Capitolo 12 - Bleu de Chanel brucia
Grazie a chi legge.
5 ore fa
Luce, mia suocera, arriva come se il mondo potesse ancora essere aggiustato. È qui di fianco, sta seduta composta, le mani già pronte a sistemare qualcosa che non c'è: una piega, la borsa, un'aria storta. L'età la porta addosso come un abito comodo.
Sono andata a prenderla per portarla dal cardiologo, ma sembra che a stare male qui sia solo io. Non servire a niente avere il colesterolo basso se il cuore mi si blocca di continuo ogni volta che mi viene in mente Francesco, oppure Dasho, Monica o mio marito che torna stasera.
La mia faccia ultimamente si guarda sempre in giro senza sapere che cerca, forse non riconosce più nemmeno il suo riflesso. È lì, nella vetrina di una collezione di minerali che tiene il cardiologo all'ingresso. Mi sta dicendo: – Si può morire di infarto anche per traumi.
Così perfettamente, ora, che non c'è niente a cui credere. Niente ha davvero importanza… a parte la famiglia, l'amore prima di tutto.
Luce entra dal dottore. Alzo gli occhi verso il crocifisso sulla parete: è grande e bello, il legno è bianco. Guardo la mia mano, dovrei farmi misurare la pressione. Il dorso è bianchissimo, le unghie sembrano dello stesso colore, sul polso non ho nulla. Lori portava quel braccialetto di stelline dorate.
Mi si spezza il cuore, certo, ma quello che vedo quando ricordo Lori è così terribile...
E poi posso sempre trovare una maniera per uscire da questa storia. I miei occhi corrono ancora al Cristo di legno chiaro sul muro. Se potesse parlare, mi ricorderebbe che ho ancora il mio libero arbitrio.
La porta si è aperta, vedo Luce che mette fuori solo un piede. Deve essere andato tutto bene, visto che il medico le sta parlando del suo nuovo appartamento, quindi torniamo a casa mia.
Il colpo sulla carne mi scuote dai pensieri per la terza volta. Mia suocera si è presa i fornelli per la sua ricetta vecchia di molte generazioni, la Regina. Impugna il batticarne come per regolare un conto in sospeso. Spacca le uova con una mano sola, diventano oro liquido. Ci annega dentro la carne, poi la lancia nel pane grattugiato. Il burro chiarificato sfrigola nella padella, il profumo sale denso. Non teme il fuoco: per girarla, quando la crosta diventa colore dell'ambra vecchia, usa le dita. L'osso comincia a trasudare il suo midollo.
Il riferimento del medico è abbandonato su un angolo del tavolo. Mi alzo per toglierlo prima che si sporchi.
Lei non ci fa caso, dice: “Vieni a tavola, che ho fatto”.
Mi siedo con il timore che lei, vecchia, possa leggermi negli occhi tutti i segreti.
Faccio girare il rosé nel calice e butto giù, ma mi brucia la gola senza cancellare la puzza di coniglio che ho ancora nel naso. Lo stomaco si ribella a quello che ho sentito ieri.
Devo chiudere perché quello che ho sentito ieri è troppo.
Il trillo del campanello ci fa voltare verso la porta nello stesso momento. Luce va per prima, io la seguo. La figura di uomo sorridente confronta sullo sfondo del tramonto.
Il corpo di Luce si sposta dalla porta per farlo entrare, gli dice:
“Da dove viene questo signore?”
Matteo molla la valigia e di sicuro è andato tutto bene anche a Genova, me lo dicono gli occhi guizzanti che ha mentre bacia la madre e poi me. La sua faccia è ancora fredda e ha l'odore dell'aria condizionata del treno. Mi spinge dentro e la valigia ci segue col suo rumore di rotelle.
Luce gli sta dando il referto del cardiologo. L'unica cosa degna di nota è che la sua dieta è stata migliorata. Naturalmente, è per dar retta al consiglio del dottore che ci siamo fatte le cotolette affogate nell'olio.
Appena lei se ne va, lo spazio è finalmente nostro, possiamo darci un bacio vero.
Non aspetto: gli salto addosso, gli caccio la lingua in bocca. Faccio tutto io, ricomincio a sentire il mio libero arbitrio.
È una strabiliante magia quello che sento ora, stando tra le sue braccia, con la lingua nella sua bocca. E poi ormai sono addestrata a sollecitare ogni nervo. La nostra credenza contiene così tante bottiglie che qui possono solo dare piacere…
Gli parlo sulle labbra. “Ho messo una bottiglia di Berlucchi in frigo.”
“Stappala mentre vado a farmi la doccia.”
Valjet parla dentro di me:
— Dille bene le bugie.
Ma perché ce li ho sempre in testa?
Scuoto i capelli per mandarla via, ma appena riapro gli occhi la sento ancora:
— Ti si spezza il cuore, certo, ma se lo accogli più che bene quando torna, gli verrà sempre più voglia di partire.
In camera da letto recupero l'Agent Provocateur viola scuro che ho comprato due anni fa e non ho mai messo. Il pizzo si stampa sulla pelle come un tatuaggio, la trama a fiori costringe il seno in alto. Mi sta da Dio, dovrà amarmi per forza. Anzi, è quasi un peccato che nessun altro mi veda vestita così.
Sposto lo slip e la vista del mio inguine mi provoca una scossa: è liscio e mi sembra di sentire ancora la voce dell'ultimo cliente contro il quale l'ho premuto prima di uscire con Valjet. Il mio corpo non si fa tante domande, è pronto a lavorare di nuovo.
Scendo e grido, cercando di sovrastare il rumore dell'acqua della doccia che scorre: “Lo champagne l'ho aperto!”
Matteo urla: “Un altro minuto!”
“Ma si riscalda!”
Porto i calici di là, apro la porta del bagno invaso dal vapore e mi infilo sotto il getto insieme a lui, con tutto quello che ho addosso. L'acqua bollente mi brucia la schiena, mi scappa un grido di dolore. Matteo gira il rubinetto per raffreddarla. Il pizzo beve l'acqua e si stringe come un laccio.
Beviamo tutto in un sorso. Matteo molla il bicchiere sul piatto doccia e mi afferra i fianchi; le sue dita bagnate scivolano lungo il bordo del reggicalze, stringono i glutei e premono forte contro l'ano. Mi piego in avanti senza bisogno di ordini, seguo la curva del suo inguine e risalgo con la lingua fino alla punta già tesa. Le sue mani continuano a cercare, non sollevo obiezioni. Le dita entrano dietro, un centimetro alla volta.
Il mio avvocato sembra molto contento, mentre io uso la lingua per asciugare le gocce trasparenti che colano dalla punta del suo cazzo.
Il mio respiro si accorcia, mi volto e poso la guancia sulle piastrelle scivolose. Sento una trepidazione mentre mi stuzzica l'ano. Il suo cazzo si gonfia dentro di me, le sue cosce sbattono contro le mie. Sto perdendo l'equilibrio, le unghie si infilano nelle fughe delle piastrelle, la fica si contrae attorno alle sue dita mentre il mio ano accoglie ogni spinta.
Continueremo di sopra, ovviamente.
E domani io sarò salvata.
Sì, lo sento. Stavolta ne uscirò.
Ho ancora il libero arbitrio.
***
Il portone è sfregiato da un vecchio solco nella vernice, me ne accorgo oggi per la prima volta. Salgo le scale che mi portano da lui.
Sento due macchine passare alle mie spalle, mi giro per guardarle, ma se ne sono già andate. Quando il portone scatta, lo apro; le mie dita tirano d'istinto per richiuderlo.
Il mio cuore batte così forte che temo ceda di colpo. Ora so che la Morte Rossa non aiuta davvero la gente a tornare a casa. Quella ragazza, Monica, non esiste più da nessuna parte, tranne lì dove l'ha mandata lui: nello spazio profondo, come questo androne freddo e silenzioso.
L'unica cosa che mi resta da fare, l'unico modo per riconquistare la libertà e conservare un minimo di umanità, è fare ciò che non voglio fare: fermare la corsa. Costituirmi. Dire a Dasho che voglio andarmene.
È l'esatto contrario della ricerca della felicità, ma devo fare ciò che più temo.
Ditmir mi apre la porta. Lo supero in fretta: “Dov'è Dasho?”
“In cucina, Angela.”
Di là, nel posacenere due sigarette bruciano, consumate a metà. Sul tavolo c'è una birra aperta che ancora frizzante.
Lori non si vede, oggi nessuno strilla a tutto volume al cellulare. Dasho è seduto accanto a Nadia. Lei gli appoggia la testa sulle gambe e lui le tiene una mano sui capelli. Sento una musica francese dalla radio accesa, Irina è appoggiata di spalle ai fornelli al posto suo. È questo a dirmi che qualcosa non va.
Nadia alza gli occhi rossi: “Non devi mettere il coperchio sulla pasta.”
Irina lascia il cellulare, si gira verso i fornelli. L'amido bianco nell'acqua che bolle si è fatto schiuma, è salito oltre il bordo, ha raggiunto il coperchio di vetro e sta per fuoriuscire.
Irina toglie il coperchio e Nadia riabbassa la testa.
Vedo Dasho che si toglie i suoi capelli di dosso: “Smettila adesso, se è forte si salverà”.
Mi sento come se qualcuno mi avesse buttato giù da un precipizio.
— Cosa volevo pretendere?
Alle mie spalle la porta si apre, entra Marina. Dietro di lei si affaccia Erdian, era da un pezzo che non lo vedevo. Si ferma sulla soglia, si guarda intorno con la sigaretta accesa in mano. Marina agita una mano per dissipare il fumo e dice: “Ma che cazzo…”
E lui mi guarda: “Ciao, Angela.”
Il sangue mi sale al viso in fiotti caldi e rapidi, le orecchie mi vanno a fuoco. Non riesco a rispondere, a fingere che sia tutto normale, ma lui non ci fa caso, sta già parlando a Nadia:
“Quando si mangia?”
Siccome Nadia non gli risponde, si prende il posacenere e se ne va.
Lei rovescia la testa all'indietro contro la spalla di Dasho, resta a occhi chiusi finché lui la sposta e si alza.
Mi accorgo che lo sto fissando quando mi dice: “Ciao”.
Continua a guardarlo dritto negli occhi. “Ciao.”
“Mi vuoi dire qualcosa?”
"NO."
Il mio libero arbitrio esiste davvero… ma dura il tempo delle scale. È caduto di sotto quando sono arrivato all'ultimo gradino.
Irina scola l'acqua. "È pronto."
Nadia si fa scappare lunghi sbuffi: "Io non ho fame. Me ne vado in camera."
Si raddrizza, si toglie il grembiule ed esce in silenzio.
Solo la ceramica fa rumore sul tavolo, Irina mi allunga il piatto. "Prima che tu cominci a chiederti chi è stato assassinato, ti dico che stanotte una macchina infame ha investito la gatta di Nadia. L'abbiamo portata dal veterinario, ma ancora nessuno ci fa sapere come sta."
Restiamo senza parlare e Irina oggi sorride. Ditmir mi sta osservando da mezz'ora.
I miei occhi fuggono verso una busta afflosciata accanto al divano. Dentro, il collo lucido di una bottiglia di whisky brilla.
“Che c'è?”
L'ho detto senza girarmi.
Ditmir mi tocca la schiena con un dito. “Sei andata nel bar qui sotto l'altro ieri?”
“Sì, con Massimo.”
“Il barista ci ha detto che l'hai minacciato di denunciarlo e l'hai chiamato pirla.”
Dasho viene a tavola, ma invece di sedersi ci fissa dall'alto. “Ha detto quello che è.”
Suona sempre male quando mi dà ragione. “Credevo che fosse amico tuo.”
"Io ho solo fratelli, non sono amico di nessuno. Degli spioni e degli infami meno che mai."
La mia faccia nel vetro della credenza dice:
— Be', pare che siamo in vena di confidenza oggi. Quindi ora voglio sapere di che chiacchierava Luciano.
"Ha detto che lui, col suo avviso, mi avrebbe salvato la vita."
Ditmir mi sembra divertito.
"Sì. All'inizio pensavo che fossi tornata qui per vendicarti. Stavamo decidendo come farti fuori. Poi Luciano mi ha detto che era il quarto giorno che ti incollavi per tre ore al suo tavolino a guardare la nostra finestra, come se non avessi altro posto dove andare."
– Lo spione ha detto il vero.
"Ma a quel punto ci siamo detti: lasciamola stare. Se torna, significa che non scappa. È più utile portarla su un guardrail. Quando mi ha telefonato per dirci che eri tornata la quinta volta, mi sono commosso. E sono venuto a prenderti solo con l'idea di accoglierti in famiglia."
La fitta nel petto oggi è troppo forte. Non mi esce un filo di voce, è davvero frustrante. Le altre stanno tutte con quei musi lunghi per un gatto, e io non capisco come faccia un gatto a rattristare gente abituata a tutto questo mescolarsi di realtà e orrore. Marina sta tirando verso di sé tutti i dolci che ci sono sempre dopo pranzo, Valjet cerca di portarglieli via.
Dasho si è alzato e Ditmir gli sta andando dietro. Penso che non ho parlato perché, in fondo, è come ha detto Luciano.
Allora non sapevo dove altro andare se avessi smesso di tornare a quel tavolino e ora è lo stesso.
Irina sta dicendo: “Ragazze, non è oro”.
Valjet ha finalmente preso il vassoio: “Tutto quello che è dolce vale oro.”
Penso alla faccia che aveva Nadia un'ora fa ea lui che, quando sono entrata, sembrava la persona più gentile che abbia mai conosciuto.
Dico e Irina. “Sono riuscita a fare pena a un magnaccia omicida, sto al livello della gatta randagia di Nadia.”
Lei ha ancora il bicchiere in mano, il suo sguardo mi attraversa.
"La gatta entra ed esce quando le pare, nessuno le chiede niente. Tu, invece, devi chiedere il permesso anche per pisciare." Le tracce del rossetto scuro che portava disegnato hanno le sue labbra sul vetro. "Stai molto più in basso di quel gatto. E io uguale."
***
Mentre saliamo sul guardrail, Marina mi tira verso di sé: "Questo e la zona industriale sono i posti dove di solito capita il peggio. Troppa gente di passaggio. Al viale di notte, allo spiazzo grigio, lì si è formata la nostra clientela abituale."
L'unica visita che temo sempre sono quei poliziotti amici di Dasho.
Ma siccome mia madre ha ragione, Jasmin ha ragione, la saggezza popolare ha ragione: non c'è mai fine al peggio.
Due vogliono caricarci tutte e tre. Quello che guida ha gli occhi spalancati come se io, Jasmin e Marina fossimo un circo.
Saliamo tutte e tre dietro, questo furgone è ammaccato come la carta stagnola appallottolata. Dentro, la lamiera amplifica l'afa del pomeriggio e l'abitacolo è saturo dell'odore dell'Arbre Magique al pino. Arriviamo nel solito parcheggio dove l'aria stessa stilla sudore.
Marina incassa per tutte. Uno dei due mi chiede di baciare Jasmin: non mi sembra contentissima, ma al cliente non si dice di no.
Jasmin mi string forte il polso:
“Anche se non mi sono mai piaciute le donne, la tua lingua è la cosa meno schifosa che mi metterò in bocca oggi pomeriggio.”
Mi prende il viso tra le mani e mi bacia come a teatro. È un bacio umido, ma così forzato che serve solo a far sbottonare i jeans all'uomo seduto davanti, che tira fuori un cazzo livido.
“Continuate a fare le lesbiche, troie...”
Seguita a dire cose di questo genere e io d'istinto piego le gambe sul sedile e mi spingo verso Jasmin per allontanarmi. Il mio tacco a spillo scricchiola contro la portiera, preferirei ficcarglielo in gola.
“Ditemi chi è la prima.”
Detesto quella voce, nessuna di noi sorride, né ride.
“Mettetevi vicini.”
Io e Jasmin ci voltiamo entrambe. Una mano troppo liscia mi allarga le natiche, sento il suo sputo che mi cola sull'ano, e poi la punta che preme sullo sfintere. Spinge e il dolore arriva acuto, ma subito trovo il viso di Jasmin. Lei alza il suo naso affilato e ignora quelle parole come si fa con la sporcizia sui marciapiedi. Anche io alzo il mio e fuori dal finestrino vedo il cielo: è profondo oggi l'azzurro. Stringo gli occhi e rilascia le palpebre chiuse per spostarmi altrove. Adesso sento un altro odore, lo stesso di resina e di menta che sento addosso a lui.
Quello che avevo sentito la prima lunga notte, e che ho cercato di ricordare sempre nei cinque giorni di fila in cui sono tornata alla stessa ora, allo stesso tavolino, solo per guardare il vuoto.
Tutto diventa lontano.
Sopportabile.
Il mio corpo oscilla in avanti, i miei capelli sbattono sulla guancia di Jasmin, lei cerca di allontanarsi per quanto consente lo spazio angusto in cui siamo.
Passa da me a Jasmin. La sento sussultare sotto il peso di quei movimenti ritmici, mentre io cerco di restare altrove. È un'alternanza continua di invasione e sporcizia, si ferma solo per continuare a parlare.
Jasmin si appoggia alla mia spalla, l'uomo dietro di noi mi stringe il seno. Sento mani che non so a chi appartengono, respiri che non riconosco. Voci che sembrano uscire dalla stessa bocca.
Osservo la mia faccia, è qui nel finestrino, ma non so se è la stessa di prima. Di quando volevo fermarlo. Ingoio la saliva che sentivo di non avere più due ore fa, la mia bocca è rimasta per tutto il tempo secca, da quando non sono riuscita a parlare stamattina. È stato come quella notte quando, dopo tutto, sono tornata a casa con Matteo e Dasho non aveva dato segni di avermi vista andare via.
Mi ero sentita trasparente, mentre tornavo a casa mia, come se non fossi realmente io su quella strada.
Jasmin riprende il fiato, lascia affondare il suo corpo nel sedile.
Mi chiedo dove sia Marina, poi la trovo. È sui sedili di dietro col viso rosso, quell'altro passa di continuo dalla sua fica al suo culo.
Le sta dicendo: “Muoviti, fogna di femmina.”
Non siamo più tre, siamo tutti corpi uguali.
Marina fatica a tirarsi su, le offro il braccio e lei si aggrappa, ma mi graffia con la lama che tiene incollata all'unghia per i casi di emergenza.
“Oh, scusa Angela.”
Lo dice guardando la perla di sangue che mi si sta formando all'interno del polso. Il taglio è in superficie, la goccia tremola e scivola via cadendo sulle cosce, assorbita dalle calze.
Quello che finora era con lei butta via il preservativo. Mi chiede di succhiarglielo.
Nonostante il reticolo che lo copriva, sento sul suo inguine l'odore di Marina; si mescola a quello del sangue. È comunque migliore del suo, l'odore di Marina. mi tira verso di sé. Col viso contro i suoi peli pubici lo sento ancora più forte, quell'odore. Muovo la lingua più veloce.
E lui dice a Jasmin e Marina:
“Baciatevi, puttane...”
Non le vedo, ma so che lo stanno accontentando. Sento che si tocca l'un l'altra.
Lui dice: “Dammi la fica, mentre guardo quelle due lesbiche”.
Marina mi aveva avvisata... I clienti guardano il porno e poi lo vogliono mettere in scena nelle loro macchine.
Mi arriva la voce di quell'altro.
“Avete ancora voglia, vero?”
Marina prende altri soldi e risponde:
“Sì, sì... ne abbiamo ancora voglia.”
Io sto ancora succhiando a occhi chiusi, ma questo cazzo viene sfilato dalla mia bocca all'improvviso.
“Questa me lo sta consumando come una caramella, girati.”
Parla a Marina.
“Vieni anche tu, fogna di femmina.”
Lei lo guarda male, ma torna accanto a me.
Spinge e torna indietro, spinge e torna indietro, ma non riesce a venire.
Jasmin deve ricominciare a baciare me e Marina, chiudo gli occhi mentre lei succhia i miei capezzoli e se ne torna da quell'altro. Questo qui dietro ringhia e suda come un cane, è un bagno di sudore mentre si sforza di finire.
Finalmente ce la fa, non so perché ma lo tira fuori, si toglie il preservativo e il suo getto acquoso mi arriva al collo e in faccia.
Meno male che porto la parrucca, dato che mi sono fatta i capelli solo domenica.
Per fare questo lavoro conviene avere sempre una parrucca.
Controllo il taglio involontario che mi ha fatto Marina.
Mi aveva detto:
— Se ti incolli l'unghia rasoio, non stringere mai un cazzo più piccolo del collo di una bottiglia.
Eppure ce ne sono molti.
Per fare questo lavoro conviene sempre avere un amico in macchina che ti porti al pronto soccorso.
Il tempo di raccogliere salviette e profilattici usati e torniamo al nostro posto.
Irina è già qui. Dal suo stato capisco che non se l'è passata meglio, Sorella Eleganza ha il rossetto sbafato fino alla guancia. Sento su di lei cattivi odori, senso di inquietudine.
Mi metto alla sua destra.“Tutto bene?”
Sta frugando nella borsa. “Non ne posso più dei loro liquami.”
Tira su una bottiglia, la guarda controluce.
Jasmin mi sembra ancora più stanca in questo vestito nero, si siede accanto a Irina: “E se ti fanno tanto schifo perché sprechi il profumo per loro?”
"Disinfetta. Non lo sapevi?"
Irina non aspetta risposta. Spruzza su di sé e poi sulla mia pelle, soprattutto sul polso che mi ha tagliato Marina. Brucia. Salto e lei si mette a ridere: “Molto meglio dell'alcol.”
Un'altra spruzzata.
Sui polsi.
Sul collo.
Sento odore di resina. Brucia sempre nello stesso punto, più del necessario.
Irina chiude la bottiglia. “Così non resta niente di loro.”
Torniamo a casa.
Torniamo qui.
Il cielo è ancora nero. Il caffè che mi passa Nadia in cucina è nero, ci chiede: “Tutto tranquillo oggi?”
Sembra stare meglio, forse la sua gatta si è ripresa. Raccontiamo le novità di un allegro troiaio.
La dicitura “fogna di donna”, fa molto ridere Ditmir: “Mi piace questa storia, anche se è stupida.”
È ancora presto, Matteo ha detto che tornerà alle otto.
Irina mi invita da lei, toglie un fazzoletto arrotolato dal suo nuovo cassetto. Fuma e poi passa a me.
Osservo le sue gambe, le accavalla in silenzio. “Dovresti smettere.”
Mi guarda come se fossi una che aspetta un miracolo. “Se ora mi mettessi a dirti che devi smettere con lui, che mi diresti?”
Vorrei dirle qualcosa, ma ogni parola muore appena nata nei pensieri.
Lei tira di nuovo e sfuffa con gli occhi luccicanti: "Bene. Non ci facciamo prediche. Questa è una chiesa solo per finta."
“Questa roba ti ucciderà.”
"Anche lui può farlo, magari senza volerlo, ma il rischio rimane. E poi ormai ho iniziato, come te."
“Perché hai?"
“Per sentire un po' di vita.”
Forse è come dice lei, cerchi una scintilla di vita e ti siedi spontaneamente sulla sedia elettrica.
Mi sento di nuova seduta trasparente su questo letto, sono un'apparizione muta scivolata a lato del mondo.
“Questa risolve tutto.” Gira il viso verso di me. "Mi basta il suo odore e riesco a dimenticare tutta la mia giornata. Metti che ti ritrovi su un tappeto, e dietro di te ce ne sono tre che aspettano il loro turno. Con questa, a te pare di sentire solo un paio di botte a testa. Ti sborrano sulla schiena e ti pare una carezza. Con questa..." indica il fumo che le esce dal naso, "a un certo punto perdi il conto. Sennò, che ti rimane qui dentro?"
Il suo indice batte sul mio petto.
Mi tocco il petto, dove c'è il cuore. Lo sento battere. Per un istante tutto sembra poco importante.
“Ma io lo rifarei, anche senza droga.”
Il fumo sale dritto nel silenzio, Irina espira sempre dal naso. “Perché?”
"Perché lui, alla fine, mi veda. Anche così."
Irina sballotta. “Se ti lasci andare a questi effetti, diventi come me.”
Lei non lo sa, ma la mia possibilità di scelta è già svanita in questa via.
L'attenzione di Irina è tutta per quell'odore, ma a un tratto si ricorda di me.
“Come hai fatto a ridurti così, ci hai pensato almeno?”
"Non lo so. A volte mi ricorda mia madre..."
“Tua madre?”
"Qualcuno che quando lo guardi pensi... dammi attenzione. O almeno guardami come se ti interessassi. "
Le sopracciglia le si increspano: “Che?”
“Oppure il dio del vino, che se vede una vita in ordine la manda in pezzi.”
Irina ha un'espressione interrogativa.
Scaccio il fumo con la mano. “Lascia guarda.”
"Hai ragione, mi potevo risparmiare l'erba. Tu stai male di per te, se pensi di essere diventata una puttana perché tua madre non ti guarda, o perché un dio è incazzato con te."
“Si chiama estasi.”
«Sì, la conosco, l'ho presa qualche volta ma il giorno dopo mi sento troppo triste.»
“Intendevo l'estasi di Bacco.”
“La vende buona?”
Non rispondendo, lei sghignazza: “Dovresti andare da uno psichiatra”.
“Non mi piacciono i dottori.”
“Mica devi andare da tua madre, l'hai detto tu, non fa la psichiatra.”
“Lo farò se anche tu lo farai.”
Irina pare pensarci. "Meglio continuare come stiamo facendo. Se resteremo per sempre nella condizione di ora, possiamo andare avanti. Almeno nessuno avrà scritto da qualche parte che siamo malati."
Ho un fiume leggero dentro e gli occhi bagnati.
– Matteo se ne accorgerà?
Mettendomi una mano sulla pancia Irina dice: “Non farmi passare per una vipera, ma se aspetti che torneranno a guardarti quando si è già girato, non funziona, quindi evita.”
Le lancette dell'orologio raggiungono il sette e la mezza. Le giornate si stanno accorciando.
La luce dell'ora d'oro fa brillare e riscaldare gli oggetti intorno a noi: le sue scatole piene di pasticche. Le confezioni trasparenti di ombretti grigi e verdi e le sue bottiglie di profumo. Ne tocco una: Bleu de Chanel, brucia.
– Tutto questo è abbagliante.
Esco dalla stanza di Irina barcollando, ma il cuore è lucido. Mi avvio lungo il corridoio, la porta di Lori è socchiusa. Il silenzio qui dentro è diverso da quello di prima: sa di tregua.
Il mio affetto. Lori è stesa sul letto, addormentata. La maglietta è risalita, lasciandole scoperta la pancia che si alza e si abbassa a un ritmo regolare. La luce colpisce proprio lì.
Lo vedo finalmente, quel tatuaggio.
È una colomba nera, sembra che sia andata a schiantarsi in volo, spiaccicandosi sulla carne accanto all'ombelico.
Sento un brivido.
Dasho è dietro di me.
Il mio giro. “Non ti avevo sentito.”
Adesso, nell'ombra di questo corridoio, diresti che è solo uno che è uscito dal lavoro. Sta lì con le mani in tasca e potrebbe portarti la spesa, tenerti aperto l'ascensore o consolarti perché stanotte t'hanno investito il gatto.
“Che guardi?”
Mi scosto dalla porta. "Niente."
Lui allunga il collo e guarda oltre me. Respiro la resina e la menta sotto l'odore del whisky. Tirare la porta verso di noi per chiuderla e lo spostamento dell'aria mi spegne la preoccupazione come una fiamma.
Il tempo di un riflesso, e non sei più tu.
Angela del vetro è solo un travestimento per il weekend ormai.
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