Luce, mia suocera, arriva come se il mondo potesse ancora essere aggiustato. È qui di fianco, sta seduta composta, le mani già pronte a sistemare qualcosa che non c'è: una piega, la borsa, un'aria storta. L'età la porta addosso come un abito comodo.
Sono andata a prenderla per portarla dal cardiologo, ma sembra che a stare male qui sia solo io. Non servire a niente avere il colesterolo basso se il cuore mi si blocca di continuo ogni volta che mi viene in mente Francesco, oppure Dasho, Monica o mio marito che torna stasera.
La mia faccia ultimamente si guarda sempre in giro senza sapere che cerca, forse non riconosce più nemmeno il suo riflesso. È lì, nella vetrina di una collezione di minerali che tiene il cardiologo all'ingresso. Mi sta dicendo: – Si può morire di infarto anche per traumi.
Così perfettamente, ora, che non c'è niente a cui credere. Niente ha davvero importanza… a parte la famiglia, l'amore prima di tutto.
Luce entra dal dottore. Alzo gli occhi verso il crocifisso sulla parete: è grande e bello, il legno è bianco. Guardo la mia mano, dovrei farmi misurare la pressione. Il dorso è bianchissimo, le unghie sembrano dello stesso colore, sul polso non ho nulla. Lori portava quel braccialetto di stelline dorate.
Mi si spezza il cuore, certo, ma quello che vedo quando ricordo Lori è così terribile...
E poi posso sempre trovare una maniera per uscire da questa storia. I miei occhi corrono ancora al Cristo di legno chiaro sul muro. Se potesse parlare, mi ricorderebbe che ho ancora il mio libero arbitrio.
La porta si è aperta, vedo Luce che mette fuori solo un piede. Deve essere andato tutto bene, visto che il medico le sta parlando del suo nuovo appartamento, quindi torniamo a casa mia.
Il colpo sulla carne mi scuote dai pensieri per la terza volta. Mia suocera si è presa i fornelli per la sua ricetta vecchia di molte generazioni, la Regina. Impugna il batticarne come per regolare un conto in sospeso. Spacca le uova con una mano sola, diventano oro liquido. Ci annega dentro la carne, poi la lancia nel pane grattugiato. Il burro chiarificato sfrigola nella padella, il profumo sale denso. Non teme il fuoco: per girarla, quando la crosta diventa colore dell'ambra vecchia, usa le dita. L'osso comincia a trasudare il suo midollo.
Il riferimento del medico è abbandonato su un angolo del tavolo. Mi alzo per toglierlo prima che si sporchi.
Lei non ci fa caso, dice: “Vieni a tavola, che ho fatto”.
Mi siedo con il timore che lei, vecchia, possa leggermi negli occhi tutti i segreti.
Faccio girare il rosé nel calice e butto giù, ma mi brucia la gola senza cancellare la puzza di coniglio che ho ancora nel naso. Lo stomaco si ribella a quello che ho sentito ieri.
Devo chiudere perché quello che ho sentito ieri è troppo.
Il trillo del campanello ci fa voltare verso la porta nello stesso momento. Luce va per prima, io la seguo. La figura di uomo sorridente confronta sullo sfondo del tramonto.
Il corpo di Luce si sposta dalla porta per farlo entrare, gli dice:
“Da dove viene questo signore?”
Matteo molla la valigia e di sicuro è andato tutto bene anche a Genova, me lo dicono gli occhi guizzanti che ha mentre bacia la madre e poi me. La sua faccia è ancora fredda e ha l'odore dell'aria condizionata del treno. Mi spinge dentro e la valigia ci segue col suo rumore di rotelle.
Luce gli sta dando il referto del cardiologo. L'unica cosa degna di nota è che la sua dieta è stata migliorata. Naturalmente, è per dar retta al consiglio del dottore che ci siamo fatte le cotolette affogate nell'olio.
Appena lei se ne va, lo spazio è finalmente nostro, possiamo darci un bacio vero.
Non aspetto: gli salto addosso, gli caccio la lingua in bocca. Faccio tutto io, ricomincio a sentire il mio libero arbitrio.
È una strabiliante magia quello che sento ora, stando tra le sue braccia, con la lingua nella sua bocca. E poi ormai sono addestrata a sollecitare ogni nervo. La nostra credenza contiene così tante bottiglie che qui possono solo dare piacere…
Gli parlo sulle labbra. “Ho messo una bottiglia di Berlucchi in frigo.”
“Stappala mentre vado a farmi la doccia.”
Valjet parla dentro di me:
— Dille bene le bugie.
Ma perché ce li ho sempre in testa?
Scuoto i capelli per mandarla via, ma appena riapro gli occhi la sento ancora:
— Ti si spezza il cuore, certo, ma se lo accogli più che bene quando torna, gli verrà sempre più voglia di partire.
In camera da letto recupero l'Agent Provocateur viola scuro che ho comprato due anni fa e non ho mai messo. Il pizzo si stampa sulla pelle come un tatuaggio, la trama a fiori costringe il seno in alto. Mi sta da Dio, dovrà amarmi per forza. Anzi, è quasi un peccato che nessun altro mi veda vestita così.
Sposto lo slip e la vista del mio inguine mi provoca una scossa: è liscio e mi sembra di sentire ancora la voce dell'ultimo cliente contro il quale l'ho premuto prima di uscire con Valjet. Il mio corpo non si fa tante domande, è pronto a lavorare di nuovo.
Scendo e grido, cercando di sovrastare il rumore dell'acqua della doccia che scorre: “Lo champagne l'ho aperto!”
Matteo urla: “Un altro minuto!”
“Ma si riscalda!”
Porto i calici di là, apro la porta del bagno invaso dal vapore e mi infilo sotto il getto insieme a lui, con tutto quello che ho addosso. L'acqua bollente mi brucia la schiena, mi scappa un grido di dolore. Matteo gira il rubinetto per raffreddarla. Il pizzo beve l'acqua e si stringe come un laccio.
Beviamo tutto in un sorso. Matteo molla il bicchiere sul piatto doccia e mi afferra i fianchi; le sue dita bagnate scivolano lungo il bordo del reggicalze, stringono i glutei e premono forte contro l'ano. Mi piego in avanti senza bisogno di ordini, seguo la curva del suo inguine e risalgo con la lingua fino alla punta già tesa. Le sue mani continuano a cercare, non sollevo obiezioni. Le dita entrano dietro, un centimetro alla volta.
Il mio avvocato sembra molto contento, mentre io uso la lingua per asciugare le gocce trasparenti che colano dalla punta del suo cazzo.
Il mio respiro si accorcia, mi volto e poso la guancia sulle piastrelle scivolose. Sento una trepidazione mentre mi stuzzica l'ano. Il suo cazzo si gonfia dentro di me, le sue cosce sbattono contro le mie. Sto perdendo l'equilibrio, le unghie si infilano nelle fughe delle piastrelle, la fica si contrae attorno alle sue dita mentre il mio ano accoglie ogni spinta.
Continueremo di sopra, ovviamente.
E domani io sarò salvata.
Sì, lo sento. Stavolta ne uscirò.
Ho ancora il libero arbitrio.
***
Il portone è sfregiato da un vecchio solco nella vernice, me ne accorgo oggi per la prima volta. Salgo le scale che mi portano da lui.
Sento due macchine passare alle mie spalle, mi giro per guardarle, ma se ne sono già andate. Quando il portone scatta, lo apro; le mie dita tirano d'istinto per richiuderlo.
Il mio cuore batte così forte che temo ceda di colpo. Ora so che la Morte Rossa non aiuta davvero la gente a tornare a casa. Quella ragazza, Monica, non esiste più da nessuna parte, tranne lì dove l'ha mandata lui: nello spazio profondo, come questo androne freddo e silenzioso.
L'unica cosa che mi resta da fare, l'unico modo per riconquistare la libertà e conservare un minimo di umanità, è fare ciò che non voglio fare: fermare la corsa. Costituirmi. Dire a Dasho che voglio andarmene.
È l'esatto contrario della ricerca della felicità, ma devo fare ciò che più temo.
Ditmir mi apre la porta. Lo supero in fretta: “Dov'è Dasho?”
“In cucina, Angela.”
Di là, nel posacenere due sigarette bruciano, consumate a metà. Sul tavolo c'è una birra aperta che ancora frizzante.
Lori non si vede, oggi nessuno strilla a tutto volume al cellulare. Dasho è seduto accanto a Nadia. Lei gli appoggia la testa sulle gambe e lui le tiene una mano sui capelli. Sento una musica francese dalla radio accesa, Irina è appoggiata di spalle ai fornelli al posto suo. È questo a dirmi che qualcosa non va.
Nadia alza gli occhi rossi: “Non devi mettere il coperchio sulla pasta.”
Irina lascia il cellulare, si gira verso i fornelli. L'amido bianco nell'acqua che bolle si è fatto schiuma, è salito oltre il bordo, ha raggiunto il coperchio di vetro e sta per fuoriuscire.
Irina toglie il coperchio e Nadia riabbassa la testa.
Vedo Dasho che si toglie i suoi capelli di dosso: “Smettila adesso, se è forte si salverà”.
Mi sento come se qualcuno mi avesse buttato giù da un precipizio.
— Cosa volevo pretendere?
Alle mie spalle la porta si apre, entra Marina. Dietro di lei si affaccia Erdian, era da un pezzo che non lo vedevo. Si ferma sulla soglia, si guarda intorno con la sigaretta accesa in mano. Marina agita una mano per dissipare il fumo e dice: “Ma che cazzo…”
E lui mi guarda: “Ciao, Angela.”
Il sangue mi sale al viso in fiotti caldi e rapidi, le orecchie mi vanno a fuoco. Non riesco a rispondere, a fingere che sia tutto normale, ma lui non ci fa caso, sta già parlando a Nadia:
“Quando si mangia?”
Siccome Nadia non gli risponde, si prende il posacenere e se ne va.
Lei rovescia la testa all'indietro contro la spalla di Dasho, resta a occhi chiusi finché lui la sposta e si alza.
Mi accorgo che lo sto fissando quando mi dice: “Ciao”.
Continua a guardarlo dritto negli occhi. “Ciao.”
“Mi vuoi dire qualcosa?”
"NO."
Il mio libero arbitrio esiste davvero… ma dura il tempo delle scale. È caduto di sotto quando sono arrivato all'ultimo gradino.
Irina scola l'acqua. "È pronto."
Nadia si fa scappare lunghi sbuffi: "Io non ho fame. Me ne vado in camera."
Si raddrizza, si toglie il grembiule ed esce in silenzio.
