“Accidenti, ha fatto già un gran lavoro con te. È stato come magia quando ho acceso la luce, hai visto?”
Il sole è tornato luminoso.
La sua risata è anche troppo delicata. “Ma io l’ho fatto apposta, perché qui dentro lui pensa nessuno mi vede, nessuno mi sente... e così spadroneggia di continuo. E invece così lo sa che io lo guardo. Allora, dove siete andati dopo?”
Ascolto il fluire del liquore che mi versa un’altra volta. “Io altrove, loro credo... a fare qualche magia.”
Anna ingurgita e posa il suo bicchierino: “Magia un cazzo. L’unica magia la fanno i soldi che Cristiano, il poliziotto, si prende ogni settimana. Lo sai quanti ficcano le mani nella sua mangiatoia?”
“No, non lo so.”
“Un sacco di gente. E comunque io vedo tutto. Io ho visto anche chiudere le case.”
“Quali case?”
“Quelle chiuse. È ridicolo dire che sono chiuse le case chiuse. Avevo diciott’anni quando ho iniziato a lavorare.”
Sento un gruppo di topi o qualcosa del genere in gola. Mi volto e cerco la gatta, quella gira attorno allo specchio.
Il retro del mio cranio è dolente e pulsante. “Anna, sono venuta per questo, per chiederle un consiglio.”
Anche lei osserva la gatta: “Che te ne fai? Te l’ho dato la prima volta che t’ho incontrato e non mi hai ascoltata. La vedi quella bestia?”
“Ho la testa che mi scoppia.”
Lei smuove i capelli grigi: “La gatta sta impazzendo, vede un’immagine nello specchio e non ci capisce niente. Sta cercando l’anima dietro lo specchio. Forse con tutti quei miagolii gli sta dicendo: specchio, dov’è l’anima?”
Esplode in una risata che mi fa pensare che il suo cervello sia davvero andato in fumo.
Si alza e va a prendere la gatta in braccio. “Tu l’hai conosciuta Elizabeth?”
Infilo la mano nella tasca del cappotto, dove tengo le sigarette. Anna mi porta il posacenere, le passo il bicchiere, lei lo mette nel lavandino.
“L’ho solo sentita per telefono, ma non l’ho mai vista. Non mi sembra una tanto centrata.”
“E infatti non ci è. Elizabeth si è fissata con quell’altro. Le è partito il cervello perché ha cercato, cercato come la gatta dietro lo specchio... se dietro il riflesso c’era qualcos’altro. Io l’ho detto a lei e ora dico lo stesso a te: quello è pazzo e non puoi stare con lui, a meno che non impazzisci pure tu. Lei mi ha risposto è solo un’altra cassaforte, troverò la combinazione. Ce l’hanno tutte le casseforti. Poi in effetti l’ha trovata, ed è cascata dall’altra parte perché dentro non c’era niente.”
“Anna ma vorrei chiederle un’altra cosa.”
“Dai, dimmela.”
La gatta le sta leccando la manica della vestaglia.
“Non dovrei parlarle di niente...”
Si siede di lato accanto a me. “Ah no e perché? Te l’ha detto lui? Stupida, io sono stata per una vita nella tua stessa barca. Loro non vogliono che noi parliamo. Se tu mi ascolti, diventerai più furba di loro.”
“Anna non voglio i loro soldi, a volte mi sconvolge pensare che io, stia andando con degli sconosciuti per prendere dei soldi. Ma il problema è un altro, è...”
“Su parla.”
“E lei non lo dirà a nessuno?”
Guardando la gatta dice: “Ho capito, il beccamorto t’ha detto che faccio la spia.”
“Anna, so di non essere stata furba. Non ho esperienza, né un grande istinto e d’altronde non avrei mai pensato di fare la puttana. E so anche che nessuno scende all’inferno ogni giorno solo per divertimento. Stupida quanto sono, di sicuro non ho segreti per lei. Però spero che lei mi dica come posso liberarmi di un amico di famiglia che ha scoperto il mio segreto e ora cerca di sapere pure cosa mi ha fatta arrivare fino a qui.”
Anna ha posato il gatto: “Ma che ti caccia soldi?”
“No, magari. Mi caccia in un guaio dietro un altro. Non ne posso più.”
“Sai già che devi fare, dillo a lui. Per una volta è utile.”
“A lui chi?”
La sua voce sale di tono: “Ma come a chi? Chi paghi tu?”
L’aria mi scappa tutta insieme dai polmoni: “Io no, non posso...”
“Stupida, quello che abita qua sotto non è il tuo amante. Un magnaccia non viene pagato per scopare: si guadagna la sua paga per avere sempre la soluzione giusta, per levarti dalla strada gli ostacoli che ti impedirebbero di lavorare.”
Mi allontano leggermente: “Non so nemmeno se farebbe qualcosa di utile.”
La faccia di Anna non è molto amichevole ora: “Non vedrebbe l’ora di farlo, perché quegli altri quattro bastardi sarebbero tutti ansiosi di vedere la sua reazione. Lui non può perdere la faccia, domani tutti gli altri gli sputerebbero in un occhio. E anche quelle altre troie. Le puttane cercano le debolezze del magnaccia e non vedono l’ora di usarle per fargli pagare tutto quello che si segnano.”
“Ma se mai succedesse qualcosa a Francesco, salterebbe in aria la mia vita.”
“E perché?”
“Sono sposata.”
“In primo luogo, il tuo matrimonio è già saltato per aria o non saresti qui. Poi, non credo proprio che loro farebbero cose che potrebbe vedere mezzo mondo, non sono così stupidi.”
Non mi sento meglio. “Speravo che lei avesse un consiglio migliore.”
“Io ho sempre pagato gli altri per levarmi i problemi dalla strada, è l’unica maniera. Lo stato non corre per noi, se lo fa spesso combina più danni di quelli che c’erano. Te lo dice una vecchia che ha vissuto quando lo Stato faceva il pappone e ti posso assicurare che lo Stato è un pessimo pappone. In primo luogo quel medico... quello che Marina e compagnia chiamano il Porco Dottore, viene a visitarvi.”
“E che c’entra?”
“C’entra che è la versione moderna delle due visite che facevano a noi nelle case. Erano inutili, i certificati si compravano. Poi guarda bene: quando lo Stato fa il pappone viene a controllare che tu non sia malata, ma nessuno controlla i clienti. E sai quante ne ho viste entrare sane la mattina e uscire con la sifilide la sera? Ecco, è una presa in giro se si controlla solo chi vende e chi compra no.”
“Sì, ma...”
Le sue unghie sempre lunghe, sempre rosa mi si chiudono intorno al polso come artigli.
“Ma ascolta. Se qualcuno in camera ti sgozzava, la mattina ti trovava la donna delle pulizie e saluti. Le tenutarie non venivano a rischiare il culo loro per il tuo. E lo Stato non si dà pensiero di metterti perché non sei un suo investimento, non ti ha comprata da nessuna parte, se t’ammazzano non ci perde. E per legge si dovevano tenere il cinquanta per cento dei guadagni, invece pretendevano il sessanta e poi tu dovevi comprare da loro disinfettanti, vestiti, tutto quello che serve. I prezzi li raddoppiavano e quando erano le feste volevano i regali.”
“I regali?”
“Sì, come i feudatari. Regali di Natale, di Pasqua e compleanno e in più dovevi dare la mancia a tutto il personale di servizio, sennò potevi pure farti tutto da sola dopo che eri stanca morta anche di dieci ore di lavoro. In una settimana speciale io ho avuto sempre minimo venti clienti al giorno. E conta: venti lavaggi prima e dopo, la pelle che fine fa. E la gente di fuori diceva che noi eravamo lì perché non avevamo voglia di lavorare, guarda un po’!”
La gatta ha un’aria sconvolta.
“E quando non ci stavano i clienti mica potevi andare a metterti a letto. Si stava tutto il giorno in piedi, sulla soglia della stanza.”
Cerco di immaginare quel viavai che mi racconta, ma non è semplice vedere una giovane Anna sulla soglia della stanza, perché il consumo metodico di corpi fa sì che alla fine si assomiglino tutti. Nella mia testa spesso appare la faccia di qualche cliente, qualcuno mi ha detto il nome, qualcuno no. Mi sforzo di associare i volti ai nomi, ma la maggior parte delle volte non ci riesco.
“Ogni quindici giorni dovevi fare i bagagli e andare in un’altra casa perché i clienti volevano la rotazione per avere sempre novità. Quando non eri più buona per lavorare, ti buttavano fuori e chi s’è visto s’è visto. E loro prendevano pellicce, diamanti, tisane nelle caffetterie e noi botte, sifilide e un libretto con su scritto il nostro lavoro. Il risultato era che prima di ottenere un qualunque altro lavoro dovevano passare gli anni di buona condotta. Manco che noi avessimo rubato o assassinato.”
Continuo a sentire il pelo caldo della sua vestaglia e quello della gatta, a pochi centimetri dal mio corpo, mi toglie l’aria.
Anna attappa la bottiglia. “E ti ammalavi sempre perché ci era concessa un’ora di sole, ma i questori delle città ci impedivano di andare in giro senza la tenutaria per paura che si desse scandalo per strada. Poi si sentiva sempre gente urlare dietro di noi scurrilità, quindi rinunciavamo a uscire e basta.”
Anna schiaccia un interruttore e un lampadario vintage si accende al centro del soffitto, la gatta come me, sussulta alla vista della sua stessa ombra.
“Tutto questo per dirmi che?”
“Per dirti che questi sono i motivi per cui ci teniamo certi uomini, ma se non ti fidi di loro non ha senso che li paghi. E se un idiota qualsiasi rovina il lavoro deve essere messo sottoterra. Questo è tutto ciò per cui gli metti in mano un sacco di soldi ogni giorno, non per...”
