gente, io.”
Il suo volto si deforma in un sorriso da iena. La gatta salta su una sedia e si mette accanto a lei.
“La tengo io quando Nadia esce, per non rischiare che la investano ancora. Questa bestia non vuole stare sola in casa quando non c’è nessuno.”
La mia faccia si riscalda: “Il tuo liquore è venuto bene.”
“Quella di sotto, campa ancora?”
E io faccio finta di non sapere di chi parla. “Lory?”
“Così si chiama?”
“A me si è presentata così.”
“Dimmi, dov’è che andava l’altra sera il beccamorto con la ragazza in braccio?”
Io alzo le spalle: “Anna, non lo so, sono andata da un’altra parte io.”
