La lunga notte

Capitolo 19 - Sulla soglia della stanza

Grazie a chi legge.

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Appena entro a casa sento la voce di Matteo che parla al telefono. È davanti al computer e anche lui sembra distrutto, deve essere rimasto connesso tutto il pomeriggio a memorizzare qualcosa per lunedì. Infila sei o sette pratiche tutti i giorni, una sopra l’altra, e poi fa tutto all’ultimo minuto. Se chiudo gli occhi mi sembra ancora di sentire l’odore di quella clinica e la voce di Mariana: la ragazza che ha avuto l’onore di passare nel mondo dei morti e poi tornare.

Matteo spegne la telefonata, stacca la spina del PC dal muro e dice: “Vedo che si può ordinare per cena.”

Visto che la mente non si può staccare, la mia faccia nella vetrina mi suggerisce di sovraccaricare. E io prendo il mio computer, mentre lui ancora parla, stavolta con un ristorante cinese a dieci minuti da qui. Secondo la schermata bianca e blu della mia vecchia università, ho tempo per presentare la domanda di ammissione ai corsi fino al trenta ottobre. Guardo verso il muro: il calendario dice che sono al limite. Allora mi do una mossa a scriverla e intanto vedo l’occhio di Matteo che segue il mio schermo, la sua mano che stringe il telefono mentre domanda il pollo alle mandorle. E io dico che voglio il riso alla cantonese. La sua voce ripete le mie parole.

Mio marito rimasto è sulla soglia della stanza, come ad aspettare il cinese, ma da lì fissa il PC che ho appena chiuso e preme i palmi delle mani contro la fronte come se soffrisse di una terribile emicrania.

I miei occhi si muovono di continuo, non possono star fermi. Le orecchie mi bruciano, la saliva mi sale in gola e scende. So che il suo cervello continua a macinare pensieri. Invio la mia domanda, lui lo vede e la faccia gli diventa rosso scuro.

Il rumore dei suoi sospiri esasperati mi ricorda che i nostri corpi sono incastrati in questo perimetro soffocante, tra di noi ora c’è solo attrito.

Il suo sguardo vuoto supera il davanzale, tocca la notte nera e i germogli di aster lillà che esplodono sul balcone della dirimpettaia. Il silenzio pesa talmente tanto da spezzarmi la schiena.


Dopo cena, mentre non mi addormento, mi chiedo a chi potrei domandare come levarmi Francesco dal gozzo e mi viene in mente la vecchia Anna.

Chissà se nella sua lunghissima carriera ha mai avuto un problema del genere. Raggi di luna d’argento macchiano il cielo e colano sulla sveglia, ma sembra che non suonerà mai.

Stanotte mi è parsa lunghissima, ma la domenica è interminabile. Io e mio marito abbiamo perso da un pezzo l’abitudine di uscire insieme, a parte quando ci chiama qualcuno e anche prima, la domenica, non è che facessimo molto di più che andare a comprare oggetti e vestiti tanto per spendere i soldi che lui guadagna negli altri giorni della settimana.

Sono venute sua sorella e mia madre a trovarci. Marta è vestita come una nonna, ha uno scialle che le scende fino ai fianchi. Il suo corpo è sottile, ma ha una scintilla nello sguardo che non le vedo spesso. L’anno scorso le avevo comprato una bottiglia di profumo a forma di rosa; lei ha ricambiato con una rosa di Swarovski, la bomboniera del suo matrimonio.

Dice: “Fa sempre freddo a casa vostra.”

Mentre bolle l’acqua, Matteo le risponde: “Se vuoi accendo i termosifoni.”

È solo una delle solite lamentele di mia cognata. Io sto qui a controllare la teiera, perché Marta beve solo tè. A pasto non beve acqua, né vino, né succhi.

“Ma no, ci mancherebbe.”

La sua lingua raccoglie le ultime tracce di panna dei mignon che aveva portato per il nostro pranzo e che ha mangiato praticamente tutti lei. Seguo il movimento di quella specie di fragola umida e rosa, contro il rosso lucido delle labbra, e mi viene da pensare che non possono esserci angoli di casa freddi vicino a lei. Adesso sta per accendere la sigaretta e la fronte di mia madre s’increspa: “Il cancro e il diabete fanno una bella accoppiata.”

Le curve rosse disegnate delle labbra di Marta si piegano verso l’alto: “Voglio ammalarmi. Così tutti penseranno sempre e solo a me.”

Mamma beve subito questo tè sciapo fino all’ultima goccia, non mi pare contenta e Marta cerca di aggiustare: “Sei gentile a preoccuparti per me.”

Mia madre si alza, afferra la caffettiera posata su un ripiano accanto a me e inizia a riempirla senza chiedere nulla a nessuno. “È il mio lavoro.” I suoi occhi rimangono a lungo fissi sul barattolo del decaffeinato: “Ma, a dire il vero, della tua salute non me ne frega un cazzo.”

Marta ride con la manina davanti alle labbra: “Io vorrei avere una madre simpatica come la tua, Angela.”

Questa scenetta potrebbe far ridere anche me se non avessi il pensiero fisso su Francesco. Così mi allungo e lascio cadere il tè nel bicchiere di Marta: “Per me te la puoi portare a casa.”

Detto questo, lascio il bricco sulla tovaglia e lei mi chiede: “La teiera o tua mamma?”

“Tutte e due.”

Mia madre dice: “Tu mi disprezzi perché ti ho dato la cura per tutto.”

Faccio finta di non sentirla perché lei non sa che in realtà io non voglio la cura. La maggior parte dei suoi pazienti, invece di accettare il fatto naturale che morirà, butta via gli ultimi mesi a farsi riempire di medicine e false speranze, invece di spassarsela.

Mamma ha bevuto tutto il caffè: “Io ti ho risolto tutti i problemi, sempre.”

Vado a lavare i piatti, la mia faccia nell’acqua del lavandino dice che io non voglio che i miei problemi siano risolti e i miei disastri districati. Dopo che cosa resterebbe, a parte il continuo e spaventoso chiacchiericcio di queste persone?

Immergo le mani nell’acqua troppo calda fino ai polsi, trovo sollievo in questo principio di scottatura.

Nel mondo di fuori, piove.

Matteo dice che accompagna a casa la sorella. Mia madre pure se ne va, così con questo telefono che mi tiene in contatto con le fogne della città chiamo Marina.

Lei risponde: “Sono al lavoro.”

E io le dico: “Al lavoro?”

La sua voce sottile mormora: “Questo è quello che faccio per vivere.”

Le dico che sta piovendo.

“Ma piove poco.”

“Come sta Lori?”

“Chiedimi qualsiasi altra cosa...”

Dietro di lei, la voce di Irina e quella di Nadia rumoreggiano.

“Rispondi.”

Marina sta zitta. Dopo un po’ dice: “La parte difficile prima era farle tenere la bocca chiusa e adesso è il contrario.”

“Non parla?”

“No, e ancora trema.”

Sono passati due giorni. “Ancora trema?”

Marina dice: “Ancora trema e stamattina Nadia è andata là per chiederle di venire a fare colazione e l’ha cacciata via. Adesso ha paura anche di mettersi a letto, di addormentarsi.”

La testa mi gira. Mi arriva il rumore di un tir.

“Devo andare a lavorare,” dice Marina. “Se così lo possiamo chiamare.”

Il telefono tace. Visto che sono usciti, posso andare a trovare la vecchia Anna.

E mentre me ne vado verso là mi rendo conto che ora cose qualunque mi fanno tremare. La pioggia, questo taxi che ogni giorno mi porta in un posto in cui nessuno mi ha detto di andare. Le sagome dorate dei manichini dei negozi, colpite dalla luce cupa del sole che ogni tanto affiora tra la pioggia. Le persone coi capelli rossi.

Davanti al condominio c’è la gatta di Nadia. Loro non sono ancora tornati, ma il portone è aperto. La gatta mi vede, mi abbasso per prenderla in braccio, lei invece mi scappa e rientra nel nostro nido di topi, corre su per la scala. E io salgo dietro di lei, ma non si ferma a casa nostra. Abbiamo superato il terzo piano. Scopro Anna che aspetta la gatta sul pianerottolo, agita una scatola di croccantini. Ha addosso una vestaglia e sulla testa qualche prodotto che le fa i capelli lisci e oleosi.

“Ciao bella, sei venuta a trovarmi?”

Io dico: “Sì.”

Da lei la gatta si fa prendere.

I suoi piedi scivolano in un paio di pantofole che aveva lasciato sullo zerbino. La seguo, persa nella mia nebbia di dolore. Sembra una vipera amichevole, avvolta in una nuvola di zucchero filato rosa.

C’è odore di cipria qui dentro, e di spumante. Mi chiedo se questa nonna faccia ancora qualche lavoro certe volte. La gatta sta girando intorno a un grosso specchio ovale.

Anna mi mette davanti un liquore marrone: “È un nocino mio. Bevi, non avveleno la gente, io.”

Il suo volto si deforma in un sorriso da iena. La gatta salta su una sedia e si mette accanto a lei.

“La tengo io quando Nadia esce, per non rischiare che la investano ancora. Questa bestia non vuole stare sola in casa quando non c’è nessuno.”

La mia faccia si riscalda: “Il tuo liquore è venuto bene.”

“Quella di sotto, campa ancora?”

E io faccio finta di non sapere di chi parla. “Lory?”

“Così si chiama?”

“A me si è presentata così.”

“Dimmi, dov’è che andava l’altra sera il beccamorto con la ragazza in braccio?”

Io alzo le spalle: “Anna, non lo so, sono andata da un’altra parte io.”

“Accidenti, ha fatto già un gran lavoro con te. È stato come magia quando ho acceso la luce, hai visto?”

Il sole è tornato luminoso.

La sua risata è anche troppo delicata. “Ma io l’ho fatto apposta, perché qui dentro lui pensa nessuno mi vede, nessuno mi sente... e così spadroneggia di continuo. E invece così lo sa che io lo guardo. Allora, dove siete andati dopo?”

Ascolto il fluire del liquore che mi versa un’altra volta. “Io altrove, loro credo... a fare qualche magia.”

Anna ingurgita e posa il suo bicchierino: “Magia un cazzo. L’unica magia la fanno i soldi che Cristiano, il poliziotto, si prende ogni settimana. Lo sai quanti ficcano le mani nella sua mangiatoia?”

“No, non lo so.”

“Un sacco di gente. E comunque io vedo tutto. Io ho visto anche chiudere le case.”

“Quali case?”

“Quelle chiuse. È ridicolo dire che sono chiuse le case chiuse. Avevo diciott’anni quando ho iniziato a lavorare.”

Sento un gruppo di topi o qualcosa del genere in gola. Mi volto e cerco la gatta, quella gira attorno allo specchio.

Il retro del mio cranio è dolente e pulsante. “Anna, sono venuta per questo, per chiederle un consiglio.”

Anche lei osserva la gatta: “Che te ne fai? Te l’ho dato la prima volta che t’ho incontrato e non mi hai ascoltata. La vedi quella bestia?”

“Ho la testa che mi scoppia.”

Lei smuove i capelli grigi: “La gatta sta impazzendo, vede un’immagine nello specchio e non ci capisce niente. Sta cercando l’anima dietro lo specchio. Forse con tutti quei miagolii gli sta dicendo: specchio, dov’è l’anima?”

Esplode in una risata che mi fa pensare che il suo cervello sia davvero andato in fumo.

Si alza e va a prendere la gatta in braccio. “Tu l’hai conosciuta Elizabeth?”

Infilo la mano nella tasca del cappotto, dove tengo le sigarette. Anna mi porta il posacenere, le passo il bicchiere, lei lo mette nel lavandino.

“L’ho solo sentita per telefono, ma non l’ho mai vista. Non mi sembra una tanto centrata.”

“E infatti non ci è. Elizabeth si è fissata con quell’altro. Le è partito il cervello perché ha cercato, cercato come la gatta dietro lo specchio... se dietro il riflesso c’era qualcos’altro. Io l’ho detto a lei e ora dico lo stesso a te: quello è pazzo e non puoi stare con lui, a meno che non impazzisci pure tu. Lei mi ha risposto è solo un’altra cassaforte, troverò la combinazione. Ce l’hanno tutte le casseforti. Poi in effetti l’ha trovata, ed è cascata dall’altra parte perché dentro non c’era niente.”

“Anna ma vorrei chiederle un’altra cosa.”

“Dai, dimmela.”

La gatta le sta leccando la manica della vestaglia.

“Non dovrei parlarle di niente...”

Si siede di lato accanto a me. “Ah no e perché? Te l’ha detto lui? Stupida, io sono stata per una vita nella tua stessa barca. Loro non vogliono che noi parliamo. Se tu mi ascolti, diventerai più furba di loro.”

“Anna non voglio i loro soldi, a volte mi sconvolge pensare che io, stia andando con degli sconosciuti per prendere dei soldi. Ma il problema è un altro, è...”

“Su parla.”

“E lei non lo dirà a nessuno?”

Guardando la gatta dice: “Ho capito, il beccamorto t’ha detto che faccio la spia.”



“Anna, so di non essere stata furba. Non ho esperienza, né un grande istinto e d’altronde non avrei mai pensato di fare la puttana. E so anche che nessuno scende all’inferno ogni giorno solo per divertimento. Stupida quanto sono, di sicuro non ho segreti per lei. Però spero che lei mi dica come posso liberarmi di un amico di famiglia che ha scoperto il mio segreto e ora cerca di sapere pure cosa mi ha fatta arrivare fino a qui.”

Anna ha posato il gatto: “Ma che ti caccia soldi?”

“No, magari. Mi caccia in un guaio dietro un altro. Non ne posso più.”

“Sai già che devi fare, dillo a lui. Per una volta è utile.”

“A lui chi?”

La sua voce sale di tono: “Ma come a chi? Chi paghi tu?”

L’aria mi scappa tutta insieme dai polmoni: “Io no, non posso...”

“Stupida, quello che abita qua sotto non è il tuo amante. Un magnaccia non viene pagato per scopare: si guadagna la sua paga per avere sempre la soluzione giusta, per levarti dalla strada gli ostacoli che ti impedirebbero di lavorare.”

Mi allontano leggermente: “Non so nemmeno se farebbe qualcosa di utile.”

La faccia di Anna non è molto amichevole ora: “Non vedrebbe l’ora di farlo, perché quegli altri quattro bastardi sarebbero tutti ansiosi di vedere la sua reazione. Lui non può perdere la faccia, domani tutti gli altri gli sputerebbero in un occhio. E anche quelle altre troie. Le puttane cercano le debolezze del magnaccia e non vedono l’ora di usarle per fargli pagare tutto quello che si segnano.”

“Ma se mai succedesse qualcosa a Francesco, salterebbe in aria la mia vita.”

“E perché?”

“Sono sposata.”

“In primo luogo, il tuo matrimonio è già saltato per aria o non saresti qui. Poi, non credo proprio che loro farebbero cose che potrebbe vedere mezzo mondo, non sono così stupidi.”

Non mi sento meglio. “Speravo che lei avesse un consiglio migliore.”

“Io ho sempre pagato gli altri per levarmi i problemi dalla strada, è l’unica maniera. Lo stato non corre per noi, se lo fa spesso combina più danni di quelli che c’erano. Te lo dice una vecchia che ha vissuto quando lo Stato faceva il pappone e ti posso assicurare che lo Stato è un pessimo pappone. In primo luogo quel medico... quello che Marina e compagnia chiamano il Porco Dottore, viene a visitarvi.”

“E che c’entra?”

“C’entra che è la versione moderna delle due visite che facevano a noi nelle case. Erano inutili, i certificati si compravano. Poi guarda bene: quando lo Stato fa il pappone viene a controllare che tu non sia malata, ma nessuno controlla i clienti. E sai quante ne ho viste entrare sane la mattina e uscire con la sifilide la sera? Ecco, è una presa in giro se si controlla solo chi vende e chi compra no.”

“Sì, ma...”

Le sue unghie sempre lunghe, sempre rosa mi si chiudono intorno al polso come artigli.

“Ma ascolta. Se qualcuno in camera ti sgozzava, la mattina ti trovava la donna delle pulizie e saluti. Le tenutarie non venivano a rischiare il culo loro per il tuo. E lo Stato non si dà pensiero di metterti perché non sei un suo investimento, non ti ha comprata da nessuna parte, se t’ammazzano non ci perde. E per legge si dovevano tenere il cinquanta per cento dei guadagni, invece pretendevano il sessanta e poi tu dovevi comprare da loro disinfettanti, vestiti, tutto quello che serve. I prezzi li raddoppiavano e quando erano le feste volevano i regali.”

“I regali?”

“Sì, come i feudatari. Regali di Natale, di Pasqua e compleanno e in più dovevi dare la mancia a tutto il personale di servizio, sennò potevi pure farti tutto da sola dopo che eri stanca morta anche di dieci ore di lavoro. In una settimana speciale io ho avuto sempre minimo venti clienti al giorno. E conta: venti lavaggi prima e dopo, la pelle che fine fa. E la gente di fuori diceva che noi eravamo lì perché non avevamo voglia di lavorare, guarda un po’!”

La gatta ha un’aria sconvolta.

“E quando non ci stavano i clienti mica potevi andare a metterti a letto. Si stava tutto il giorno in piedi, sulla soglia della stanza.”

Cerco di immaginare quel viavai che mi racconta, ma non è semplice vedere una giovane Anna sulla soglia della stanza, perché il consumo metodico di corpi fa sì che alla fine si assomiglino tutti. Nella mia testa spesso appare la faccia di qualche cliente, qualcuno mi ha detto il nome, qualcuno no. Mi sforzo di associare i volti ai nomi, ma la maggior parte delle volte non ci riesco.

“Ogni quindici giorni dovevi fare i bagagli e andare in un’altra casa perché i clienti volevano la rotazione per avere sempre novità. Quando non eri più buona per lavorare, ti buttavano fuori e chi s’è visto s’è visto. E loro prendevano pellicce, diamanti, tisane nelle caffetterie e noi botte, sifilide e un libretto con su scritto il nostro lavoro. Il risultato era che prima di ottenere un qualunque altro lavoro dovevano passare gli anni di buona condotta. Manco che noi avessimo rubato o assassinato.”

Continuo a sentire il pelo caldo della sua vestaglia e quello della gatta, a pochi centimetri dal mio, mi toglie l’aria.

Anna attappa la bottiglia. “E ti ammalavi sempre perché ci era concessa un’ora di sole, ma i questori delle città ci impedivano di andare in giro senza la tenutaria per paura che si desse scandalo per strada. Poi si sentiva sempre gente urlare dietro di noi scurrilità, quindi rinunciavamo a uscire e basta.”

Anna schiaccia un interruttore e un lampadario vintage si accende al centro del soffitto, la gatta come me, sussulta alla vista della sua stessa ombra.

“Tutto questo per dirmi che?”

“Per dirti che questi sono i motivi per cui ci teniamo certi uomini, ma se non ti fidi di loro non ha senso che li paghi. E se un idiota qualsiasi rovina il lavoro deve essere messo sottoterra. Questo è tutto ciò per cui gli metti in mano un sacco di soldi ogni giorno, non per...”

Adesso lei si allontana e mi guarda meglio in faccia.

“Non per qualche stupido sentimento che nutri. Hai capito?”

L’orologio a pendolo sul muro è simile a quello che c’era da mia nonna. Segna le cinque e un quarto.

“Ma io non voglio ammazzare nessuno.”

“Scema, se non lo fai tu lo fanno gli altri, come lo Stato non fa più il pappone e lo fanno gli altri.”

Dico: “Ho ancora una coscienza”, ma la mia protesta è debole.

“Te la devi ingoiare, non è un lavoro che si può fare in coscienza il nostro. È pericoloso e non ti dico manco prova dai carabinieri per liberarti di quello scemo, perché quello è un cliente di puttane.” La sua unghia mi batte sul petto: “E sappi questo, oca: tutto il sottobosco criminale è violento, ma il nostro settore lo è più di tutti gli altri perché chi compra un corpo non rispetta una persona, rispetta solo la proprietà di un altro. La legge, anche se volesse, non ferma l’immoralità di chi non ha morale, funziona solo la minaccia di un conflitto tra uomini. La presenza dei pazzi qui sotto deriva dai casini che tanti clienti si lasciano dietro.”

Voglio andare a casa, ma è impossibile staccarmi da questa sedia, reggermi in piedi.

“Cercherò prima se c’è qualcos’altro da fare.”

“Anche io, dopo tanti anni, voglio credere che ci sia sempre qualcosa di meglio da fare, ma so che non è vero. Tu sei giovane e vuoi vedere miglioramenti nella gente, ma non ce ne sono.”

Sento la solita fitta nel petto, ma faccio sempre più fatica a ricordare che cosa significa.

Si alza anche Anna. “Stanno per tornare, è meglio se ti avvii, sennò ti viene a chiedere che facevi qua da me, o lo viene a domandare a me. Dio mi scampi dal trovarmi davanti casa il mago della tua azienda.”

La gatta miagola, Anna le sta dando un piattino di carne: “Basta che dopo questa non mi fai trovare più topi morti davanti alla porta.”

La gatta mastica, Anna si rigira verso di me.

“Ammazza i topi e gli uccelletti e me li porta fino a quassù. Non mi dirai niente di quella lì?”

“Di Lori? Non vuole lavorare...”

“Niente di nuovo. Non credere che al tempo mio dentro le case arrivassero tante volontarie. Adesso, prima che te ne vai, raccontami dell’altra sera.”

“Anna, io non posso...”

“Ma non della ragazza, di quella cena.”

Sento i miei lineamenti stirarsi. Come fa a saperlo?

“Ma quale cena?”

La gatta ha abbandonato il piatto, le è tornata in braccio, la sta leccando di nuovo, stavolta più lentamente, passa la lingua sulla sua manica, sul polso rugoso. Anna le fa una carezza, qui dentro è caldissimo e i suoi occhi brillano più di quelli del gatto. Sulla sedia c’è un giornale, lo tira su e lo apre.

“Ti sei portata Valjet, vero?”

Non mi ero nemmeno resa conto che ci fosse un fotografo. Si vede mia madre accanto alla violinista nella foto, e io sono seduta dietro di lei. Valjet è tra me e la vecchia amica di mia madre che portava il cane, ma anche se è di spalle dal vestito si capisce benissimo che è lei.

Mi esce appena: “È meglio di 007, lei...” e sto respirando solo a tratti con il naso.

“Non è così, è stato un caso, puro caso, davvero. Però non dovresti fare queste cose. Ora stanno per tornare, è meglio se te ne vai tranquilla. Non credo che là sotto qualcuno legga i giornali.”

La mia faccia nello specchio è contrariata, per quel giornale e lo sghignazzo di questa vecchia. Ci ha fatto caso, credo. Mi sto per chiudere la porta dietro e lei mi dice: “Non mi guardare così, non sto cercando di mandare in gattabuia il tuo principale. Non lo stimo di certo, ma ho lavorato in condizioni peggiori.”

La porta sbatte, la gatta scende con me, un corpo morbido che mi taglia la strada a ogni pianerottolo. Spingo il portone e mi ritrovo in strada, il vento mi viene incontro. La luna ormai ha cancellato tutte le sfumature del crepuscolo, il cielo è una lavagna nera. Per un attimo sento risuonare i miei passi come nel cortile di ciottoli dell’università, quando si finiva la sera e l’aria mi gelava la gola quando andavo a casa. I fari delle auto tagliano la pioggia. Mi tiro su il cappuccio del cappotto, il tessuto umido mi appiccica i capelli e mi rinfresca la testa.

Apro la porta di casa, e Matteo è lì sulla soglia della nostra camera. Vado dritta al PC, che ho lasciato in cucina e lo apro. Sullo schermo c’è la notifica di una mail. È Ciconte che mi ha risposto, ed era proprio uno dei miei vecchi docenti. Mi chiedo se mi avrà riconosciuta dalla firma, ma forse no. Passano troppe persone in quelle aule.

Gentile Signora,
in merito alla Sua richiesta di ammissione ai corsi per l’anno accademico in corso, Le comunico al fine di verificare i requisiti formali, Le fisso il colloquio conoscitivo in video chiamata per domani, alle ore 16:30.
Riceverà il link per il collegamento telematico in prossimità dell’orario stabilito.
Distinti saluti,
Prof. C. Ciconte.

Vado a cambiarmi, Matteo mi viene incontro. “Ti hanno risposto?”

Sì. Domani mi fanno fare il colloquio di ammissione.”

Be’, è una bella notizia.”

Chiudo gli occhi e li riapro. “Ah, sì?”

Io lo so che sei orgogliosa, ma è tua la vita, se pensi che ce la fai a fare tutto.”

Conto i battiti del mio cuore: 1, 2, 3...

Se fino a ieri hai detto che non faccio nulla.”

Non è vero.”

E invece è vero.

Io sono orgogliosa?”

Ma anche io sono orgoglioso di te, e poi io te l’ho sempre detto di finire.”

Sento la mia faccia stirarsi. Questo non è affatto vero... ma non voglio litigare, dopotutto mi interessa solo incastrare tutti i tasselli che mi occorrono.

Abbiamo mangiato veloce, in silenzio. A letto chiudo gli occhi e fingo di dormire. Matteo si gira, sento la sua mano che mi scuote. Riapro gli occhi e mi trovo davanti i suoi, più scuri sotto le ciglia fitte.

Buonanotte”, lo abbiamo detto nello stesso momento.


Le sue dita mi scorrono sulla guancia, guardo il soffitto e mi chiedo ancora da dove sia venuta quella improvvisa accondiscendenza. Ma forse, è veramente meglio pensare solo a oggi, scordarsi di ieri. Sento le labbra di mio marito cercarmi, ricambio il bacio per chiudere lo squarcio. Un po’ di colla e via. Quando solleva il viso, per un attimo mi sembra adorabile. Il peso del suo corpo si sposta su di me, forse non dovrei farmi venire tanti pensieri. Dopotutto ho quello che volevo adesso, il colloquio di ammissione è solo una formalità, e ho anche tutto quello a cui mi sono abituata. Le sue mani sono calde, sanno di crema Dove, mi scorrono sotto il pigiama. D’altronde non devo essere così arrabbiata, anche lui ha sofferto molto per quello che è successo allora.

Freneticamente libero il seno dalla stoffa, libero la mia immaginazione e fisso il suo petto, agitato da un’ansia che non abbiamo più avuto da quando eravamo ragazzi. Vedo mostruosi pensieri scintillargli sotto le palpebre socchiuse.

Una scintilla rianima anche le mie cosce. Apro la bocca e mordicchio, lecco le curve del suo petto sollevato dal respiro. I suoi gemiti sono un misto di sollievo e sofferenza, provocano un’avida voglia dentro di me. Lui mi dice: “Muoviti, muoviti, prima che mi passi.”

Il mio corpo lo lascia sprofondare dentro, alzo le cosce, le piego. Sono io che do il ritmo, che lo porto a stringermi, a spingersi dentro di me assecondando la mia caccia infinita, la mia lunga notte. Le pareti intime si contraggono attorno a lui a ogni affondo, stanotte sento che ho vinto.

Posso vincere su di lui, su mia madre, anche sul destino. È una sensazione allarmante. Non appena tocco la sua schiena, un brio dimenticato mi assale. Solo che non è per lui, penso a lunedì, alla folle eccitazione che ho provato quando Jasmin mi ha fatto sognare di riprendermi davvero la mia vita. Sempre per la magia dell’immaginazione, al posto di mio marito è qualcun altro che sto toccando. Il mio petto è di un rosa acceso per l’attrito, mio marito ansima come un corridore di lunga distanza. Restiamo incastrati prima della fine, ma questo calore è diverso, profondo, non ha nulla a che fare con il normale orgasmo di una donna. Lui appoggia la testa sul mio petto, ecco si è arreso.

Vado a farmi una doccia.

Ma adesso, mi fermo qui davanti alla camera e lo guardo dormire. Nonostante qualche anno in più e qualche ruga tracciata sulla pelle della fronte, Matteo è ancora com’era in quel giorno fantastico di Marzo, sulla soglia della primavera, in cui ci siamo incontrati per la prima volta.

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